Possesso, fiducia e giustizia: i fondamenti della gestione dei beni nel matrimonio islamico

Nel cuore della legge islamica, il matrimonio non è solo un contratto d’amore e responsabilità spirituale, ma anche un accordo giuridico chiaro e definito. Tra i suoi elementi meno discussi ma estremamente importanti vi è la questione della gestione dei beni. Diversamente da quanto avviene in molti ordinamenti occidentali, nell’Islam la comunione dei beni non è una prassi riconosciuta né approvata. Il concetto stesso di “comunione dei beni” – in cui i beni acquistati da uno o da entrambi i coniugi durante il matrimonio diventano automaticamente condivisi – non trova alcun fondamento né nella Sharīʿah né nella tradizione profetica.

Infatti, secondo i principi generali del diritto islamico, ogni individuo mantiene la proprietà esclusiva dei suoi beni, sia prima che durante il matrimonio, a meno che non scelga volontariamente di condividerli o trasferirli. Questo è un punto che gli ʿUlamāʾ (Sapienti) delle quattro scuole giuridiche hanno sottolineato con chiarezza.

L’Imām Mālik (che Allah abbia misericordia di lui), ad esempio, affermò che:

“La donna è la custode dei suoi beni, e l’uomo è custode dei suoi. Nessuno dei due può reclamare il possesso dell’altro, salvo per volontà chiara e offerta esplicita.” (al-Mudawwanah al-Kubrā, vol. 2)

Questa indipendenza patrimoniale è fondata su un principio fondamentale della Sharīʿah: il diritto alla proprietà privata, sancito nel Corano stesso:

“Non consumate a torto i beni altrui…” (Sura al-Baqara, 2:188)

E ancora:

“Agli uomini spetta una parte di ciò che guadagnano, e alle donne spetta una parte di ciò che guadagnano…” (Sura al-Nisā’, 4:32)

Questo versetto è chiarissimo nel determinare che ognuno mantiene la titolarità dei beni guadagnati; non vi è alcun automatismo di comunione, né imposizione reciproca sulla proprietà altrui.

La Sharīʿah rifiuta la comunione forzata: consenso e intenzione prima di tutto

Il principio di non-commistione automatica dei beni non è solo una questione tecnica, ma riflette una concezione profonda di giustizia e responsabilità individuale. La Sharīʿah pone una grande enfasi sull’intenzione (niyyah) e sul consenso (riḍāʾ). Nessun trasferimento di beni è valido senza il consenso libero e informato del proprietario.

L’Imām al-Shāfiʿī (che Allah abbia misericordia di lui) commentò:

“I beni della donna restano suoi, e non è lecito all’uomo toccarli, né usarli, né gestirli, salvo che ella lo permetta, esplicitamente e senza costrizione.” (al-Umm, vol. 6)

Secondo gli Ḥanafī, anche se la donna entra in casa del marito, riceve da lui il mantenimento (nafaqa), e vive sotto la sua protezione, ella non perde affatto il diritto al possesso e alla gestione autonoma dei propri averi. Questo include donazioni, eredità, redditi personali, e anche ogni bene comprato o ricevuto.

Gli Ḥanbalī, da parte loro, sono altrettanto categorici: Ibn Qudāmah (m. 620H), uno dei grandi giuristi hanbaliti, scrive:

“Non è lecito né al marito disporre dei beni della moglie, né viceversa, a meno di autorizzazione esplicita e chiara.” (al-Mughnī, vol. 4)

La donna musulmana e la sua autonomia economica: tra fiqh e realtà

Molti ignorano che l’Islam ha garantito alla donna, più di mille anni fa, una autonomia economica totale, in un tempo in cui le donne altrove venivano considerate parte del patrimonio familiare, incapaci di possedere, contrattare, gestire.

