Nel cuore dell’essere umano esiste una predisposizione originaria, primordiale, innata: la fitra. Questo concetto, cardine della visione islamica dell’essere umano, indica la naturale inclinazione a riconoscere l’esistenza di un Creatore unico, supremo, misericordioso e ordinatore dell’universo. La fitra non è solo un’intuizione, ma un istinto interiore che precede la cultura, la religione appresa, l’educazione: è l’impronta divina nell’anima dell’uomo.
Il Profeta Muhammad – che Allah lo benedica e gli dia pace – disse:
«Ogni neonato nasce con la fitra, ma sono i suoi genitori a renderlo ebreo, cristiano o magiano.» (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, 1385; Ṣaḥīḥ Muslim, 2658)
I grandi sapienti dell’Islām, come Ibn Taymiyya e Ibn al-Qayyim, considerarono questo ḥadīth come una prova fondamentale del fatto che la testimonianza dell’esistenza divina è iscritta nella natura dell’uomo. Ibn Taymiyya scrive:
“La conoscenza dell’esistenza di Allah è radicata in ogni anima, ed è la più evidente delle conoscenze innate. Tuttavia, le passioni e gli influssi esterni possono velarla.” (Majmūʿ al-Fatāwā, 5/47)
Nel Qurʾān stesso, Allah fa riferimento diretto a questa alleanza primordiale, alla testimonianza che ogni essere umano ha dato prima di venire sulla Terra:
“E quando il tuo Signore trasse dai lombi dei figli di Adamo la loro discendenza e fece testimoniare su loro stessi: ‘Non sono Io il vostro Signore?’ Dissero: ‘Sì, lo testimoniamo’. Così che nel Giorno della Resurrezione non possiate dire: ‘Eravamo incoscienti di ciò’.” (Sūra al-Aʿrāf, 7:172)
Questo versetto, di una potenza sconvolgente, viene interpretato da molti esegeti (come al-Ṭabarī, al-Qurṭubī e al-Rāzī) come il momento in cui l’anima umana ha riconosciuto Allah prima ancora di essere incarnata. Si tratta della primordiale testimonianza dell’Unità divina, che giace nel subconscio profondo dell’essere umano.
Ma se l’uomo ha dentro di sé questa luce naturale verso il divino, perché allora dubita? Perché cade nell’ateismo o nel politeismo? La risposta risiede nel fatto che la fitra può essere soffocata. I desideri, i traumi, l’orgoglio intellettuale, la cecità spirituale e l’influenza dell’ambiente possono oscurare la chiarezza della verità interiore. Proprio per questo, la Rivelazione giunge come ricordo (dhikr), come luce (nūr), come guida (hudā): non per sostituire la fitra, ma per risvegliarla.
La fede in Allah, dunque, non è un’imposizione esterna. Non è un dogma cieco che va contro la natura, ma un ritorno a ciò che si è sempre saputo nel profondo. Non a caso, il verbo usato nel Qurʾān per indicare la fede sincera è spesso “yudhakkirūna” – si ricordano. L’Islām è un risveglio.
Ecco perché, nel Qurʾān, Allah chiama l’uomo continuamente a riflettere sulla creazione come segno evidente del Creatore. Dice:
“In verità nella creazione dei cieli e della terra, nell’alternarsi della notte e del giorno, vi sono segni per coloro che ragionano.” (Sūra Āl ʿImrān, 3:190)
Questo appello alla ragione – al-ʿaql – è uno dei miracoli dell’Islām. La fede non è cieca, e non si oppone alla riflessione: al contrario, ragione e rivelazione sono sorelle, come dicevano i grandi sapienti musulmani. Al-Ġazālī, maestro di filosofia e spiritualità, scrive:
“La ragione è la base, e la rivelazione è la luce. Se si toglie la base, la luce cade; se si toglie la luce, la base rimane nell’oscurità.” (al-Iqtiṣād fī al-Iʿtiqād)
Tutta la creazione, in fondo, è un segno (āyah) che punta verso il Suo Creatore. Il concetto di tawḥīd, l’unicità di Allah, è inscritto nell’ordine delle cose. Il filosofo musulmano Fakhr ad-Dīn al-Rāzī, nel suo commentario al versetto “C’è forse dubbio sull’esistenza di Allah, Creatore dei cieli e della terra?” (Sūra Ibrāhīm, 14:10), scrive:
“Come potrebbe qualcuno dubitare dell’esistenza di Colui che ha ordinato la perfezione dei cieli, la stabilità della terra, la meraviglia delle creature? La verità è che chi dubita non ha riflettuto con cuore sincero.”
