Luce sulla deviazione: il Messaggio dell’Islam sull’omosessualità e la fitnah dei tempi moderni.

L’Islam, rivelazione finale e sigillo delle religioni, non è semplicemente un insieme di rituali, ma un codice di vita che regola ogni aspetto dell’esistenza umana. Allah ﷻ ha creato l’uomo e la donna in complementarità, e ha stabilito nella loro unione lecita la base della famiglia e della società. Ogni deviazione da questa struttura non è un dettaglio trascurabile, ma un’alterazione dell’ordine divino.

Il Sacro Corano, eterno e immutabile, affronta la questione dell’omosessualità principalmente attraverso il racconto del popolo di Lūt عليه السلام. Allah ﷻ dice:

وَلُوطًا إِذْ قَالَ لِقَوْمِهِ أَتَأْتُونَ ٱلْفَـٰحِشَةَ مَا سَبَقَكُم بِهَا مِنْ أَحَدٍۢ مِّنَ ٱلْعَـٰلَمِينَ

“E [ricorda] Lūt, quando disse al suo popolo: ‘Commettete una turpitudine che nessuna creatura prima di voi ha mai commesso?’” (Sura al-A‘rāf, 7:80)

Allah ﷻ descrive questa azione come al-fāḥishah (l’abominio), un termine che nel linguaggio coranico indica i peccati più gravi contro la purezza morale, come la fornicazione e l’adulterio, ma qui in una forma senza precedenti.

Ancora, Allah ﷻ dice:

أَئِنَّكُمْ لَتَأْتُونَ ٱلرِّجَالَ شَهْوَةًۭ مِّن دُونِ ٱلنِّسَآءِ ۚ بَلْ أَنتُمْ قَوْمٌۭ مُّسْرِفُونَ

“In verità, vi avvicinate agli uomini con desiderio invece che alle donne. Anzi, siete un popolo che eccede oltre ogni limite.” (Sura al-A‘rāf, 7:81)

La storia prosegue con la descrizione del castigo: rovesciamento delle città, pioggia di pietre, e annientamento totale tranne Lūt e i credenti che lo seguirono. Questo castigo, raccontato anche in Sura Hūd (11:82-83) e Sura al-Qamar (54:33-39), non è una leggenda morale, ma un monito eterno.

Alcune prove dal Corano e dagli hadith dell’illeicità dell’omosessualità nell’Islam:

Prove dal Corano

1.1 Sura al-Aʿrāf (7:80-81)

“E [ricorda] Lūt quando disse al suo popolo: ‘Commettete forse un’abominazione che nessuno tra i mondi ha commesso prima di voi? In verità, voi vi avvicinate agli uomini con desiderio invece che alle donne. Voi siete un popolo trasgressore’.”

Ibn Kathīr (m. 774 H) commenta:

“Allah ha menzionato che nessuna nazione prima di loro aveva compiuto questo atto turpe, che consiste nell’avere rapporti con gli uomini invece che con le donne. Questo è un abominio, contrario alla fitrah con cui Allah ha creato gli uomini e le donne.”

(Tafsīr Ibn Kathīr, commento a 7:80)


1.2 Sura al-Naml (27:54-55)

“E [ricorda] Lūt, quando disse al suo popolo: ‘Commettete una turpitudine mentre vedete? Vi avvicinate agli uomini con desiderio invece che alle donne? Anzi, voi siete un popolo ignorante.’”

Al-Qurtubī (m. 671 H) annota:

“Il termine fāḥishah usato qui è tra i più forti per indicare immoralità. La frase ‘mentre vedete’ indica che la loro colpa era pubblica e ostentata, un segno della corruzione del cuore.”

(Tafsīr al-Qurtubī, commento a 27:54)


1.3 Sura al-ʿAnkabūt (29:28-29)

“E [ricorda] Lūt quando disse al suo popolo: ‘In verità, voi commettete una turpitudine che nessuno tra i mondi ha commesso prima di voi. Vi avvicinate agli uomini, tagliate la strada e commettete nei vostri incontri il male’.”