La donna può:

  • possedere beni mobili e immobili
  • fare contratti
  • avviare attività commerciali
  • ereditare e lasciare eredità
  • fare donazioni o atti di liberalità
  • prestare e chiedere prestiti
  • rifiutarsi di condividere i propri beni

Persino l’Abbaside Zaynab bint Jahsh, moglie del Profeta Muhammad ﷺ, era famosa per la sua generosità con i poveri, ma non fu mai obbligata a condividere i suoi beni con il Messaggero ﷺ, né lui glieli richiese mai. Si trattava di sua iniziativa spirituale e personale.

Curiosità giuridiche poco note: il “mal al-zawjayn” (bene coniugale congiunto)

Esistono però alcune situazioni eccezionali in cui i beni possono diventare misti o condivisi, ma mai per legge automatica. I giuristi medievali parlarono infatti di una particolare categoria chiamata “mal al-zawjayn”, ovvero bene acquisito insieme, come ad esempio un terreno o una casa comprata da entrambi con denaro proprio. In questo caso:

  • La proprietà viene divisa proporzionalmente ai contributi
  • Ogni parte ha pieno diritto su ciò che ha versato
  • In caso di separazione o morte, si applicano le regole di divisione patrimoniale

I Mālikiti e Ḥanbaliti riconoscono questa forma volontaria di comunione, ma solo con prova del contributo reciproco. In mancanza di prova, il bene è attribuito a chi lo ha registrato a suo nome o a chi l’ha acquistato con prova testimoniata.

Questo significa che la “comunione dei beni” è lecita solo se è una scelta libera e documentata, non imposta né presunta.

Il mantenimento (nafaqa): obbligo del marito, diritto della moglie

Una delle questioni chiave nella gestione finanziaria del matrimonio islamico è il concetto di nafaqa, ovvero il mantenimento. Nell’Islam, l’obbligo di provvedere economicamente alla moglie e alla famiglia ricade esclusivamente sul marito, anche se la moglie è ricca.

Questo principio è tratto direttamente dal Corano:

“Gli uomini sono i responsabili delle donne a causa del favore che Allah ha concesso agli uni rispetto agli altri e perché spendono dei loro beni [per elle]…” (Sura al-Nisāʾ, 4:34)

Il Tafsīr di al-Qurṭubī spiega:

“La responsabilità dell’uomo verso la donna nasce dalla sua spesa (nafaqa) e dal fatto che ha l’obbligo di garantirle sussistenza, vestiti e protezione.” (Tafsīr al-Qurṭubī, 4:34)

La nafaqa include:

  • cibo quotidiano sufficiente e dignitoso
  • vestiti adatti alla stagione e allo stile della zona
  • una casa dignitosa, proporzionata al tenore di vita del marito
  • spese mediche di base
  • prodotti per l’igiene e le necessità femminili

I giuristi delle quattro scuole sono unanimi nel ritenere il mantenimento obbligatorio. Le differenze tra le scuole riguardano i dettagli: ad esempio, cosa accade se la donna è disobbediente (nāshiza), o se lavora, o se ha ricchezza propria.

Lavoro della moglie e mantenimento: un grande equivoco moderno

Una domanda frequente oggi è: “Se la moglie lavora, ha ancora diritto alla nafaqa?”

La risposta è sì, assolutamente – a meno che non rinunci volontariamente a questo diritto.

Le fatawa moderne dell’Azhar, del Consiglio Europeo per la Fatwa (ECFR) e del Dar al-Iftāʾ al-Miṣriyya concordano:

“La donna che lavora fuori casa mantiene il diritto alla nafaqa piena, a meno che il lavoro non interferisca con i suoi doveri coniugali in modo evidente. Anche in tal caso, non decade il diritto se il marito ha dato il consenso al lavoro.” (Fatwa n. 1197, ECFR)

Lo stipendio della moglie è suo al 100%, e il marito non ha alcun diritto su di esso, salvo che lei scegli di contribuire volontariamente.

