Gli animali nell’Islam

Ogni creatura che respira loda Allāh: la dignità spirituale e giuridica degli animali nell’Islām

Nel cuore dell’Islām, gli animali non sono mai considerati oggetti o esseri inferiori creati solo per il vantaggio umano. Al contrario, sono segni viventi del Creatore, creature che partecipano a loro modo all’ordine sacro del mondo. Ogni animale è parte del tessuto della creazione e ha, nella visione islamica, una dimensione sacra, una missione, una vita spirituale.

Il Corano afferma senza ambiguità:

«Non c’è creatura sulla terra né uccello che vola con le sue ali che non siano comunità come voi.» [Corano 6:38]

Il termine usato è “umamun amthālukum”“comunità come voi”. I Sapienti hanno riflettuto a lungo su questo versetto. Alcuni, come Imām al-Qurṭubī, spiegano che ciò significa che gli animali hanno proprie leggi, linguaggi, ordini sociali, e persino una forma di religione, di sottomissione a Dio. La loro vita non è casuale: è rituale, è regolata, è devota. Ogni movimento di un uccello, ogni cammino di una formica, ogni ruggito di un leone è, secondo l’Islām, una forma di tasbīḥ, glorificazione di Allāh.

Lo conferma il Corano stesso:

«I sette cieli, la terra e tutto ciò che vi è glorificano Allāh. Non c’è nulla che non Lo glorifichi con la lode, ma voi non comprendete la loro glorificazione.» [Corano 17:44]

La glorificazione silenziosa di un animale, il suo essere in armonia con l’ordine divino, è un atto di ʿibādah – di culto. Anche se l’essere umano non ne coglie il senso, Allāh ne è testimone. E proprio per questo, l’Islām ha stabilito che gli animali hanno diritti. Hanno diritto alla vita, al rispetto, al cibo e all’acqua, al sollievo dalla sofferenza, al riposo, alla protezione dal male gratuito.

Il Profeta Muḥammad ﷺ fu la voce più tenera e potente in difesa degli animali. I suoi detti traboccano di compassione verso tutte le creature viventi. Disse:

«In verità, Allāh ha prescritto la benevolenza in ogni cosa. Se dovete uccidere, uccidete con grazia. Se dovete macellare, fatelo con misericordia. Che ognuno affili bene il suo coltello e non faccia soffrire l’animale.» [Ṣaḥīḥ Muslim, 1955]

Le parole sono forti: ogni atto deve essere compiuto con “iḥsān”, con eccellenza morale, anche con gli animali. Non è lecito farli soffrire. Non è lecito colpirli per gioco. Non è lecito umiliarli o usarli senza necessità. Allāh li ha affidati agli esseri umani come custodi, non come padroni assoluti.

Il Profeta ﷺ ci racconta che un uomo fu perdonato per aver dissetato un cane:

«Un uomo vide un cane che stava leccando la terra per la sete. Scese in un pozzo, riempì la sua scarpa e gliela diede da bere. Allāh lo ringraziò e lo perdonò.» [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, 2363; Muslim, 2244]

E anche il contrario è vero: disse ﷺ che una donna fu dannata all’Inferno per aver imprigionato una gatta, senza darle da mangiare, né lasciarla libera di cercarsi il cibo.

Quel gatto le fu testimone contro, e la sua morte pesò più delle sue preghiere.

Questi due ḥadīth mostrano quanto profondamente gli animali siano moralmente legati all’essere umano. Essi non sono responsabili davanti a Dio come gli uomini, ma l’uomo è responsabile nei loro confronti. Chi mostra compassione, riceverà compassione. Chi mostra crudeltà, incontrerà la Giustizia.

Il Profeta ﷺ vietò perfino di maledire gli animali. Una volta, un uomo maledisse il suo cammello. Il Profeta disse:

«Scendi da questo animale. Non viaggiamo su bestie maledette. Lasciatelo.»

Impose rispetto. Disse che non si deve usare un animale come sedile mentre riposa, né tenerlo legato senza necessità. I cammelli, i cavalli, gli uccelli, persino le formiche, furono difesi da lui ﷺ.

Durante una battaglia, i Compagni presero i piccoli di un uccello. La madre li inseguì con disperazione. Quando il Profeta lo vide, ordinò di restituire immediatamente i piccoli alla madre. Disse:

«Chi ha causato dolore a questa madre togliendole i suoi piccoli? Restituitele i suoi piccoli!» [Abū Dāwūd, 2675]

Questo evento è significativo: anche il dolore emotivo di un animale ha valore nella Legge islamica. Questo ci mostra una realtà spesso ignorata: gli animali, per l’Islām, provano sentimenti.

