Il Fiqh al-Akbar è uno dei più antichi trattati sistematici di credo islamico giunti fino a noi, ed è attribuito con forte autenticità all’Imām Abū Ḥanīfa al-Nuʿmān ibn Thābit (m. 150 H / 767 d.C.), fondatore della scuola giuridica ḥanafita. Il termine fiqh in questo contesto non si riferisce al diritto rituale o legale, ma al suo significato linguistico originario: la comprensione profonda. Al-Fiqh al-Akbar, quindi, significa “la più grande comprensione”, e si riferisce alla comprensione delle questioni della fede (ʿAqīdah), ossia delle fondamenta della religione, che precedono ogni atto esteriore. In effetti, i Salaf – le prime generazioni – erano soliti porre la ʿaqīdah prima della giurisprudenza pratica, perché la fede rettamente guidata è ciò che rende valido ogni altro atto.
Imām Abū Ḥanīfa visse in un’epoca in cui molte sette e deviazioni si stavano diffondendo: il muʿtazilismo, il giabrismo, il murjiʾismo, il rafidismo, e molte altre deviazioni nei nomi e attributi divini, nei concetti di fede, nel destino e nell’essenza del Qurʾān. In questo contesto, egli compose questo trattato in forma breve ma densissima, con un linguaggio essenziale e senza compromessi. Il testo rappresenta un baluardo di ortodossia sunnita ed è stato poi commentato da numerosi studiosi ḥanafiti e maturidi.
Il trattato inizia senza introduzione formale, in modo diretto:
“Noi affermiamo che Allah è Uno, senza alcun socio. Nulla Gli somiglia. Nulla può renderLo impotente. Nulla è degno di essere adorato all’infuori di Lui.”
In queste parole è contenuto il cuore dell’At-Tawḥīd islamico: l’unicità assoluta di Allah, nella Sua essenza (dhāt), nei Suoi nomi e attributi (asmāʾ wa ṣifāt), e nella Sua signoria (rubūbiyyah) e diritto esclusivo di essere adorato (ulūhiyyah). La negazione della somiglianza (tashbīh) con le creature è fondamentale: Allah non è simile a nulla, e nulla è simile a Lui, come recita il versetto:
“Laysa ka-mithlihi shayʾun – Nulla è come Lui” (Surat al-Shūrā, 42:11).
Non si tratta di un’affermazione astratta, ma di una verità viva e centrale nella fede di ogni musulmano. Non possiamo immaginare Allah, né paragonarLo alla creazione.
“Egli è antico (qadīm) con la Sua qualità – eternamente esistente. Non esiste un prima di Lui, né un dopo di Lui. Nulla Lo precede, né Lo segue. Non ha un corpo, né forma, né limiti, né estensione, né parti, né membra. Non è contenuto nei sei lati come lo sono le cose create.”
Qui l’Imām esprime chiaramente l’eternità di Allah. Il termine qadīm (antico) era usato dai primi per intendere azalī – senza inizio. Allah è esistente da sempre, senza essere generato, né creato. Non è materia, non ha corpo (jism), né limiti spaziali o temporali. Non è soggetto allo spazio, né al tempo, e non è contenuto nei sei lati (jihāt) come le creature. Questo rigetto della corporeità divina si oppone a molte deviazioni sorte in passato e ancora presenti in alcuni gruppi che attribuiscono ad Allah mani, occhi, salire sul trono in senso fisico, ecc. Gli Ahl al-Sunnah rispondono a tutto ciò con il versetto:
“Nulla è simile a Lui” – e lasciano le descrizioni ambigue così come sono state rivelate, bilā kayf – senza chiedere “come”, né immaginare.
“Egli ha creato la creazione senza bisogno di essa e l’ha portata alla manifestazione senza alcun bisogno di miglioramento. Egli non ha aumentato con la loro esistenza. E se fossero tutte scomparse, non sarebbe diminuito.”
Questa frase è una confutazione chiara a chi pensa che Allah abbia creato per bisogno, per amore di compagnia, per ricevere adorazione: nulla di tutto questo. La creazione non Lo arricchisce, né la sua scomparsa Lo impoverisce. Allah è al-Ghaniyy – il Ricco, l’Autosufficiente. Come dice il Qurʾān:
“Allah è Ricco, mentre voi siete poveri” (Surat Muḥammad, 47:38).
L’Imām poi continua affermando:
“Egli è il creatore della bontà e della cattiveria.”