Come ha detto l’Imām Abū Ḥanīfa:

“Ciò che la donna guadagna è suo, e l’uomo non può prendersi nulla di ciò che le spetta, né obbligarla a condividere le spese.”

Questo rientra nel grande principio del diritto alla proprietà esclusiva, uno dei pilastri della giustizia finanziaria nella Sharīʿah.

Quando i beni si mescolano: collaborazione, dono o sfruttamento?

Molte coppie oggi vivono situazioni complesse: acquistano casa insieme, dividono bollette e spese, la moglie partecipa alle rate. In questi casi, l’Islam richiede chiarezza, trasparenza e intenzione esplicita.

Se la moglie contribuisce a pagare qualcosa senza specificare se si tratta di dono o prestito, gli ʿUlamāʾ hanbaliti e shāfiʿiti indicano che si presuma la volontarietà (ṣadaqa). Tuttavia, se vi è ambiguità o discussione, il marito deve restituire la quota.

Sheikh Ibn ʿUthaymīn (rahimahu Allah) affermò in una famosa fatwa:

“La donna non è obbligata a contribuire alle spese domestiche. Se lo fa, è per generosità. Se poi rivendica il diritto di avere indietro quanto speso, e vi è prova di ciò, il marito è tenuto a restituire.” (Fatāwā Nūr ʿalā al-Darb)

Molti studiosi raccomandano, per evitare ambiguità:

  • di scrivere un accordo in caso di spese comuni
  • di registrare la proprietà in modo equo se entrambi i coniugi contribuiscono
  • di fare ṣadaqa consapevole, se si vuole agire per Allah, senza aspettarsi ritorni mondani

Curiosità: il marito ricco e avaro è peccatore, non solo ingrato

Un aspetto spesso ignorato è che non fornire un mantenimento dignitoso, se si ha la possibilità economica, è peccato grave. Il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) disse:

“È sufficiente come peccato per un uomo trascurare coloro di cui ha il dovere di prendersi cura.” (Hadith sahih, Muslim n. 996)

E in un altro hadith:

“Chi ha ricchezza e non spende per la sua famiglia, sarà giudicato come traditore nel Giorno del Giudizio.”

Alcuni giuristi hanbaliti arrivarono a dire che un marito che nega la nafaqa può essere punito o costretto alla separazione dalla moglie, per ingiustizia manifesta.

L’accordo volontario: dono, collaborazione o tawāqul?

In alcuni casi, i coniugi stabiliscono accordi informali di gestione condivisa, come un conto comune o divisione delle spese. Questo è lecito, ma deve essere frutto di scelta, non imposizione, e mai trasformato in una “comunione automatica”.

La Shariʿah invita alla cooperazione (taʿāwun), ma sempre su base libera e chiara. Le mogli dei Sahabah aiutavano i mariti nei campi, nei negozi, nelle case. Ma non veniva mai confuso il concetto di aiuto con l’annullamento dei diritti giuridici.

Il Profeta ﷺ non obbligò mai le sue mogli a mantenere la casa, né a lavorare. Ogni aiuto ricevuto fu apprezzato, non richiesto, ed è questo lo spirito del matrimonio islamico: giustizia, misericordia e chiarezza.

Il Meher (mahr): la dote matrimoniale

Il mahr, chiamato spesso “dote islamica”, è un pilastro giuridico e spirituale del matrimonio islamico. È un dono obbligatorio che il marito dà alla moglie, al momento del matrimonio o secondo i tempi stabiliti da entrambi. Ma non è solo un dono: è un diritto legale e simbolico, ed è una delle forme più evidenti attraverso cui l’Islam ha restituito dignità e valore alla donna, dopo secoli di sottomissione patrimoniale imposta da altre civiltà.

