عَنْ ثَوْبَانَ، قَالَ: قَالَ رَسُولُ اللَّهِ ﷺ:
«يُوشِكُ الأُمَمُ أَنْ تَدَاعَى عَلَيْكُمْ كَمَا تَدَاعَى الأَكَلَةُ إِلَى قَصْعَتِهَا».
فَقَالَ قَائِلٌ: وَمِنْ قِلَّةٍ نَحْنُ يَوْمَئِذٍ؟
قَالَ: «بَلْ أَنْتُمْ يَوْمَئِذٍ كَثِيرٌ، وَلَكِنَّكُمْ غُثَاءٌ كَغُثَاءِ السَّيْلِ، وَلَيَنْزِعَنَّ اللَّهُ مِنْ صُدُورِ عَدُوِّكُمُ الْمَهَابَةَ مِنْكُمْ، وَلَيَقْذِفَنَّ اللَّهُ فِي قُلُوبِكُمُ الْوَهْنَ».
فَقَالَ قَائِلٌ: يَا رَسُولَ اللَّهِ، وَمَا الْوَهْنُ؟
قَالَ: «حُبُّ الدُّنْيَا وَكَرَاهِيَةُ الْمَوْتِ».
Thawbān (che Allah si compiaccia di lui) riferì che il Messaggero di Allah ﷺ disse:
«Presto le nazioni si raduneranno contro di voi come i commensali si radunano intorno al loro piatto».
Qualcuno chiese: «Sarà forse perché saremo pochi quel giorno?».
Il Profeta ﷺ rispose: «Al contrario, quel giorno sarete molti, ma sarete come la schiuma trasportata dalla corrente. Allah toglierà dai cuori dei vostri nemici il timore che avevano di voi, e getterà nei vostri cuori la wahn».
Qualcuno chiese: «O Messaggero di Allah, che cos’è la wahn?».
Egli ﷺ rispose: «L’amore per la vita terrena e l’odio per la morte».
Fonte: Sunan Abī Dāwūd (4297)
L’hadīth che apre questa meditazione non è un semplice ammonimento morale ma una lampada che illumina sia la diagnosi sia la cura: il Profeta ﷺ avvertì che verrà un tempo in cui le nazioni si raduneranno contro i musulmani “come i commensali intorno al piatto”; non perché i musulmani saranno pochi, ma perché saranno numerosi come schiuma trascinata dalla piena — senza peso, senza forza — mentre Allah toglierà il timore che i nemici provavano nei loro confronti e getterà nei loro cuori il wahn: quell’amore per la vita mondana e quell’avversione per la morte che svuotano il coraggio, uccidono il sacrificio e ammutoliscono il dovere di testimoniare la verità. Questa parola — al-wahn — deve rimbombare nelle nostre orecchie, perché è la diagnosi del morbo che ci impedisce di rialzarci.
Ecco la prima verità che chi legge deve portarsi dentro: l’umiliazione non è soltanto esterna; spesso è il frutto di malattie interiori. La Sūra ar-Raʿd ci ricorda che “Allah non cambia la condizione di un popolo finché essi non cambiano ciò che è in loro stessi”. Questo versetto non è una frase di comodo: è la dinamica della responsabilità collettiva — e quando viene spiegato dai sapienti (come nel Tafsīr di Ibn Kathīr) appare chiaro che il cambiamento che aspettiamo dal cielo deve prima avvenire dentro le nostre case, nei cuori e nelle istituzioni. La religione non è una scusa per l’immobilismo. È una chiamata alla trasformazione morale e pratica.
Per capire la gravità del presente bisogna ricordare il passato: la Ummah che oggi talvolta si vergogna davanti al sapere e alla tecnologia è la stessa Ummah che fu faro di civiltà. Nei secoli che gli storici chiamano “Età d’Oro islamica” la comunità musulmana ha dato al mondo nomi e scoperte che ancora portiamo come patrimonio: algebra e algoritmo da al-Khuwārizmī, una teoria dell’ottica sperimentale da Ibn al-Haytham, grandi enciclopedie di medicina da al-Rāzī e Avicenna, mappe che aprirono rotte, università come al-Qarawiyyin e Al-Azhar che fondarono il concetto di istituzione educativa continua. Non è un racconto nostalgico: è una prova storica che la nostra Tradizione è compatibile con la scienza, con la pratica, con la costruzione del mondo. Ma quei fiori non fiorirono da soli: fiorirono perché c’erano istituzioni che pagavano e stimavano il sapere, perché c’era una cultura che legava la ricerca alla responsabilità religiosa e perché la società era orientata al merito e al servizio. Possiamo ricominciare dallo stesso impulso.