Questo punto è cruciale e distingue la ʿAqīdah sunnita da quella dei muʿtaziliti. I sunniti affermano che tutto accade per volontà e creazione di Allah, anche il male, sebbene Egli non approvi il male, e non sia ingiusto. Nulla può avvenire senza la Sua volontà (irādah) e il Suo decreto (qadar). L’uomo ha una scelta, ma Allah è il Creatore di ogni cosa. Questo equilibrio è centrale nella ʿaqīdah di Ahl al-Sunnah wa-l-Jamāʿah: si crede sia nel taqdīr (destino), sia nella ikhtiyār (responsabilità umana). Come dice Allah:
“Allah ha creato voi e ciò che fate” (Surat al-Ṣāffāt, 37:96).
“Egli è vivente e non morirà. Egli conserva tutte le cose e non dorme. Egli conosce le cose occulte. Nulla Gli è nascosto.”
Qui sono riassunti alcuni degli attributi divini: la vita (ḥayāt), la perennità (baqāʾ), la conoscenza assoluta (ʿilm), e la vigilanza eterna (ḥifẓ). Questi sono tra i 13 attributi che i maturiditi e ashʿariti considerano essenziali da conoscere e credere. Allah non è soggetto ad alcuna forma di mancanza: non dorme, non si distrae, non ignora. Come recita Āyat al-Kursiyy:
“Allah! Non c’è divinità all’infuori di Lui, il Vivente, il Sussistente. Né sonno né torpore Lo prendono…” (Surat al-Baqarah, 2:255)
“Egli non ha bisogno di nulla e tutte le cose dipendono da Lui.”
Questa verità è una delle basi del Tawḥīd al-Rubūbiyyah: Allah è il Creatore, il Padrone, il Sostenitore di tutto ciò che esiste. Ogni atomo dell’universo esiste per Sua volontà e non può continuare ad esistere senza il Suo sostegno. Il bisogno (ḥājah) è una caratteristica delle creature, mentre Allah è il Ṣamad – “Colui verso cui tutto si volge, ma che non ha bisogno di nulla” (Surat al-Ikhlāṣ). Questo attributo esclude la possibilità che Allah si incarni, si unisca alla creazione o che abbia bisogno di intercessori per conoscere o agire. È l’affermazione dell’assoluta indipendenza divina.
“Egli non è un corpo (jism) e non ha sostanza (jawhar). Egli non ha un accidente (ʿaraḍ).”
Questa negazione filosofica è rivolta alle concezioni antropomorfiche. Il jism è un corpo che occupa spazio, il jawhar è una “sostanza indivisibile”, e l’ʿaraḍ è un accidente, ovvero una qualità contingente che può cambiare (come il colore, il movimento ecc.). Dire che Allah non è nessuna di queste cose significa affermare che non ha bisogno di spazio, non ha materia, non è composto e non è soggetto a mutamento. Queste negazioni proteggono l’unità e la trascendenza divina. Ibn al-Humām, ḥanafita maturidita, spiega che “negare il jism da Allah è un obbligo della ragione, e affermarlo è miscredenza”. L’Imām Abū Ḥanīfa fu tra i primi a sistematizzare queste categorie per rispondere alle eresie dell’epoca.
“Non vi è nulla simile a Lui. Egli è l’Onnisciente, l’Onnipotente.”
Il versetto ricorrente 42:11 viene ribadito: “Laysa ka-mithlihi shayʾ” – Nulla è simile a Lui. L’aggiunta qui è che non solo nulla è come Lui, ma Lui è anche perfettamente attivo e consapevole: ʿAlīm (che sa tutto in ogni istante, senza bisogno di acquisizione), Qadīr (che può tutto, senza fatica). La ʿIlm di Allah è senza limiti, abbraccia il passato, il presente, il futuro, l’ipotetico e il possibile. Egli sa ciò che avverrà e ciò che non avverrà e cosa sarebbe accaduto se fosse avvenuto:
“Se fosse tornati sulla terra, avrebbero ripetuto ciò che era proibito per loro” (9:83).
“Egli prese Ibrāhīm come Suo amico, e parlò con Mūsà. E questo Qur’ān è la Parola di Allah. È emerso da Lui senza modalità (kayf) e senza somiglianza con la parola delle creature.”