“Date alle donne la loro dote come dono generoso; ma se esse, di loro spontanea volontà, vi cedono qualcosa, allora consumatelo in tutta tranquillità e piacere.” (Sura al-Nisāʾ, 4:4)

Il verbo usato nel versetto è niḥla – dono nobile, offerta generosa, senza tornaconto. Il mahr non è il prezzo della donna, come alcuni fraintendono, né una tassa sul matrimonio. È un segno d’onore, di impegno e di responsabilità.

Obbligatorietà del mahr secondo le quattro scuole

Tutti gli ʿUlamāʾ delle quattro scuole sono unanimi:

il mahr è fard (obbligatorio) in ogni contratto di matrimonio (nikāḥ).

Se non viene menzionato, il matrimonio è comunque valido, ma la donna ha diritto ad un mahr equivalente (mahr al-mithl), cioè una dote simile a quella delle sue pari (sorelle, cugine, donne simili per status e religiosità).

Ecco una sintesi delle opinioni principali:

  • Ḥanafī: Il mahr può essere diviso in muʿajjal (anticipato) e muʾajjal (differito). Se non menzionato, la donna ha diritto al mahr equivalente. Non può essere inferiore a 10 dirham (secondo opinioni classiche).
  • Mālikī: Il mahr può essere qualsiasi bene lecito, anche una cosa simbolica. È preferibile specificarlo nel contratto.
  • Shāfiʿī: Anche una cosa minima (come un anello di ferro) può essere accettabile, ma dev’essere qualcosa di determinato e lecita.
  • Ḥanbalī: Concordano sul fatto che il mahr può essere simbolico, ma dev’essere qualcosa che abbia valore reale o simbolico per la donna.

Nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, si riporta che una donna sposò un uomo offrendo come mahr l’insegnamento del Corano, e il Profeta ﷺ approvò:

“L’ho sposata a te per quello che conosci del Corano.” (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, 5087)

Mahr bassissimo o altissimo? Il giusto mezzo secondo la Sunnah

Il Profeta ﷺ raccomandava semplicità nella dote, per evitare ostacoli al matrimonio. Disse:

“Il matrimonio più benedetto è quello con la dote più leggera.” (Musnad Aḥmad, 24529)

Eppure, troviamo nei secoli mahr altissimi (come nei matrimoni reali) o richieste esagerate. Alcuni Sapienti hanbaliti e shāfiʿiti hanno ammonito i genitori che pretendono mahr esorbitanti, dicendo che:

“Chi alza il prezzo della dote rende difficile il ḥalāl e spinge al ḥarām.” (Ibn al-Qayyim, Zād al-Maʿād)

Ma ciò non significa che una donna debba accontentarsi di un valore minimo per forza. Il mahr può essere alto se il marito lo accetta con serenità e volontà. Il problema nasce quando diventa ostacolo, imposizione o ostentazione.

Curiosità storiche e spirituali sul mahr

  • 1. Fāṭima bint Muḥammad ﷺ ricevette come mahr uno scudo (dirʿ) che ʿAlī (che Allah sia soddisfatto di lui) aveva venduto per sposarla. Era un oggetto umile, ma pieno di significato.
  • 2. Alcuni Ṣaḥābah diedero un mahr composto da data, insegnamento del Corano, o promesse spirituali, accettate da donne pie.
  • 3. La dote può essere in oro, argento, beni immobili, ma anche viaggio per ʿUmrah o Hajj, insegnamento, oppure regali concordati con amore. Il punto è che sia lecito, chiaro e accettato volontariamente dalla donna.
  • 4. Non è valido dare un mahr ḥarām, come alcool o denaro rubato.

Falsi miti sulla dote islamica

Molti confondono il meher islamico con usanze culturali non islamiche:

  • “La dote è simbolica, non serve specificarla.” → Errato. Deve essere specificata o stimata, e se non lo è, si ricorre al mahr al-mithl.
  • Il marito può riprendersi il mahr se la moglie chiede il divorzio.→ Solo in caso di khulʿ, e solo se stabilito da entrambi. Non è automatico.
  • Se la moglie muore, il marito prende il mahr indietro.” → Assolutamente no. Il mahr fa parte del suo patrimonio ed entra nell’eredità.
  • “Il meher è una formalità.→ È un diritto, una sunnah e un dovere. Trascurarlo è ingiusto.

