“Islam, la bellezza del Califfato e delle terre islamiche: come tornare ad essere credenti forti e una Ummah impattante nel mondo?”

Il ricordo della grandezza e l’urgenza del risveglio

Un tempo l’Islām non era confinato a un’identità religiosa o culturale, ma rappresentava una civiltà universale che ispirava il mondo intero. Dalla Spagna andalusa alle steppe dell’Asia, dal cuore dell’Africa fino al Sudest asiatico, l’Ummah era un’unica entità spirituale e sociale, unita da una visione, da un’etica, da un Libro e da un Profeta ﷺ.

Il Profeta Muhammad ﷺ disse:

“Il credente forte è più amato da Allah del credente debole, anche se in entrambi c’è del bene. Desidera ciò che ti è utile, chiedi aiuto ad Allah e non sentirti incapace.” (Ṣaḥīḥ Muslim 2664)

Questa forza non è solo fisica ma intellettuale, morale, spirituale. Il nostro passato glorioso non è una leggenda: è un’eredità documentata da centinaia di cronisti, viaggiatori, studiosi e testimoni – musulmani e non – che descrissero l’equità, la bellezza, la sapienza e la forza dell’Islām in ogni aspetto della vita.

Il Califfato dei Rashidun: L’inizio della civiltà profetica

Dopo l’hijrah, il Profeta ﷺ stabilì la prima società islamica a Madinah. La Ṣaḥīfah al-Madīnah (Costituzione di Medina) fu il primo documento scritto a stabilire diritti e doveri tra gruppi religiosi diversi sotto un’unica autorità. Includeva ebrei, politeisti e musulmani in una convivenza basata su mutua protezione e giustizia.

  • I califfi ben guidati (al-Khulafāʾ al-Rāshidūn) proseguirono questo modello:
  • Abū Bakr al-Ṣiddīq: stabilì l’unificazione politica e difese l’integrità del dīn.
  • ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb: istituì i dīwān (registri pubblici), creò corti giudiziarie e garantì sicurezza a ebrei e cristiani. È celebre per aver camminato da solo, controllando il benessere dei sudditi.
  • ʿUthmān ibn ʿAffān: supervisionò la compilazione del Qurʾān in una versione ufficiale.
  • ʿAlī ibn Abī Ṭālib: promosse giustizia, combatté le fitan interne, istruì i governatori a trattare con giustizia tutti, dicendo: “O sono tuoi fratelli nella religione o tuoi simili nella creazione.”

Lo storico Will Durant, non musulmano, scrisse:

“L’impero islamico al tempo dei califfi fu più giusto e più avanzato culturalmente di qualsiasi impero cristiano medievale.”

La diversità protetta: diritti e doveri nel Califfato

Il califfato accoglieva religioni e popoli diversi. Ebrei, cristiani, zoroastriani pagavano la jizya, tassa che garantiva esenzione militare e protezione, ed erano liberi di praticare la propria religione, gestire i propri tribunali e partecipare alla vita economica.

l Profeta ﷺ disse: “Chi opprime un dhimmi, lo obbliga a più di ciò che può sopportare o prende qualcosa da lui ingiustamente, sarò io il suo avversario nel Giorno del Giudizio.” (Abū Dāwūd)

Nel periodo abbaside, studiosi ebrei e cristiani lavoravano in ambienti scientifici islamici. Hunayn ibn Ishāq (cristiano) fu medico di corte e tradusse opere greche. Medici ebrei erano stimati a Baghdad e Il Cairo.

Anche i non musulmani riconobbero la giustizia islamica. Il rabbino Obadia da Bertinoro, in visita in Egitto nel XV secolo, scrisse:

“I musulmani sono giusti; non infliggono ingiustizia agli ebrei e vivono con noi in pace.”

Scienza, medicina, filosofia, ingegneria: la civiltà islamica multicentrica

Dal IX al XIV secolo, il mondo islamico fu il cuore pulsante della conoscenza mondiale. Le città erano veri centri universitari.

Baghdad – con la Bayt al-Ḥikmah – attirava traduttori, astronomi, chimici, giuristi, filosofi. Al-Maʾmūn fondò osservatori astronomici. Ibn Sina scrisse al-Qānūn fī al-Ṭibb; al-Rāzī trattò malattie psichiche.

Al-Andalus (Spagna islamica) fu un gioiello: Cordoba contava oltre 70 biblioteche, 600 moschee, ospedali gratuiti e strade illuminate.

Il matematico al-Khwarizmī introdusse l’algebra (al-jabr). Ibn al-Haytham pose le basi dell’ottica. Al-Bīrūnī scrisse opere su geologia, mineralogia, botanica.

Lo storico George Sarton, padre della storia della scienza, scrisse:

“I grandi scienziati dell’epoca dorata furono arabi e musulmani. L’intera umanità è loro debitrice.”

Le donne nel califfato: studio, ruolo sociale, prestigio spirituale

L’Islām garantì alla donna ciò che l’Occidente concesse solo secoli dopo: diritto all’eredità, allo studio, al lavoro, al possesso. Il Profeta ﷺ lodava l’intelligenza di Aisha e incoraggiava l’educazione femminile.

“Chi alleva due figlie con bontà, sarà con me nel Giardino.” (Muslim)

Quando l’Islam nacque nella Penisola Arabica, le donne erano spesso considerate beni ereditabili, private della possibilità di decidere della propria vita, di ereditare o di studiare. Il Qur’an, rivelato nel VII secolo, trasformò questa realtà, affermando il valore spirituale, intellettuale e sociale della donna. In un mondo che dubitava persino della loro umanità (come accadeva in certe dottrine cristiane medievali), Allah rivelò: “Io non lascerò andare perduta l’opera di nessuno tra voi, uomo o donna: gli uni derivano dagli altri” (Qur’an, 3:195). Fin dall’inizio del califfato, le donne musulmane furono agenti attive nella comunità: insegnavano, commerciavano, facevano giurisprudenza, curavano i malati, trasmettevano ḥadīth e istruivano i califfi.

Aisha bint Abī Bakr, la Madre dei Credenti, fu una delle più grandi sapienti dell’intera storia dell’Islam. Trasmise più di duemila ḥadīth, veniva consultata dai Ṣaḥābah per questioni giuridiche, mediche, teologiche e politiche. L’imām al-Zuhrī, uno dei tabiʿīn, diceva: “Se mettessimo il sapere di tutti gli uomini e delle donne dell’epoca assieme, il sapere di Aisha li supererebbe”. La sua lucidità nel fiqh superava quella di molti uomini del suo tempo. Quando vide uomini fare errori nei rituali del ḥajj, li correggeva pubblicamente. Non temeva di parlare con i califfi, né di contestare decisioni politiche se le riteneva ingiuste. Questa libertà intellettuale e religiosa è stata rarissima nella storia dell’umanità.

