Il Fiqh dell’Awra, uomini e donne

L’idea di pudore nell’Islam nasce prima di tutto da un comando divino rivolto a uomini e donne, che sancisce la dignità del corpo e ne ordina la custodia. “ʿAwra” in arabo, sul piano linguistico, rimanda a ciò che va tenuto al riparo dallo sguardo; nel linguaggio del fiqh indica le parti del corpo da coprire con abiti idonei. I giuristi hanno discusso questa materia fino ai dettagli minuti perché da essa dipendono atti di culto, rapporti sociali e l’etica quotidiana.

L’awra in preghiera:

Il primo principio è generale: in preghiera, l’abbigliamento deve onorare il momento d’incontro con Allah, e fuori dalla preghiera si modula in base a chi si ha di fronte.

Per la donna che prega, la regola di base (nelle quattro scuole) è che tutto il corpo è ʿawra eccetto il volto e le mani; sul piede c’è una famosa divergenza: per Hanafiti e, in forme diverse, alcuni Hanbaliti, i piedi non sono ʿawra durante la ṣalāh, mentre per Shāfiʿiti e molti Mālikiti vanno coperti.

Hadith e pratica supportano l’obbligo del khimār:

“Allah non accetta la preghiera della donna che ha raggiunto il flusso (pubertà) se non con il khimār” [Sunan Abī Dāwūd 641].

Le fonti shāfiʿite classiche trattano volto e mani come non-ʿawra (quindi non obbligatori da coprire in preghiera), pur raccomandando compostezza e assenza di ostentazione; molte fatwā moderne in ambito shāfiʿita e malikita ribadiscono che i piedi in ṣalāh vanno coperti, spiegando che il dovere di coprirsi in preghiera riguarda il diritto di Allah, non la presenza di altri [Sunan Abī Dāwūd 641;

Nella scuola hanafita, l’inquadramento classico (Shurunbulālī, Ibn ʿĀbidīn) considera il volto fuori dall’ʿawra e ammette le mani e i piedi, ma raccomanda comunque, per prudenza, di coprire i piedi dati i dissensi; definisce inoltre i limiti del volto dalla linea d’attaccatura dei capelli al mento e tra i lobi delle orecchie, per cui l’area sotto il mento in sé è ʿawra e si cerca di coprirla, pur scusando minimi scoperti dovuti a difficoltà [riassunti hanafiti affidabili].

In tutte le scuole vale che l’abito conti due qualità: non deve essere trasparente al punto da lasciar intravedere il colore della pelle, né aderente tanto da “disegnare” l’ʿawra; se è trasparente la preghiera è compromessa, se è solo stretto la preghiera tecnicamente è valida ma l’abito è biasimevole e per la donna può risultare illecito perché mostra le forme.

L’awra fuori dalla salat:

Fuori dalla preghiera, il quadro cambia a seconda delle situazioni, ma l’asso portante è sempre il pudore (ḥayāʾ), che il Profeta ﷺ chiamò “un ramo della fede e che opera come principio di chiusura delle vie alla tentazione [Bukhārī, Muslim]. Da sole, a casa, tanto uomini quanto donne osservano almeno la copertura minima tra ombelico e ginocchia; i ḥanafiti tendono a qualificare questo come dovere anche in privato salvo necessità (bagno, abluzione, cambio), le altre scuole lo raccomandano fortemente: Allah vede il nascosto come il palese, e il credente coltiva buone maniere anche lontano dagli sguardi [sintesi hanafita classica].

Coniugi tra loro non hanno ʿawra in senso legale: è lecito vedere e toccare tutto, sebbene molti sapienti consigliino non rimanere completamente nudi per lunga permanenza, per rafforzare ḥayāʾ e decoro domestico. L’insieme degli hadith sulla cura del pudore, sul coprirsi nelle terme e sull’uso della cintura nei bagni pubblici mostra questa sensibilità: “Chi crede in Allah e nell’Ultimo Giorno non entri nei bagni (pubblici) se non con izār” [Tirmidhī/Ḥākim; inoltre direttive dei dipartimenti d’iftāʾ su piscine e hammām].

Tra donne musulmane, la misura minima è come tra uomini tra loro: dall’ombelico alle ginocchia (con le differenze tecniche di scuola su ombelico e ginocchio, vedi sotto); tuttavia tutti richiamano con forza l’hadith: “Un uomo non guardi l’ʿawra di un uomo, né una donna guardi l’ʿawra di una donna” (Muslim), che i commentatori estendono alla cura di non scoprire oltre il necessario neppure in contesti informali.