In caso di divorzio o morte, cosa accade al mahr?

Se il matrimonio viene annullato prima del rapporto sessuale e il mahr era già stabilito, la donna ha diritto alla metà del mahr, secondo il versetto:

“Se divorziate da loro prima che le abbiate toccate, ma avete già stabilito per loro una dote, allora date loro la metà di ciò che avete stabilito.” (Sura al-Baqara, 2:237)

Se il rapporto è avvenuto, o se è il marito a separarsi dopo il consumarsi del matrimonio, la donna ha diritto al mahr completo, anche se fosse differito.

In caso di morte del marito, il mahr differito diventa un debito e va versato dagli eredi alla moglie, prima della distribuzione dell’eredità.

Eredità e separazione dei beni nel divorzio: chiarezza, giustizia e regole divine

Quando il matrimonio finisce – per divorzio o decesso – l’Islam non lascia spazio all’ambiguità. Tutto ciò che riguarda beni, denaro, debiti e proprietà viene regolato con precisione millimetrica dalla Sharīʿah, e ogni scuola giuridica ha approfondito nei secoli casi e casistiche.

A differenza di molti sistemi occidentali, nell’Islam non esiste una “divisione a metà” automatica dei beni. Non esiste cioè un principio di “comunione dei beni” da sciogliere, perché – come visto – ogni coniuge mantiene proprietà esclusiva di ciò che possiede o ha guadagnato.

Cosa succede alla separazione: a chi va cosa?

In caso di ṭalāq (divorzio unilaterale), o khulʿ (divorzio chiesto dalla donna con restituzione del mahr), o faskh (annullamento del matrimonio), la Sharīʿah stabilisce quanto segue:

  • 1. Ogni coniuge mantiene ciò che possiede individualmente.

Se la casa è intestata al marito, resta a lui. Se la donna ha beni propri, restano a lei.

  • 2. Il marito non può riprendersi nulla di ciò che ha donato, incluso il mahr, salvo casi specifici di khulʿ, se lei stessa chiede la separazione.

“Non è lecito per voi riprendervi nulla di ciò che avete dato loro, a meno che entrambi temano di non poter rispettare i limiti di Allah.” (Sura al-Baqara, 2:229)

  • 3. Se i beni sono condivisi per accordo, vanno divisi proporzionalmente, oppure venduti e il ricavato diviso in base al contributo reale.
  • 4. Se non c’è prova del contributo di uno dei coniugi a un bene comune, quel bene va a chi è intestato, salvo che l’altro dimostri il suo diritto con testimoni o documenti.

Morte di uno dei due coniugi: la legge dell’eredità islamica (al-mīrāth)

Quando uno dei coniugi muore, l’Islam stabilisce in modo chiaro e immutabile la distribuzione dell’eredità tra i familiari, incluso il coniuge.

Il coniuge superstite ha diritto a una quota specifica:

  • Il marito eredita 1/4 se la moglie ha figli, 1/2 se non ne ha.
  • La moglie eredita 1/8 se il marito ha figli, 1/4 se non ne ha.

Questi diritti sono garantiti dal Corano:

“A voi uomini, metà di ciò che lasciano le vostre mogli, se non hanno figli… e a loro, un quarto di ciò che lasciate, se non avete figli…” (Sura al-Nisāʾ, 4:12)

Se il mahr era differito e non ancora pagato, viene considerato debito da saldare prima di qualsiasi divisione ereditaria.

Accordi prematrimoniali (shurūṭ): sono validi?

In molti Paesi oggi si usano accordi prematrimoniali per stabilire, ad esempio, la divisione dei beni in caso di divorzio. Ma cosa dice l’Islam?