E non solo: il Corano attribuisce sapienza e saggezza ad alcuni animali. Ricordiamo la storia della formica, che parlò per salvare la sua gente dai passi dell’esercito di Sulaymān عليه السلام:

«O formiche! Entrate nelle vostre dimore, affinché Sulaymān e il suo esercito non vi schiaccino senza accorgersene!» [Corano 27:18]

E Sulaymān sorrise, capì le sue parole, e ringraziò Allāh.

Nel racconto della caverna, durante la Hijrah, un ragno tesse una tela per nascondere il Profeta e Abū Bakr. I mushrikīn, vedendo la tela intatta, pensarono che nessuno potesse essere nascosto dentro, e se ne andarono. La vita del Profeta fu salvata grazie a un piccolo animale, apparentemente insignificante.

Non fu solo un miracolo: fu una lezione di umiltà, un messaggio. Nessuna creatura è inutile. Nessuna è “inferiore”. Persino un ragno può essere strumento della volontà divina.

Il Profeta ﷺ insegnava ai bambini a rispettare gli animali. Ai suoi nipoti diceva:

“Non tirare la coda alla pecora. Non alzare la voce contro di lei. Se devi cavalcare un animale, fallo con gentilezza.”

Gli animali, per lui, erano compagni dell’uomo, parte del paesaggio della misericordia. I gatti dormivano sulle sue vesti. Gli uccelli si posavano vicino alla moschea. I cammelli venivano chiamati per nome. Aveva perfino un cammello che, diceva, piangeva di nostalgia quando lui ﷺ non lo accarezzava.

E cosa dire del cavallo, del gallo, del gallo bianco, del cane da guardia?

Ogni animale ha una funzione spirituale, una nobiltà nascosta, una parte nella vita rituale del musulmano. Il Profeta ﷺ disse:

“Non maledite il gallo, perché sveglia per la preghiera.” [Abū Dāwūd, 5104]

Disse anche:

“Il cane da guardia per le greggi o le case non è da considerarsi proibito.” [Muslim, 1574]

Eppure, quante volte dimentichiamo tutto questo? Quante volte trattiamo gli animali come se non provassero dolore? Quante volte li teniamo prigionieri in gabbie, o li lasciamo morire di fame, o peggio ancora: li ignoriamo come se fossero invisibili, privi di anima?

Nel giorno del Giudizio, anche gli animali saranno giudicati, testimoni, vittime o accusatori. Il Profeta ﷺ disse:

“Ogni diritto sarà restituito nel Giorno del Giudizio. Anche la pecora senza corna riceverà giustizia da quella che l’ha colpita con le corna.” [Muslim, 2582]

Persino gli animali avranno giustizia. Anche loro vivono nel tempo, soffrono, desiderano, si sacrificano, e infine spariscono nel silenzio. Ma quel silenzio, secondo l’Islām, è udito da Dio. Ogni frustata ingiusta, ogni schiaffo, ogni trascuratezza volontaria è registrata.

Tra purezza e impurità: il fiqh degli animali e i giudizi dei Sapienti

Il rapporto dell’Islām con gli animali non è soltanto spirituale o etico, ma è anche oggetto di una complessa e raffinata giurisprudenza (fiqh) che ha analizzato in dettaglio le diverse specie, i loro effetti sulla purità rituale (ṭahārah), la liceità del consumo, la possibilità di tenerli in casa, la loro funzione nei riti religiosi, e persino le emozioni che provano.

Iniziamo con una delle distinzioni principali: animali puri e impuri.

Nel diritto islamico, l’impurità (najāsah) può colpire:

il corpo dell’animale,

i suoi residui (urina, feci, saliva, sudore),

oppure può riguardare la liceità del contatto o della convivenza con l’essere umano.

I cani: puri o impuri?

Il cane è tra gli animali su cui le opinioni giuridiche divergono di più.

