Ayat al-Kursi: il Verso del Trono spiegato dalla tradizione sunnita ortodossa

Scopri il significato profondo di Ayat al-Kursi (Al-Baqarah 2:255): i Nomi divini al-Ḥayy e al-Qayyūm, la posizione ash'arita-maturidita sul Kursi, i hadith autentici sulle sue virtù. Una guida completa dalla tradizione di ahl al-sunnah.

Ci sono parole che le labbra conoscono prima che le conosca il cuore. Parole che entrano nella vita di un musulmano attraverso l’imitazione, la ripetizione, l’abitudine – e che per questa stessa ragione rischiano di restare in superficie, eleganti suoni arabici privi della loro carica esplosiva di significato. Ayat al-Kursi (āyat al-kursī – آية الكرسي, il Verso del Trono) è tra queste parole. Ogni giorno, in ogni angolo del mondo musulmano, milioni di persone la recitano dopo il salat (ṣalāh – صلاة, la preghiera rituale), prima di dormire, entrando in casa, nei momenti di paura. Le labbra si muovono con sicurezza; il cuore, spesso, non sa dove si trovi.

Questo articolo non è un altro elenco di “virtù di Ayat al-Kursi”. Non è una lista di cose belle da sapere. È un invito a fermarsi davvero su cinquantaquattro parole arabe – il cinquantacinquesimo versetto della Surah al-Baqarah (Sūrat al-Baqarah – سورة البقرة, la seconda surah del Qur’an) – e a scoprire che in esse è contenuta una delle più alte professioni di fede monoteistica mai formulate nella storia dell’umanità. Non per esagerazione retorica, ma per pura analisi teologica.


اللَّهُ لَا إِلَٰهَ إِلَّا هُوَ الْحَيُّ الْقَيُّومُ ۚ لَا تَأْخُذُهُ سِنَةٌ وَلَا نَوْمٌ ۚ لَهُ مَا فِي السَّمَاوَاتِ وَمَا فِي الْأَرْضِ ۗ مَنْ ذَا الَّذِي يَشْفَعُ عِنْدَهُ إِلَّا بِإِذْنِهِ ۚ يَعْلَمُ مَا بَيْنَ أَيْدِيهِمْ وَمَا خَلْفَهُمْ ۖ وَلَا يُحِيطُونَ بِشَيْءٍ مِّنْ عِلْمِهِ إِلَّا بِمَا شَاءَ ۚ وَسِعَ كُرْسِيُّهُ السَّمَاوَاتِ وَالْأَرْضَ ۖ وَلَا يَئُودُهُ حِفْظُهُمَا ۚ وَهُوَ الْعَلِيُّ الْعَظِيمُ

Traslitterazione: Allāhu lā ilāha illā Huwa, al-Ḥayyu al-Qayyūm, lā ta’khudhuhu sinatun wa-lā nawm, lahu mā fī al-samāwāti wa-mā fī al-arḍ, man dhā alladhī yashfa’u ‘indahu illā bi-idhnih, ya’lamu mā bayna aydihim wa-mā khalfahum, wa-lā yuḥīṭūna bi-shay’in min ‘ilmihi illā bi-mā shā’, wasi’a kursiyyuhu al-samāwāti wa-al-arḍ, wa-lā ya’ūduhu ḥifẓuhumā, wa-Huwa al-‘Aliyyu al-‘Aẓīm. (Al-Baqarah 2:255)

Traduzione: «Allah – non c’è divinità all’infuori di Lui, il Vivente, il Sussistente da Sé. Non Lo prende né sonnolenza né sonno. A Lui appartiene ciò che è nei cieli e sulla terra. Chi è colui che può intercedere presso di Lui se non con la Sua autorizzazione? Egli sa ciò che è davanti a loro e ciò che è dietro di loro. Essi non possono abbracciare nulla della Sua scienza se non ciò che Egli vuole. Il Suo Kursi si estende sui cieli e sulla terra e a Lui non pesa la custodia di entrambi. Egli è l’Altissimo, il Grandissimo.»


