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Madrassat an-Noor

Sūrat al-ʿAṣr: Quattro Condizioni per Non Essere in Perdita

Wa l-ʿaṣri. Inna l-insāna la-fī khusr (Q 103)

Sūrat al-ʿAṣr: la struttura completa della vita del credente


C’è una tradizione trasmessa su al-Imām al-Shāfiʿī rahimahullah – l’imām fondatore della scuola giuridica che porta il suo nome, morto nel 204 H. – che circola tra gli studiosi classici. Nella sua forma più nota dice all’incirca: se le persone meditassero soltanto su questa sura, sarebbe sufficiente come guida. L’affermazione, per quanto concisa, non è iperbole. Sūrat al-ʿAṣr è composta di tre versetti. In tre versetti, il Corano nomina il tempo, dichiara la condizione di default dell’essere umano e traccia le quattro coordinate della salvezza. Non manca nulla.

Wa l-ʿaṣri. Inna l-insāna la-fī khusr. Illā l-ladhīna āmanū wa ʿamilū l-ṣāliḥāti wa tawāṣaw bi-l-ḥaqqi wa tawāṣaw bi-l-ṣabr.

“Per il tempo. L’essere umano è davvero in perdita – tranne coloro che credono, compiono opere buone, si raccomandano reciprocamente la verità e si raccomandano reciprocamente la pazienza.” (Q 103)

Il primo versetto è un giuramento. Il Corano giura spesso, e ogni giuramento coranico è in sé un’affermazione teologica: si giura per qualcosa di reale, di significativo, di rivelatore della verità che segue. Allah giura per il sole e la sua fulgenza, per la luna quando lo segue, per la notte quando avvolge il giorno, per i destrieri nella loro corsa. Qui giura per al-ʿaṣr (العصر). Il termine ha più livelli di significato, e i commentatori classici li hanno esplorati tutti. Il più immediato è il pomeriggio, il momento del giorno in cui il sole inizia a declinare e la luce cambia qualità – lo stesso momento nominato nella preghiera pomeridiana obbligatoria, la ṣalāt al-ʿaṣr. Ma al-ʿaṣr può indicare anche il tempo nel suo senso più ampio, il corso delle ere, la successione delle generazioni. Al-Qurṭubī rahimahullah nel suo al-Jāmiʿ li-Aḥkām al-Qurʾān presenta entrambe le letture come legittime e non necessariamente in contraddizione: il tempo che il sole misura nel suo arco giornaliero e il tempo che la storia misura nel suo arco cosmico sono la stessa realtà vista a scale diverse.

Cosa significa giurare per il tempo? Significa che il tempo non è uno sfondo neutro, un contenitore passivo in cui accadono le cose. Il tempo è esso stesso creatura di Allah, realtà che porta in sé una dimensione di testimonianza. E il tempo, nella sua struttura, testimonia esattamente la verità che il secondo versetto afferma: ogni cosa che esiste nel tempo è soggetta alla riduzione, all’usura, alla fine. Il corpo invecchia nel tempo. Le civiltà sorgono e tramontano nel tempo. Le ricchezze si disperdono nel tempo. Il tempo è la dimensione in cui si manifesta la khusr di cui parla il versetto successivo.

Inna l-insāna la-fī khusr. La costruzione grammaticale è di un’intensità che l’italiano fatica a rendere completamente. Inna rafforza l’affermazione (equivale a “davvero, certamente”). La-fī aggiunge un secondo strato di enfasi: la lām all’inizio è la lām al-tawkīd, la lām dell’affermazione. La preposizione (in) colloca l’essere umano dentro la perdita, non semplicemente in rapporto con essa. Non si dice “l’essere umano perde” ma “l’essere umano è in perdita”, immerso in essa come in un liquido, avvolto da essa da ogni lato. La khusr (خسر) in arabo è il termine commerciale per la perdita, il deficit, il saldo negativo. Viene dal lessico del mercato e porta con sé tutta la concretezza di un bilancio che non torna. Il Corano sceglie questa parola per descrivere la condizione di default dell’essere umano: non “è a rischio di perdita”, non “tende alla perdita”: è in perdita.

Questa è un’affermazione che richiede di essere compresa senza ammorbidirla. Non è pessimismo cosmico: è diagnosi teologica precisa. L’essere umano che nasce nel tempo, che consuma il proprio tempo, che investe il proprio tempo in qualcosa – questo essere è già in deficit finché non inverte la rotta. La vita non è uno stato neutro dal quale si può deviare verso il bene o verso il male con uguale facilità: la direzione di default è la khusr, e uscirne richiede uno sforzo intenzionale, quattro condizioni specifiche.