Ecco il nodo centrale: la fede autentica non è imposta, ma riconosciuta. Il cuore puro vi aderisce come qualcosa di evidente. Così come il corpo ha bisogno di acqua, l’anima ha bisogno di Dio. L’ateismo, per l’Islām, non è una posizione neutra, ma una frattura, una deviazione dalla natura originaria. Non è “non credere”, ma “aver dimenticato”.
L’intero cammino della fede, allora, non è tanto scoprire qualcosa di nuovo, quanto ricordare ciò che già si sa, riscoprire ciò che si era dimenticato. E la rivelazione è lì per spezzare il torpore dell’anima, per sciogliere i nodi del cuore, per ridestare la fitra e mostrarle il volto del Suo Signore.
L’esistenza di Allah: argomentazioni logiche, teologiche e filosofiche
L’Islām non chiede all’uomo di credere ciecamente, ma lo invita a riflettere. Il verbo taʿaqqalū (“usate la ragione”) ricorre decine di volte nel Qurʾān. Questo è uno degli aspetti più nobili della nostra religione: non esiste frattura tra il cuore e la mente, tra la fede e il pensiero. Il credente è invitato a guardare il mondo con occhi vigili, e a trovare in ogni cosa la traccia del Creatore.
“In verità, nei cieli e nella terra ci sono segni per i credenti. E nella vostra creazione e in quella degli esseri viventi che Egli ha sparso [vi sono segni] per gente che è certa.” (Sūra al-Jāthiya, 45:3-4)
Già i grandi teologi musulmani (mutakallimūn) come al-Ghazālī, al-Juwaynī, Ibn Ḥazm, Fakhr ad-Dīn al-Rāzī e altri, hanno discusso i segni razionali dell’esistenza di Allah, elaborando argomentazioni che spesso anticipano o superano quelle della filosofia occidentale.
1. L’argomento della causa prima (dalīl al-hudūth)
Una delle dimostrazioni classiche parte dal fatto che tutto ciò che ha avuto un inizio deve avere una causa. Poiché il mondo non è eterno (come dimostra il suo continuo cambiamento), allora deve essere stato causato da Qualcuno che è eterno, necessario, autosufficiente e increato.
Fakhr ad-Dīn al-Rāzī afferma:
“Se l’universo fosse eterno, non sarebbe soggetto al cambiamento. Ma tutto ciò che osserviamo muta, si muove, si decompone, si trasforma. Dunque, esso è stato preceduto dall’assenza. E ciò che è stato preceduto dall’assenza è stato causato.” (al-Maṭālib al-ʿĀliya, 1/40)
Questo concetto viene espresso anche nel Qurʾān:
“O sono stati creati dal nulla, o sono loro i creatori? O hanno creato i cieli e la terra? No! Ma non hanno certezza.” (Sūra at-Ṭūr, 52:35-36)
I grammatici e teologi sunniti (come al-Bayḍāwī e al-Baghawī) interpretano questi versetti come una confutazione razionale: non si può venire dal nulla, né si può essere il proprio creatore. Quindi, deve esistere un Creatore al di fuori della creazione, Che non è soggetto al divenire.
2. L’argomento dell’ordine e della finalità (dalīl al-ʿināya wa al-niẓām)
Il mondo manifesta un ordine straordinario: dalle galassie alle cellule, tutto risponde a leggi precise, armoniche, stabili. Questo indica una mente ordinatrice, una volontà superiore, non un caso cieco.
“In verità, nella creazione dei cieli e della terra, nell’alternarsi della notte e del giorno… e nell’acqua che Allah fa scendere dal cielo… vi sono segni per coloro che riflettono.” (Sūra al-Baqara, 2:164)
Al-Ġazālī argomenta che:
“Ogni cosa che risponde a un ordine specifico, proporzionato e intelligente, indica un’intenzione e una volontà. E l’intenzione non appartiene alla materia inerte, ma alla mente creatrice.” (al-Iqtiṣād fī al-Iʿtiqād)
Il grande Ibn Taymiyya, pur criticando alcune argomentazioni filosofiche greche, ribadisce tuttavia:
“L’ordine nella creazione è una delle prove più forti dell’esistenza del Creatore, e del fatto che Egli possiede conoscenza, volontà e potere.” (Darʾ Taʿāruḍ al-ʿAql wa al-Naql, 3/271)
3. L’argomento dell’essere necessario (dalīl al-wājib)
Alcuni filosofi musulmani come Ibn Sīnā (Avicenna) introdussero un’argomentazione metafisica: tutto ciò che esiste è o necessario o possibile. Il mondo è possibile, poiché avrebbe potuto non esistere. Dunque, deve dipendere da qualcosa che esiste necessariamente, che non può non essere, che è wājib al-wujūd: Allah.