Ma non era sola. Karima al-Marwaziyya fu tra le più importanti trasmettitrici del Ṣaḥīḥ al-Bukhārī. Zaynab bint al-Kamāl fu maestra di numerosi giuristi e narratrici di ḥadīth. Umm al-Dardāʾ, vissuta a Damasco, insegnava a uomini e donne, e tra i suoi allievi ci furono perfino califfi e giudici. Le donne frequentavano le moschee e le lezioni pubbliche. Lo storico Ibn al-Ḥājj al-ʿAbdarī, nel XIV secolo, riportava che le donne al Cairo partecipavano regolarmente alle lezioni di fiqh e tafsīr sedendo con decoro accanto agli uomini. A Cordoba e a Baghdad, molte famiglie musulmane erano solite mandare le figlie a studiare ḥadīth, grammatica, scienze religiose e perfino medicina.

Fatima al-Fihri, donna devota e colta, fondò nel 859 l’università di al-Qarawiyyīn a Fès, ancora oggi attiva. È riconosciuta dall’UNESCO come la più antica università tuttora funzionante al mondo. La sua istituzione fu mantenuta con waqf, donazioni caritatevoli. In un’epoca in cui le università in Europa non esistevano o erano riservate agli uomini, una donna musulmana apriva le porte del sapere a credenti e non credenti.

Il califfato offriva un contesto in cui le donne erano pienamente inserite nella società. Avevano diritto all’eredità, alla proprietà privata, al commercio e al divorzio. Le donne commerciavano, gestivano beni, fondavano scuole, insegnavano agli uomini. Il Profeta ﷺ aveva sposato una donna imprenditrice, Khadīja bint Khuwaylid, che amministrava una carovana commerciale. Quando una donna musulmana veniva maltrattata in territorio bizantino e chiese aiuto, il califfo al-Muʿtaṣim inviò un esercito in sua difesa. Questo mostra il valore della donna nella società islamica classica: onorata, protetta, ma mai silenziata.

In Occidente, nello stesso periodo storico (tra il VII e il XV secolo), le donne erano escluse dalle università e da ogni forma di autorità. Nei concili ecclesiastici si discuteva se la donna avesse un’anima o fosse un essere interamente subordinato all’uomo. Il diritto canonico impediva loro di possedere proprietà, di testimoniare in tribunale e di accedere a studi superiori. La vedova era vista con sospetto e la donna colta con derisione. Mentre nell’Islam si parlava di mujtahidāt (donne giuriste indipendenti), in Europa la donna colta rischiava l’accusa di stregoneria.

Il viaggiatore ebreo Benjamin di Tudela, nel XII secolo, racconta che le donne musulmane di Baghdad erano “raffinate, istruite, rispettate… e spesso impegnate nell’insegnamento e nella carità pubblica.” Ibn Jubayr, viaggiatore andaluso, racconta nel suo Riḥla che le donne musulmane in Andalusia frequentavano i mercati, insegnavano nelle moschee e possedevano terre e beni. Lo storico Marshall Hodgson osserva che “le donne islamiche del califfato godevano di una libertà civile che le donne europee non avrebbero conosciuto per altri mille anni.”

L’imām Ibn Ḥazm, vissuto a Cordoba, affermava: “Chi crede che le donne siano incapaci di pensiero giuridico o religioso insulta la tradizione del Profeta, che ha onorato Aisha, Hafsa, Umm Salama e tante altre tra le trasmettitrici della religione.”

Le figlie dei sapienti studiavano con i padri e proseguivano l’insegnamento. Le biografie delle muhaddithāt (esperte di ḥadīth) compilate da Ibn al-Naǧǧār, Ibn Ḥajar e altri contano centinaia di nomi di donne, alcune delle quali avevano catene di trasmissione (isnād) più brevi degli uomini e venivano preferite per la loro precisione. In alcune madrase del mondo islamico classico, si trovano ancora documenti firmati da donne in qualità di giudici, istruttrici, fondatrici o garanti di trasmissione di sapere.

Non solo: le donne musulmane contribuivano anche all’arte, alla calligrafia, alla poesia e alla spiritualità. Rabīʿa al-ʿAdawiyya, grande mistica, fu tra le prime a esprimere l’amore puro per Allah, ispirando secoli di letteratura sufi. Le poetesse della Siria e dell’Iraq erano lette in tutto il mondo arabo, e molte di esse componevano panegirici per i califfi.

Il viaggiatore Ibn Jubayr notò che al-Andalus dava alle donne educazione pari a quella maschile. Donne poetesse, giuriste, astronome furono stimate in tutto il califfato.

In ambito familiare, la donna musulmana non era vista come subordinata, ma come responsabile e rispettata. Il Profeta ﷺ diceva: “La donna è pastore nella casa del marito e sarà responsabile del suo gregge” (Bukhari, Muslim). La sua opinione contava, e molti contratti matrimoniali includevano condizioni inserite dalle donne. Alcune richiedevano il divieto di prendere una seconda moglie, il diritto al divorzio, o la garanzia di poter continuare a insegnare o commerciare. I giuristi delle varie scuole di diritto (madhāhib) discutevano su questi temi con serietà e apertura.

Questa realtà coesisteva con spiritualità, pudore e decoro. Le donne musulmane erano presenti, influenti, rispettate, ma senza perdere la loro femminilità e riservatezza. La grandezza della donna islamica non stava nel copiar l’uomo, ma nell’eccellere in ciò che Allah le ha donato come forza, sapienza, compassione, profondità.

Nel confronto con l’Occidente, le donne del califfato erano più istruite, più libere economicamente, più rappresentate nel sapere e più protette giuridicamente. Il riconoscimento della loro dignità era teologico e giuridico, non solo sentimentale. Non erano idealizzate, ma integrate, non strumentalizzate, ma rispettate. E oggi, nel declino di molti valori e nella confusione delle identità, è proprio dallo studio della donna islamica classica che possiamo trarre esempio per una rinascita vera, spirituale, forte e dignitosa.

