Non fare passi falsi con questo argomento: la negazione o il disprezzo di ciò che Allāh ha ordinato o di ciò che il Messaggero ﷺ ha tramandato non è un gioco da social, e la parola “kufr” non è un’etichetta retorica ma un giudizio teologico che richiede rigore, conoscenza e gravità. Tuttavia la gravità non deve paralizzarci: l’obiettivo di questo trattato è svegliare le coscienze, chiarire i confini e spingere al pentimento e alla rettitudine — con la speranza della Misericordia Divina per chi torna sinceramente.
«Poiché ebbero ripulsa di quello che Allah ha rivelato, Egli vanificherà le loro opere.» (Sura Muhammad 47:9)
Ancora più esplicito è l’invito coranico a giudicare e conformare la legge a ciò che Allāh ha rivelato: «E chi non giudica secondo ciò che Allāh ha fatto scendere, costoro sono i miscredenti.» (Sura al-Māʾidah 5:44)
Il Messaggero ﷺ ci ammonisce con parole altrettanto severe sulla Sunnah: «Chi rifiuta la mia Sunnah non è da me.» (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī 5063) — è un pronunciamento senza margini, che conferma la Sunnah come vincolante alla pari del Qur’ān.
Nel ciclo della tradizione, un altro ḥadīth perentorio afferma: «Chiunque introduce nella nostra religione una cosa che non è parte di essa, gli sarà respinta [da Allah].» — un principio fondamentale contro l’innovazione religiosa (bid‘a).
Ma cosa ne pensano i Sapienti?
Ibn Taymiyya ammonisce con forza contro chi disprezza la Sunnah o introduce innovazioni che ne minano la purezza. Pur non disponendo di una citazione diretta in italiano, la sua opera Minhāj al-Sunnah al-Nabawiyya insiste sul fatto che chi rigetta un ḥadīth trasmesso con forte certezza (mutawātir) mina volontariamente la religione.
Ibn al-Qayyim, seguace di Ibn Taymiyya, ribadisce che la disobbedienza alla Sunnah, quando consapevole e deliberata, è una forma di incredulità dell’anima, perché si nega la guida divina stessa (implicitamente nella sua opera Miftāḥ Dār al-Ṣalām).
Imām an-Nawawī, nel suo commentario ai Quaranta Ḥadīth, affermava: “Rifiutare o disprezzare ciò che è confermato nel Qur’ān o nella Sunnah, anche se minimo, è incredulità manifesta.” (testo riassunto) — ed era questo il senso radicato nella scuola shāfi‘ī.
Imām al-Ghazālī, nel Iḥyāʾ ʿUlūm al-Dīn, ammonisce che il cuore che distoglie l’anima dalla Sunnah, anche con ragioni sociali o moderne, si indurisce lentamente e rischia la perdizione.
Shaykh ʿAbd al-ʿAzīz ibn Bāz emette una fatwā chiara: “Hanno deviato dalla retta via e commesso un kufr manifesto… Allāh comanda di obbedire al Suo Messaggero… chi ritiene di seguire solo il Qur’ān e nega la Sunnah, commette un errore grave e kufr evidente.” Nella stessa linea, nella risposta a una domanda sul deridere il portare la barba o la lunga veste, commenta: “Se l’obiettivo è deridere la religione, allora è apostasia. Anche se detto per gioco, si rischia il kufr.”
Questa linea di giudizio è confermata da una fatwa: “Deridere Allāh, il Qur’ān o il Messaggero ﷺ è kufr che esclude dalla religione.”
L’approccio contemporaneo di Shaykh Muḥammad Ṣāliḥ al-Munajjid (da IslamQA) conferma che la disobbedienza consapevole alle regole chiare, specialmente se atteggiata a disprezzo, è potenzialmente apostasia, e chi la pratica deve essere ricondotto alla verità con saggezza, non abbandonato.
Tuttavia, i sapienti mettono in guardia da un takfīr facile: dichiarare “kāfir” un fratello per ogni minimo errore è proibito, e richiede evidenza, dialogo, consigli, e solo se la persona persiste nel rifiuto chiaro, una dichiarazione cauta può essere formulata.
Il Qur’ān stabilisce con chiarezza che rifiutare ciò che Allāh ha rivelato ha conseguenze pesanti: «Questo perché detestavano ciò che Allāh ha rivelato; perciò Egli rese vane le loro opere.» (Sura Muhammad, 47:9). Questo passo mostra il nesso diretto tra rifiuto delle rivelazioni e il deprezzamento del valore delle azioni: se il cuore odia la rivelazione, le opere perdono la loro efficacia spirituale.
Ancora più esplicito è l’invito coranico a giudicare e conformare la legge a ciò che Allāh ha rivelato: «E chi non giudica secondo ciò che Allāh ha rivelato — costoro sono i miscredenti.» (Sura al-Mā’idah, 5:44). Il senso non è solo giuridico: è teologico e morale: rifiutare la norma rivelata è collocarsi nella sfera di chi rinnega la sorgente stessa della guida.
Il Messaggero ﷺ ci ammonisce con parole altrettanto severe sulla Sunnah: «Chi rifiuta la mia Sunnah non è dei miei.» Questo ḥadīth, trasmesso nei Ṣaḥīḥ, è lapidario: la Sunnah non è un “accessorio culturale”, è il complemento dell’insegnamento profetico senza il quale la comprensione e l’applicazione della rivelazione vengono mutilate. Il valore normativo della Sunnah e la perentorietà del suo seguire non sono opinioni isolate: sono parte della trasmissione tradizionale.