Ibn Sīnā scrive:
“Il mondo è composto da elementi la cui esistenza è possibile. Ma il possibile ha bisogno di una causa per essere. Se non esistesse un essere necessario, nulla esisterebbe.” (al-Ishārāt wa al-Tanbīhāt)
Sebbene questo tipo di argomento fu criticato da alcuni teologi (soprattutto hanbaliti) per il suo linguaggio astratto, rimane una delle argomentazioni metafisiche più raffinate nella storia del pensiero islamico.
4. L’argomento morale
Un altro segno è la presenza universale del senso del giusto e dello sbagliato. In ogni società umana, anche la più isolata, esiste un codice etico. Questo senso morale innato – la legge scritta nei cuori, come direbbe anche Agostino – è per molti segno di un Legislatore Supremo.
Il Qurʾān parla della coscienza come testimone interiore:
“E l’anima, e Colui che l’ha plasmata, e le ha ispirato il bene e il male…” (Sūra ash-Shams, 91:7-8)
L’uomo distingue il bene dal male, non solo per cultura, ma per luce interiore. Questa luce viene da Allah, ed è parte della Sua guida.
Attraverso questi e molti altri segni, l’Islām mostra come ragione e fede cooperino. Non vi è vera fede senza consapevolezza, né vera ragione senza apertura alla trascendenza. L’ateismo, alla fine, non riesce a dare risposta né all’origine dell’universo, né al suo ordine, né alla sete morale del cuore umano. Il caso cieco, la materia eterna, il nichilismo etico: tutto ciò è incompatibile con la realtà che viviamo.
Per questo Allah dice:
“Noi mostreremo loro i Nostri segni negli orizzonti e dentro loro stessi, finché sia chiaro che esso (il Qurʾān) è la Verità.” (Sūra Fuṣṣilat, 41:53)
L’universo è pieno di segni. Il cuore è pieno di sete. E la Rivelazione è la pioggia che scende a risvegliare la fitra. Il credente non crede malgrado la ragione, ma attraverso di essa, aiutata dalla luce divina.
L’unicità di Allah (Tawḥīd): fondamento razionale e rivelato
Tutto ciò che l’Islām insegna, tutto ciò che il Qurʾān proclama, tutto ciò che i profeti hanno trasmesso converge verso un’unica, eterna, inamovibile realtà: l’Unità Assoluta di Allah. Questo principio si chiama Tawḥīd – dal verbo waḥḥada, “rendere uno, affermare l’unicità”. Non è solo un dogma, ma una lente attraverso cui leggere il mondo, il senso della vita, la natura dell’uomo e il fine della creazione.
Nel Qurʾān, il concetto di Tawḥīd viene ribadito in ogni sura, ma la sua sintesi perfetta è in:
“Di’: Egli è Allah, l’Unico.
Allah, l’Assoluto (aṣ-Ṣamad).
Non ha generato e non è stato generato.
E nessuno è simile a Lui.”
(Sūra al-Ikhlāṣ, 112:1-4)
Quattro versetti. Ma, come disse Ibn ʿAbbās, valgono un terzo del Qurʾān, perché riassumono l’intera teologia islamica.
Il Tawḥīd non è solo un’affermazione: è una rivoluzione spirituale.
Riconoscere l’Unicità di Allah significa negare ogni forma di divinizzazione della creazione: nessun uomo, sistema, potere, desiderio o oggetto può essere associato a Lui. È la liberazione totale del cuore da tutto ciò che non è Dio. Ibn al-Qayyim scrive:
“Il tawḥīd libera l’anima dalla schiavitù verso le creature, e la restituisce al suo unico vero Padrone. È la porta della felicità, il rifugio contro l’angoscia e la chiave della saggezza.” (al-Fawāʾid)
Il Tawḥīd si articola in tre dimensioni fondamentali (secondo i teologi del Ahl al-Sunna wa al-Jamāʿa):
1. Tawḥīd al-Rubūbiyya – L’unicità di Allah nella Sua signoria: Egli è l’unico Creatore, Sostenitore, Ordinatore del cosmo. Nulla accade senza il Suo permesso.
“Allah è il Creatore di ogni cosa, ed Egli è Colui che vigila su tutto.” (Sūra az-Zumar, 39:62)
2. Tawḥīd al-Ulūhiyya – L’unicità nell’essere adorato: Solo Allah merita culto, invocazione, amore assoluto. Qualsiasi atto di culto rivolto ad altri che non siano Lui è shirk (associazione).