Bellezza urbana, cura dell’ambiente e carità strutturale

Il Profeta ﷺ disse: “Allah è Bello e ama la bellezza.” (Muslim) “Chi pianta un albero, ogni creatura che si nutre di esso è per lui carità.” (Aḥmad)

Le città islamiche erano esteticamente armoniose. Giardini, bagni pubblici, sabil (fontane), scuole gratuite, ospedali erano mantenuti da waqf (fondi caritatevoli). Il califfo al-Muʿtaṣim proibì costruzioni brutte nei quartieri centrali di Baghdad. Questo amore per il bello non era superficiale, ma si manifestava in modo funzionale, estetico e spirituale nelle città del Califfato. Medina fu la prima espressione viva di questo modello, costruita dal Profeta Muhammad ﷺ secondo un principio di giustizia, rispetto, distribuzione degli spazi e centralità del culto. La moschea al centro, le case vicine, i mercati regolati, i pozzi aperti a tutti, i giardini e i sentieri accessibili, tutto rifletteva un ordine divino che non separava il sacro dal civile. Le moschee non erano solo luoghi di preghiera, ma scuole, centri sociali, punti di aiuto per i bisognosi. Le strade dovevano essere ampie, i passaggi pubblici liberi da ostacoli. Il Profeta ﷺ disse: “Evitate di sedervi nelle vie.” Gli fu chiesto: “O Messaggero di Allah, non possiamo farne a meno!” Allora disse: “Se proprio dovete, allora rendete alla via il suo diritto: abbassate lo sguardo, non recate danno, restituite il salām, comandate il bene e proibite il male.” (Bukhārī e Muslim).

Questa attenzione alla vita collettiva trasformò le città musulmane in ambienti vivibili, puliti, organizzati. Il califfo ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb faceva ispezioni notturne per verificare le condizioni dei vicoli, e se trovava rifiuti o pozzi senza copertura, ordinava di sistemarli. Baghdad, fondata nel 762 da al-Manṣūr, fu concepita come una “città rotonda”, un simbolo di armonia cosmica. La Bayt al-Ḥikma sorgeva accanto ai giardini, le case erano costruite con angoli di privacy e luce, le fontane pubbliche abbellivano i cortili, e gli ospedali — come il celebre bīmāristān di al-Rāzī — includevano giardini terapeutici, basati sull’idea che la bellezza curi l’anima. Questi ospedali erano gratuiti, finanziati tramite waqf, ovvero fondazioni caritatevoli stabili, create da privati per il bene pubblico.

Nel mondo islamico classico, la carità non era solo elemosina occasionale ma architettura sociale permanente. Le fontane pubbliche (sabil), i caravanserragli per i viaggiatori, i ponti, le scuole, i mercati equi e persino gli abbeveratoi per gli animali erano costruiti come atti di ṣadaqa jāriyya (beneficenza continua). Il Profeta ﷺ disse: “In ogni cosa verde vi è una ricompensa” (Bukhārī), e anche: “Rimuovere qualcosa di dannoso dalla strada è un atto di carità” (Muslim). I musulmani dell’epoca vivevano questi insegnamenti in modo pratico. In Andalusia, i registri mostrano famiglie che destinavano parti delle loro proprietà alla manutenzione di giardini pubblici o alla pulizia dei canali.

Ibn Khaldūn, nella sua Muqaddimah, spiega che la prosperità di una civiltà si misura dalla qualità della sua città e dal benessere dei suoi cittadini. Non sorprende che Cordoba nel X secolo fosse chiamata “la perla dell’Occidente”: oltre 600 moschee, 300 bagni pubblici, decine di biblioteche, mercati settimanali regolati, fontane ovunque, illuminazione stradale e un acquedotto che serviva i quartieri. Mentre a Londra si viveva in strade fangose e senza fognature, Cordoba era già una civiltà urbana avanzata. Il viaggiatore Saʿīd al-Andalusī descriveva Baghdad, il Cairo e Cordoba come “giardini di Allah sulla terra”. Perfino il viaggiatore ebreo Benjamin di Tudela nel XII secolo rimase colpito dalla pulizia, dalle piazze ordinate e dal sistema di irrigazione delle città musulmane. Egli scrisse: “Nessuna civiltà ha combinato sapienza e giustizia, bellezza e organizzazione come gli arabi.”

L’ambiente era considerato parte della fiducia (amānah) affidata all’uomo. Allah dice: “E non camminare sulla terra con arroganza…” (Qur’an, 17:37). Il Profeta ﷺ proibì di tagliare alberi inutilmente, persino in guerra. I Ṣaḥābah seguivano questo esempio: ʿUmar ibn ʿAbd al-ʿAzīz fece piantare alberi lungo le strade per i viaggiatori. Quando i musulmani entrarono a Gerusalemme con ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, rifiutarono di pregare nella chiesa del Santo Sepolcro per non danneggiarla, e ordinarono la pulizia delle strade. Questo rispetto per il creato era esteso anche agli animali. Il Profeta ﷺ disse: “Una donna andrà all’Inferno per aver rinchiuso una gatta senza darle né cibo né libertà. E un uomo andrà in Paradiso per aver dissetato un cane assetato.” (Bukhārī, Muslim). L’etica ambientale non era marginale, ma centrale.

Nel mondo ottomano, questo spirito fu mantenuto e perfezionato. Istanbul fu costruita secondo principi di proporzione e accessibilità. I grandi complessi (külliye) univano moschee, ospedali, mense, scuole, bagni pubblici e biblioteche. I ponti erano decorati con iscrizioni spirituali. Il sultano Sulaimān il Magnifico faceva pulire le strade ogni mattina all’alba, e il Grand Vizir si recava nei mercati per assicurarsi che l’acqua fosse gratuita e fresca. Molti di questi servizi erano finanziati da waqf femminili: donne nobili e sapienti contribuivano attivamente alla cura urbana. Hafsa Sultan, madre di Solimano, fece costruire bagni, fontane, mense per poveri e ospedali. Esistono documenti ottomani che riportano donazioni anonime di donne che ordinavano la manutenzione settimanale dei bagni per i poveri.

La città islamica non era solo spazio fisico, ma ambiente etico. L’imām al-Ghazālī nei suoi scritti ricordava che “la bellezza visibile deve riflettere la purezza dell’intenzione e dell’azione.” Una città con fontane limpide e giardini ordinati doveva essere abitata da cuori puliti e anime giuste. E la carità era costruita, piantata, tramandata, non solo data. Era consuetudine lasciare recipienti d’acqua fuori casa per uccelli e animali. Alcune città avevano “mense per gatti”, come riportato da Evliyā Çelebi nel XVII secolo visitando Damasco e Istanbul. Persino nei testamenti si lasciavano fondi per curare alberi e giardini, come segno di pietà verso le creature di Allah.

Oggi, in un mondo dominato dalla cementificazione, dallo spreco e dall’inquinamento, la storia del califfato islamico ci ricorda che la bellezza non è un lusso, ma un dovere; che l’ambiente non è esterno a noi, ma parte della nostra responsabilità come khalīfa (vicari) sulla Terra. Il ritorno a questo spirito non passa solo dalla tecnologia, ma dalla consapevolezza spirituale che “Allah ha creato ogni cosa con misura” (Qur’an, 54:49), e che ogni metro di terra, ogni albero, ogni ruscello è testimone della nostra pietà… o della nostra negligenza.