Il Profeta Muhammad ﷺ fu esplicito e diretto sulla grandezza di questo versetto. Il Compagno Ubayy ibn Ka’b رضي الله عنه tramanda – ed è una narrazione contenuta nel Ṣaḥīḥ Muslim – che il Profeta ﷺ gli chiese un giorno quale fosse il versetto più grande del Qur’an. Ubayy ibn Ka’b رضي الله عنه rispose con le prime parole di Ayat al-Kursi. Il Profeta ﷺ lo colpì affettuosamente sul petto, segno di approvazione e soddisfazione, e disse: «Possa la conoscenza essere piacevole per te, Abu al-Mundhir!»

Questo gesto – quella percossa sul petto, quell’approvazione luminosa – non è un dettaglio decorativo da lasciare ai margini. È la certificazione profetica che tra tutti i versetti del Qur’an, questo occupa un rango supremo. Non il più bello. Il più grande. E la grandezza, in questo contesto, si misura in profondità teologica, in completezza di rivelazione sulla natura di Allah subhanahu wa-ta’ala.


Il versetto si apre con il Nome per eccellenza: Allah (الله). Non un aggettivo, non un attributo, non un titolo. Il Nome proprio che non appartiene a nessun altro essere nell’universo, il Nome che contiene in sé tutti gli altri Nomi e tutti gli altri attributi. Lā ilāha illā Huwa (لَا إِلَٰهَ إِلَّا هُوَ) – non c’è divinità all’infuori di Lui. La shahada (shahādah – شهادة, testimonianza di fede), il cuore dell’Islam, si trova già nelle prime parole del versetto.

E poi, immediatamente, due dei Nomi che i grandi teologi sunniti hanno identificato come i Nomi più elevati di Allah subhanahu wa-ta’ala: al-Ḥayy (الحي) e al-Qayyūm (القيوم).


Al-Ḥayy – il Vivente. Non il “vivente” nel senso che diamo abitualmente a questa parola quando descriviamo un essere biologico che respira, che ha un cuore che batte, che dipende da un ecosistema per sopravvivere. Al-Ḥayy indica una vita assoluta, necessaria, senza inizio e senza fine, senza dipendenza da alcunché di esterno. È la vita che è l’attributo stesso di Allah subhanahu wa-ta’ala da tutta l’eternità e per tutta l’eternità.

Al-Ghazali رحمه الله, nel suo trattato sui Nomi divini al-Maqṣad al-Asnā fī sharḥ asmā’ Allāh al-ḥusnā (المقصد الأسنى), insegna che al-Ḥayy indica che Allah subhanahu wa-ta’ala è Colui al quale appartiene la vita nella sua pienezza assoluta: non c’è nulla che possa minacciarla, limitarla, o porvi fine. Ogni altra forma di vita nell’universo è una forma di vita concessa, dipendente, precaria. La Sua vita è la fonte di tutte le vite, il fondamento ontologico di ogni esistenza.


Al-Qayyūm è ancora più denso e più difficile da tradurre con adeguatezza. Deriva dalla radice q-w-m (ق-و-م), che esprime il concetto di “stare in piedi”, “sostenersi”, “essere il fulcro”. Al-Qayyūm significa Colui che sussiste da Sé, che non ha bisogno di nulla per esistere, e che allo stesso tempo è il Sostegno di tutto il resto. Ogni cosa che esiste nell’universo – ogni particella subatomica, ogni galassia, ogni istante di tempo, ogni pensiero umano – esiste soltanto perché Allah subhanahu wa-ta’ala la sostiene nell’esistenza in ogni momento.

Non è un atto che Allah subhanahu wa-ta’ala ha compiuto una volta, alla creazione. È un atto continuo, permanente, inesauribile. Se Allah subhanahu wa-ta’ala “ritirasse” il Suo sostegno anche solo per un istante, l’universo cesserebbe di esistere. Questo non è misticismo: è la corretta comprensione teologica dell’ontologia islamica, come insegnata dalla tradizione ash’arita e maturidita.