Davanti ai maḥram maschi (padre, fratelli, figli, zii, suocero…), la donna può scoprire capo e capelli, collo, avambracci e gambe sotto il ginocchio; resta interdetto scoprire ventre, schiena e ciò che è tra ombelico e ginocchia. Questa sintesi, ben attestata nel fiqh hanafita e condivisa sostanzialmente dalle altre scuole, è calibrata sulle restrizioni del versetto 24:31:

“E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché possiate prosperare.” 

che elenca in dettaglio i soggetti davanti ai quali la donna può mostrare la “sua bellezza” in forma ridotta. Resta fermo che, se c’è timore di fitna o desiderio, si restringe ulteriormente: il criterio di chiusura alla tentazione prevale sul permesso astratto.

Con uomini non maḥram, l’ʿawra femminile è l’intero corpo; rimangono fuori discussione il volto e le mani per la generalità dei giuristi; sul piede, come detto, c’è dissenso e la precauzione di coprirlo è raccomandata. Il tema del volto, qui, tocca un altro capitolo (ḥijāb/niqāb) distinto dall’ʿawra: molte autorità classiche lo hanno lasciato fuori dall’ʿawra ma hanno comunque imposto o raccomandato la copertura del volto quando c’è rischio di fitna. Tra gli shāfiʿiti, per esempio, il volto e le mani non sono ʿawra in origine, ma diversi testi ammettono che l’autorità possa prescriverne la copertura per interesse pubblico in contesti di seduzione diffusa, senza trasformarla per ciò stesso in ʿawra .

Il versetto del jilbāb (33:59)

“O Profeta, di’ alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, così da essere riconosciute e non essere molestate. Allah è perdonatore, misericordioso”

è spesso portato come base per la massima discrezione in presenza di estranei, e i mufassirīn sottolineano che lo scopo era riconoscere e proteggere: “affinché siano riconosciute e non subiscano offesa”.

Davanti a donne non musulmane, i giuristi hanno letto in due modi l’espressione “le loro donne” in 24:31. Una linea importante (Qurṭubī, Ibn ʿAbbās e altri) interpreta “le loro donne” come “le donne della loro religione”, limitando dunque l’allentamento davanti alle sole donne musulmane; un’altra, rappresentata da vari esegeti, la estende a tutte le donne in quanto tali. Molti manuali giuridici hanno finito per raccomandare prudenza con le non musulmane per evitare la descrizione dell’aspetto ai maschi, e diversi commentatori (come al-Ālūsī) hanno notato che in epoche e luoghi in cui è difficile custodire il pudore in ambienti femminili misti, la via più sicura è coprire di più anche davanti a non musulmane [Tafsīr su 24:31 e fatwā di uffici muftiali moderni che riassumono le due posizioni].

La linea contemporanea di alcuni uffici ufficiali (ad es. Malaysia/Jordania) spiega proprio così: in linea stretta, la misura potrebbe essere la stessa che davanti agli uomini maḥram, ma per prudenza – specie se c’è il rischio concreto che l’aspetto venga raccontato a estranei – si raccomanda di coprire come si farebbe davanti a non maḥram, salvo reale necessità [riepilogo con citazioni ai testi shāfiʿiti Qalyūbī/ʿUmayra e alla Mawsūʿa Fiqhiyya].

Con maḥram non musulmani (ad esempio un padre o fratello non musulmano), i testi classici non sempre distinguono esplicitamente; molti ḥanafiti trattano il maḥram in quanto tale senza condizionarlo alla fede, purché non sia di una setta che ammette matrimoni incestuosi. Di conseguenza, si applica in principio la stessa misura che con i maḥram musulmani, ma con la medesima clausola: se c’è timore di fitna o mancanza di pudore in quel contesto familiare, si restringe. Anche qui, i giuristi ricordano che la “via sicura” può prevalere sul permesso astratto quando mutano i contesti morali.

Sul piede femminile fuori dalla preghiera, la scuola ḥanafita – pur non includendolo nell’ʿawra secondo la posizione di fatwā più diffusa – lo considera punto “sensibile” in epoca di fitna e invita a coprirlo comunque, e tutte le scuole concordano che ciò che è sopra la caviglia è senz’altro ʿawra e va assolutamente coperto. I richiami contemporanei insistono su un errore ricorrente: concentrarsi sul volto e trascurare gambe/caviglie che si scoprono camminando o sedendosi; e ricordano che l’ʿawra riguarda ciò che è oggettivamente parte del dovere, mentre il ḥijāb del volto è materia distinta, legata al rischio di seduzione.