La Sharīʿah consente di inserire clausole (shurūṭ) nel contratto matrimoniale, a patto che non siano contrarie al Corano o alla Sunnah.

Sono valide le clausole come:

  • “Il marito non sposerà un’altra donna finché sarà sposato con me.”
  • “La moglie continuerà a vivere nella sua città d’origine.”
  • “In caso di separazione, la casa sarà data alla moglie.”

Non sono valide le clausole come:

  • “La moglie rinuncia completamente alla nafaqa.”
  • “Il marito non pagherà il mahr.”
  • “Il marito ha diritto a tutti i beni della moglie.”

Il Profeta ﷺ disse:

“La condizione che merita più di essere adempiuta è quella con cui si rendono leciti i rapporti coniugali.” (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, 2721)

I Mālikiti, Ḥanafiti e Ḥanbaliti riconoscono ampiamente la validità delle clausole a tutela della moglie, se non opposte alla Sharīʿah.

Gli Shāfiʿiti sono più restrittivi, ma ammettono che è mustaḥabb onorare tali accordi, specie se espliciti.

Cosa dicono le fatāwā moderne sulle controversie patrimoniali?

I consigli giuridici islamici contemporanei, come il Majmaʿ al-Fiqh al-Islāmī, l’ECFR e Dar al-Iftāʾ al-Miṣriyya, forniscono linee guida nei casi in cui i beni siano stati fusi senza chiarezza:

“Se non vi è un contratto chiaro, ma uno dei coniugi afferma di aver contribuito alla casa, all’azienda o ad altri beni, va ascoltato, e – se presenta prova o testimoni – ha diritto alla sua parte.” (Majmūʿ al-Fatāwā al-Muʿāṣira, vol. 6)

“Il principio è la separazione patrimoniale. In caso di fusione dei beni, si divide in base all’intenzione documentata o presunta.” (ECFR, decisione n. 34/2011)

Molti studiosi invitano oggi a documentare accordi patrimoniali, anche in forma privata o notarile, per evitare fitna e ingiustizie future.

Principi spirituali: la giustizia di Allah prima della legge degli uomini

Nel trattare la separazione e l’eredità, i musulmani devono ricordare che Allah è il Giusto Assoluto (al-ʿAdl). Ogni atto di ingiustizia, sopraffazione, sottrazione illecita, anche tra marito e moglie, verrà giudicato.

Il Profeta ﷺ disse:

“Chi commette ingiustizia verso il fratello, lo chieda perdono oggi, prima che venga il Giorno in cui non ci sarà né dinaro né dirham.” (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, 6534)

E disse anche:

“La vostra anima, il vostro sangue e i vostri beni sono sacri, l’uno verso l’altro, come è sacro questo giorno, in questa città.” (Ḥadīth del discorso d’addio)

Nel matrimonio islamico, i beni non devono mai essere motivo di rivalità, ma strumenti di servizio reciproco, misericordia, e armonia. Per questo l’Islam raccomanda chiarezza prima, e giustizia dopo.

Amānah: i beni come responsabilità, non potere

Nel cuore dell’Islam, ogni bene è una amānah – un deposito fiduciario affidato da Allah. Questo principio vale anche – e soprattutto – all’interno del matrimonio.

Non si tratta solo di chi possiede cosa, ma di come ogni risorsa venga usata, protetta e condivisa con giustizia. Il marito e la moglie sono custodi dei doni che Allah ha dato loro, e non padroni assoluti.

Il Corano dice:

“Allah vi comanda di rendere i depositi a chi ne è degno, e di giudicare con giustizia quando giudicate tra la gente.” (Sura al-Nisā’, 4:58)

L’Imām al-Ghazālī scrive:

“Il cuore puro è quello che non si appropria di ciò che non gli spetta, anche se ne ha il potere.” (Iḥyā’ ʿUlūm al-Dīn, Kitāb Ādāb al-Nikāḥ)

Nessun contratto, registrazione o diritto può sostituire la coscienza davanti ad Allah. Anche se un bene è intestato a uno dei due, la sincerità e la trasparenza devono guidare l’uso delle risorse comuni.