Il Corano menziona i cani positivamente in Sura al-Kahf:

“Il loro cane stendeva le zampe all’ingresso della caverna.” [Corano 18:18]

E in merito alla caccia:

“Ti chiedono cosa sia loro permesso. Di’: Vi sono lecite le cose buone e ciò che vi hanno catturato gli animali da caccia addestrati…” [Corano 5:4]

Nonostante ciò, molti hadīth parlano della necessità di lavare sette volte un recipiente leccato da un cane, di cui una con terra:

«La purificazione del recipiente che il cane ha leccato consiste nel lavarlo sette volte, la prima con terra.» [Ṣaḥīḥ Muslim, 279]

  • Madhhab ḥanafī:

Ritiene che il corpo del cane sia puro, ma la sua saliva sia impura. Non è vietato tenerlo in casa, ma solo per necessità (guardia, caccia, pastorizia). Il contatto non invalida la preghiera, ma la saliva sì.

  •  Madhhab mālikī:

Il più permissivo: considera il cane puro in sé, inclusa la saliva. Imām Mālik disse che nessun animale è impuro, eccetto ciò che il Corano e la Sunnah hanno esplicitamente vietato mangiare.

  •  Madhhab shāfiʿī e ḥanbalī:

Più rigidi: ritengono il cane impuro in toto, e ogni contatto richiede lavaggio rituale.

Per loro, tenere un cane in casa è vietato, salvo per caccia, guardia e gregge.

Una narrazione del Profeta ﷺ dice:

«Chi tiene un cane (senza necessità) vedrà decurtate ogni giorno due qirāt delle sue ricompense.» [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, 5059; Muslim, 1575]

Il “qirāt” è una grande misura di ricompensa. Questo mostra che tenere un cane in casa come passatempo o affetto, senza necessità legittima, è disapprovato o vietato, secondo molti.

Tuttavia, non è un peccato averne uno per necessità, e non è permesso maltrattarlo o scacciarlo. Le associazioni con la najāsah non implicano odio o disprezzo. Il Profeta ﷺ amava gli animali, e un cane gli salvò la vita durante la Hijrah, come sappiamo.

 I gatti: creature di luce

I gatti invece sono tra gli animali più amati e rispettati nell’Islām.

Il Profeta ﷺ aveva affetto per i gatti. C’è un famoso episodio con Abū Hurayrah – “padre del gattino” – soprannome che gli diede proprio il Profeta per la sua abitudine di portare con sé un micetto ovunque.

Egli disse:

«Il gatto non è impuro. È tra coloro che vivono tra voi.» [Abū Dāwūd, 75; al-Tirmidhī, 92]

Questo hadīth è una base giuridica. Tutte le scuole concordano che il gatto è puro, e la sua saliva non annulla la purità. Può salire sui tappeti, bere dai recipienti, camminare sulle vesti: nulla va lavato.

Inoltre, i Sapienti sottolineano che il gatto non può essere venduto, torturato o privato della libertà senza necessità. È permesso tenerli in casa, amarli, e curarli.

Altri animali: purezza, impurità e liceità

Uccelli: puri. Lecito mangiarne alcuni (pollame, piccioni, quaglie), vietati altri (uccelli rapaci, uccelli con artigli come aquile, gufi, falchi: harām secondo tutte le scuole).

Rettili: serpenti, lucertole, gechi.

Il geco (ṭufāḥah) fu ucciso per ordine del Profeta ﷺ: disse che soffiava sul fuoco acceso per Ibrāhīm عليه السلام.

Gli altri rettili sono generalmente considerati impuri e non leciti da mangiare.

Scorpioni: impuri, non leciti.

Il Profeta ﷺ ordinò di ucciderli persino durante la preghiera.

Insetti: la maggior parte è impura e non lecita, tranne poche eccezioni (come la cavalletta, che è halāl da mangiare, e ritualmente pura, anche se morta: ḥadīth ṣaḥīḥ).

Animali acquatici:

I pesci sono halāl secondo tutti.

I crostacei sono discussi:

ḥanafīti: vietati (eccetto pesci veri).

mālikīti, shāfiʿīti, ḥanbalīti: tutti permessi.

Tenere animali in casa

Secondo la Sharīʿah, tenere animali in casa è permesso se:

non sono impuri (o se lo sono, si prende cura dell’igiene),

non sono pericolosi,

si dà loro cibo, acqua, spazio, e non si causa loro dolore.

Sono leciti animali come gatti, uccelli, criceti, persino conigli, polli, tartarughe, se non arrecano danno.

Anche alcuni uccelli possono essere tenuti in gabbia, purché abbiano spazio, cibo e siano curati con dolcezza.

Sterilizzarli? Qui entriamo in un’area più tecnica.

 La sterilizzazione: halāl o harām?