“Adora Allah e non associGli alcunché.” (Sūra an-Nisāʾ, 4:36)
3. Tawḥīd al-Asmāʾ wa al-Ṣifāt – L’unicità nei Suoi Nomi e Attributi: Nessuno è come Lui nei Suoi Nomi (al-Raḥmān, al-ʿAlīm, al-Qahhār…) e nei Suoi Attributi. Non somigliano a quelli delle creature.
“Nulla è simile a Lui. Egli è l’Audiente, il Veggente.” (Sūra ash-Shūrā, 42:11)
Questa distinzione è stata chiarita con forza da molti sapienti, come Ibn Taymiyya e Ibn Baṭṭah, per rispondere a coloro che credevano che bastasse riconoscere Allah come Creatore per essere monoteisti. In realtà, anche i pagani Quraysh ammettevano che Allah creò i cieli e la terra, ma associavano ad Allah altri intermediari nel culto – ed è questo che l’Islām condanna fermamente.
“Se chiedi loro: ‘Chi ha creato i cieli e la terra?’ Risponderanno: ‘Allah’. Di’: ‘E dunque perché non Lo temete?’” (Sūra Yūnus, 10:31)
L’unità di Allah è necessaria anche logicamente
Nel Qurʾān troviamo un ragionamento meravigliosamente logico e conciso:
“Se ci fossero stati altri dèi, oltre ad Allah, nei cieli e sulla terra, entrambi sarebbero andati in rovina.” (Sūra al-Anbiyāʾ, 21:22)
Gli esegeti classici (al-Rāzī, al-Ṭabarī, al-Qurṭubī) spiegano che due divinità assolute sono logicamente impossibili. Se fossero davvero onnipotenti, ci sarebbero tre possibilità:
- vogliono la stessa cosa: uno è superfluo, non è Dio;
- vogliono cose diverse: uno deve prevalere, l’altro è debole, quindi non è Dio;
- entrambi devono rinunciare: entrambi sono limitati.
Quindi l’unità di Dio è non solo rivelata, ma logicamente necessaria. E ciò che non è Uno, non può essere assoluto.
Al-Ġazālī lo esprime con parole raffinatissime:
“La ragione e la rivelazione concordano nel fatto che l’Essere Supremo non può avere simili, né associati, né limiti. L’unicità non è solo numerica, ma assoluta: Egli è Uno nella Sua essenza, nei Suoi attributi e nel Suo agire.” (al-Iqtiṣād fī al-Iʿtiqād)
Il Tawḥīd come medicina dell’anima
Il tawḥīd non è solo concetto teologico, ma cura per l’anima malata, fonte di pace, di serenità, di stabilità interiore. Ogni angoscia nasce dalla dipendenza dal mondo, dalle persone, dalle cose. Il tawḥīd spezza queste catene, e riporta tutto il cuore verso l’unico punto fermo: Allah.
“Colui che conosce Allah come l’Unico, l’Assoluto, l’Eterno, non teme né desidera più niente fuori di Lui. Tutto diventa relativo, tranne il Suo Volto.” (Ibn al-Qayyim, Madārij al-Sālikīn)
Ecco perché l’invocazione più amata e più meritoria è:
Lā ilāha illa-llāh – Non c’è divinità se non Allah.
Non è solo una formula: è la verità eterna del cosmo. È la chiave del Paradiso.
“Chi dice ‘lā ilāha illa-llāh’ sinceramente, entrerà nel Giardino.” (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, 5827)
Parte 4 – I Nomi e gli Attributi di Allah: conoscere Dio per conoscerci
Uno dei doni più alti che Allah ha fatto all’umanità è rivelare Se Stesso. Lo ha fatto attraverso le Sue parole nel Qurʾān e sulla lingua del Suo Inviato (pace e benedizioni su di lui), insegnandoci i Suoi Nomi più belli (al-Asmāʾ al-Ḥusnā) e i Suoi Attributi sublimi (Ṣifāt), così che potessimo conoscerLo, amarLo, adorarLo in verità.
“A Allah appartengono i Nomi più belli: invocatelo con essi!” (Sūra al-Aʿrāf, 7:180)
I Nomi di Allah non sono solo parole da recitare: racchiudono verità cosmiche ed eterne, e ognuno di essi ci apre una finestra sul Suo Essere. Conoscere i Nomi di Allah è una forma di adorazione (ʿibāda), di meditazione (tafakkur), di purificazione del cuore.
Il Profeta ﷺ disse:
“In verità, Allah ha 99 Nomi: chi li enumera (aḥṣāhā) entrerà nel Paradiso.” (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, 6410; Ṣaḥīḥ Muslim, 2677)
Il termine aḥṣāhā è stato interpretato da Ibn al-Qayyim e al-Nawawī non come semplice “memorizzazione”, ma come conoscenza, riflessione e pratica. Chi vive secondo i Nomi di Allah, entra nella beatitudine della Sua compagnia.