Quando la Ummah era al suo apice, non era solo per la forza militare, l’espansione o le conquiste nel campo delle scienze e delle arti. La vera forza stava nella corretta comprensione del tawḥīd, nella purezza della fede, nel vivere secondo la via di Allāh ﷻ con sincerità e sottomissione. I sapienti erano fari che guidavano la comunità: uomini che si distaccavano dalla Dunya e dedicavano le loro vite alla conoscenza, allo studio e all’insegnamento.
Pensiamo all’Imām an-Nawawī رحمه الله: non si sposò mai, mangiava pochissimo, dormiva poco, rifiutava incarichi mondani, e consacrò la sua vita intera allo studio, all’insegnamento e alla scrittura di opere che ancora oggi nutrono la Ummah, come Riyāḍ al-Ṣāliḥīn e al-Majmūʿ. Era un uomo che viveva il tawḥīd non solo con la lingua, ma con la sua intera esistenza, fuggendo dalla gloria terrena per cercare solo il volto di Allāh. Questo spirito di distacco dalla Dunya e di sincerità totale ha reso grandi i nostri sapienti e, attraverso di loro, la Ummah.
Non dimentichiamo Imām Abū Ḥanīfa رحمه الله, che rifiutò la carica di giudice offertagli dal califfo, preferendo la prigione piuttosto che vendere la sua religione; o Imām Mālik رحمه الله, che rimase saldo contro le pressioni dei governanti; o Imām al-Ghazālī رحمه الله, che abbandonò fama e prestigio per ritirarsi e rinnovare la sua intenzione, prima di tornare come riformatore della Ummah. Tutti loro furono uomini di tawḥīd, sincerità e sacrificio.
È questo spirito che rese grande la Ummah: non solo l’avanzamento tecnologico o culturale, ma la fedeltà al patto con Allāh, la centralità del tawḥīd, e il lavoro instancabile dei sapienti che custodirono la fede con il loro esempio e con le loro opere immortali.
Che cosa è successo, dunque? Perché quella forza si è affievolita? Le risposte sono molteplici e intrecciate: degrado spirituale, corruzione morale, interessi particolari, divisioni politiche, colonizzazioni e ingerenze esterne, decadimento delle istituzioni educative, perdita di spirito etico nel governo. Ma sorprendentemente incisiva è la diagnosi dei sapienti classici: l’allontanamento dal timore riverente di Allah, l’attaccamento alla dūnyā, la perdita della disciplina e della ummah come forza morale (al-asabiyyah) portano al decadimento lento e persistente. Ibn Khaldūn, analizzando la vita delle civiltà, ci ha insegnato che le società vivono cicli: la forza originaria (asabiyyah) costruisce grandezza, poi la ricchezza e la comodità corrodono lo slancio originale, ed ecco che comincia la decadenza. Non è una teoria fatalista: è un invito a comprendere la dinamica sociale per poterla invertire. La psicologia della comunità cambia prima della storia politica; se la comunità perde ardore, anche le istituzioni si sfaldano.
Nella sfera personale, al-Ghazālī non è meno acuto: la sua opera sull’anima mostra come l’amore eccessivo per il mondo renda la fede fragile e priva di integrità. La perdita di ardore spirituale si manifesta come distrazione, come un cuore che non brucia più per Allah e per la verità. Non fu la scienza che tradì l’Islam, ma a volte la perdita di profondità spirituale e la degenerazione dell’educazione hanno reso la scienza sterile, priva di un progetto etico che la guidi. Quando la conoscenza non è innervata da akhlāq, può essere usata contro la giustizia e contro l’uomo; viceversa, quando la spiritualità non si traduce in azione concreta, resta intima e incapace di cambiare la società.
Fratelli e sorelle nell’Islām, riflettiamo con sincerità: la nostra Ummah, che un tempo fu faro di civiltà, oggi attraversa un periodo di grande prova e difficoltà. Non possiamo negarlo, né possiamo fuggire dalla realtà.
Oggi viviamo una frattura interiore. Non è tanto il “nemico esterno” ad averci sottomesso, ma l’indebolimento interno: ignoranza, divisioni, amore per la Dunya, abbandono della conoscenza e della pratica sincera.
È facile cadere nella trappola di puntare il dito contro “gli altri”: l’Occidente, i nemici dell’Islām, i complotti. Certo, esistono ingiustizie, oppressioni e guerre imposte dall’esterno. Ma ridurre tutto a questo significa ingannare noi stessi.
I grandi sapienti ci hanno insegnato che quando Allāh permette che la Ummah sia colpita, non è mai senza motivo.