E gli uomini?

Per gli uomini, la misura minima dell’ʿawra è la zona compresa tra ombelico e ginocchio. Sulla inclusione tecnica di ombelico e ginocchio le scuole divergono: i ḥanafiti considerano il ginocchio parte dell’ʿawra, i malikiti includono il ginocchio e non l’ombelico secondo una corrente rilevante, gli shāfiʿiti e hanbaliti includono in genere il ginocchio; la prudenza pratica è coprire ben oltre il ginocchio con abiti non aderenti. La base testuale più citata è l’ordine al Compagno Jarhad: “Copri la coscia, perché la coscia è ʿawra” (riportato in Ḥadīth-sunan).

Anche per gli uomini vale il divieto di guardare l’ʿawra altrui e l’obbligo di distogliere lo sguardo. Al pari delle donne, è biasimevole il vestiario trasparente o così stretto da delineare la zona dell’ʿawra, sia in moschea sia in pubblico.

Un approfondimento:

Il tema storico della schiavitù merita una parentesi per completezza accademica. Tutte le scuole trattano in modo distinto la “ʿawra dell’āmāh” (schiava) e della donna libera, muovendosi tra due poli: il dato della prassi dei primi secoli e la protezione da fitna. Per molti mālikiti e shāfiʿiti l’ʿawra della schiava, rispetto ai non-maḥram, coincideva con quella minima (ombelico-ginocchio) – con varianti su ventre e schiena –, mentre tra i ḥanafiti si trovano testi che aggiungono ventre e dorso alla zona minima; altre voci hanno sostenuto un’analogia più stringente con la donna libera eccettuando testa e capelli. Molti commentatori, però, già secoli fa, legavano l’intera discussione alla sicurezza sociale: se vi è fitna diffusa, la schiava doveva coprirsi di più e gli uomini dovevano abbassare lo sguardo più rigorosamente. Alcune fatwā moderne riportano questo principio come chiave interpretativa: le enunciazioni antiche non autorizzano in alcun modo scoperture scandalose – si trattava di misure “minime” legate a un contesto regolato, non di inviti a esporre; in caso di corruzione ambientale, si impone maggiore copertura, punto. Oggi, grazie a Dio, l’istituto della schiavitù non ha alcuna presenza legale nel mondo musulmano e il discorso resta storico-dottrinale.

Rientrando alla prassi quotidiana, i giuristi applicano regole comuni anche a situazioni moderne: nelle palestre e negli spogliatoi vale per gli uomini il confine ombelico-ginocchio e per le donne, tra donne, lo stesso; gli hadith vietano di guardare e di mostrarsi in modo scoperto, e gli uffici d’iftāʾ scoraggiano ambienti promiscui e vesti aderenti o trasparenti. Nei bagni pubblici, le direttive profetiche sulle terme prescrivono l’uso dell’izār e la massima cautela: l’ingresso è permesso solo evitando l’esposizione dell’ʿawra, con separazione e modestia; molte fatwā ufficiali ribadiscono questi limiti per piscine e spa moderne [Tirmidhī/Ḥākim; irsyād al-fatwā ufficiali].

In medicina, si applica la regola di stretta necessità: si scopre solo la parte da curare, si privilegia il medico dello stesso sesso, e se l’esposizione compromette il pudore in modo sostanziale si ricorre a soluzioni alternative quando previste (ad esempio tayammum, se non si riesce a lavarsi senza esporsi a sguardi illeciti), perché coprire l’ʿawra non cessa di essere obbligo neppure quando si devono compiere altre obbligazioni – si conciliano i doveri nel miglior modo possibile.

In ḥajj e ʿumra, il Profeta ﷺ ha vietato alle donne in iḥrām niqāb e guanti, ma le Compagne abbassavano la stoffa sul volto alla presenza di uomini: si concilia così la regola rituale con la tutela dalla fitna [Bukhārī; al-Nasā’ī].