Ibn ʿĀshūr (m. 1393 H) osserva:

“Il tagliare la strada menzionato qui è sia letterale — brigantaggio — sia metaforico, come impedire la procreazione e la continuità della specie attraverso atti contrari alla natura.”

(Al-Taḥrīr wa-l-Tanwīr)


Prove dalla Sunnah

Il Profeta ﷺ disse:

“Chiunque trovi che un uomo giaccia con un uomo come un uomo giace con una donna, uccidete l’attivo e il passivo.”

(Abū Dāwūd, 4462; al-Tirmidhī, 1456 — classificato autentico da al-Albānī)

In un altro hadith:

“Allah maledica colui che compie l’atto del popolo di Lūt.”

(Ibn Mājah, 2561 — sahīh secondo al-Albānī)

Al-Albānī commenta:

“Il hadith è prova definitiva della gravità del peccato, paragonabile ai crimini hudūd più severi, e dimostra che il Profeta ﷺ non lo considerava una questione secondaria.”

(Silsilat al-Aḥādīth al-Ṣaḥīḥa, n. 3366)


Il Profeta Muhammad ﷺ, inviato come misericordia per i mondi, ribadì questa condanna. In Sunan at-Tirmidhī (Hadith 1456), classificato da alcuni come hasan e da altri come sahīh per via di catene parallele, è riportato:

مَن وجدتُموهُ يَعملُ عملَ قومِ لوطٍ فاقتلوا الفاعلَ والمفعولَ بهِ

“Chi trovate che compie l’atto del popolo di Lūt, uccidete colui che lo fa e colui con cui lo fa.”

I sapienti hanno discusso se questo ḥadīth abbia valore di hudūd (punizione fissa) o di ta‘zīr (punizione discrezionale), ma non vi è divergenza sulla gravità dell’atto.

Ibn Taymiyyah (Majmū‘ al-Fatāwā, 34/175) afferma:

“Il consenso dei Compagni e della maggioranza dei sapienti è che colui che commette la pratica del popolo di Lūt deve subire la più severa delle pene, poiché questo atto è tra i più grandi peccati.”

Qui è cruciale la distinzione fiqhica tra tendenze e atti. Il fiqh classico non punisce né condanna la semplice presenza di un desiderio, perché esso può essere una prova imposta da Allah. Il peccato nasce nel passaggio alla pratica.

Come disse Ibn al-Qayyim (Raḥīq al-Makhtūm, commentando la lotta interiore):

“La tentazione che non viene seguita dall’azione è come una nuvola passeggera; ma se la segui, essa diventa pioggia di peccati.”

Questa distinzione è importante anche nel discorso con i non musulmani: l’Islam non perseguita qualcuno per ciò che prova, ma proibisce azioni che infrangono i limiti divini.

Posizione delle quattro scuole:

Le quattro scuole sunnite concordano nella proibizione assoluta.

  • Hanafi: considerano la sodomia punibile con ta‘zīr severo o, secondo alcuni, con hudūd equiparato alla fornicazione.
  • Maliki: equiparano l’atto di penetrazione anale (anche tra uomo e donna) alla zina, quindi hudūd.
  • Shafi‘i: la sodomia tra uomini comporta la stessa pena della zina.
  • Hanbali: inclini alla pena capitale, seguendo la prassi di alcuni Compagni, come ‘Alī ibn Abī Ṭālib رضي الله عنه.

I salafiti contemporanei, tra cui Shaykh Ibn Bāz e Shaykh al-‘Uthaymīn, hanno ribadito questa posizione, sottolineando che non è odio personale ma protezione della moralità collettiva.