La coppia al-Ḥayy – al-Qayyūm appare più volte nel Qur’an — in Al-Baqarah 2:255, in Āl ‘Imrān 3:2, e in Ṭā-Hā 20:111 – sempre come fondamento della descrizione divina. Diversi hadith narrati dai Compagni riferiscono che il Profeta ﷺ indicò queste due parole come parte dell’Ism al-A’ẓam (al-Ism al-A’ẓam – الاسم الأعظم, il Nome Supremo di Allah), quel Nome la cui invocazione è particolarmente accettata.

Fermiamoci qui un istante. Se ogni volta che reciti Ayat al-Kursi ti fermi solo su queste due parole – al-Ḥayy, al-Qayyūm – e lasci che il cuore le riceva davvero, la tua recitazione non sarà mai più un’abitudine automatica.


Lā ta’khudhuhu sinatun wa-lā nawm (لَا تَأْخُذُهُ سِنَةٌ وَلَا نَوْمٌ) – non Lo prende né sonnolenza né sonno. La sinat (sinah – سِنَة) è la sonnolenza, il torpore leggero che precede il sonno vero, quando la coscienza comincia ad allentare la propria presa sul mondo. Il Qur’an nega questa sonnolenza prima ancora di negare il sonno stesso, e l’ordine è teologicamente deliberato. Si dice prima il grado minimo e poi si nega il grado massimo: neppure il livello più lieve di abbandono della coscienza può sfiorare Allah subhanahu wa-ta’ala.

Gli esseri umani sono creature soggette a stati alternati: veglia e sonno, consapevolezza e inconsapevolezza. Allah subhanahu wa-ta’ala è radicalmente altro. Il Suo controllo sul creato non si allenta mai, neppure per un battito di ciglia. Chi capisce questo versetto non può più avere paura dell’abbandono, perché sa che non esiste momento in cui l’Universo sia “senza sorveglianza”.


Lahu mā fī al-samāwāti wa-mā fī al-arḍ (لَهُ مَا فِي السَّمَاوَاتِ وَمَا فِي الْأَرْضِ) – a Lui appartiene ciò che è nei cieli e ciò che è sulla terra. La particella araba lahu (لَهُ) porta un senso di possesso esclusivo e assoluto. Non “esiste qualcosa nei cieli e sulla terra”, non “controlla qualcosa”: tutto ciò che è nei cieli e sulla terra Gli appartiene con un possesso senza condivisioni. La mulk (mulk – مُلك, il dominio regale) di Allah subhanahu wa-ta’ala non è condivisa.

Non ci sono zone d’ombra nel Suo dominio, territori in cui un’altra potenza possa rivendicare autorità. Il diavolo agisce nell’universo di Allah subhanahu wa-ta’ala soltanto per Sua concessione; il male esiste soltanto nell’ambito di una sapienza che la mente creata non riesce ad abbracciare pienamente. Tutto, assolutamente tutto è sotto la Sua signoria.


Man dhā alladhī yashfa’u ‘indahu illā bi-idhnih (مَنْ ذَا الَّذِي يَشْفَعُ عِنْدَهُ إِلَّا بِإِذْنِهِ) — chi è colui che può intercedere presso di Lui se non con la Sua autorizzazione? Questa domanda retorica è tra le dichiarazioni teologicamente più precise del Qur’an. Afferma due cose contemporaneamente: che l’intercessione (shafā’ah – شفاعة) esiste, e che è radicalmente subordinata alla volontà di Allah subhanahu wa-ta’ala.

Questo versetto è la risposta definitiva sia a chi nega l’intercessione in modo assoluto – posizione che confligge con numerosi hadith sahih – sia a chi la concepisce come indipendente dalla volontà divina – posizione che confligge con il tawhid. Il Profeta ﷺ intercederà nel Giorno del Giudizio per la sua Umma: lo attestano hadith mutawatir (mutawātir – متواتر, narrati attraverso catene di trasmissione così numerose da escludere ogni dubbio ragionevole). Ma questa intercessione avverrà soltanto quando Allah subhanahu wa-ta’ala lo permetterà.