Se un animale causa danni gravi alla società (come una sovrappopolazione randagia), o soffre a causa di continue gravidanze, o non può essere mantenuto in sicurezza, molti sapienti moderni permettono la sterilizzazione, purché:

  • non causi dolore eccessivo,
  • non sia fatta per gioco o sperimentazione,
  • sia eseguita da persone competenti.

Il Majmaʿ al-Fiqh al-Islāmī (Accademia Internazionale di Fiqh) ha affermato che la sterilizzazione è permessa se basata su necessità, e con metodo etico.

I Sapienti classici, come Imām al-Nawawī, parlarono già della castrazione di animali da macello (per migliorarne la carne) come lecita, se fatta con misericordia.

Dunque la sterilizzazione, se fatta per evitare sofferenze e con metodi non crudeli, non è vietata, anzi può essere un atto di cura.

Il sacrificio, la dignità nella morte e la protezione degli animali nella storia islamica

Nell’Islām, il diritto alla vita degli animali è sacro, ma viene bilanciato da un altro principio: l’essere umano ha il diritto di cibarsi di carne, se lo fa secondo le regole stabilite dalla rivelazione. Tuttavia, ciò non significa affatto che la vita animale sia sacrificabile con leggerezza.

Il sacrificio rituale (al-dhabḥ) è un atto di devozione, di rispetto, di attenzione morale e spirituale. Il modo in cui un animale viene ucciso è uno specchio della fede del credente.

Il Profeta Muḥammad ﷺ disse:

«In verità, Allāh ha prescritto l’eccellenza (al-iḥsān) in ogni cosa. Se dovete uccidere, fatelo con grazia. Se dovete macellare, fatelo con misericordia. Che ognuno affili bene il suo coltello e dia sollievo all’animale.» [Ṣaḥīḥ Muslim, 1955]

Questa ḥadīth è il fondamento etico della macellazione islamica. Non si può infliggere sofferenza. Non si può uccidere per gioco, né con sadismo.

È vietato:

  • mostrare il coltello all’animale,
  • affilarlo davanti a lui,
  • sgozzarne uno davanti a un altro,
  • colpirlo più volte,
  • ferirlo inutilmente,
  • lasciarlo agonizzare.

Una narrazione tramandata da ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb رضي الله عنه racconta che vide un uomo affilare il coltello davanti all’animale, e lo colpì dicendo:

«Vuoi farlo morire due volte? Non puoi farlo soffrire così!»

Questo ci ricorda che la shariʿah non è solo regole e riti: è spiritualità incarnata, compassione vissuta, coscienza di Dio nei gesti più piccoli.

Come si effettua il sacrificio lecito (al-dhabḥ)

Perché la carne sia halāl, la macellazione deve:

  • 1. Essere fatta da un musulmano (o ebreo o cristiano).
  • 2. Tagliare con un colpo netto trachea, esofago, vene giugulari, senza staccare completamente la testa.
  • 3. Far scorrere il sangue.
  • 4. Pronunciare il Nome di Allāh:
  • > «Bismillāh, Allāhu Akbar» (Nel nome di Dio, Dio è il più Grande).
  • 5. Evitare ogni atto di crudeltà, prima, durante e dopo.

Se l’animale soffre inutilmente, se viene ucciso in modo doloroso, anche se il nome di Allāh è stato pronunciato, la carne può essere harām o makrūh (riprovevole), secondo molti sapienti.

Ibn Taymiyyah رحمه الله affermava che la compassione è essenziale anche nella morte, e che ferire un animale, o farlo morire lentamente, è un crimine davanti a Dio.

Persino gli strumenti usati devono essere taglienti, non spuntati. Gli animali non devono vedere il sangue degli altri. È sunnah coprire gli occhi, calmarli, e non legarli con brutalità.

Nel sacrificio rituale del ʿĪd al-Aḍḥā, la maggior parte dei musulmani ignora purtroppo queste norme. Eppure, il Profeta ﷺ macellava di persona, si avvicinava all’animale con dolcezza, lo poneva rivolto verso la Qiblah, lo accarezzava, e solo dopo avergli parlato con tenerezza, compiva il gesto, invocando Allāh.

 I diritti animali nella storia islamica

Moltissimi ignorano che l’Islām storico – quello vissuto nei secoli passati – fu un modello avanzatissimo di protezione animale. Le cronache medievali traboccano di aneddoti e leggi straordinarie.