La cura a bambini e anziani nel Califfato

Fin dai primi istanti della rivelazione, l’Islām ha indicato chiaramente il valore sacro della vita umana in tutte le sue fasi. Bambini e anziani, nella visione islamica, sono specchi puri della creazione divina: i primi incarnano la promessa e la fiducia di Allah in un futuro migliore, i secondi la saggezza, l’esperienza e la benedizione della continuità. Il Profeta Muhammad ﷺ disse: “Non è dei nostri chi non mostra misericordia ai più piccoli e non onora gli anziani” (Tirmidhī). Questo ḥadīth da solo rappresenta l’intera filosofia islamica della cura: i più piccoli devono essere protetti e guidati con affetto, e gli anziani devono essere rispettati, serviti e mai abbandonati. Questa linea spirituale si concretizzò nella struttura stessa delle città e delle società del califfato.

Nei primi secoli islamici, i bambini erano parte integrante della vita pubblica e spirituale. Partecipavano alle preghiere in moschea — il Profeta ﷺ lasciava che i nipoti Ḥasan e Ḥusayn salissero sulla sua schiena durante il sujūd — e venivano educati non solo al Qur’ān, ma anche alla cortesia, alla pulizia, all’amore per il prossimo. Il rispetto per i bambini era tale che, se uno di loro piangeva durante la preghiera, il Profeta ﷺ accorciava la recitazione per non arrecare disagio alla madre (Bukhārī). Le scuole (kuttāb) erano presenti in quasi ogni quartiere delle città islamiche, spesso mantenute da waqf, cioè donazioni caritatevoli. Qui i bambini imparavano a leggere il Qur’an, scrivere l’arabo, e apprendevano nozioni di fiqh, storia, poesia e adab.

Ma l’educazione non era solo intellettuale: era morale e sociale. Gli insegnanti erano scelti non solo per la loro competenza, ma per la loro pietà e saggezza. Il califfo ʿUmar ibn ʿAbd al-ʿAzīz istruì i maestri a non usare la violenza e a insegnare con gentilezza. Le famiglie povere non pagavano: il waqf copriva i costi, e in molti casi, i bambini ricevevano anche pasti gratuiti. Le madri musulmane spesso erano le prime maestre dei figli: il sapere circolava in casa, nei mercati, nelle moschee. L’imām Mālik ricevette la prima istruzione da sua madre, che lo vestiva con rispetto e gli diceva: “Vai dal maestro Rabīʿa e impara prima il suo adab, poi il suo sapere.

I bambini orfani erano al centro della pietà islamica. Il Qur’ān cita gli orfani in più di venti versetti, spesso legando il prendersi cura di loro al timore di Allah. “Non trattate con durezza l’orfano” (Qur’ān, 93:9) e “Coloro che divorano i beni degli orfani ingiustamente, in verità divorano fuoco nei loro ventri” (Qur’ān, 4:10). Il Profeta ﷺ, che fu orfano, disse: “Io e colui che si prende cura di un orfano saremo così nel Paradiso”, e unì l’indice e il medio (Bukhārī). Per questo, nei califfati omayyade e abbaside, così come in quello ottomano, esistevano istituzioni pubbliche chiamate dār al-aytām, case degli orfani, finanziate dai ricchi e supervisionate dallo Stato. Alcuni califfi, come al-Maʾmūn, visitarono personalmente queste strutture. In Andalusia, documenti legali mostrano che anche le madri potevano affidare i figli a queste istituzioni in caso di malattia, povertà o morte del padre, e i bambini ricevevano istruzione, pasti, vestiti e affetto.

I bambini con disabilità non erano nascosti né esclusi. Fonti storiche parlano di scuole per ciechi a Baghdad e a Damasco, con insegnanti specializzati, e vi sono perfino testimonianze di maestri non vedenti che insegnavano ḥadīth a studenti vedenti. Al-Qurṭubī, nel suo tafsīr, spiegava che “la pietà verso il debole è parte della forza della Ummah”, e le città del califfato riflettevano questa filosofia. Le vie erano accessibili, gli ospedali avevano aree pediatriche e sezioni per la riabilitazione.

Anche gli anziani erano ampiamente tutelati. Nel diritto islamico classico, gli anziani erano esonerati da certi obblighi fisici (come il digiuno o l’ḥajj se non in grado), ma mai esclusi dalla vita religiosa e sociale. Il Profeta ﷺ disse: “Uno dei segni della benedizione della mia Ummah è la presenza degli anziani tra loro” (al-Ṭabarānī). Non solo rispetto: gli anziani ricevevano cura, sussistenza e dignità. In Andalusia, i documenti del waqf menzionano “case della pietà” (dūr al-raḥma) dove venivano ospitati e serviti anziani soli o malati. A Istanbul, nel complesso di Süleymaniye, c’erano cucine che ogni giorno preparavano pasti per i vecchi poveri del quartiere. Le visite agli anziani erano considerate atti di adorazione. Gli ʿulamāʾ insegnavano che chi aiuta un anziano debole sarà aiutato da Allah nella vecchiaia. Ibn ʿAbbās disse: “Servire un anziano è come servire un padre.”

Perfino i non musulmani anziani erano protetti. Si narra che ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb vide un anziano ebreo mendicare e disse: “Abbiamo preso la jizya da lui in gioventù e ora lo lasciamo mendicare?” E ordinò che fosse mantenuto dal tesoro pubblico. Questo episodio fu riportato da Abū Yūsuf nel Kitāb al-Kharāj e dimostra la visione misericordiosa della sharīʿah. I califfi e i governatori erano tenuti a garantire cibo, alloggio e medicina per gli anziani poveri, indipendentemente dalla loro religione.

L’assistenza era strutturale, non occasionale. I waqf creavano ospedali gratuiti con reparti geriatrici, cliniche mobili per i quartieri periferici, e impiegavano donne come infermiere per assistere le anziane. Le corti di giustizia obbligavano i figli a mantenere i genitori se erano in difficoltà, e i giudici potevano sanzionare chi abbandonava un padre o una madre. I bambini venivano educati fin da piccoli al rispetto per gli anziani: il Profeta ﷺ sedeva con gli anziani del Quraysh, e li trattava con gentilezza anche quando non erano musulmani. Diceva: “Parte del rispetto verso Allah è onorare l’anziano musulmano, il portatore del Qur’an che non esagera né lo trascura, e il giusto sovrano” (Abū Dāwūd).