La via della conoscenza di Allah
I sapienti sunniti ci insegnano una regola d’oro: “Afferma ciò che Allah ha affermato di Sé, e nega ciò che Egli ha negato, senza alterare, paragonare, negare o chiedere ‘come’.”
Questa regola fu seguita dai grandi imam: Mālik, Aḥmad ibn Ḥanbal, al-Shāfiʿī, al-Ashʿarī e altri. Il pericolo non sta nell’affermare gli Attributi di Allah, ma nell’attribuirGli somiglianza con le creature (tashbīh) o nel negare ciò che Egli ha affermato (taʿṭīl).
Quando fu chiesto all’Imām Mālik – a proposito del versetto “Il Compassionevole Si è istallato sul Trono” (Sūra Ṭā-Hā, 20:5) – «Come si è istallato?», egli rispose:
“Il ‘come’ è sconosciuto, l’istallarsi è affermato, crederci è obbligatorio, e domandarne il ‘come’ è una bidʿa.”
Questo è l’approccio sano: affermazione senza antropomorfismo, e negazione senza svuotamento.
Alcuni Nomi sublimi e il loro impatto spirituale
– al-Raḥmān, al-Raḥīm – Il Misericordioso, il Clemente
Questi due Nomi aprono ogni sura del Qurʾān (eccetto una). Sono Nomi di amore assoluto, e derivano dalla radice raḥima, che evoca la tenerezza del grembo materno (raḥim). La misericordia divina abbraccia tutto:
“La Mia misericordia abbraccia ogni cosa.” (Sūra al-Aʿrāf, 7:156)
Ibn Qayyim dice:
“Non c’è atto, respiro o istante della creazione che non sia immerso nella misericordia divina.”
– al-ʿAlīm – Colui che conosce ogni cosa
Allah conosce ciò che è visibile e ciò che è nascosto, ciò che fu, ciò che è, e ciò che sarà. Ma anche ciò che non è, e come sarebbe se fosse stato.
“E presso di Lui sono le chiavi dell’Invisibile. Nessuno le conosce tranne Lui.” (Sūra al-Anʿām, 6:59)
Questo Nome genera umiltà e fiducia: nulla Gli sfugge. Non c’è bisogno di gridare per essere ascoltati.
– al-Qadīr – Il Potente su ogni cosa
Nulla Gli è difficile, Egli dice “Sii” ed è. Anche il cuore più perso può essere guidato in un istante, se Egli lo vuole.
“Allah è capace su ogni cosa.” (Sūra al-Baqara, 2:284)
Meditare su questo Nome rafforza la speranza e l’affidamento (tawakkul): ogni cosa è sotto il Suo controllo.
– al-Wadūd – Colui che ama e merita amore
Un Nome spesso ignorato: Allah non solo è Misericordioso, ma è affettuoso, amorevole. al-Wadūd viene dalla radice wudda, che indica un amore puro, duraturo, sincero.
“Ed Egli è il Perdonatore, il Compassionevole, il Pieno d’Amore.” (Sūra al-Burūj, 85:14)
Questo Nome spezza ogni barriera tra il servo e il Signore: non solo temiamo Allah, ma Lo amiamo.
Gli Attributi divini: tra trascendenza e vicinanza
Gli Attributi (Ṣifāt) di Allah non sono qualità passive, ma reali e perfette, senza limiti. Allah è ḥayy (Vivente), samīʿ (Ascoltatore), baṣīr (Vedente), ʿalīm (Sapiente), qadīr (Onnipotente). Tuttavia, non si deve pensare in termini umani: Lui vede, ma non con occhi; sente, ma non con orecchi; conosce, ma senza apprendere.
Ibn Taymiyya disse:
“Allah possiede Attributi reali, eppure non simili a quelli delle creature. E questo è il perfetto equilibrio del tawḥīd.” (Majmūʿ al-Fatāwā)
I Nomi divini come sentiero spirituale
Ogni Nome di Allah ha un effetto nel cuore, se compreso e vissuto. Al-Ġazālī, nel suo capolavoro al-Maqṣad al-Asnā, spiega che il fine del credente è conformarsi a questi Nomi nella misura umana possibile:
Allah è Misericordioso? Allora sii misericordioso.
Allah perdona? Perdona.
Allah è Paziente? Sii paziente.
Allah ama la verità? Dilla.
Allah è Giusto? Non opprimere.
“Comportati con le creature come Allah si comporta con te.” (Ibn al-Qayyim)
Conoscere Allah attraverso i Suoi Nomi e Attributi è l’inizio del vero cammino spirituale. Più Lo conosci, più Lo temi. Più Lo ami, più Lo desideri. Più Lo invochi con i Suoi Nomi, più il tuo cuore si apre alla luce.