Le quattro scuole, punto per punto, convergono più di quanto divergano, ecco la sintesi operativa:

in ṣalāh, per la donna: ḥanafita e parte degli ḥanbaliti ammettono volto, mani e, secondo la posizione di fatwā più nota, piedi; shāfiʿita e molti mālikiti richiedono di coprire anche i piedi; tutte esigono stoffa opaca e non aderente [Sunan Abī Dāwūd 641; fatwā recenti sull’obbligo di coprire i piedi].

Fuori dalla ṣalāh, davanti ai non-maḥram, tutte trattano l’intero corpo come ʿawra e lasciano fuori volto e mani (sul volto resta la disputa ḥijāb/niqāb per fitna).

Davanti ai maḥram maschi, si concede capo, collo, avambracci e stinchi sotto il ginocchio, vietando ventre, schiena e quanto tra ombelico e ginocchia.

Davanti alle donne musulmane, si scende alla misura minima e si applica l’hadith che vieta di guardare l’ʿawra.

Davanti a donne non musulmane, si oscillò storicamente tra la concessionaria “come con le musulmane” e la restrittiva “come con non-maḥram”, e le fatwā ufficiali moderne orientano alla prudenza in contesti a rischio, ricordando la clausola della descrizione ai maschi.

Tra uomini: ʿawra da ombelico a ginocchio, ginocchio incluso secondo la prudenza condivisa, con il noto hadith di Jarhad; identica regola dinanzi a uomini non musulmani – qui la differenza di religione non incide sul dovere di copertura [hadith della coscia; riassunti delle scuole].

In privato, si conserva pudore almeno sulla zona minima salvo necessità.

Tra coniugi, è permesso tutto, ma si raccomandano modestia e buon gusto.

Nella vita comune, l’abbassare lo sguardo è complemento indispensabile alla copertura: i due versetti gemelli di 24:30–31 ordinano prima agli uomini e poi alle donne di custodire lo sguardo e il pudore, e gli esegeti classici (Ṭabarī, Ibn Kathīr, Qurṭubī) ricordano che l’ordine è universale e che “Allah è più degno d’essere temuto nel segreto che alla luce del sole”.

Qualche dettaglio tecnico aggiuntivo aiuta nella prassi: se una piccola parte si scopre in preghiera per breve tempo senza volontà, la ṣalāh non si invalida; se è un esposto evidente e prolungato, si ripete la preghiera secondo le condizioni fissate dai giuristi. E se, per esempio, una stoffa è abbastanza spessa da non lasciar trasparire la pelle ma aderisce e disegna la forma, la ṣalāh può essere valida ma l’indumento resta riprovevole, e per la donna può perfino essere illecito perché mostra le forme di ciò che è ʿawra.

Nella formazione spirituale, i sapienti hanno sempre insistito che ḥayāʾ non è solo “chiudere” ma “abitare” il pudore come bellezza: Ibn al-Qayyim, commentando gli stati del cuore, risale al ḥadīth “ogni religione ha un tratto distintivo e il tratto dell’Islam è il pudore”, e mostra come il pudore preservi anche la parola e il gesto; al-Nawawī, annotando “la prima e la seconda occhiata”, costruisce una disciplina dello sguardo che protegge l’anima prima ancora del corpo; in epoca recente, savi come Ibn Bāz e Ibn ʿUthaymīn hanno richiamato con forza il divieto di abiti trasparenti e aderenti e il dovere, per le donne, di non mostrare forme davanti a uomini e anche davanti a donne se questo ispira desiderio, richiamandosi al principio di blocco dei mezzi

Niqab/hijab durante il pellegrinaggio:

Una parola finale su ḥijāb/niqāb nel rito del pellegrinaggio, spesso fraintesa: alle donne in iḥrām è vietato il niqāb e i guanti, ma non è vietato schermare il volto passando la stoffa quando transitano uomini – è ciò che fecero alcune Compagne, con il consenso dei sapienti – mantenendo così la distinzione tra il divieto rituale di “indossare” e il dovere etico di prevenire la fitna [Bukhārī 1838; al-Nasā’ī 2673]. In tutto, il criterio guida non è l’ossessione per il dettaglio, ma la ricerca della purezza sociale: l’Islam vuole case e strade abitabili, dove la bellezza sia custodita e non mercificata, dove l’amore coniugale abbia un santuario e le interazioni sociali siano libere da malizia. Per questo le regole appaiono puntigliose: perché difendono un bene delicato.


Susanna Gagliano

Susanna Gagliano
Susanna Gagliano
Articoli: 48

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

💬 Chiedi a Noor