A Baghdad, al-Quds, Il Cairo, Istanbul, Granada, esistevano:

  • ospedali per animali feriti (marāfiq al-ḥayawānāt),
  • fondazioni waqf per l’alimentazione di cani e gatti randagi,
  • fontane basse per uccelli e animali piccoli,
  • mercati dove era proibito vendere animali in gabbia senza acqua o spazio,
  • divieti severi contro la violenza sugli animali, con giudici che multavano i responsabili.

Un celebre episodio riguarda ʿUmar ibn ʿAbd al-ʿAzīz, uno dei califfi più giusti, che vietò il carico eccessivo sugli animali, e dispose che chi trasportava merci con cammelli o asini, doveva dar loro acqua ogni 2 leghe.

Un altro caso straordinario: a Damasco, vi era un waqf specifico per i cani ciechi, che ricevevano pane e acqua ogni giorno. Il responsabile di questo waqf doveva accarezzare ogni cane, e assicurarsi che fosse in buona salute. Questo waqf è documentato in atti notarili risalenti al XV secolo.

Al-Ḥāfiẓ Ibn ʿAsākir narra che in alcune moschee di Damasco si metteva pane sul muro esterno, affinché gli uccelli potessero mangiare in sicurezza, e che questo atto era visto come una forma di ṣadaqah jāriyah (carità continua).

Anche i sapienti più rigorosi, come Imām al-Ghazālī, scrivevano che ogni creatura va trattata con giustizia. Nella sua opera “Iḥyāʾ ʿUlūm al-Dīn”, al-Ghazālī dice:

«La compassione è per tutti: umani, animali, e ogni essere senziente. Chiunque tormenti una bestia, tormenta se stesso nel Giorno del Giudizio.»

Tribunali per la tutela degli animali

In Andalusia e nel mondo ottomano, si trovano documenti storici che mostrano vere e proprie denunce legali per maltrattamenti di animali.

In alcuni casi, venditori di uccelli vennero puniti perché tenevano le gabbie sotto il sole senza acqua.

A volte, giudici musulmani obbligavano i proprietari di cavalli o muli a lasciarli riposare ogni due ore, soprattutto d’estate.

Il famoso viaggiatore Ibn Baṭṭūṭa descrive in India e Persia posti dove gli animali malati venivano curati gratuitamente, con zoppicanti cavalli o gatti ciechi nutriti con latte e carne.

Questo ci mostra che il rispetto per gli animali era codificato non solo nei cuori, ma anche nelle leggi.

Nel giorno del Giudizio, come abbiamo detto, anche gli animali riceveranno giustizia. Il Profeta ﷺ disse:

«I diritti saranno resi a chiunque li abbia subiti. Persino la pecora senza corna riceverà giustizia da quella che la colpiva con le corna.» [Muslim, 2582]

Questo ḥadīth è una metafora profonda, ma anche una realtà metafisica: ogni creatura riceverà ciò che le spetta. Gli animali non saranno eternamente premiati o puniti, ma serviranno come misura della giustizia divina. E poi, torneranno polvere, come dice il Corano:

«E quando le bestie saranno radunate… E l’infedele dirà: “Ahimè, fossi io polvere!”» [Corano 81:5 e 78:40]

Questo versetto ci ricorda che la giustizia è perfetta, anche verso chi non ha responsabilità morale.

Le creature onorate: animali virtuosi e storie di luce

In un’opera di segni e simboli come il Corano, nulla è menzionato a caso. Ogni animale citato porta con sé una lezione, un messaggio spirituale, un insegnamento profondo che vale per tutte le epoche. Alcuni animali sono associati alla saggezza, altri al sacrificio, altri ancora alla fedeltà, alla protezione, alla pazienza, o alla forza divina che si manifesta in ciò che l’uomo reputa insignificante.

E così, il Corano non solo parla degli animali, ma parla con loro, e li lascia parlare tra loro, come accade con la formica e l’uccello ḥudhud.

La formica: saggezza nascosta

Nel racconto del Profeta Sulaymān (pace su di lui), Allāh ci narra un momento straordinario: il re e il suo esercito stanno marciando, ed ecco che una formica avverte la sua comunità:

«O formiche! Entrate nelle vostre dimore, affinché Sulaymān e il suo esercito non vi schiaccino senza accorgersene!» [Corano 27:18]

Sulaymān sorrise, comprendendo le sue parole, e ringraziò Allāh per avergli concesso quella capacità.