Rivelazione e Ragione: contraddizione o armonia?
Nel mondo moderno – dominato dalla scienza empirica e dal razionalismo secolare – molti si chiedono: “Ha ancora senso seguire una rivelazione? È razionale credere in un Libro divino?” Altri oppongono alla fede il pensiero critico, come se fossero nemici inconciliabili. Ma l’Islām risponde con chiarezza, da 1400 anni:
la Ragione e la Rivelazione sono alleate, non avversarie.
Il Qurʾān non solo non teme la ragione, ma la chiama in causa, la sollecita, la stimola:
“Non riflettete? Non meditate? Non usate l’intelletto?” (Sūra al-Baqara, 2:44; al-Aʿrāf, 7:176; Yūnus, 10:100)
Il verbo taʿaqqalū (“usate la ragione”) ricorre oltre 40 volte nel Qurʾān. Il verbo yatafakkarūn (“riflettono”) anche di più. Il credente non è un sottomesso cieco, ma un pensatore adorante.
I grandi imam non hanno mai separato il cuore dalla mente. Al contrario, lo scopo della ragione – secondo l’Islām – non è negare la rivelazione, ma riconoscerla. La vera intelligenza non si oppone a Dio: lo riconosce nelle cose, e poi si inchina.
La disputa storica: mutakallimūn, falāsifa e ʿulamāʾ
Nel corso della storia islamica, tre grandi correnti hanno riflettuto sul rapporto tra ragione e rivelazione:
- 1. I mutakallimūn (teologi dialettici, come al-Juwaynī, al-Bāqillānī, al-Ashʿarī, al-Māturīdī) – sostenevano che la ragione fosse necessaria per dimostrare la validità della rivelazione, ma che poi si fermasse ai limiti della legge rivelata. La ragione è serva della rivelazione, non sua padrona.
- 2. I falāsifa (filosofi influenzati dal pensiero greco, come al-Fārābī, Ibn Sīnā, Ibn Rushd) – sostenevano che la verità poteva essere raggiunta anche solo tramite la ragione, ma che la rivelazione era utile per le masse. Alcuni, come Ibn Rushd, affermavano che le due non si contraddicono, ma che eventuali conflitti dipendono da una cattiva interpretazione.
- 3. I salaf e i tradizionalisti (come Mālik, Aḥmad, Ibn Taymiyya) – consideravano la rivelazione perfetta e sufficiente, ma non rifiutavano la ragione: solo, le negavano il potere di giudicare ciò che Allah ha rivelato. Ibn Taymiyya scrisse:
“Il vero ʿaql non contraddice il vero naql. Se sembra esserci contraddizione, o l’intelletto è corrotto, o la comprensione della rivelazione è errata.” (Darʾ Taʿāruḍ al-ʿAql wa al-Naql)
Il titolo stesso della sua opera lo dice: “Confutazione del conflitto tra Ragione e Tradizione”. E vi dimostra, con oltre 10 volumi, che non esiste reale opposizione tra una mente sana e una rivelazione autentica.
Esempi dal Qurʾān: razionalità profonda
Il Qurʾān offre argomentazioni razionali contro il politeismo, l’ateismo, la superstizione. Non si limita a comandare: spiega.
Quando Allah sfida i politeisti, dice:
“Hanno forse preso dèi diversi da Lui? Di’: Portate la vostra prova.” (Sūra al-Anbiyāʾ, 21:24)
E ancora:
“Se ci fossero stati altri dèi oltre ad Allah, la terra e i cieli sarebbero andati in rovina.” (Sūra al-Anbiyāʾ, 21:22)
Il tono è dialettico, logico, incalzante. Il Qurʾān mostra, non impone. Propone segni, non ciechi dogmi.
Rivelazione e Ragione: due fonti, un solo scopo
Nel pensiero islamico più profondo, si dice che Allah ha dato all’uomo due libri:
il Libro della Scrittura: il Qurʾān
il Libro della Creazione: il cosmo
Entrambi sono āyāt, “segni”. Entrambi parlano, e non si contraddicono. Al contrario: si spiegano reciprocamente. L’uno guida il cuore; l’altro l’intelletto. L’Imām al-Shāṭibī dice:
“La rivelazione è luce che guida la ragione. E la ragione è lanterna che illumina la comprensione della rivelazione.” (al-Muwāfaqāt)
La scienza nel Qurʾān: stimolo all’intelligenza, non sostituto
Il Qurʾān non è un libro di scienza, ma stimola alla conoscenza scientifica. Parla del ciclo dell’acqua, della creazione degli embrioni, dell’universo in espansione, del ferro come “disceso”, del miele come medicina. Tutto in un linguaggio aperto, evocativo, universale.