Il versetto finale – il terzo – contiene le uniche condizioni di salvezza dalla khusr, e la loro struttura merita attenzione. Sono quattro, non tre, non cinque: quattro, collocate in due coppie. La prima coppia riguarda l’individuo; la seconda coppia riguarda la comunità.

La prima condizione è al-īmān (الإيمان), la fede. Nel vocabolario tecnico dell’aqīdah asharita-maturidita, l’īmān non è soltanto una dichiarazione verbale né soltanto una convinzione intellettuale. L’Imām al-Māturīdī rahimahullah ha insegnato che l’īmān è taṣdīq bi-l-qalb wa iqrār bi-l-lisān: affermazione con il cuore e dichiarazione con la lingua. Il cuore è il centro, e la lingua è la testimonianza pubblica di ciò che il cuore afferma. L’īmān non è un sentimento occasionale né un’affiliazione culturale: è un orientamento stabile e deliberato del cuore verso Allah, il Suo Profeta ﷺ e tutto ciò che è stato rivelato.

La seconda condizione è al-ʿamal al-ṣāliḥ (العمل الصالح), le opere buone. Il Corano associa costantemente āmanū e ʿamilū l-ṣāliḥāt nella stessa costruzione – la fede e le opere – quasi a sottolineare che la separazione tra i due è artificiale. L’īmān autentico si manifesta nelle opere; le opere senza īmān mancano del fondamento che dà loro peso spirituale. Nella tradizione islamica questa inseparabilità non è un’esortazione moralistica: è una descrizione della struttura interna della fede. Chi crede davvero agisce di conseguenza, non perché sia obbligato dall’esterno ma perché la fede trasforma dall’interno il rapporto con la realtà.

Queste prime due condizioni riguardano l’individuo. Le successive due spostano l’asse sul piano comunitario, e questo è teologicamente significativo. La salvezza dalla khusr non è soltanto un progetto individuale.

La terza condizione è al-tawāṣī bi-l-ḥaqq (التواصي بالحق): raccomandarsi reciprocamente la verità. Il termine tawāṣī è un verbo della forma VI, che in arabo indica un’azione reciproca e continuativa: non “dire la verità una volta” ma “raccomandarsi la verità gli uni agli altri in modo reciproco e continuo”. E al-ḥaqq (الحق) è la verità nella sua accezione più piena: la verità di Allah, la realtà delle cose come sono nella loro natura, il diritto di ogni essere. Il tawāṣī bi-l-ḥaqq include l’amr bi-l-maʿrūf wa nahy ʿan al-munkar (il comando del bene e il divieto del male), include la naṣīḥah (il consiglio sincero), include la difesa della verità dottrinale contro la deviazione. È la responsabilità comunitaria verso la verità, e la sura la presenta come condizione necessaria per uscire dalla khusr.

La quarta condizione è al-tawāṣī bi-l-ṣabr (التواصي بالصبر): raccomandarsi reciprocamente la pazienza. Il ṣabr (الصبر) in arabo è un termine ricco e preciso. La radice ṣ-b-r indica trattenere, contenere: il ṣabr è la capacità di trattenere se stessi davanti alle difficoltà, di non cedere all’impulso immediato della ritirata, della lamentela, dell’abbandono. I classici hanafiti distinguono tre livelli di ṣabr: il ṣabr nelle obbedienza (tenere duro nel fare il bene quando è difficile), il ṣabr nella rinuncia ai peccati (resistere alle tentazioni), e il ṣabr nelle avversità (non ribellarsi ai decreti divini). Il tawāṣī bi-l-ṣabr non è soltanto avere pazienza da soli: è costruire una cultura della pazienza nella comunità, in cui ci si sostiene a vicenda nel percorso.

Fermiamoci sulla struttura delle quattro condizioni perché dice qualcosa di importante sull’Islam come sistema. L’īmān è interno; l’ʿamal è esterno ma personale; il tawāṣī bi-l-ḥaqq è esterno e comunitario; il tawāṣī bi-l-ṣabr è esterno, comunitario e orientato al tempo lungo. Un credente che avesse soltanto le prime due condizioni senza le seconde due sarebbe qualcuno che ha fede e opere buone ma vive come un’isola, senza responsabilità verso la comunità, senza partecipare alla sua costruzione spirituale e morale. La sura esclude questa lettura: la salvezza dalla khusr ha una dimensione comunitaria costitutiva, non opzionale.