Alcune opinioni tra i Sapienti classici e conteporanei:

Ibn Qudāmah al-Maqdisī (m. 620 H) — scuola Hanbali:

“I giuristi sono concordi che il liwāṭ è proibito e tra i più gravi peccati. La pena è la stessa dello zinā o più severa, secondo molti sapienti.”

(Al-Mughnī, 9/58)


Imām Mālik (m. 179 H) — scuola Maliki:

“Colui che compie il liwāṭ deve essere punito con la pena capitale, sia egli sposato o non sposato.”

(Al-Muwaṭṭa’, Kitāb al-Hudūd)


Al-Shāfiʿī (m. 204 H) — scuola shafi’i:

“La prova dal Corano, Sunnah e ijmāʿ è chiara: il liwāṭ è proibito e punibile con hudūd.”

(Al-Umm, 6/147)


Ibn Taymiyyah (m. 728 H):

“La corruzione del liwāṭ è più grave dello zinā, e la sua punizione nel Dīn di Allah è più severa, per via della sua contrarietà alla creazione e alla natura umana.”

(Majmūʿ al-Fatāwā, 34/180)


Sapienti contemporanei

Shaykh Ibn Bāz (m. 1420 H):

“L’atto del popolo di Lūt è una delle peggiori forme di corruzione morale. Chi vi persiste giustificandolo, nega ciò su cui c’è ijmāʿ, e rischia di cadere nell’apostasia.”

(Fatāwā Ibn Bāz, 9/239)

Shaykh al-ʿUthaymīn (m. 1421 H):

“Se una persona ha questa inclinazione, deve temere Allah e controllarsi. L’Islam non punisce il sentimento, ma l’atto. Se lo compie, la pena è severa.”

(Liqa’ al-Bāb al-Maftūḥ, n. 21)

Shaykh al-Albānī:

“Chi giustifica il liwāṭ in nome di un Islam moderno, in realtà ha creato una religione diversa da quella rivelata al Profeta ﷺ.”

(Silsilat al-Hudā wa-l-Nūr, n. 282)

L’omosessualità al tempo del Profeta ﷺ e del Califfato

Sul piano storico, è falso pensare che nei califfati o al tempo del Profeta ﷺ l’omosessualità fosse accettata. Essa esisteva, ma veniva punita o condannata apertamente. Alcuni cronisti medievali, come al-Jāḥiẓ e Ibn Ḥazm, menzionano individui con tali inclinazioni, ma mai con approvazione religiosa. Al-Māwardī scrisse che uno Stato islamico che non reprime certi peccati pubblici rischia la punizione collettiva di Allah.

Durante la vita del Profeta ﷺ, non vi è documentazione di un’esecuzione per sodomia, e ciò è spiegabile sia per la difficoltà nell’ottenere le quattro testimonianze oculari richieste dalla Sharīʿah, sia per il fatto che il Profeta ﷺ tendeva sempre ad aprire le porte al pentimento. Tuttavia, egli stabilì il principio giuridico con hadith autentici:

“Uccidete chi compie l’atto del popolo di Lūt” (Sunan Abū Dāwūd, 4462; Jāmi‘ at-Tirmidhī, 1456).

I sapienti spiegano che questo hadith, sebbene non applicato direttamente in vita del Profeta ﷺ, divenne fondamento normativo per i califfi successivi.

Abū Bakr as-Ṣiddīq رضي الله عنه, primo califfo, fu il primo a ordinare la pena capitale in un caso provato di sodomia, applicando il rogo — punizione rara e severa — basandosi sul concetto di ta‘zīr al-shadīd (punizione esemplare). Questo episodio è riportato da al-Bayhaqī e da Ibn al-Qayyim.

‘Umar ibn al-Khaṭṭāb رضي الله عنه non cambiò linea, e nei casi a lui sottoposti approvò la pena capitale per sodomia, seguendo la via della lapidazione o della decapitazione.