“E riflettano sull’alternarsi della notte e del giorno, e su ciò che Allah ha creato nei cieli e nella terra…” (Sūra al-Jāthiya, 45:5)
Scienziati musulmani come al-Bīrūnī, Ibn al-Haytham, al-Khawārizmī, furono ispirati da questa visione integrata. Lo studio del mondo era un atto di adorazione.
Limiti della ragione e perfezione della rivelazione
Ma l’Islām, al tempo stesso, ci ricorda che la ragione ha limiti. Può indicarci che Dio esiste, che il cosmo ha un ordine, che l’etica ha un senso. Ma non può, da sola, conoscere le leggi divine nel dettaglio, né i segreti dell’aldilà, né la vera via per purificare il cuore.
“Non possono afferrare nulla della Sua scienza, se non ciò che Egli vuole.” (Sūra al-Baqara, 2:255)
È qui che la rivelazione completa il cammino. La ragione prepara il terreno. La rivelazione pianta il seme. L’Imām al-Ghazālī scrive:
“La ragione è come l’occhio. Ma ha bisogno della luce per vedere. La rivelazione è quella luce.” (al-Munqidh min al-Ḍalāl)
Le deviazioni moderne: razionalismo e fideismo
Oggi, l’uomo moderno oscilla tra razionalismo assoluto (che rifiuta ogni fede) e fideismo cieco (che rifiuta ogni ragione). L’Islām, invece, offre equilibrio: ragione illuminata dalla fede, e fede sostenuta dalla ragione.
Il pensiero contemporaneo musulmano – da al-ʿAlāwī a al-Nadwī, da Ṭāhā ʿAbd al-Raḥmān a Naquib al-Attās – ha mostrato come la crisi del mondo moderno non è nell’intelligenza, ma nel suo sradicamento da Dio. Quando la ragione si isola, cade nell’orgoglio. Quando la rivelazione viene negata, l’uomo si perde.
Rivelazione e ragione sono due ali dello stesso uccello: senza una, non si vola.
Chi crede solo con la mente, resta arido. Chi crede solo con il cuore, può essere cieco. Ma chi crede con mente lucida e cuore puro, trova Allah nella creazione, nella Parola, e dentro di sé.
Le prove della veridicità dell’Islām: il sigillo della rivelazione
L’Islām non chiede una fede cieca.
Chiede una fede fondata su segni, evidenze, miracoli, coerenza, profondità.
I Quraysh stessi, i politeisti arabi, non furono condannati per aver chiesto prove…
ma per averle rifiutate, una volta che furono loro evidenti.
“Non hanno forse riflettuto? Non c’è alcuna follia nel loro compagno. Egli non è altro che un ammonitore chiaro.” (Sūra al-Aʿrāf, 7:184)
Il Qurʾān presenta diversi tipi di prove della verità del messaggio islamico. Le principali sono:
- 1. La sfida linguistica e letteraria del Qurʾān (iʿjāz al-Qurʾān)
Il Qurʾān non è solo una rivelazione: è un miracolo vivente.
È stato rivelato a un uomo che non sapeva leggere né scrivere, in una società dove la poesia era l’arte più sublime, e tuttavia nessuno riuscì mai a eguagliarlo, né in stile, né in profondità, né in impatto spirituale.
“Se siete nel dubbio riguardo a ciò che abbiamo rivelato al Nostro servo, portate una sura simile. E chiamate i vostri testimoni… se siete sinceri. E se non lo fate – e non lo farete mai – allora temete il Fuoco.” (Sūra al-Baqara, 2:23-24)
Questa sfida non è solo linguistica: è esistenziale. Il Qurʾān parla a ogni generazione, in ogni lingua, a ogni animo. La sua potenza non è solo retorica: è effetto sul cuore. Intere tribù si convertivano ascoltando solo pochi versetti.
Al-Jurjānī e Ibn al-Qayyim mostrarono come il miracolo del Qurʾān sia nella sua combinazione perfetta tra forma e contenuto:
concisione, profondità, ritmicità, novità, precisione giuridica, elevazione spirituale…
in un equilibrio impossibile per mano umana.
- 2. La coerenza assoluta del messaggio
Il Qurʾān fu rivelato in 23 anni, in circostanze mutevoli: pace, guerra, emigrazione, crisi, trionfi. Eppure, non contiene contraddizioni.
“Non riflettono sul Qurʾān? Se fosse venuto da altri che Allah, vi troverebbero molte contraddizioni.” (Sūra an-Nisāʾ, 4:82)
Ogni versetto si collega a un altro. Ogni principio ha radici.