Allāh non cambia la condizione di un popolo finché esso non cambia ciò che è in se stesso (Corano, 13:11).
Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: se oggi la Ummah è debole, non è solo a causa dell’Occidente o dei “nemici esterni”. La verità è che, spesso, siamo noi stessi i responsabili. Ibn Khaldūn, grande storico musulmano, spiegava che le civiltà decadono dall’interno prima ancora che dall’esterno, quando perdono la loro forza spirituale e la loro coesione.
Anche studiosi moderni, musulmani e non, hanno osservato che le potenze coloniali hanno potuto dominare gran parte del mondo musulmano perché lo hanno trovato diviso, impoverito nella sua conoscenza e frammentato. In altre parole: hanno trovato porte già aperte.
Non serve dunque alimentare la narrativa sterile del “noi contro loro”. È vero che ci sono stati crimini coloniali, sfruttamento e oppressione, e su questo la storia è chiara. Ma non possiamo fermarci lì. Se continuiamo a dare la colpa solo agli altri, rischiamo di rimanere vittime della nostra stessa impotenza, senza mai risollevarci.
Imām al-Ḥasan al-Baṣrī رحمه الله diceva: «Per Allāh, non vedo che un popolo sia stato punito da Allāh con un castigo più duro dell’indurimento dei loro cuori.» Ed è questo che dobbiamo temere: che i nostri cuori si siano induriti, che ci siamo attaccati alla Dunya, e che abbiamo perso la forza del tawḥīd.
La riflessione che ogni musulmano deve fare è questa: invece di accusare gli altri, guardiamoci dentro. Cosa sto facendo io per la mia religione? Quanto studio, quanto metto in pratica, quanto vivo il tawḥīd nella mia vita quotidiana?
Perciò, fratelli e sorelle, la via per la rinascita non è nell’odio, né nella vittimizzazione, né nel pianto sterile. La via è nel tornare al Corano e alla Sunnah con comprensione autentica, nel riscoprire l’amore per la conoscenza, nell’unirci come Ummah sotto la bandiera del tawḥīd.
La forza del nostro passato fu la forza della fede, della sincerità, del sacrificio e della conoscenza. Se vogliamo un futuro migliore, dobbiamo ricominciare da lì.
Accettare la diagnosi non significa restare vittime, ma attivare una cura che sia insieme spirituale, culturale ed economica. Riprendere il jihād, nelle sue accezioni autentiche, non vuol dire cadere in fanatismo ma ri-prendere il senso dell’impegno, della difesa della verità, della responsabilità pubblica: jihād al-nafs (la lotta contro i propri vizi), jihād bil-qalam (la lotta intellettuale, educativa), jihād bil-mal (sponsorizzare la comunità con risorse giuste), jihād bil-maʿrifa (innovazione e scienza al servizio dell’umanità). La rinascita richiede che noi smettiamo di indulgere in comodità e che ritorniamo a una forma di disciplina sociale: scuole che elevano, istituti che finanziano ricerca, centri che coltivano l’etica professionale e l’imprenditorialità. Non si tratta di isolarsi: si tratta di essere presenti nel mondo con identità forte, competenza e integrità.
Dev’essere chiaro che l’educazione è il nucleo della ripresa: la casa, la madrasa, l’università, l’impresa devono essere tutte luoghi che forgiano carattere e competenza. Il modello storico fu duplice: amore per il sapere e supporto istituzionale. La tradizione islamica ha detto sempre: talb al-ʿilm farḍ ʿalā kulli Muslim (la ricerca del sapere è obbligazione su ogni musulmano). Se questo impulso si ritorce contro la nostra pigrizia, la scusa della “dunyā moderna” non reggerà. Il giovane ingegnere, l’imprenditore etico, il medico che cura con compassione, il ricercatore che lavora per il bene comune — tutti questi ruoli sono jihād nella loro essenza quando nati dall’intenzione di servire Allah e la creazione.
La rinascita richiede poi economia: una Ummah indipendente ha bisogno di imprese, banche etiche, reti di produzione, tecnologie proprie e formazione tecnica avanzata. Non possiamo aspettare che altri decidano del nostro futuro: l’autonomia economica è parte della dignità. Lo sappiamo da quando la nostra storia era un motore di commercio e di invenzione: la scienza fiorì dove c’era una economia che la sosteneva. Ricostruire catene di valore, reti di commercio etico, poli tecnologici e incubatori d’impresa è un dovere collettivo, non un lusso. Questo richiede visionari — giovani che puntano in alto, che aspirano ad essere giudici, scienziati, astronauti, leader politici sani, imprenditori coraggiosi — ma soprattutto richiede comunità che li sostengano.