Curiosità poco conosciute testimoniano la cura del Califfato verso queste categorie. A Samarcanda, durante il regno dei Samanidi, esisteva una tradizione per cui ogni nascita comportava la donazione obbligatoria di pane e vestiti per bambini orfani. A Tunisi, le levatrici pubbliche venivano pagate dallo Stato per aiutare le donne povere. A Damasco, i bambini delle strade ricevevano pasti gratuiti fuori dalle moschee. A Fez, vi erano pozzi riservati solo agli anziani per evitare loro code e fatiche.

Il mondo occidentale, nel frattempo, relegava spesso i vecchi e i piccoli ai margini. I bambini erano visti come adulti in miniatura, costretti al lavoro precoce, privati dell’istruzione. Gli anziani non produttivi venivano dimenticati. I visitatori europei del califfato rimasero colpiti dal rispetto dei musulmani per bambini e anziani. Lo storico francese Gustave Le Bon scrisse: “Le società musulmane, anche quelle più povere, trattano i vecchi come tesori viventi e i bambini come eredi spirituali.”

Nel Califfato, insomma, non c’erano “fasce deboli”, ma pilastri invisibili: i bambini rappresentavano il futuro della Ummah, e gli anziani la sua memoria. Proteggerli, amarli, servirli era un dovere sacro. Oggi, se vogliamo tornare a essere una Ummah forte, dobbiamo cominciare da loro. Perché il Profeta ﷺ disse: “Allah vi sostiene solo grazie ai vostri deboli” (Bukhārī).

La cura per i poveri ed i senzatetto

Insieme ai bambini e agli anziani, anche i senzatetto e i poveri godevano di una protezione particolare nel cuore del Califfato. La povertà non era vista come un fallimento, ma come una prova divina, e coloro che si prendevano cura dei bisognosi erano considerati i più amati da Allah. Il Profeta Muhammad ﷺ disse: “Chi si adopera per il bisogno del suo fratello, Allah si adopera per il suo bisogno” (Muslim), e “Colui che sfama un affamato e veste un nudo sarà posto da Allah all’ombra del Suo Trono nel Giorno in cui non ci sarà altra ombra se non la Sua” (Ṭabarānī).

Durante il califfato di ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, quando una carestia colpì la penisola araba, egli vietò persino di tagliare le mani ai ladri affamati, rifiutandosi di applicare la pena perché il furto in tempo di fame non poteva essere giudicato come crimine. In quei mesi, ʿUmar personalmente distribuiva cibo, olio e farina ai senzatetto. È riportato che disse: “Come potrei dormire sazio se nella mia Ummah c’è chi va a letto affamato?”

Il sistema dei waqf garantiva pasti quotidiani gratuiti a chi non aveva casa. Le cucine pubbliche (maṭāʿim al-ʿāmmah) si trovavano nei quartieri poveri, vicino alle moschee o alle scuole. A Baghdad e Il Cairo, documenti storici dimostrano che migliaia di persone venivano nutrite ogni giorno, senza dover mostrare documenti o meriti: era sufficiente essere affamati. L’Imam al-Ghazālī scrisse nel suo Iḥyāʾ ʿUlūm al-Dīn: “Chi costruisce una casa per chi non ha dimora, Allah gli costruirà un palazzo in Paradiso.”

Non solo cibo: il califfato prevedeva anche ripari, vestiti, medicine. I complessi religiosi delle città includevano zone dove i senzatetto potevano dormire la notte. Le donne povere avevano diritto a un alloggio sicuro; erano le prime a ricevere vestiario nei giorni di ʿEid e gli orfani erano spesso adottati dalle famiglie stesse o assistiti economicamente tramite le corti. Il qāḍī (giudice) poteva obbligare i parenti più vicini o lo Stato stesso a provvedere. Si narra che al tempo di al-Ḥasan al-Baṣrī, la popolazione di Baṣra si fosse organizzata per creare una mappa dei senzatetto della città e assegnare a ogni quartiere la responsabilità diretta di un certo numero di indigenti.

In Andalusia, molti waqf erano destinati esclusivamente ai viaggiatori poveri, ai pellegrini che restavano senza risorse, e ai senzatetto locali. Le cucine wakf di Cordova avevano un sistema di distribuzione in tre turni giornalieri, e un registro dei più bisognosi. A Istanbul, nel complesso di Solimano il Magnifico, i senzatetto ricevevano pasti caldi, cure mediche gratuite e un letto. Il medico veniva quotidianamente per visite gratuite a chi dormiva lì. In alcune zone della Siria ottomana, esisteva perfino la figura del muʾakkal bi-l-fuqarāʾ, un funzionario responsabile della distribuzione di coperte durante le notti fredde.

Anche i non musulmani poveri ricevevano assistenza. Lo storico Will Durant scrive: “La carità islamica superava quella dell’Europa medievale, perché si estendeva a ogni essere umano bisognoso.” Il Profeta ﷺ disse: “Allah è nel soccorso del Suo servo finché il servo è nel soccorso del suo fratello” (Muslim). Il concetto di fratellanza in Islam superava le barriere di religione, etnia o cittadinanza.

Le moschee stesse erano centri di accoglienza. I ṣuffah, i portici della moschea del Profeta ﷺ, erano occupati dai più poveri dei Compagni, che il Profeta ospitava, sfamava e rispettava profondamente. Tra loro vi erano alcuni dei futuri sapienti dell’Islam, segno che la povertà non impediva la dignità né il sapere.

Una curiosità rara: nel periodo abbaside, alcune donne nobili istituirono waqf che prevedevano la distribuzione di profumi e oli profumati per i senzatetto in occasione del venerdì, così da permettere anche ai più poveri di presentarsi puliti e profumati per la preghiera in moschea, come indicato nella Sunnah. Questo mostra non solo la compassione, ma anche l’elevato senso dell’onore e del decoro umano.

L’Occidente medievale, al contrario, criminalizzava spesso i senzatetto. In Inghilterra, la Legge dei Vagabondi del XVI secolo li perseguitava; i mendicanti venivano marchiati, frustati o incarcerati. Invece, nel Califfato, erano visti come una prova per la Ummah, una chiamata divina alla solidarietà. L’Imam Ibn Ḥazm disse: “Se in una città vi è un uomo che dorme per strada mentre altri vivono nel lusso, allora lo Stato ha fallito nel suo dovere verso Allah.”