In queste affermazioni si racchiude la fede sunnita in due punti fondamentali:
1. La rivelazione e l’interazione divina con i profeti è reale.
2. Il Qurʾān è la Parola eterna di Allah, ghayr makhlūq (non creata).
La scuola maturidita e ashʿarita insegnano che Allah parla (kalām) da sempre, con una parola che non è suono, né lingua, né sequenza temporale, bensì un significato eterno. La forma in cui la rivelazione è recitata – suono, lettere, versi – è creata, ma il maʿnā (significato) è increato. Questa distinzione è stata la risposta ortodossa ai muʿtaziliti, che dichiararono che il Qurʾān fosse “creato”, affermando che l’attributo del “parlare” non potesse appartenere a un essere eterno. La Ahl al-Sunnah rigettò questo con decisione, affermando la Parola eterna di Allah, come fece Imām Aḥmad ibn Ḥanbal, e come già aveva affermato Abū Ḥanīfa prima di lui.
“Non è creato, come dissero i muʿtaziliti. Né è generato, né è prodotto, né è formato.”
Il linguaggio qui è estremamente preciso: makhlūq, majʿūl, maḥdūth, muṣawwar – tutti termini che indicano produzione, generazione, invenzione, e sono rigettati categoricamente per il Qurʾān. Il Qurʾān non è una “creazione artistica” né un “testo ispirato” nel senso moderno. È kalāmullāh nella sua forma rivelata e nella sua realtà eterna. Ogni dubbio su questo mina la fede islamica e introduce un pensiero razionalista che riduce il miracolo divino a una creazione contingente.
“Chiunque afferma che la Parola di Allah è creata è un miscredente.”
Questa affermazione è netta, e potrebbe sembrare dura, ma va capita nel suo contesto. L’Imām Abū Ḥanīfa non parla qui dell’ignorante che non sa, ma di colui che afferma consapevolmente, dopo essere stato esposto alla verità, che la Parola di Allah è creata. Questa opinione, se mantenuta con consapevolezza e ostinazione, esclude dall’Islām, perché nega un attributo essenziale di Allah.
“Egli sa ciò che è stato e ciò che sarà. Nulla Gli è occulto.”
Questa frase esprime la scienza totale e atemporale di Allah. Egli conosce l’invisibile (ghayb) in tutti i suoi livelli: ciò che accade nei cuori, ciò che si cela nel futuro, ciò che non accadrà mai.
Come nel versetto:
“Presso di Lui sono le chiavi dell’invisibile; nessuno le conosce eccetto Lui” (6:59).
E nella duʿāʾ:
“O Allah, Tu sei Colui che conosce l’invisibile” – ʿAllām al-ghuyūb.
“Egli ha stabilito le misure per tutte le cose.”
Questo si riferisce al taqdīr – la predestinazione. Tutto, dalla goccia di pioggia alla caduta di una foglia, accade secondo misura. Allah ha stabilito il destino di tutte le creature prima ancora di crearle, come detto nel ḥadīth ṣaḥīḥ:
“Il primo che Allah creò fu la Penna. Le disse: scrivi! E la Penna scrisse tutto ciò che accadrà fino al Giorno del Giudizio”.
E il versetto:
“In verità, tutte le cose le abbiamo create con misura” (al-Qamar, 54:49).
“Egli ha mandato Muḥammad ﷺ come Profeta per l’intera umanità, ed Egli lo ha inviato come annunciatore e ammonitore, e come chiamante a Dio con il Suo permesso e come luce illuminante.”
Questa è la definizione del ruolo del Messaggero di Allah ﷺ, come confermato nel Corano:
“O Profeta, ti abbiamo mandato come testimone, portatore di buone novelle, ammonitore, e chiamante verso Allah con il Suo permesso, e come lampada illuminante” (al-Aḥzāb, 33:45-46).
L’Imām Abū Ḥanīfa chiarisce che il Profeta ﷺ è stato inviato a tutta l’umanità, e non solo agli arabi o ai Quraysh. Questa universalità è parte dell’essenza del suo messaggio. Non è solo un riformatore, ma il sigillo dei profeti, colui attraverso cui la Rivelazione si è compiuta. È stato inviato come mubashshir (annunciatore del Paradiso) e nadhīr (ammonitore dell’Inferno), e la sua vita, il suo carattere e le sue parole sono luce per l’umanità.
“Il Paradiso e l’Inferno sono già stati creati. Essi non verranno annientati e nemmeno coloro che vi risiedono. Essi esisteranno per sempre.”
Questo è uno dei punti chiave della ʿAqīdah sunnita, in contrapposizione a certe sette che affermavano che il Fuoco e il Paradiso siano solo metafore, o che verranno distrutti dopo aver svolto la loro funzione. L’Imām qui afferma con chiarezza: Paradiso e Inferno sono creati e già esistenti, come confermano i numerosi aḥādīth (es. al-Isrāʾ wa al-Miʿrāj, quando il Profeta ﷺ li visitò) e versetti.