‘Alī ibn Abī Ṭālib رضي الله عنه, in un episodio narrato in Musannaf Ibn Abī Shaybah, fece salire un uomo colpevole sul tetto della moschea, lo fece gettare giù e poi lo lapidò. Questo atto si ispirava al castigo narrato nel Corano per il popolo di Lūt: la loro terra fu sollevata e rovesciata.

Epoca Omayyade

Sotto il califfato omayyade (661–750), la giurisprudenza si stabilizzò: i giuristi cominciarono a discutere se applicare la stessa pena della zina (lapidazione) o altre forme severe. Califfi come Hishām ibn ‘Abd al-Malik ordinarono l’esecuzione pubblica di sodomiti, talvolta in piazza, per fungere da deterrente.

Va notato che in questo periodo, come in ogni epoca, vi furono individui con inclinazioni omosessuali, soprattutto tra artisti e poeti. Alcuni poeti di corte, come Abū Nuwās, scrissero versi espliciti — ma questo fu considerato un vizio e spesso punito con il carcere o l’esilio.

Epoca Abbasside

Nel periodo abbaside (750–1258), con Baghdad come centro cosmopolita, il vizio si diffuse nelle élite, ma la giurisprudenza rimase ferma. Giuristi come al-Shāfi‘ī, Ahmad ibn Hanbal e Mālik ibn Anas ribadirono che la pena era la morte, basandosi sull’ijmā‘ dei Compagni. Al-Māwardī, nel suo al-Aḥkām al-Sulṭāniyyah, specifica che la punizione può essere inflitta anche se entrambi sono consenzienti, perché la Sharīʿah mira a proteggere la moralità pubblica.

Califfato Ottomano

Gli Ottomani, pur avendo un sistema giuridico misto (Sharīʿah + Qānūn), mantennero il divieto assoluto. Nel Kanunname di Solimano il Magnifico, la sodomia era punita con l’esecuzione. Rapporti di viaggiatori europei confermano che la legge ottomana, pur talvolta applicata in privato, era chiara nella condanna pubblica.

Una nota storica:

Gli storici moderni, spesso influenzati da letture laiche, amano presentare il passato islamico come “tollerante” verso l’omosessualità. In realtà, l’unica “tolleranza” era verso il peccatore pentito o verso chi non aveva prove legali contro di sé. La Sharīʿah non è mai stata ambigua: l’atto è ḥarām, e storicamente le autorità islamiche lo hanno considerato un crimine pubblico, non una “scelta privata” da rispettare.

Il Movimento “Allah Loves Equality”: Fitnah dei Tempi Moderni

Negli ultimi anni, si è diffusa in alcune comunità musulmane una corrente ideologica che si autodefinisce inclusiva, spesso raccolta sotto slogan come “Allah Loves Equality” o “Allah Loves Everyone”. La loro tesi di base è che l’Islam, correttamente interpretato, accetterebbe e benedirebbe le relazioni omosessuali consensuali, e che ogni condanna tradizionale deriverebbe da “interpretazioni culturali patriarcali” e non dal testo rivelato.

Questa narrazione, pur apparendo compassionevole e attrattiva per chi è confuso o marginalizzato, rappresenta — alla luce della rivelazione e del consenso degli ulema — una manipolazione del messaggio divino e una forma di tahrīf (alterazione) paragonabile a quella che Allah menziona nelle Scritture precedenti.

Origini e strategia retorica

Storicamente, questo tipo di revisione teologica nasce in contesti occidentali dove la pressione sociale e legale verso l’accettazione dell’omosessualità è fortissima. Il movimento adotta tre strategie:

1. Rilettura selettiva del Corano

Essi sostengono che i versetti sul popolo di Lūt non condannino il rapporto sessuale in sé, ma lo stupro, la violenza o la violazione dell’ospitalità. Ignorano però che le parole chiave (shahwah – desiderio, fāḥishah – turpitudine) sono usate dal Corano in senso morale e non solo criminale.