La criminalità nel Califfato e la questione della Sicurezza 

Quando parliamo di criminalità nel califfato, non possiamo che partire dal fatto che la sharīʿah non era solo una legge punitiva, ma una legge educativa, etica, spirituale, fondata sul principio di taqwā – coscienza viva di Allah – e sulla muruwwah, la nobiltà morale. La sicurezza non nasceva solo dalla presenza delle leggi, ma dalla coscienza diffusa che Allah osserva ogni cosa, anche ciò che sfugge agli uomini. Il Profeta Muhammad ﷺ disse:

“Temi Allah ovunque tu sia. Fai seguire il peccato da una buona azione che lo cancelli, e comportati con la gente con buon carattere.” (Tirmidhī)

Questa spiritualità permeava la società. Ed è per questo che i crimini violenti, i furti, gli stupri, gli omicidi erano rarissimi e – a differenza di quanto avviene oggi – considerati anomalie e non una “normalità urbana”.

Ma non si trattava solo di religiosità personale. La gestione della sicurezza era una scienza nel califfato. Le città islamiche avevano un sistema strutturato: il muḥtasib era un funzionario pubblico responsabile della moralità pubblica, dei mercati, dei comportamenti illeciti, ma anche delle condizioni igieniche, delle frodi commerciali e dei soprusi. Non era una figura repressiva, ma educativa. Spesso era anche un sapiente. Ibn Taymiyyah scrisse: “Il muḥtasib deve correggere il male senza causare un male maggiore; la sua azione deve basarsi sulla conoscenza, la giustizia e la misericordia.”

Il giudice (qāḍī), invece, gestiva le controversie legali. Il califfato era diviso in circoscrizioni, ciascuna con la sua corte, dove i giudici erano indipendenti dal potere politico. Al tempo di ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, il giudice Shurayḥ era così temuto per la sua giustizia che perfino i governatori tremavano all’idea di dover comparire davanti a lui. Il qāḍī non prendeva ordini da nessuno, se non da Allah e dal Libro. E spesso i giudici, per evitare favoritismi, si rifiutavano perfino di accettare regali o mangiare a casa dei potenti.

La ḥisbah vigilava non solo sulle azioni, ma anche sul contesto che poteva generare reati. Per esempio, era vietato vendere alcol, generatore di risse e violenza. Le locande erano regolamentate, gli spacci pubblici sorvegliati. I crimini contro le donne, come molestie o stupri, erano puniti duramente: la testimonianza della donna era accolta con rispetto, e l’onore della persona violata veniva difeso come sacro. I vicini di casa erano moralmente responsabili gli uni degli altri. Il Profeta ﷺ disse:

“Per Allah, non è credente colui che dorme sazio mentre il suo vicino ha fame.” (al-Ḥākim)

Questo senso di responsabilità reciproca riduceva le tensioni, preveniva i crimini. Le persone si sentivano parte di un corpo unico, una Ummah.

E quando accadeva un crimine? Le punizioni erano sì presenti – alcune severe, altre correttive – ma sempre con requisiti rigidi e prove schiaccianti. Per esempio, per la pena del taglio della mano per furto (ḥadd), era necessaria la prova di un furto oltre una certa soglia, compiuto in condizioni di sicurezza economica e senza alcuna ambiguità. Al tempo di ʿUmar, durante una carestia, nessuna punizione corporale fu applicata per furti legati alla fame, a dimostrazione che la giustizia non era cieca, ma consapevole.

I Sapienti erano unanimi: “Meglio che un colpevole sfugga alla pena, piuttosto che un innocente venga punito ingiustamente.” Questo principio, riportato da al-Shāfiʿī e poi ripreso da Ibn al-Qayyim, dimostra come l’Islam puntasse prima alla prevenzione: una società giusta, ben amministrata, spiritualmente viva, economicamente equa non genera delinquenza in modo naturale. E infatti, nel califfato, la criminalità non era un problema diffuso.

Vi sono testimonianze commoventi di pentimenti spontanei. Il famoso caso riportato da Ibn Ḥajar riguarda un uomo che venne dal Profeta ﷺ e confessò il proprio peccato: aveva baciato una donna in privato. Il Profeta ﷺ non lo punì, ma gli recitò il versetto:

“In verità le buone azioni cancellano le cattive” (Sūra Hūd, 11:114),

e lo invitò a pregare due rakʿāt sincere. Il crimine veniva visto come malattia spirituale da curare, non sempre come atto da reprimere brutalmente.

E vi sono anche testimonianze di non musulmani. Il viaggiatore ebreo Benjamin di Tudela descrisse Baghdad nel XII secolo come una delle città più sicure del mondo, dove si poteva camminare di notte senza paura. L’orientalista Edward Gibbon scrisse: “La giustizia amministrata nel califfato superava per precisione, equità e compassione qualsiasi sistema europeo fino al XIX secolo.” Un altro esempio ci arriva da un documento veneziano che attesta che i mercanti cristiani preferivano commerciare in Aleppo o Damasco piuttosto che in Marsiglia o Genova, per la maggiore sicurezza e giustizia delle terre islamiche.

Le città stesse erano progettate per la sicurezza: le strade strette e sinuose rallentavano eventuali aggressori, i mercati avevano vigilanti pagati dallo Stato, e le moschee fungevano da centri di vigilanza sociale. Durante le notti, vi erano pattuglie chiamate ʿunwān, che controllavano i quartieri e fermavano chi vagava senza motivo. Ma non si trattava di repressione cieca: ogni cittadino conosceva i suoi diritti e poteva rivolgersi al dīwān al-maẓālim, il “tribunale delle ingiustizie”, dove perfino il califfo poteva essere citato in giudizio. Una celebre storia narra che il califfo al-Muʿtaṣim fu convocato per un abuso commesso da uno dei suoi ufficiali. In aula, il qāḍī gli chiese di sedersi come tutti gli altri, perché davanti alla Legge di Allah, nessuno è al di sopra.

Vi erano anche misure di riabilitazione, come l’obbligo per alcuni criminali di frequentare lezioni nelle moschee o di lavorare per beneficenza. In Andalusia, alcuni ladri pentiti furono impiegati nelle cucine pubbliche, dove finirono per diventare amministratori onesti. In alcuni casi, perfino i poeti e gli artisti venivano impiegati per scrivere opere morali, come forma di redenzione sociale.

In tutto ciò, la criminalità organizzata era pressoché inesistente. L’Islam bandiva non solo il crimine ma l’ambiente che lo genera: miseria, disperazione, oppressione, ingiustizia sistemica. La zakāh (obbligo caritatevole) era obbligatoria e strutturata, così come i waqf che assicuravano cure, educazione, rifugi, pasti. Un giovane disoccupato non diventava delinquente, ma trovava una rete sociale pronta a proteggerlo.