Questa scena è colma di meraviglia: una minuscola creatura riconosce un profeta, capisce il pericolo, si preoccupa per gli altri, parla con linguaggio articolato, protegge la sua comunità. È simbolo di intelligenza, spirito di gruppo, attenzione per il bene altrui, e conoscenza del proprio limite.

Questa formica ha ricevuto un onore eterno nel Corano.

Il ragno: il custode del rifugio profetico

Una delle storie più amate dai credenti è quella della Hijrah (emigrazione) del Profeta ﷺ e Abū Bakr رضي الله عنه, quando si rifugiarono nella grotta di Thawr.

Allāh fece in modo che un ragno tessesse una ragnatela all’ingresso della grotta, e una colomba vi facesse il nido. I persecutori del Quraysh, arrivando lì, videro la tela intatta e dissero: “Se fosse entrato qualcuno, questa tela non ci sarebbe.”

E se ne andarono.

Il ragno, creatura fragile, salvò il più nobile degli uomini.

È la prova che Allāh utilizza anche l’umile per proteggere il Sublime.

Questa storia è narrata in diversi hadīth e opere storiche (tra cui Sīrat Ibn Hishām). I sapienti trassero da essa l’insegnamento che nessuna creatura va disprezzata, e che ogni cosa ha un ruolo nel disegno divino.

 Il gallo: il muʾadhdhin della creazione

Il Profeta ﷺ disse:

«Quando sentite il gallo cantare, chiedete ad Allāh delle Sue grazie, poiché egli ha visto un angelo.» [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, 3303; Muslim, 2729]

In un’altra narrazione:

«Il gallo chiama alla preghiera con il suo canto.»

Il gallo è dunque svegliato da ciò che i nostri occhi non vedono, e ci richiama alla presenza divina. In molte case tradizionali, il suo canto segnava l’inizio della giornata, prima del Fajr.

È stato proibito maledire il gallo, proprio per la sua vicinanza con l’invisibile.

Il cavallo: nobiltà e jihad

Il cavallo è simbolo di onore, forza, sacrificio. Il Corano lo cita più volte, lodandolo:

«E per Lui sono i cavalli dal petto largo, dal passo veloce, quelli che soffiano ansimanti…» [Corano 100:1-2]

Nel hadīth si dice:

«Il bene è legato al ciuffo dei cavalli fino al Giorno del Giudizio.» [Ṣaḥīḥ al-Bukhārī]

I cavalli furono compagni di battaglia dei musulmani, ma anche amati amici. Il Profeta ﷺ li nominava per nome, li accarezzava, e raccomandava di non colpirli mai alla testa.

 L’ape: comunità guidata da Dio

Allāh ha dedicato una sura intera – Sura al-Naḥl – all’ape.

«E il tuo Signore ispirò l’ape: costruisci le tue case tra i monti, tra gli alberi, e in ciò che gli uomini costruiscono… Mangia da tutti i frutti e segui le vie del tuo Signore con umiltà. Da loro esce un liquido di diversi colori, in cui vi è guarigione per gli uomini.» [Corano 16:68-69]

Le api ricevono waḥy (ispirazione divina). Hanno una guida spirituale. Producono un rimedio, il miele, in cui è shifāʾ (guarigione). La loro vita è organizzata, solidale, sottomessa all’ordine divino. Sono ummah, come detto in Sura 6:38.

Il cane della caverna: lealtà e protezione

Nella Sura al-Kahf, il cane dei giovani della caverna (Aṣḥāb al-Kahf) riceve un posto d’onore:

«Il loro cane stendeva le zampe all’ingresso della grotta.» [Corano 18:18]

Il cane è citato con dignità, presente tra i giusti, partecipe della protezione divina. Alcuni esegeti, come al-Rāzī, dicono che la fedeltà di quel cane gli valse una menzione eterna. Questo mostra che, nonostante alcune regole di purezza (najāsah), il cane non è un animale spregevole, ma nobile nel suo ruolo.

L’asino: il paziente tra gli animali

Il Profeta ﷺ usava un asino per spostarsi, di nome Yaʿfūr.

E nel Corano, Allāh cita l’asino in vari contesti:

«La peggior voce è il raglio dell’asino.» [Corano 31:19]

Questa espressione non è un’offesa, ma un invito a non essere rumorosi e arroganti. L’asino è simbolo di lentezza, pazienza, sopportazione del peso. Nelle campagne islamiche fu prezioso aiutante, e maltrattarlo è considerato peccato.