Questo spiega perché l’ʿilm (la conoscenza islamica) non è un lusso spirituale nell’Islam, ma una necessità strutturale. Non si può praticare il tawāṣī bi-l-ḥaqq senza sapere cosa è la verità. Non si può incoraggiare al ṣabr senza conoscere le categorie del ṣabr e la loro differenza pratica. Il Profeta ﷺ, nella narrazione trasmessa da Bukhārī e Muslim, ha stabilito che il migliore tra i credenti è chi impara il Corano e lo insegna: non chi lo accumula senza condividerlo. La struttura della sura al-ʿAṣr è già questa struttura: conoscenza, opera, trasmissione, sostegno.

Torniamo al tempo. Allah giura per il tempo, e il tempo è ciò che il credente “usa” per soddisfare le quattro condizioni. Il tempo è la risorsa non rinnovabile della vita spirituale. Ogni momento speso nell’īmān, nell’ʿamal, nel tawāṣī bi-l-ḥaqq e nel tawāṣī bi-l-ṣabr è un momento sottratto alla khusr; ogni momento speso altrove è un momento in cui si rimane dentro di essa. La sura non separa il tempo dal contenuto della vita spirituale: il tempo è il materiale con cui si costruisce la salvezza o si affondi nella perdita.

C’è una dimensione escatologica nella sura che i mufassirūn classici hanno sempre collegato al concetto di ḥisāb (rendiconto). Nel giorno del Giudizio, ogni anima sarà interrogata tra l’altro su come ha impiegato la propria vita – il suo tempo. Il Profeta ﷺ, in una narrazione trasmessa da al-Tirmidhī nel Kitāb al-Qiyāmah e classificata come ḥasan, ha indicato tra le prime domande del Giudizio quella sulla gioventù (in cosa è stata consumata) e sulla vita in generale (in cosa è stata spesa). La khusr della sura al-ʿAṣr non è soltanto la perdita spirituale nel senso vago: è il deficit contabile che si presenterà nel rendiconto finale.

Al-Ḥasan al-Baṣrī rahimahullah – il grande asceta e studioso della prima generazione dopo i Compagni, morto nel 110 H. – era noto per dire che non aveva mai visto qualcosa di più prezioso del giorno che passa e che non ritorna. Non per morbosità, non per paura paralizzante: per la consapevolezza che ogni giorno è una quota del capitale totale della vita, e che quel capitale, una volta speso, non si reintegra. Questa consapevolezza, nella tradizione del zuhd islamico, non genera malinconia passiva: genera urgenza attiva. L’urgenza di chi sa che il tempo stringe non è l’ansia di chi non ha risorse: è l’energia di chi sa esattamente cosa fare e vuole farlo mentre è ancora possibile.

La sura si chiude su tawāṣaw bi-l-ṣabr – raccomandarsi la pazienza. L’ultima parola è ṣabr. Nella retorica coranica, la chiusura di una sura porta spesso il peso più grande. Qui il Corano lascia al termine “pazienza” l’ultimo spazio, quasi a dire: tutto il sistema che abbiamo descritto – fede, opere, trasmissione della verità – richiede pazienza come suo ultimo fondamento. Non la pazienza come rinuncia al combattimento, ma la pazienza come resistenza strutturata, come capacità di non cedere quando il percorso è lungo e i risultati non sono ancora visibili. Il credente che ha īmān, che compie ʿamal ṣāliḥ, che pratica il tawāṣī bi-l-ḥaqq, ma poi cede alla prima avversità, non è ancora uscito dalla khusr. Il ṣabr è il cemento che tiene insieme tutto il resto.

Susanna Gagliano


Sūrat al-ʿAṣr è uno dei punti di partenza del Percorso Completo di Madrassat an-Noor: aqīdah, tafsīr, fiqh hanafī, ḥadīth e sīra in un curriculum integrato con Susanna come unica insegnante.

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Susanna Gagliano
Susanna Gagliano

Susanna Gagliano, fondatrice e docente di Madrassat an-Noor. Scrive e insegna su lingua araba, Qur’an, fiqh, ḥadīth, sīrah, ʿaqīdah e studi islamici con percorsi 1:1 in lingua italiana.

Articoli: 54

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