Con il declino del califfato e la penetrazione coloniale, questi sistemi furono smantellati. Le leggi divine furono sostituite da codici ispirati all’Europa ottocentesca. Il senso di comunità svanì, e con esso anche la sicurezza sociale. Oggi, riscoprire il modello del califfato in tema di giustizia e sicurezza non significa solo sognare un’utopia, ma rivalutare ciò che ha funzionato per secoli: giustizia equa, morale pubblica, spiritualità, prevenzione, uguaglianza dinanzi alla Legge.

Per tornare ad essere una Ummah forte, dobbiamo anche tornare ad essere una Ummah giusta e sicura, dove ogni cittadino – musulmano o non, uomo o donna, ricco o povero – cammini per le strade sentendo il cuore leggero, fiducioso che la Legge di Allah protegge, guida e riforma, non opprime.

Il declino del Califfato: segni, errori e cause


Il declino del Califfato islamico non fu improvviso, né limitato a un singolo evento, ma fu un processo lungo, doloroso e stratificato, fatto di segni trascurati, errori accumulati e cambiamenti geopolitici complessi
. Capire questo declino non significa soltanto guardare al passato con malinconia, ma individuare le fragilità che hanno condotto una civiltà brillante e giusta al crollo, con lo scopo di evitarle nel presente e invertire la rotta nel futuro. Fu il grande Ibn Khaldūn a dire: “Ogni civiltà nasce con la religione, prospera con la giustizia e muore con la corruzione”. Ed è proprio da questa frase che possiamo partire per comprendere ciò che avvenne.

Nei primi secoli dell’Islam, sotto i califfi ben guidati, la Ummah era fondata su tre pilastri: tawḥīd puro, giustizia sociale, e conoscenza. Ma col tempo, la spiritualità divenne formalismo, la conoscenza fu rimpiazzata da imitazione cieca, e la giustizia lasciò spazio a favoritismi, corruzione, oppressione interna e scelte politiche egoistiche. Già al tempo degli ultimi Abbasidi, l’apparato statale era in mano a burocrati non qualificati, spesso più attenti ai propri interessi che al bene della Ummah. Il califfo non era più un leader spirituale e politico, ma un simbolo vuoto, burattino nelle mani di poteri militari o famiglie potenti.

Tra i segni più evidenti del declino vi fu la perdita dell’unità. Il Profeta Muhammad ﷺ disse: “Aderite alla mia Sunnah e a quella dei califfi ben guidati dopo di me. Aggrappatevi ad essa con i denti molari.” (Abū Dāwūd) Ma le divisioni si moltiplicarono: settarismi, nazionalismi, localismi. Le terre musulmane si spezzarono in emirati rivali, spesso più interessati a combattere fra loro che a difendersi dai nemici esterni. Durante le Crociate, molti emiri musulmani si allearono con i Franchi pur di mantenere il proprio dominio locale.

Il crollo della ricerca scientifica fu un altro segno. Dall’età d’oro abbaside, in cui Bayt al-Ḥikmah accoglieva studiosi da ogni religione e parte del mondo, si passò a una stagnazione intellettuale dove il pensiero critico veniva represso. Al-Ghazālī ammoniva: “La rovina della Ummah inizierà quando i sapienti diventeranno schiavi dei governanti.” E così fu. In molte corti, gli ‘ulamā’ furono comprati, silenziati o strumentalizzati, e il popolo perse fiducia nell’autorà religiosa.

L’avanzare delle potenze europee e il colonialismo furono acceleratori, ma non cause uniche. Gli eserciti musulmani, un tempo temuti per disciplina e etica, divennero disorganizzati, corrotti, privi di visione. Le flotte ottomane, un tempo dominatrici del Mediterraneo, furono superate tecnologicamente. Le scuole occidentali producevano ingegneri, cartografi, ufficiali addestrati; molte madrase si limitavano alla memorizzazione sterile. I waqf furono spesso abusati, i fondi per i poveri deviati, le infrastrutture trascurate.

Edward Gibbon scrisse che “La decadenza dell’Islam non fu dovuta alla religione, ma al tradimento dei suoi principi”. E anche lo storico Philip Hitti osservò: “La civiltà islamica che un tempo guidò il mondo, si spense non per mancanza di valore, ma per mancanza di riforma.”

L’Impero Ottomano, ultimo baluardo del califfato, mostrò per secoli esempi di tolleranza e organizzazione ammirevole. Il sistema delle millet garantiva autonomia religiosa e giuridica ai non musulmani, che trovavano più giustizia sotto il Sultano che nei tribunali europei. Ma anche qui si fecero strada il nepotismo, il clientelismo, e un lento processo di occidentalizzazione forzata, che generò confusione identitaria. Molti ufficiali iniziarono a copiare i modelli francesi e inglesi, rinnegando il patrimonio proprio. Alla fine della Prima Guerra Mondiale, l’abolizione del califfato da parte di Atatürk nel 1924 fu solo l’ultimo colpo a un organismo già indebolito.

Non si può non citare il ruolo dei movimenti riformisti: Muhammad Abduh, Jamal al-Din al-Afghani, Rashid Rida e tanti altri denunciarono il declino spirituale e intellettuale, invocando un ritorno all’Islam autentico. Ma la loro voce fu spesso ignorata o osteggiata da chi traeva profitto dallo status quo. L’assenza di ijtihād (elaborazione giuridica indipendente) rese l’Islam stagnante agli occhi di molti giovani, che finirono per abbandonarlo o vederlo come mera tradizione.

In parallelo, si affermarono ideologie estranee: il nazionalismo arabo, il paniranismo, il kemalismo, il laicismo radicale. Molte terre islamiche si trasformarono in stati-nazione laici, dove la sharī’ah fu marginalizzata, e la lingua araba o l’educazione islamica considerate un ostacolo al “progresso”. Gli orfani ideologici del califfato finirono in una diaspora spirituale.

Ibn Khaldūn avvertì:

“Quando l’agiatezza aumenta e il desiderio di potere corrompe, la civiltà inizia a morire.”

Eppure, non tutto è perduto. L’esempio della Storia ci insegna che ogni rinascita è preceduta da una caduta. Il Profeta Muhammad ﷺ disse: “Non verrà l’Ora (del Giudizio) finché il mio ummah non tornerà ad essere retta come all’inizio” (Aḥmad). Il ritorno richiede consapevolezza, sincerità, umiltà, studio. Capire gli errori del passato è il primo passo per non ripeterli.

Il ritorno alla grandezza della Ummh

Il ritorno alla grandezza della Ummah non è un sogno nostalgico, ma un progetto concreto, realizzabile, purché fondato su basi solide, su una visione coerente, e su strategie attuabili. Allah, Gloria a Lui l’Altissimo, ha promesso nel Suo Libro: “In verità, Allah non cambia la condizione di un popolo finché essi non cambiano ciò che è in loro stessi” (Sura ar-Ra‘d, 13:11). Non vi è quindi attesa passiva, ma responsabilità attiva. Tornare ad essere una Ummah forte significa prima di tutto tornare ad essere individui forti, famiglie forti, comunità solide, guidate dalla luce della rivelazione e dalla Sunnah del Profeta Muhammad, pace e benedizioni su di lui.