Non è una negoziazione. È un dono che Allah subhanahu wa-ta’ala fa alla Sua Umma attraverso il Suo Amato Messaggero ﷺ.


«Ya’lamu mā bayna aydihim wa-mā khalfahum, wa-lā yuḥīṭūna bi-shay’in min ‘ilmihi illā bi-mā shā’»Egli sa ciò che è davanti a loro e ciò che è dietro di loro, e non possono abbracciare nulla della Sua scienza se non ciò che Egli vuole. Mā bayna aydihim (مَا بَيْنَ أَيْدِيهِمْ) – letteralmente “ciò che è tra le loro mani”, cioè il presente e il futuro. Mā khalfahum (مَا خَلْفَهُمْ) – il passato. La Sua ‘ilm (‘ilm – علم, scienza) abbraccia tutto il tempo senza eccezioni.

E poi la seconda parte della frase stabilisce il confine epistemologico assoluto: le creature non possono accedere alla scienza di Allah subhanahu wa-ta’ala se non nella misura in cui Egli vuole che vi accedano. Tutta la conoscenza che l’umanità ha accumulato nei millenni è ciò che Allah subhanahu wa-ta’ala ha permesso che si scoprisse. Non è un limite umano che verrà superato con più ricerca o più tecnologia: è una struttura ontologica della realtà.


E qui arriviamo al cuore del versetto, alla parola che gli dà il nome.

Wasi’a kursiyyuhu al-samāwāti wa-al-arḍ (وَسِعَ كُرْسِيُّهُ السَّمَاوَاتِ وَالْأَرْضَ) – il Suo Kursi (Kursi – كرسي, Trono/Seggio) si estende sui cieli e sulla terra.

Il Kursi è la questione teologica più delicata del versetto, ed è esattamente qui che la tradizione sunnita ortodossa chiede al credente di applicare il metodo con la massima precisione. L’approccio di ahl al-sunnah wa al-jamā’ah (أهل السنة والجماعة), nella formulazione trasmessa attraverso la scuola ash’arita e quella maturidita, è quello del tafwīḍ (tafwīḍ – تفويض, affidamento del significato preciso ad Allah subhanahu wa-ta’ala) accompagnato dalla tanzīh (tanzīh – تنزيه, affermazione dell’assoluta trascendenza divina): si afferma il Kursi così come il Qur’an lo menziona, se ne crede la realtà, ma non se ne specifica la modalità (kayfiyyah – كيفية) e non lo si concepisce in termini spaziali o fisici.

Allah subhanahu wa-ta’ala è al di là dello spazio e del tempo. Il Kursi non è un sedile fisico nel senso che conosciamo. Al tempo stesso, non si riduce il Kursi a una mera metafora svuotata di realtà: ha una realtà che solo Allah subhanahu wa-ta’ala conosce pienamente.

Chi antropomorfizza, chi immagina Allah subhanahu wa-ta’ala “seduto” su un Kursi fisico come siederebbero i re sulle loro sedie, ha deviato dalla teologia ortodossa sunnita. Non è un dettaglio secondario. È una questione di ‘aqīdah (‘aqīdah – عقيدة, credo), e la ‘aqīdah non è negoziabile.

La scuola ash’arita, fondata da Abu al-Hasan al-Ash’arī رحمه الله, e la scuola maturidita, fondata da Abu Manṣūr al-Māturīdī رحمه الله di Samarcanda – le due scuole teologiche che rappresentano la stragrande maggioranza dell’Islam sunnita nella sua storia plurisecolare – sono concordi: il Kursi è reale e la sua natura appartiene al sapere divino. Chi allegorizza svuotando il testo di qualsiasi significato reale ha anch’esso deviato. La via di ahl al-sunnah è l’affermazione senza antropomorfismo e senza negazione.