Alla luce di questi testi sorgono domande inevitabili: che cosa significa, concretamente, «disprezzare» una regola? Significa rifiutarla come fonte normativa, deriderla pubblicamente, considerarla illegittima o non vincolante, o affermare che «la Sunnah non è argomento» o che «basta il Corano». Qui entra in gioco la distinzione che i sapienti hanno sempre fatta: negare o denigrare una versetto del Corano è kuffr manifesto; negare una Sunnah mutawātira (cioè trasmessa da molte vie tali da escludere l’errore sistematico) o un ḥadīth ṣaḥīḥ che sia noto e chiaro costituisce un rifiuto gravissimo e — secondo l’unanimità o quasi degli ulemā’ — conduce all’incredulità se chi lo nega lo fa con piena consapevolezza e intenzione. Diversamente, rifiutare un ḥadīth d’āḥād su cui ci sia disputa o dubbio metodologico può essere errore o deviazione ma non necessariamente kufr. Questo discrimine è fondamentale per non applicare il takfīr in modo superficiale.
I sapienti classici non hanno eluso la durezza dell’affermazione. Il ciclo della tradizione giuridico-teologica conserva ammonimenti fortissimi: la frase
“من أحدث في أمرنا ما ليس منه فهو ردّ” — «chi inventa qualcosa nella nostra religione che non è parte di essa verrà respinto (da Allāh)» — è trasmessa ed è stata commentata da generazioni: innovare contro la Sunnah è comportamento che mina la relazione con la rivelazione stessa. Quando la comunità ha di fronte individui che, con cognizione di causa, rifiutano ciò che è stato trasmesso chiaramente, i sapienti hanno sempre parlato di pericolo di dispersione dell’īman.
Allo stesso tempo, i maggiori muftī e i maggiori centri di fatwā moderni chiamano alla prudenza e alla distinzione: lo Sheykh ʿAbd al-ʿAzīz ibn Bāz, ad esempio, sottolinea che non si può ignorare la distinzione tra negazione di una āyah del Qur’ān (che è kufr manifestissimo) e la posizione riguardo a ḥadīth-ḥadīth che siano oggetto di disputa; la posizione consolidata è che negare hadith ṭawātur o affermazioni chiare della Sunnah è rifiuto grave, mentre per altri racconti la valutazione richiede indagine e possibilità di correzione. La linea che emerge dai testi di fatwa contemporanei è: il rifiuto volontario, consapevole e ostinato della rivelazione o della Sunnah chiaramente trasmessa è posizione di fuoriuscita dalla religione se sussistono i tre elementi: conoscenza, chiarezza dell’evidenza, e rifiuto volontario (non semplice ignoranza).
Questo schema giustificatorio spiega perché molti studi giuridici contengono due ammonimenti, apparentemente contraddittori ma in realtà complementari: da un lato, la severità contro chi delegittima la rivelazione (perché ciò dissolve il tessuto della comunità religiosa); dall’altro lato, la cautela nel dichiarare una persona kafir quando può esserci ignoranza, errore nello studio delle catene o diversa metodologia nello stabilire la forza probatoria di una trasmissione. I grandi maestri — dal tempo dei Ṣalaf fino ai nostri giorni — ci ricordano che il takfīr è una questione che richiede hujjah (prova) e che spesso la correzione va preceduta da consigli, dialogo e, quando possibile, da un dibattito tra studiosi.
Un punto pratico che molti sottovalutano: ci sono comportamenti quotidiani che — se assunti con intenzione e dottrina di rifiuto della rivelazione — diventano indici di un problema maggiore. Pensare la Sunnah come «cosa antiquata», disprezzare i pilastri quando si afferma «non sono obbligatori» con argomentazioni di moda, o ridicolizzare pubblicamente la pratica della Ummah, non sono meri errori sociali: possono essere, secondo i criteri classici, segni di inclinazioni che allontanano dalla fede. Il richiamo non è alla persecuzione, ma alla chiarezza teologica: chi rifiuta deliberatamente ciò che è noto come parte della religione, ha davanti a sé la chiamata alla rettifica e, se persiste, la comunità deve preservare la verità rivelata nelle forme che la tradizione indica.
Tuttavia, un ammonimento non può essere senza misericordia. Allāh stesso, più volte nel Qur’ān, apre la porta del ritorno: «Di’: “O Miei servi, che avete ecceduto contro voi stessi, non disperate della misericordia di Allah. Allah perdona tutti i peccati. In verità Egli è il Perdonatore, il Misericordioso.”» (Sura az-Zumar 39:53)
Se oggi rivolgo questo messaggio ai fratelli e alle sorelle che, per sensibilità “moderna” o per pressione sociale, guardano con disprezzo a regole della Sunnah: sappiate che la vostra anima è preziosa e che il disprezzo per ciò che Allāh ha sancito non è soltanto un’opinione personale — è un pericolo spirituale. La chiamata è a rivedere le proprie posizioni con umiltà: studiare, non confondere cultura e rivelazione, accogliere il confronto che corregge e ricercare la guida dei sapienti sinceri. Se c’è stato errore, la porta del ritorno è aperta: pentimento, ricerca di conoscenza autentica, rinuncia all’orgoglio e opera costante di miglioramento.
Concludo in tono severo ma speranzoso: ripeto, disprezzare una regola della Sunnah o un precetto di Allāh Taʿālā è una realtà che può assumere la forma del kufr quando è negazione consapevole della verità rivelata; è un’ombra che può divorare le opere. Ma la Misericordia di Allāh è più grande della nostra colpa: chi torna con cuore sincero, riconosce l’errore e si raddrizza, troverà perdono e dignità. Questo trattato non è una lapide per chi sbaglia, ma una chiamata all’attenzione, alla conoscenza, e a quel ravvedimento che salva. Svegliatevi, tornate con cuore umile: la verità è più forte di ogni moda e la misericordia di Allāh attende il passo che volge verso di Lui.