Il Profeta Muhammad, pace e benedizioni su di lui, disse: “Il credente forte è più amato da Allah del credente debole, anche se in entrambi c’è del bene. Desidera ciò che ti è utile, cerca l’aiuto di Allah e non sentirti incapace” (Muslim, 2664). Questo ḥadīth è la chiave della nostra visione. Dobbiamo costruire una generazione di credenti forti in fede, forti in sapere, forti in lavoro, forti in impatto, forti nel portamento, forti nella fiducia in Allah.

Il primo pilastro è la conoscenza. La Ummah non si solleva senza sapere. La ricerca del sapere è un obbligo per ogni musulmano e musulmana, come disse il Profeta, pace su di lui (Ibn Mājah). Ma il sapere deve essere utile: il Qur’an, la Sunnah, le scienze del fiqh, dell’‘aqīdah, della sīras, ma anche le scienze della vita, la medicina, l’ingegneria, l’economia, la sociologia, le lingue. I musulmani delle prime generazioni eccellevano perché non avevano separato tra sacro e mondano: ogni scienza era cammino verso Allah. Dobbiamo fondare scuole e centri, finanziare borse di studio, promuovere l’educazione delle donne, incentivare la lettura, creare una generazione di pensatori, insegnanti, educatori. Il Profeta disse: “Chi intraprende un cammino per cercare il sapere, Allah gli faciliterà il cammino verso il Paradiso” (Muslim).

Ma il sapere senza spiritualità non è sufficiente. Serve il cuore. Serve tornare alla sincerità, all’īḥsān, all’umiltà. Serve conoscere Allah, i Suoi Nomi, il Suo Messaggio, la Sua promessa. Serve il tawḥīd puro, la fiducia in Allah in ogni istante. L’adorazione sincera, la preghiera viva, la recitazione del Qur’an, la supplica, la memoria costante di Allah (dhikr), la rettitudine, la buona compagnia, la lotta contro l’ego e i peccati. Come dice Ibn al-Qayyim: “La forza del cuore è più importante della forza del corpo. Una Ummah di cuori vivi domina su mille corpi morti.”

Un altro aspetto imprescindibile è il lavoro. Non possiamo sognare una Ummah forte se i musulmani sono ai margini dell’economia, della cultura, della medicina, della tecnologia, della comunicazione. Il lavoro deve essere eccellenza. Bisogna essere i migliori in ogni settore. Bisogna formarsi, aggiornarsi, agire con eccellenza (ḥusn al-‘amal), onestà, intenzione pura. Il Profeta ﷺ disse: “In verità, Allah ama che, quando uno di voi compie un’azione, la svolga con eccellenza” (al-Bayhaqī). Ogni lavoro è un campo per fare da khalīfah di Allah, per lasciare un impatto positivo, per cambiare il mondo con valori divini.

Serve poi costruire la comunità. Un musulmano solo è vulnerabile, ma una comunità salda è invincibile. Le moschee devono tornare centri vivi, i quartieri musulmani luoghi sicuri, le famiglie spazi di misericordia e formazione. Dobbiamo sostenerci, amarci per Allah, proteggerci. I ricchi devono dare zakāh e sadaqah, i giovani aiutare gli anziani, i dotti guidare i semplici, i forti proteggere i deboli. “Il credente per il credente è come un edificio: una parte sostiene l’altra” (al-Bukhari, Muslim).

Un punto critico è l’unità. Le divisioni sono veleno. Il Profeta ﷺ disse: “Non vi dividete, siate uniti, perché il Lupo mangia la pecora isolata” (Aḥmad). Dobbiamo superare i campanilismi, le rivalità, i nazionalismi. Dobbiamo lavorare su piattaforme comuni: la ‘aqīdah sana, la sharī’ah, l’amore per il Profeta, la giustizia, la dawah. Non significa negare le differenze, ma superarle per un bene più alto. L’Ummah è una: in Europa, in Africa, in Asia, nei Balcani, nelle Americhe. Una sola Ummah sotto un solo Rabb.

Fondamentale è anche l’impiego dei media e delle tecnologie. Oggi l’opinione si forma su TikTok, YouTube, Instagram. Dove sono i musulmani? Dove sono le voci forti, consapevoli, educate, creative, ispiranti? Dobbiamo formare content creators, giornalisti, registi, artisti, programmatori, grafici. Una generazione che usi i mezzi moderni per raccontare l’Islam, costruire identità, rispondere agli attacchi, ispirare i cuori. Chi domina la narrazione, domina i cuori. E l’Islam ha la più bella narrazione, la più pura, la più vera. Ma va comunicata con sapienza (ḥikmah), dolcezza (rifq), profondità, strategia.

Anche la dimensione politica e sociale deve essere affrontata. Dobbiamo formare attivisti, avvocati, giuristi, parlamentari, economisti, sindaci, esperti di diritto islamico e contemporaneo. Dobbiamo influenzare i processi decisionali, proporre modelli di giustizia sociale, ecologia, economia islamica, salute pubblica. Il Profeta ﷺ disse: “Chi vede un male, lo cambi con la mano; se non può, con la parola; se non può, con il cuore, ed è il grado più debole della fede” (Muslim). Non possiamo chiuderci nelle case o nelle moschee: dobbiamo essere nel cuore del mondo, come luce, come guida, come misericordia.

Il cambiamento parte dalla sincerità. Dal tornare a chiedere ad Allah: “O Allah, migliora la mia Ummah, guida i miei fratelli, risveglia i cuori, rendici strumenti del Bene”. Come diceva Shaykh al-Shanqītī: “Chiunque lavori per l’Islam sinceramente, Allah gli aprirà porte che non ha mai immaginato”. Il cambiamento non è utopia: è un dovere.

E così, torneremo grandi, inchā’Allāh. Non per nostalgia del passato, ma per responsabilità verso il futuro. Torneremo Ummah guida, Ummah misericordia, Ummah sapere, Ummah forza, Ummah luce. Allah ci ha onorati con l’Islam: se cerchiamo l’onore altrove, saremo umiliati. Ma se ci aggrappiamo al Libro e alla Sunnah, con sincerità e azione, torneremo ad essere ciò che siamo stati: la migliore comunità suscitata per l’umanità.

Voi siete la migliore comunità suscitata per l’umanità.” (Qur’an 3:110)


Susanna Gagliano
Susanna Gagliano
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