Wa-lā ya’ūduhu ḥifẓuhumā, wa-Huwa al-‘Aliyyu al-‘Aẓīm (وَلَا يَئُودُهُ حِفْظُهُمَا ۚ وَهُوَ الْعَلِيُّ الْعَظِيمُ) – e a Lui non pesa la custodia di entrambi. Egli è l’Altissimo, il Grandissimo.

Il verbo ya’ūduhu (يَئُودُهُ) indica un peso che grava su chi deve portarlo, una fatica che si accumula. Il Qur’an afferma: non c’è peso. Non c’è fatica. Sostenere cieli e terra, governare ogni particella del creato, essere il custode di ogni anima umana che ha mai vissuto o vivrà – tutto questo avviene senza che Allah subhanahu wa-ta’ala sia minimamente “impegnato” in un senso che implichi sforzo o diminuzione.

Il versetto si chiude con due Nomi che sono la sintesi teologica di tutto: al-‘Aliyy (العلي, l’Altissimo) e al-‘Aẓīm (العظيم, il Grandissimo). Non aggettivi poetici. Attributi reali di un Dio reale, la cui altezza e grandezza superano qualsiasi misura che la mente creata possa concepire.


Questo verso – questa sequenza di attributi divini che si dispiegano uno dopo l’altro come onde di un mare infinito – è ciò che il Profeta ﷺ indicò come il verso più grande del Qur’an. Non il più bello nel senso estetico, non il più consolante nel senso emotivo, ma il più grande in termini di contenuto teologico, di completezza nella rivelazione sulla natura di Allah subhanahu wa-ta’ala. E questa grandezza spiega anche perché il verso sia dotato delle virtù che la Sunnah gli attribuisce.


Abu Hurayrah رضي الله عنه tramanda in Ṣaḥīḥ al-Bukhārī la narrazione di come fu incaricato dal Profeta ﷺ di custodire le provviste della zakat. Per tre notti consecutive, una figura si avvicinò a rubare. La terza notte, Abu Hurayrah رضي الله عنه la trattenne e minacciò di portarla dal Profeta ﷺ. La figura allora disse:

«Lasciami andare, e ti insegnerò parole con cui Allah ti proteggerà. Quando vai a dormire, recita Ayat al-Kursi fino alla fine. Allah ti assegnerà un custode e nessun diavolo si avvicinerà a te fino al mattino.»

Abu Hurayrah رضي الله عنه la lasciò andare. Il giorno dopo, riferendo l’accaduto al Profeta ﷺ, questi disse: «Lui ti ha detto la verità, anche se è un grande bugiardo. Sai chi era? Era un diavolo.»

Questa narrazione è di straordinaria potenza: perfino Shayṭān (شيطان, il diavolo), il menzognero per eccellenza, fu costretto ad ammettere la verità di Ayat al-Kursi.


Tra i hadith sulle virtù di Ayat al-Kursi, quello narrato da Abu Umāmah al-Bāhilī رضي الله عنه occupa un posto di rilievo. Secondo questa narrazione, riportata nelle raccolte hadith, tra cui al-Sunan al-Kubrā di al-Nasā’ī e la raccolta di Ibn Ḥibbān, e giudicata da diversi muḥaddithūn (muḥaddithūn – محدثون, studiosi di hadith) come ṣaḥīḥ o perlomeno ḥasan – il Profeta ﷺ disse che chiunque reciti Ayat al-Kursi dopo ogni preghiera obbligatoria, non vi è nulla che lo separi dall’ingresso in Paradiso se non la morte stessa.

La sua implicazione pratica è immediata: una recitazione al giorno di cinquantaquattro parole, ripetuta cinque volte dopo le preghiere obbligatorie, è una delle pratiche più meritorie che un musulmano possa compiere. Non ci vuole tempo extra. Non ci vuole preparazione speciale. Ci vuole solo la consapevolezza di non saltare quei pochi secondi dopo il salām finale.