Esempi dai Salaf: amore, generosità e rispetto

Nella vita dei Salaf – le prime generazioni di musulmani – troviamo meravigliosi esempi di come marito e moglie usassero i beni con equilibrio, onestà e reciprocità.

ʿĀʾisha (che Allah sia soddisfatto di lei), possedeva beni propri. Li gestiva liberamente, faceva beneficenza e comprava schiavi da liberare. Il Profeta ﷺ non interferì mai nella sua proprietà, né le chiese di spenderli per la casa.

ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, il secondo califfo, aveva una moglie che possedeva terre. Quando qualcuno gli chiese perché permettesse ciò, rispose:

“Ciò che è suo, è suo. Allah le ha dato ciò che le spetta, e io non prenderò nulla che non sia mio.”

Ibn al-Musayyib, uno dei più grandi Tabiʿīn, rifiutò una dote eccessiva per sua figlia dicendo:

“Non voglio che il peso del denaro rovini la leggerezza dell’amore.”

Questi esempi non sono favole: sono pratiche quotidiane di chi sapeva che l’amore non può fondarsi sulla pretesa o sul possesso, ma sulla fiducia, sull’etica e sulla responsabilità reciproca.

La bellezza della chiarezza: un consiglio per ogni coppia

Tutti gli ʿUlamāʾ raccomandano un principio essenziale:

la chiarezza nei beni è fonte di serenità.

Il Profeta ﷺ disse:

“Lascia ciò che è dubbio per ciò che è certo.” (al-Tirmidhī, 2518)

Questo significa che ogni famiglia dovrebbe:

  • parlare apertamente dei beni
  • documentare i contributi
  • evitare ambiguità e fraintendimenti
  • non presumere obblighi senza accordo

Non è diffidenza: è tafāhum (comprensione reciproca).

10 consigli pratici per una gestione islamica dei beni nel matrimonio

  • 1. Stabilire il mahr con sincerità, e non come formalità.
  • 2. Chiarire fin dall’inizio le aspettative economiche, senza paura o vergogna.
  • 3. Separare i beni personali, a meno che non si scelga di condividerli volontariamente.
  • 4. Registrare i beni acquistati insieme in modo proporzionale.
  • 5. Evitare di fare spese importanti senza consenso reciproco.
  • 6. Non imporsi mai sui beni dell’altro, anche se c’è fiducia.
  • 7. In caso di divorzio o decesso, applicare le regole della Sharīʿah con giustizia.
  • 8. Non misurare l’amore con i soldi, ma non confondere la generosità con l’obbligo.
  • 9. Ricordare che la gestione dei beni è un atto spirituale.
  • 10. Fare ṣadaqa insieme per purificare i beni e unire i cuori.

Conclusione: quando il denaro è luce, non ombra

L’Islam non vieta la ricchezza né condanna il possesso. Ma trasforma il denaro da padrone a servo.

Nel matrimonio, i beni non sono il centro dell’unione, ma uno dei suoi strumenti, e la loro gestione riflette la qualità dell’etica e della spiritualità della coppia.

“E fra i Suoi segni c’è che ha creato per voi, dalle vostre stesse specie, delle spose perché viviate con loro in serenità, e ha posto tra voi affetto e misericordia…” (Sura al-Rūm, 30:21)

L’affetto e la misericordia si costruiscono anche nella gestione dei dettagli più “materiali”.

Chi rispetta l’altro nel cuore e nel portafoglio, ha capito davvero la sacralità del matrimonio islamico.

E Allah sa meglio.


Susanna Gagliano
Susanna Gagliano
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