Il pesce: custode di Yūnus

La storia del Profeta Yūnus (Giona, pace su di lui) è nota: gettato in mare, fu inghiottito da un grande pesce per ordine divino. Lì, nelle tenebre del ventre, invocò Allāh, e fu salvato.

«E la balena lo inghiottì, mentre era colpevole. Se non fosse stato tra coloro che glorificano, sarebbe rimasto nel suo ventre fino al Giorno della Resurrezione.» [Corano 37:142–144]

Quel pesce fu strumento della misericordia, non della punizione. Insegnò che anche la prova è protezione, e che anche il mare nasconde segni di perdono.

 Le cavallette e altri piccoli animali

Il Profeta ﷺ mangiava cavallette, e ne apprezzava la carne. Disse che sono lecite anche se trovate morte, e che sono pure.

Altri piccoli animali, come le lucertole o gli insetti, sono generalmente non leciti, ma non devono essere uccisi per gioco. Alcuni ḥadīth proibiscono l’uccisione di formiche, api, rane e uccelli, senza giusta causa.

«Chi uccide un uccellino senza ragione, Allāh gliene chiederà conto nel Giorno del Giudizio.» [al-Nasāʾī, 4446]

Gli animali nel mondo moderno: sfide etiche e visione spirituale

La visione islamica sugli animali non è congelata in un tempo passato. È una prospettiva viva, in grado di illuminare le questioni etiche più complesse del nostro tempo, dal consumo alimentare di massa alle pratiche disumane degli allevamenti industriali, dalla vivisezione alla caccia per sport, fino alla prigionia nei circhi e negli zoo.

Per l’Islām, l’animale non è una “cosa”. È una creatura di Allāh, dotata di coscienza, di linguaggio proprio, di emozioni, e che sarà radunata il Giorno del Giudizio.

Questo punto è fondamentale: ogni essere vivente ha una forma di percezione e adorazione. Il Corano lo afferma con parole chiare:

«Non c’è creatura sulla terra, né uccello che voli con le sue ali, che non faccia parte di comunità come voi.» [Corano 6:38]

Tutte le creature vivono, esistono, adorano e hanno una forma di “comunità” (umam) simile a quella umana. Non sono solo ingranaggi biologici, ma soggetti morali nel creato, anche se non responsabilizzati come l’essere umano. Il rispetto che merita ogni animale non è legato alla sua utilità per l’uomo, ma alla sua dignità di creatura di Dio.

Caccia sportiva e “divertimento nella morte”:

Il Profeta ﷺ proibì la caccia fine a se stessa, e ogni forma di uccisione non giustificata. Disse:

«Chi uccide un animale per gioco, senza necessità, dovrà renderne conto nel Giorno del Giudizio.» [al-Nasāʾī]

E ancora:

«Ogni uccisione senza necessità è un crimine. Anche uccidere un passero, se non lo si mangia, sarà biasimato.» [al-Nasāʾī, 4446]

La caccia è permessa solo per nutrirsi, e anche in quel caso l’animale va rispettato, non torturato o inseguito con ferocia. I sapienti vietano ogni forma di caccia “sportiva”, o per collezione, o come passatempo.

Secondo Ibn al-Qayyim, la caccia per divertimento spegne nel cuore il senso della misericordia.

Zoo, circhi e spettacoli con animali

Tenere animali in cattività per educare, curare o salvare la specie può essere accettabile, ma solo se le condizioni sono umane, con spazio, cibo, cure e benessere psicofisico.

Tuttavia, molti zoo e quasi tutti i circhi non rispettano questo. Gli animali sono costretti a comportamenti innaturali, sottoposti a stress e punizioni.

I sapienti contemporanei, tra cui Shaykh ʿAbd Allāh al-Jibrīn e Shaykh Sāliḥ al-Fawzān, hanno affermato che:

“Far soffrire gli animali per intrattenimento è ḥarām. Non si può ridurre una creatura alla vergogna per divertire l’uomo.”

Gli spettacoli circensi, dove tigri, leoni, elefanti o scimmie vengono addestrati con fruste, fuoco o privazioni, sono una forma di tortura, e contraddicono l’insegnamento profetico di iḥsān (eccellenza e misericordia).

Allevamenti intensivi e consumo etico

Uno dei grandi dilemmi contemporanei per il musulmano è il consumo di carne proveniente da animali trattati con brutalità, spesso ammassati, ingozzati, mai visti dalla luce del sole, e infine uccisi con metodi meccanici, senza compassione.