La recitazione prima di dormire, attestata dalla narrazione di Abu Hurayrah رضي الله عنه in Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, è una protezione concreta. Non nel senso superstizioso – non è un amuleto, non è una formula magica che opera meccanicamente. È un atto di tawakkul (tawakkul — توكل, affidamento sincero) in Allah subhanahu wa-ta’ala, un’espressione di fede che afferma:

«So che sei al-Ḥayy, il Vivente che non dorme. So che sei al-Qayyūm, il Sostegno di tutto. Affido la mia notte, la mia vulnerabilità nel sonno, alla Tua custodia.»

Ed è a questa fede espressa in parole coraniche che Allah subhanahu wa-ta’ala risponde con la Sua protezione.


Meditare su Ayat al-Kursi significa anche fare i conti con la propria piccolezza. Non nel senso di una mortificazione inutile, ma nel senso di una sana teologia della creatura. Sono piccolo perché Allah subhanahu wa-ta’ala è al-‘Aẓīm, il Grandissimo. Sono contingente perché Allah subhanahu wa-ta’ala è al-Qayyūm, il Necessario. So poco perché Allah subhanahu wa-ta’ala sa tutto. Mi addormento ogni notte, abbandono la coscienza, mi consegno al non-controllo; Lui non abbandona mai nulla.

Eppure – ed è il paradosso glorioso della teologia islamica – questo Dio infinitamente grande, assolutamente trascendente, si è degnato di rivolgersi a me. Di inviarmi un Profeta ﷺ. Di farmi pervenire un Libro. Di mettere sulle mie labbra delle parole -— le Sue parole – con le quali posso avvicinarmi a Lui.


Al-Ghazali رحمه الله insegna nell’Iḥyā’ ‘Ulūm al-Dīn (إحياء علوم الدين, La Rinascita delle Scienze della Religione) che la meditazione sui Nomi e sugli attributi divini non è un esercizio intellettuale astratto, ma una forma di ‘ibādah (‘ibādah – عبادة, adorazione) che trasforma il cuore. Recitare Ayat al-Kursi con consapevolezza – sapendo che ogni parola è un attributo reale di Allah subhanahu wa-ta’ala, non una metafora poetica né una formula svuotata di contenuto – è un atto di adorazione che nutre il cuore nel modo in cui il cibo nutre il corpo.

Quando reciti “al-Ḥayy” e ti fermi un istante a sentire il peso di quel Nome – la vita assoluta, la vita senza inizio e senza fine – quella pausa è un atto di adorazione. Quando reciti “al-Qayyūm” e comprendi che in questo momento sei in piedi soltanto perché Lui ti sostiene – quella comprensione è un atto di adorazione.


L’aspetto pratico della recitazione di Ayat al-Kursi non è mai separato dal suo aspetto spirituale. Recitarla dopo ogni salat è pratica raccomandata nelle scuole giuridiche sunnite, inclusa la scuola hanafita (ḥanafiyyah – حنفية). Recitarla prima di dormire è sunnah attestata da Ṣaḥīḥ al-Bukhārī. Recitarla entrando in casa, nei momenti di paura o di difficoltà, è pratica trasmessa dai Compagni e raccomandata dagli ‘ulamā attraverso i secoli. Non si tratta di ritualismo meccanico: si tratta di costruire una vita in cui le parole di Allah subhanahu wa-ta’ala sono presenti non solo nelle ore di preghiera ufficiale, ma in ogni momento della giornata.


La prossima volta che le tue labbra si aprono su «Allāhu lā ilāha illā Huwa, al-Ḥayyu, al-Qayyūm», ferma un istante. Fermati su quei due Nomi. Il Vivente che non ha inizio e non ha fine. Il Sussistente che regge in esistenza ogni particella di ciò che sei. Lascia che il cuore, quel luogo dove abita la fede vera, senta il peso e la luce di ciò che stai dicendo.

Cinquantaquattro parole. Un verso. E, se lo reciti come si merita di essere recitato, un universo intero di conoscenza di Allah subhanahu wa-ta’ala entra nel cuore attraverso le labbra.


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Susanna Gagliano
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