La coerenza tra cosmologia, etica, psicologia, diritto e spiritualità è senza precedenti.
Il pensiero islamico, da al-Rāzī a Ibn ʿĀshūr, ha mostrato l’unità interna del Qurʾān, che va ben oltre le parole. Il suo schema è organico e radiale: non lineare, ma a spirali concentriche, in cui ogni sura richiama l’altra. Un intreccio impossibile da falsificare.
- 3. La perfetta corrispondenza con la fitra
Come abbiamo già detto, l’essere umano nasce con un’inclinazione naturale al monoteismo, al bene, alla giustizia.
Il Qurʾān non impone norme estranee alla natura umana: la risveglia, la educa, la libera.
Ibn Taymiyya e al-Ṭabarī sottolineano come ogni comando del Qurʾān sia giusto, equilibrato, conforme alla ragione e al cuore. Non troverai nulla di estraneo alla dignità umana.
“Segui la natura che Allah ha creato negli uomini. Non c’è alterazione nella creazione di Allah. Questa è la religione retta.” (Sūra al-Rūm, 30:30)
Persino pensatori laici come Muhammad Asad (ebreo austriaco convertito all’Islām) affermarono:
“Il Qurʾān ha parlato alla mia intelligenza prima ancora che al mio cuore. Nulla in esso cozza con ciò che so essere vero.”
- 4. La trasformazione reale che operò
L’Islām non è nato in una civiltà avanzata, ma in una società tribale, divisa, idolatra, vendicativa.
E in pochi decenni, quella stessa società produsse:
- giuristi
- teologi
- mistici
- astronomi
- matematici
- filosofi
- santi
- governanti giusti
Questa rivoluzione spirituale – senza eserciti, senza tecnologia, senza propaganda – non ha spiegazione se non nella forza divina del messaggio.
“Com’era un uomo solo, in mezzo al deserto, a cambiare il destino del mondo intero?” (Testimonianza di Lamartine, poeta francese)
- 5. I segni profetici e la sua vita
Il Profeta Muḥammad ﷺ fu uomo, servo, guida, padre, capo di Stato, legislatore, asceta, stratega, mistico, poeta, oratore.
Eppure, in tutta la sua vita:
- nessuna contraddizione nei suoi atti
- nessuna menzogna
- nessuna ricerca di potere personale
- nessun errore dottrinale
Chi lo accusava, diceva solo: “poeta, mago, pazzo”. Ma nessuno osò dire che era bugiardo. Anche i suoi nemici lo chiamavano al-Amīn, il Fedele.
Egli non scrisse il Qurʾān, né lo adattò ai propri interessi: fu spesso il primo ad essere corretto da esso.
“Egli non parla di suo capriccio. Non è che rivelazione ispirata.” (Sūra al-Najm, 53:3-4)
- 6. La trasmissione perfetta della rivelazione
Il Qurʾān è l’unico libro sacro giunto fino a noi in forma completamente memorizzata, recitata, scritta, controllata, attraverso catene ininterrotte di trasmissione (tawātur).
Nessuna alterazione, nessuna interpolazione.
La scienza del ḥadīth ha sviluppato metodi di critica storica, biografica e testuale che superano quelli moderni, tanto da essere studiati anche in Occidente.
Il Qurʾān che leggiamo oggi è esattamente quello che leggeva il Profeta ﷺ.
È vivo nella memoria di milioni di musulmani, da secoli.
È l’unico testo al mondo che si tramanda per via orale ininterrottamente, parola per parola, suono per suono.
- 7. Le profezie e i segni futuri
Il Qurʾān contiene numerosi riferimenti a eventi futuri, molti dei quali avveratisi:
- La vittoria dei Bizantini contro i Persiani (Sūra al-Rūm, 30:2-4)
- La conquista della Mecca (Sūra al-Fatḥ, 48)
- L’espansione dell’Islām su scala mondiale
- La corruzione dell’anima umana, la materializzazione della società, la decadenza spirituale degli ultimi tempi – tutto predetto.
Ibn Kathīr, al-Qurṭubī e al-Shawkānī commentano questi versetti con riferimenti storici precisi, mostrando come la Rivelazione abbia anticipato eventi ben oltre le capacità umane.
Conclusione
L’Islām non è vero perché lo diciamo noi.
È vero perché i segni lo confermano, la ragione lo accoglie, il cuore lo riconosce, e la storia lo testimonia.
Il Qurʾān ti parla.
Sei tu che devi decidere se ascoltare.
Come disse il Profeta ﷺ a un uomo che esitava:
“Ti invito con una Parola: se la accetti, sarai salvo. Se la rifiuti, porterai la tua responsabilità.”