Inoltre, non verranno annientati. Le parole di Allah:
“In verità, coloro che sono felici, dimoreranno nel Paradiso per sempre” (Hūd, 11:108)
e
“Essi vi rimarranno in eterno” sono inequivocabili.
“Nulla avviene nella creazione, se non con la Sua volontà, conoscenza, decreto e potere.”
Questa è un’altra formulazione solenne del taqdīr. Tutto, dalla più grande stella alla più piccola particella, accade solo per la volontà di Allah, con il Suo decreto (qaḍāʾ), la Sua misura (qadar), e il Suo potere (qudrah). La volontà divina è universale (irādah kawniyyah) e tutto ciò che avviene rientra in essa, anche se Allah non è soddisfatto del peccato – la Sua volontà non implica approvazione. Egli ha permesso il male per saggezza, non perché lo ama. Dice:
“E Allah crea ciò che vuole, e sceglie” (al-Qaṣaṣ, 28:68).
“Egli ha scritto il destino per le creature.”
L’Imām ribadisce ciò che troviamo in tanti aḥādīth, come quello in cui il Profeta ﷺ disse:
“Il destino di ogni creatura è stato scritto cinquanta mila anni prima della creazione dei cieli e della terra” (Muslim).
Ciò significa che tutto è conosciuto da Allah, ed è scritto nel Lawḥ al-Maḥfūẓ, la Tavola Protetta. Questo non toglie responsabilità all’essere umano, ma afferma che la scienza divina non ha limiti, e tutto ciò che avviene è già noto a Lui, da sempre.
“Nessuno può evitare ciò che Egli ha decretato, né oltrepassare ciò che Egli ha stabilito. Nessuno può prevalere su di Lui.”
Queste parole sono una proclamazione della Sovranità Assoluta di Allah. Nessuno può impedire il Suo decreto, né intercedere presso di Lui senza il Suo permesso. Questo rigetta ogni concezione antropomorfica o panteista. Allah è al-Malik, il Re, al-Qahhār, il Dominatore, e al-ʿAzīz, l’Invincibile.
“Noi diciamo che Allah ha stabilito che tutto debba accadere. La volontà di Allah si realizza. La Sua sapienza si manifesta. Egli è giusto in ciò che fa.”
Qui si ribadisce il principio secondo cui tutto ciò che Allah fa ha uno scopo saggio, anche se non sempre lo comprendiamo. La giustizia divina non si misura con i criteri umani. Lā yuṣʾalu ʿammā yafʿalu wa hum yusʾalūn – “Lui non è interrogato per ciò che fa, ma loro saranno interrogati” (al-Anbiyāʾ, 21:23). Il bene e il male, la vita e la morte, la ricchezza e la povertà… tutto avviene per un disegno perfetto. I sapienti dicono: “Se l’intelligenza umana fosse sufficiente a comprendere i decreti divini, Allah non sarebbe Dio.”
“Egli guida chi vuole e sviati chi vuole. Egli protegge chi vuole e umilia chi vuole.”
Questa è un’affermazione chiara della guida e dell’allontanamento divini (hidāyah wa iḍlāl), secondo la Sua sapienza. Non significa che l’uomo non abbia colpa: chi è sviato lo è perché rifiuta la verità e Allah gli toglie la guida come punizione. Ma tutto questo accade con giustizia. L’Imām al-Māturīdī, nella sua Kitāb al-Tawḥīd, spiega che Allah non svia chi cerca sinceramente la verità, ma solo chi la rifiuta dopo che gli è stata chiarita.
“La fede è: credere in Allah, nei Suoi angeli, nei Suoi libri, nei Suoi Messaggeri, nella Resurrezione dopo la morte, e nella Predestinazione.”
Questa è la classica formulazione dei sei pilastri della fede (arkān al-īmān), riportati nel ḥadīth di Jibrīl. L’Imām sintetizza in una sola frase l’essenza dell’ʿAqīdah islamica. Senza credere in uno solo di questi sei elementi, la fede non è valida. La fede non è solo nel cuore: si esprime anche con la lingua e si conferma con le azioni. Secondo i maturiditi, la fede aumenta e diminuisce, mentre per Abū Ḥanīfa in alcune sue affermazioni, l’īmān è saldo nel cuore ma le azioni lo perfezionano. I due punti di vista sono armonizzabili e non si oppongono sul piano pratico.
