Viviamo in un tempo complesso, nel quale le identità si mescolano, le società si trasformano, e le comunità musulmane in Occidente si trovano a fronteggiare una doppia sfida: da un lato la tentazione dell’assimilazione, dall’altro il rischio dell’isolamento. L’Islām, come religione rivelata e sistema di vita completo, offre una via intermedia, equilibrata, salda e nobile: l’integrazione vera, non l’assimilazione. Un’integrazione che non chiede di rinnegare se stessi, ma che spinge ad essere luce in mezzo agli altri, come il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) fu luce per i suoi contemporanei, in un contesto sociale complesso e non islamico.
L’integrazione, nel linguaggio dei sociologi, indica la partecipazione attiva e responsabile alla vita della società in cui si vive, nel rispetto delle leggi e delle regole comuni, ma senza rinunciare alla propria identità culturale e religiosa. L’assimilazione, invece, implica un processo di appiattimento e cancellazione dell’identità di origine, nel tentativo di “diventare come gli altri”, spesso per timore, pressione sociale o per un malinteso senso di modernità.
Come disse il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui):
«Chi cerca il compiacimento degli uomini a scapito del compiacimento di Allah, Allah lo abbandonerà alla gente.» [Hadith autentico, riportato da Ibn Ḥibbān]
Le radici di una confusione: tra paura e mancanza di riferimenti
Molti musulmani, nati o cresciuti in contesti non islamici, vivono una profonda crisi di identità. Da un lato, desiderano praticare l’Islām; dall’altro, temono il giudizio, l’esclusione sociale, o addirittura la discriminazione. Questo genera un comportamento “a fasi”: si è musulmani dentro casa, ma si è ‘come tutti gli altri’ fuori casa. Si prega a intermittenza, si toglie il velo per lavorare, si omettono le festività islamiche per non “disturbare” il contesto lavorativo. E si finisce col perdere il senso stesso della propria spiritualità.
L’assimilazione non è solo un problema esteriore. È una perdita dell’anima.
Malcolm X, durante il suo viaggio alla Mecca, comprese che l’Islām autentico supera le divisioni artificiali create dalla società e afferma la bellezza delle differenze. Ma per farlo, bisogna conoscere se stessi, le proprie radici e valorizzarle senza timore.
L’integrazione: un dovere islamico
Molti versetti del Corano e hadith del Profeta (pace su di lui) ci mostrano che i musulmani devono essere attivi, produttivi, partecipi. Allah dice nel Corano:
“E abbiamo fatto di voi una comunità equilibrata (ummatan wasaṭan), affinché siate testimoni per gli uomini.” (Sura al-Baqara, 2:143)
L’equilibrio di cui parla il Corano è proprio questo: essere testimoni di un messaggio senza diventare copie sbiadite degli altri. È l’essere integri nella fede, ma aperti nella relazione. La tradizione islamica ha sempre vissuto, in ogni epoca e in ogni luogo, forme di interazione con società non musulmane, senza mai sacrificare i suoi principi fondamentali. Le comunità musulmane sotto dominio abbaside, ottomano, andaluso…hanno sempre convissuto con ebrei, cristiani, zoroastriani, buddisti e altri, con rispetto e scambio culturale, senza assimilarsi né imporsi con arroganza.
Anche Shaykh ʿAbdallāh Bin Bayyah, grande giurista contemporaneo, ha ribadito l’importanza di sviluppare una “giurisprudenza delle minoranze” (fiqh al-aqalliyyāt) che consenta ai musulmani di vivere pienamente la loro fede in contesti non musulmani, senza rinunciare né alla Shariʿah né alla cittadinanza attiva.
Assimilarsi significa perdere se stessi. Non solo il velo o la preghiera, ma anche l’etica, il senso della modestia, la fratellanza comunitaria, la concezione del tempo sacro. L’assimilazione produce apatia religiosa, smarrimento, doppia vita, fino a generare – soprattutto nei giovani – una crisi profonda, che spesso sfocia in due estremi opposti:
L’abbandono totale dell’Islām, perché vissuto come un peso, un intralcio alla “normalità”;
Il rifugio nell’estremismo, perché vissuto come unica forma di “reazione” identitaria a un mondo che li ha fagocitati.
Come ha detto Shaykh Hamza Yusuf, studioso americano:
“Quando i musulmani si assimilano, perdono la loro bussola morale. Quando si isolano, perdono la loro umanità. La chiave è essere ponti, non muri né ombre.”