A livello politico e sociale non basta l’indignazione: la vera politica della rinascita è la costruzione di istituzioni giuste. Quando lo Stato è giusto, la giustizia sociale fiorisce; quando la corruzione governa, i talenti scappano o si corrompono. Dobbiamo quindi reclamare leadership trasparente, accountability, leggi che non favoriscano interessi privatistici e un sistema che ricompensi merito e servizio. Qui la teologia dell’imamato e della responsabilità pubblica trova il suo punto d’incontro con pratiche concrete: governanti che ascoltano, consultano, si formano, e che sono riformabili dalla comunità.
La questione dei giovani è centrale e delicata: non sono “perduti” per definizione. Molte volte i giovani non trovano ambienti che li alimentino. Creare percorsi di eccellenza — borse di studio, programmi di mentorship, network professionali islamici — può cambiare la traiettoria di generazioni. Serve un linguaggio che parli ai giovani: non solo ammonimenti, ma progetti concreti; non solo nostalgie, ma ponti verso professioni d’avanguardia. Occorre anche recuperare la dignità femminile in tutte le professioni: medici, giudici, scienziate, ingegnere, imprenditrici. La Ummah non è completa se non valorizza il talento di tutte le sue figlie e figli.
La riforma morale è imprescindibile. Non basta formare ingegneri virtuosi: bisogna formare persone il cui agire economico, politico e sociale sia permeato da akhlāq. Qui entrano gli esempi dei grandi: la responsabilità dell’educatore, dell’imam, del dottore che non accetta soprusi, dell’imprenditore che rifiuta pratiche disoneste. Persone così sono contagiose: ricostruiscono fiducia.
Ma come mettere in moto tutto questo? Con umiltà, con programma, con pazienza: pentimento sincero (tawba), ritorno al Corano e alla Sunnah con intelligenza, lotta contro le innovazioni religiose che distorcono la pratica, ricostruzione di scuole e istituzioni, investimento nell’educazione tecnica e scientifica, creazione di ecosistemi imprenditoriali etici, apertura al dialogo con il mondo quando serve, ma fermezza sui principi quando occorre. Questa è la sintesi praticabile di una teologia che non si limita a parole sacre ma pretende frutti nella società. Il Profeta ﷺ non voleva che i suoi figli spirituali fossero solo contemplativi; voleva che fossero agenti di cambiamento.
Non mancano esempi, nemmeno oggi: ci sono scienziati musulmani, medici, ingegneri, imprenditori, intellettuali che mantengono la fede e contribuiscono al bene umano. La nostra sfida è moltiplicarli, organizzarli, dargli risorse e dignità pubblica. Le moschee e le scuole possono diventare incubatrici di talenti; le ONG e le imprese etiche possono incidere sull’economia; le reti internazionali di ricerca possono includere e valorizzare il sapere prodotto nei paesi a maggioranza musulmana.
Non cadiamo nella tentazione di dire “è colpa degli altri”. Sì, ci sono ingiustizie storiche e geopolitiche; ma l’islam insegna la responsabilità: se vogliamo che Allah cambi la nostra condizione, dobbiamo cambiare ciò che è in noi. Questo non è fatalismo, ma responsabilità: prendere atto della propria condizione spirituale, morale e istituzionale e agire in tutte le dimensioni. Questo è ciò che i salaf e i grandi sapienti han sempre indicato: correzione dei cuori, poi delle comunità; educazione, poi riforma; conoscenza, poi applicazione.
Il richiamo finale è dunque doppio: guardare al passato non per rimpiangerlo, ma per imitarne le dinamiche virtuose; guardare al futuro con la certezza che la Ummah è capace di rinascere perché il suo progetto è quello della misericordia e della giustizia. Non serve solo nostalgia, serve laboriosità: riprendere la dignità attraverso la scienza, l’etica, l’economia, la politica, l’educazione. Serve che ogni giovane e ogni giovane sorella sappia che lo studio, il sacrificio e la buona intenzione sono i mattoni di una nuova grandezza. Serve che gli anziani non si rassegnino e che i leader non cedano alla corruzione.
Concludo con la dimensione più alta: tutto questo è atto di servitù a Allāh. La vittoria finale è nelle Sue mani, ma la strada per meritarla è nella nostra responsabilità. Quando la comunità smette di inseguire solo il lusso e la facilità e ritorna al cammino della rettitudine, della ricerca del bene e dell’impegno sociale, allora la promessa divina — che la parola di Allah sarà elevata e che la verità trionferà — può manifestarsi nuovamente. Questo è un invito alla speranza operosa: pentitevi, studiate, lavorate, unitevi nella verità, costruite istituzioni che valgano la pena. Così la Ummah potrà tornare ad essere quella luce per le genti che Allah ha voluto.