2. Spostamento dal piano giuridico a quello emotivo

La domanda centrale diventa “Come può un Dio misericordioso vietare l’amore?”, sostituendo alla definizione islamica di misericordia una definizione secolarizzata di accettazione illimitata.

3. Uso della terminologia islamica per legittimare l’illecito

Inseriscono frasi come “Allah loves equality” o “Islam means peace for all love” per mascherare il contenuto reale dietro parole nobili. Questo è esattamente ciò che Ibn al-Qayyim definiva talbīs Iblīs — l’inganno di Satana che mescola verità e falsità.

1. L’amore di Allah non è universale e incondizionato.

Allah dice chiaramente: “In verità, Allah non ama i trasgressori” (Cor. 2:190), “Allah non ama i corrotti” (Cor. 28:77), “Allah non ama chi è ingrato e peccatore” (Cor. 2:276). Parlare di “amore incondizionato” in senso divino è un concetto estraneo alla teologia islamica. L’amore divino è condizionato all’obbedienza, mentre la misericordia generale di Allah (rahmah) abbraccia tutti fino al Giorno del Giudizio, dopo il quale si separa nettamente tra credenti e peccatori ostinati.


2. Il consenso storico è unanime.

Non esiste, nei quattordici secoli di Fiqh islamico, un singolo madhhab, faqīh o mujtahid che abbia interpretato i versetti del popolo di Lūt come legittimazione dell’omosessualità consensuale. Persino i giuristi più liberali su altre questioni mantenevano il divieto assoluto.

Ibn Ḥajar al-ʿAsqalānī disse: “Chi nega il divieto del liwāṭ dopo la prova è kafir, poiché ha negato ciò su cui c’è consenso” (Fatḥ al-Bārī, 12/124).


3. Il principio della fitrah.

Il Profeta ﷺ disse: “Ogni bambino nasce con la fitrah” (Bukhārī, Muslim). La fitrah è l’assetto naturale verso ciò che è lecito. Il liwāṭ non è descritto come variante naturale, ma come deviazione (inhirāf) che può essere combattuta spiritualmente. Giustificarla in nome della natura equivale a giustificare il furto per chi è incline a rubare.


4. L’uso improprio del concetto di uguaglianza.

L’Islam distingue tra uguaglianza nella dignità di essere umano e uguaglianza nelle norme giuridiche. Davanti ad Allah, tutti gli esseri umani sono uguali nel rendere conto delle proprie azioni. Ma non tutti gli atti sono uguali: alcuni portano alla Sua approvazione, altri alla Sua ira.


Pericolo spirituale e sociale

Questi movimenti non solo introducono una lettura deviante, ma minano l’autorità della rivelazione. Se i testi possono essere reinterpretati fino a dire il contrario del loro senso apparente e di quello stabilito dall’ijmāʿ, non rimane più barriera a ulteriori distorsioni: oggi il liwāṭ, domani l’usura, dopodomani l’alcool.

Ibn Taymiyyah ammoniva: “Quando il cuore accetta l’illecito come lecito, la corruzione della fede è più grave della semplice disobbedienza” (Majmūʿ al-Fatāwā, 7/39).

Risposte alle domande/affermazioni più comuni che ci pongono i non musulmani:

Domanda: “Ma l’omosessualità è innata, come può l’Islam condannarla?”

Risposta: nell’Islam non siamo responsabili delle inclinazioni, ma delle azioni. Molti desideri sono “innati” — rabbia, gelosia, attrazione per ciò che è proibito — ma non per questo sono leciti. La prova dell’uomo è resistere a ciò che Allah ha vietato. La tentazione non è peccato; il peccato nasce dall’azione.


Domanda: “Ma il Profeta ﷺ non ha mai ucciso un omosessuale, quindi perché i musulmani parlano di pena di morte?”