Indossare il ḥijāb con fierezza, chiedere pause per la preghiera sul lavoro, far conoscere le festività come ʿĪd al-Fiṭr o ʿĪd al-Aḍḥā a scuola, proporre cibo ḥalāl nelle mense, essere attivi nel volontariato, nel dialogo, nella solidarietà: tutto questo è integrazione.
Allah non ci ha ordinato di rinunciare alla verità per compiacere gli altri. Piuttosto, ci ha ordinato di vivere la verità con saggezza e misericordia.
“Invita al sentiero del tuo Signore con saggezza e buona predica…” (Sura an-Naḥl, 16:125)
Il Profeta stesso visse per 13 anni alla Mecca in un contesto idolatra. Non si isolò mai. Non si assimilò mai. Visse con i suoi concittadini, li visitava, partecipava alle loro attività lecite, aiutava i bisognosi, ma non smise mai di pregare, né di dire la verità, né di distinguersi con etica e coerenza.
Come trovare equilibrio nella vita quotidiana?
Il salāt e il lavoro: si può chiedere, con garbo e determinazione, uno spazio per pregare. Molte leggi europee lo permettono. Un credente che trova tempo per Dio, riceverà tempo per tutto il resto. Il Profeta disse:
“Chi si prende cura delle preghiere, Allah si prenderà cura di lui.”
Il velo e la professione: non è un ostacolo, ma un segno di dignità. È possibile trovare aziende inclusive, spiegare con gentilezza. Molte donne hanno aperto la strada in medicina, istruzione, giurisprudenza. Alcune multinazionali, come IKEA o Nike, hanno introdotto l’ḥijāb come uniforme. La realtà può cambiare, ma se non testimoniamo chi siamo, resterà sempre ostile.
Le festività ignorate: si può proporre, nei luoghi di lavoro o scuola, momenti di conoscenza. Si possono prendere giorni di ferie, coinvolgere insegnanti e colleghi. La visibilità rispettosa genera comprensione.
La solitudine spirituale: serve comunità. Non moschee chiuse, ma centri vivi, aperti, solidali. Serve creare eventi culturali, corsi, attività di volontariato. Serve che ogni musulmano si veda come ambasciatore del bene, dove vive.
- In Canada, in alcune città, l’adhān viene trasmesso pubblicamente durante il Ramaḍān.
- In alcune scuole pubbliche del Regno Unito, gli studenti musulmani hanno diritto a uno spazio per pregare.
- In Svezia, il primo poliziotto con ḥijāb è diventato un simbolo di integrazione rispettosa.
- In Italia, alcuni datori di lavoro hanno cominciato a concedere giorni di ferie nei due ʿĪd per rispetto religioso.
Evitare l’auto-ghettizzazione
A volte, le comunità musulmane si chiudono per paura o per sentirsi al sicuro. Ma questo non è Islām. Il Profeta (pace su di lui) disse:
“Il credente che vive con la gente e sopporta il loro fastidio è migliore di colui che non vive con loro e non sopporta il loro fastidio.” [Hadith autentico, riportato da Aḥmad e Tirmidhī]
Non siamo chiamati a costruire mura, ma ponti. Non a imitare chi ci circonda, ma a ispirarli con la nostra luce.
Essere musulmani in Europa, in Italia, oggi, non è una condanna, ma una missione. Una missione educativa, morale, sociale. Si può essere pienamente musulmani e pienamente cittadini. Si può amare Allah e amare il bene per il proprio Paese. Si può portare il ḥijāb e salvare vite in ospedale. Si può dire il dhikr e insegnare in una scuola pubblica. Si può vivere l’Islām e rispettare le leggi del paese in cui si vive.
Quindi…
La chiave non è nascondersi, né svendersi. La chiave è essere testimoni. Allah ci ha scelti per essere la miglior comunità mai emersa, non perché siamo superiori, ma perché ordiniamo il bene e impediamo il male.
“Voi siete la miglior comunità che sia mai stata suscitata per l’umanità…” (Sura Āl ʿImrān, 3:110)
Per farlo, bisogna integrarsi con saggezza, rifiutare l’assimilazione con fermezza, camminare con fierezza.
Essere musulmani profondi, cittadini attivi, esempi viventi.
Questo è il sentiero della luce. Questo è il cammino del nostro Profeta.
E questo è il futuro che dobbiamo costruire insieme, in sha Allah