Molti animali non sono macellati secondo la sharīʿah, anche se etichettati “halāl”. Peggio ancora, vengono cresciuti nella sofferenza, mutilati da vivi, spinti con scariche elettriche, separati dalle madri appena nati.

I sapienti moderni, come Mufti Taqi Usmani, Shaykh Yūsuf al-Qaraḍāwī, Shaykh ʿAbd al-Wahhāb al-Turayrī, e Shaykh Ḥamza Yūsuf, hanno sottolineato che:

“Il vero halāl non riguarda solo il momento della macellazione, ma tutta la vita dell’animale. Se l’animale è cresciuto nel dolore, nel buio, nel veleno, ciò è contro l’etica islamica.”

Alcuni hanno proposto l’idea di “etica halāl”, che impone:

  • spazio per muoversi,
  • cibo naturale,
  • cura e riposo,
  • morte senza paura,
  • e trasporto non stressante.

Secondo molti di loro, mangiare meno carne, o sostituirla con alternative, può essere una forma di taqwā (timore di Dio) in contesti dove il mercato non garantisce il rispetto dell’animale.

Vivisezione, esperimenti, cosmetici

Uno dei fronti più critici è l’uso degli animali per la sperimentazione.

L’Islām non vieta del tutto gli esperimenti, se fatti per necessità medica reale, e con il minimo dolore possibile. Ma i sapienti pongono limiti severi:

  • Non si può fare per curiosità o studio accademico.
  • Non si può usare l’animale se esiste un’alternativa.
  • Non si può prolungare il dolore.
  • Non si può uccidere per test cosmetici, creme o shampoo.

Shaykh al-ʿUthaymīn disse che l’esperimento su animali è ammesso solo se porta beneficio sicuro e non esiste alternativa.

Usare animali per test cosmetici, come avviene spesso nei laboratori, è harām, perché è infliggere sofferenza gratuita per motivi frivoli.

Alcuni giuristi moderni affermano che è dovere del credente boicottare prodotti testati sugli animali, se si conosce il danno. È parte del “comandare il bene e proibire il male”.

Il futuro degli animali e il dovere spirituale del credente

L’Islām ci insegna che ogni creatura sarà presente il Giorno del Giudizio.

Non in quanto responsabile dei propri atti, ma in quanto parte della grande giustizia divina. Ogni oppressione sarà espiata.

Il Profeta ﷺ disse che una donna fu dannata per aver rinchiuso una gatta fino alla morte, senza darle cibo né lasciarla libera di nutrirsi.

Un’altra fu perdonata per aver dato da bere a un cane assetato, prendendo l’acqua con la propria scarpa.

Due atti. Due finali eterni.

Questo insegna che il cuore misericordioso ha più valore di mille atti esteriori.

I sapienti, come Ibn Ḥajar, spiegano che:

“Le creature sono strumenti per misurare la misericordia del servo. Chi è duro con loro, sarà trattato con durezza. Chi è tenero, riceverà tenerezza.”

La spiritualità islamica non è completa se non tocca anche il modo in cui guardiamo un uccello, accarezziamo un gatto, liberiamo una formica, nutriamo un cane randagio, o ci asteniamo dal comprare un prodotto che ha inflitto morte gratuita.

Il Profeta ﷺ era dolce con ogni creatura. Diceva che la misericordia di Allāh è vicina a chi è misericordioso.

E se un cane, un ragno, un cavallo o una formica sono stati strumenti del disegno divino, come possiamo trattarli con disprezzo?

Conclusione

L’Islām ci ha donato una visione grandiosa degli animali: creature con una propria ummah, con linguaggi, emozioni, misteri e diritti.

Dal cane della caverna alla formica di Sulaymān, dal miele dell’ape alla voce del gallo, fino al sacrificio compassionevole e al divieto di maltrattamento: tutto grida misericordia.

Il musulmano, se vuole essere autentico, non può limitarsi a pregare e digiunare: deve anche imparare a guardare il mondo come lo guardava il Profeta Muḥammad ﷺ: con occhi pieni di Raḥmah.

Questo testo è un invito a riscoprire quella compassione profonda, a difendere i più silenziosi, e a essere testimoni della bellezza dell’Islām anche nel modo in cui trattiamo un passerotto.


Susanna Gagliano
Susanna Gagliano
Articoli: 48

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