Risposta: È vero che durante la vita del Profeta ﷺ non è riportato un caso di pena capitale per sodomia, probabilmente per mancanza di prove o confessione. Ma i suoi hadith, come quello in Sunan Abū Dāwūd (4462) e at-Tirmidhī (1456), sono chiari: “Uccidete chi compie l’atto del popolo di Lūt”. Dopo la sua morte, i Compagni applicarono questa pena in casi provati, stabilendo l’ijmā‘.


Domanda : “E se due adulti consenzienti lo fanno in privato, che male fanno agli altri?”

Risposta: nell’Islam, il peccato non è valutato solo per il danno immediato. Alcuni peccati hanno effetti invisibili ma devastanti: indeboliscono la moralità collettiva, normalizzano il vizio, e attirano la collera di Allah su una comunità. Il Profeta ﷺ disse: “Quando la fornicazione e l’usura si diffondono in un popolo, essi avranno attirato su di sé il castigo di Allah” (Sunan Abī Dāwūd, 3462).


Domanda 5: “Ma l’amore è amore, perché Dio dovrebbe vietarlo?”

Risposta: In Islam, non ogni forma di amore è lecita. L’amore non giustifica il peccato: esiste l’amore illecito per il denaro, per il potere, per una persona sposata ad altri. L’Islam regola l’amore e il desiderio entro i limiti della Sharī‘ah, per proteggere il bene e prevenire il male.


Domanda (legata al movimento “Allah Loves Equality”): “Non pensi che Allah ami tutti, indipendentemente da ciò che fanno?”

Risposta: Allah ama la Sua creazione in quanto tale, ma il Suo amore speciale e la Sua approvazione sono per i credenti obbedienti. Il Corano è chiaro:

إِنَّ ٱللَّهَ لَا يُحِبُّ ٱلْفَـٰسِقِينَ

“Allah non ama i perversi” (9:96). Dire che Allah approva un peccato è una falsificazione della religione e un’apostasia, perché significa rendere lecito ciò che Allah ha vietato.


Domanda: “Perché l’Islam non accetta l’omosessualità se è amore?”

Risposta: L’Islam non giudica i sentimenti, ma gli atti. Non ogni forma di attrazione è lecita: l’amore verso ciò che Allah ha proibito non lo rende lecito, così come il desiderio di rubare non rende giusto rubare.


Domanda: “Ma Allah non ama tutti?”

Risposta: Allah ama la Sua creazione, ma non approva ogni azione. Nel Corano si dice chiaramente: “Allah non ama i trasgressori” (2:190). L’amore divino è verso chi si pente e obbedisce, non verso chi persiste nella disobbedienza.


Domanda: “Non è ingiusto punire qualcuno per quello che è?”

Risposta: L’Islam non punisce inclinazioni, ma azioni. Avere un’inclinazione non è peccato; cedere a essa in atti proibiti lo è. Questo vale per ogni tentazione, non solo sessuale.


Domanda: “Perché punire severamente se non fa male a nessuno?”

Risposta: L’Islam considera il danno morale e spirituale tanto grave quanto il danno fisico. Il liwāṭ corrompe la fitrah, mina la famiglia e normalizza ciò che Allah ha chiamato “abominio”. Non è un peccato “privato”: la sua diffusione ha effetti sociali e spirituali profondi.


Domanda: “Il Corano non dice mai chiaramente che due uomini non possono amarsi”

Risposta: Il Corano è esplicito nel condannare l’atto del popolo di Lūt (7:80-81, 26:165-166, 29:28-29). Tutti i sapienti, senza eccezione, hanno interpretato quei versetti come divieto assoluto del rapporto sessuale tra persone dello stesso sesso.


Domanda: “E se uno nasce così?

Risposta: nell’Islam, nascere con una tentazione non la rende lecita. Alcuni nascono con inclinazioni verso il furto, la violenza o la fornicazione. La prova della vita è controllare ciò che Allah ha vietato, non legittimarlo.