Il Profeta Muḥammad ﷺ disse:
«In verità, Allāh non toglierà la conoscenza strappandola via dai cuori delle persone, ma la toglierà facendo morire i sapienti, fino a che, quando non resterà più alcun sapiente, la gente prenderà a guida degli ignoranti che, interrogati, daranno giudizi senza conoscenza: si smarriranno e smarriranno gli altri.»
(Sahīḥ al-Bukhārī, Sahīḥ Muslim)
Fratelli e sorelle, riflettiamo profondamente: la vita terrena è effimera, un battito di ciglia rispetto all’Akhirah, che è eterna. Tutto ciò che amiamo qui – la ricchezza, il potere, il prestigio – è destinato a svanire. Se abbandoniamo Allāh per la Dunya, Allāh potrebbe abbandonarci nell’Akhirah e lasciar decadere la nostra Ummah. Ma se torniamo a Lui con sincerità, pentimento e fermezza, allora la nostra Ummah può risorgere dalle ceneri e brillare di nuovo come faro di giustizia, conoscenza e guida.
Chiediamoci con sincerità: vogliamo restare spettatori della nostra debolezza, o vogliamo agire, elevarci e incarnare il ruolo di Khalīfah di Allāh sulla terra? La risposta non può essere né tiepida né superficiale: è un impegno totale, nel cuore, nella mente e nelle azioni.
Riprendiamo lo spirito dei nostri grandi sapienti, che vissero distaccati dalla Dunya, immersi nello studio e nell’insegnamento, devoti al tawḥīd e alla Sunnah. Impariamo da loro, lasciamo la pigrizia spirituale e la paura, abbandoniamo il wahn, e torniamo ad amare la scienza, il lavoro, l’impegno, la conoscenza e la pratica della fede.
Che la nostra Ummah diventi di nuovo forte, indipendente, rispettata, capace di guidare il mondo con la luce dell’Islām, attraverso la giustizia, l’onestà e il sapere. Che i nostri giovani fratelli e sorelle siano professionisti, studiosi, imprenditori, medici, ingegneri, ricercatori: che siano fari di luce e conoscenza, come ci ha insegnato il Profeta ﷺ.
Chiediamo ad Allāh, l’Eccelso e l’Onnipotente, che ci conceda:
- pentimento sincero verso di Lui;
- rettitudine nel seguire il Suo Ordine;
- collaborazione nel bene e nella pietà;
- preparazione e fermezza contro i nemici;
- comprensione profonda della religione;
- pazienza nell’obbedienza a Lui;
- allontanamento da ciò che provoca la Sua collera;
- protezione dalle prove che sviano;
- vittoria della Sua religione;
- innalzamento della Sua Parola;
- unità dei musulmani sulla verità e sulla guida;
- riforma dei nostri governanti e chiarezza per chi guida la Ummah.
In verità, Egli è l’Audiente, il Vicino.
Che Allah ci dia sincerità nel cuore, coraggio nelle azioni e perseveranza nel compito. Wa ṣallā Allāhu ʿalā Rasūlihi Muḥammad, wa ʿalā ālihi wa ṣaḥbihi wa sallam..
Amīn.
Wa ṣallā Allāhu ʿalā Rasūlihi Muḥammad, wa ʿalā ālihi wa ṣaḥbihi wa sallam.
Wa ʾākhiru daʿwānā ʾani l-ḥamdu lillāhi rabbil-ʿālamīn.
Fonti:
Fonti principali consultate per questa riflessione (per chi vuole approfondire): per il hadīth di al-wahn e la sua autenticità vedi la registrazione in Sunan Abī Dāwūd; per la riflessione sul versetto “Inna Allāha lā yughayyiru mā biqawmin ḥattā yughayyirū mā bi’anfusihim” e il Tafsīr di Ibn Kathīr; per la rassegna storica sull’età d’oro e i suoi protagonisti (al-Khuwārizmī, Ibn al-Haytham, Avicenna, al-Rāzī, Al-Azhar, la House of Wisdom) vedi gli studi storici e sintetici sull’Islamic Golden Age; per gli argomenti sociologici e la teoria dei cicli civili vedi la Muqaddimah di Ibn Khaldūn; per la dimensione spirituale e la diagnosi dell’amore della dūnyā vedi l’Iḥyāʾ di al-Ghazālī.