Domanda: “Ma ci sono musulmani gay che pregano e vivono la loro fede”

Risposta: Pregare è obbligo, ma non giustifica il peccato persistente. I Compagni del Profeta ﷺ erano peccatori pentiti, non peccatori giustificatori. La preghiera deve portare al cambiamento, non diventare copertura per continuare a disobbedire.


Domanda: “Non stai discriminando?”

Risposta: L’Islam discrimina tra lecito e illecito, non tra persone. Chiunque può pentirsi, chiunque può cambiare. L’atto è condannato, la persona è invitata alla misericordia di Allah.


Fratello, sorella…

sappi che la vita è una prova breve, e che ciò che oggi ti appare come desiderio irresistibile domani sarà solo ricordo davanti ad Allah. Egli ti ha creato con un cuore capace di amare, ma ti ha dato anche la bussola della rivelazione per dirigere quell’amore verso ciò che ti nobilita e ti salva. Quando il cuore devia e si attacca a ciò che Allah ha vietato, non è segno che sei irrimediabilmente perduto, ma che hai una battaglia da combattere.

Il Profeta ﷺ ci ha insegnato che “il Paradiso è circondato da ciò che dispiace all’anima, e l’Inferno è circondato da ciò che essa desidera” (Bukhārī e Muslim). Non c’è vittoria senza resistenza, e non c’è resistenza senza sacrificio. Resistere non è segno di debolezza, ma di forza: la forza non è seguire ogni impulso, ma frenarlo per amore di Allah.

Non ingannarti pensando: “Io sono così, non posso cambiare.” Cambiare non è cancellare un sentimento in un giorno, ma rifiutare l’atto proibito ogni volta che la tentazione si presenta, chiedendo aiuto ad Allah. Non c’è peccato nell’essere tentati; il peccato è cedere senza combattere. Se cadi, rialzati. Se cadi cento volte, rialzati cento volte. Satana non vince quando ti fa cadere, ma quando ti convince a non rialzarti più.

Sappi che il peccato sessuale, e in particolare il liwāṭ, non è solo un errore privato: è un veleno che si insinua nella fede, nelle relazioni, nella percezione stessa del bene e del male. I sapienti hanno detto che la sua influenza spirituale è simile a quella dell’idolatria: distorce la fitrah e spegne la luce del cuore. Per questo Allah lo ha menzionato nella storia di Lūt insieme a segni di distruzione, affinché comprendessimo la gravità prima che sia troppo tardi.

A te che oggi vivi questa prova, dico: la tua dignità davanti ad Allah non dipende dal non avere inclinazioni, ma dal non trasformarle in disobbedienza. Non sei definito dal tuo peccato, sei definito dalla tua lotta contro di esso. E Allah ama chi lotta contro il proprio ego per la Sua causa.

Riempi le tue giornate di dhikr, di Qur’ān, di compagnie pie. Taglia le vie verso il peccato, sia fisiche che virtuali. Chiedi ad Allah in preghiera notturna ciò che non hai il coraggio di dire ad altri. Il fuoco del desiderio si spegne quando il cuore è pieno di luce. E quella luce è la vicinanza ad Allah.

Non ascoltare chi ti dice che Allah ama anche l’atto proibito: essi non ti offrono misericordia, ma veleno mascherato da miele. La vera misericordia è quella che ti conduce al Paradiso, non quella che ti accompagna sorridendo verso l’Inferno.

Un giorno, davanti ad Allah, ogni sacrificio sarà ripagato. Ogni volta che avrai detto “no” al peccato per amor Suo, troverai un premio che non puoi immaginare. E quel giorno, comprenderai che nessuna tentazione del mondo valeva quanto la Sua approvazione.

Resisti, combatti, piangi davanti a Lui. E ricorda:

Allah è più grande di ogni desiderio, più dolce di ogni piacere, più duraturo di ogni passione.

Che Allah Ta’ala ti faciliti in questa prova, fratello o sorella, e ci guidi tutti al bene, amin!


Susanna Gagliano
Susanna Gagliano
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