“Tutti i Profeti sono stati uomini, e messaggeri veritieri, degni di fiducia.”
Il Profeta, per definizione, è maʿṣūm – immune da peccati gravi e da menzogne. Sono uomini, non dèi, ma eccelsi nel carattere, nell’intelligenza, nella purezza e nella veridicità. Rifiutare anche uno solo di essi – come fa chi rifiuta ʿĪsā o Muḥammad ﷺ – significa uscire dall’Islām. La loro umanità è parte della loro grandezza: furono padri, combattenti, guide spirituali, giudici, oratori e modelli. Il nostro amato Profeta Muḥammad ﷺ è il sigillo di tutti loro, e chi afferma l’esistenza di altri profeti dopo di lui, è miscredente secondo consenso.
“Noi crediamo in ciò che essi hanno detto, e li riteniamo veritieri.”
Questa frase, breve ma fortissima, racchiude la base della nostra religione: fiducia nei messaggeri. Non crediamo in base a speculazioni, ma perché loro hanno parlato con verità da parte di Allah. Rifiutare ciò che hanno detto – sulle cose invisibili, sull’aldilà, sugli angeli – è rifiutare Allah stesso. Come disse il Profeta ﷺ:
“Chi mi obbedisce, ha obbedito ad Allah; chi mi disobbedisce, ha disobbedito ad Allah.” (Bukhārī, Muslim)
“Il migliore di tutti gli uomini dopo i Profeti è Abū Bakr, poi ʿUmar, poi ʿUthmān, poi ʿAlī – che Allah sia soddisfatto di tutti loro.”
Qui viene affermata in modo limpido la posizione ortodossa dei Sunniti sul rango dei Compagni. L’Imām Abū Ḥanīfa segue la linea dei Salaf: la superiorità gerarchica dei quattro Califfi ben guidati (al-khulafāʾ al-rāshidūn) secondo l’ordine del loro califfato.
Questa convinzione è chiamata tafdīl al-khulafāʾ e rientra nella ʿAqīdah. La preferenza data ad Abū Bakr (che Allah sia soddisfatto di lui) è fondata su numerosi hadith, tra cui:
“Se dovessi prendere un amico intimo (khalīl) tra gli uomini, avrei preso Abū Bakr.” (Bukhārī, Muslim)
Il rifiuto della superiorità di questi quattro è considerato un segno di deviazione. I Rāfiḍah e altri gruppi che oltraggiano i Compagni sono fuorviati, perché il Qurʾān stesso li loda in più luoghi:
“E i primi tra i Muhājirūn e gli Anṣār… Allah è soddisfatto di loro” (9:100).
“Tutti i Compagni del Profeta sono affidabili e giusti (ʿudūl). Amare tutti loro è parte della religione, della fede e della perfezione. Odiare anche uno solo di loro, o parlarne male, è empietà, eresia e devianza.”
Questo è uno dei punti più nobili del Fiqh al-Akbar. L’amore per i Compagni è parte integrante del credo islamico. Essi furono la generazione scelta per accompagnare il Profeta ﷺ, trasmettere il Qurʾān, la Sunnah, e costruire la civiltà islamica. L’attacco ai Compagni, specialmente a ʿĀʾishah, Abū Bakr, ʿUmar o ʿUthmān, è attacco indiretto al Profeta ﷺ stesso. Il nostro Imām ci ricorda che parlare male di loro, accusarli d’ipocrisia o ignoranza, è una devianza chiara, una frattura con l’ortodossia.
“Noi confermiamo la visione (ruʾyah) di Allah per i credenti nel Paradiso, senza modalità né somiglianza. Come detto nel Corano: ‘Alcuni volti quel Giorno saranno splendenti, guardando il loro Signore’ (75:22-23).”
Questo è uno dei punti più delicati della ʿAqīdah: i credenti vedranno Allah nell’Aldilà, in una visione reale, ma non simile a quella mondana. Non si tratta di una visione figurativa o interiore: è reale, ma senza kayf (modalità), né mithl (somiglianza).
L’Imām cita direttamente la Sura al-Qiyāmah e questo conferma ciò che anche il Profeta ﷺ disse:
“Voi vedrete il vostro Signore come vedete la luna piena, senza contesa tra voi.” (Bukhārī, Muslim)
Questa visione sarà un dono eterno, riservato ai credenti nel Giardino.
“Coloro che commettono gravi peccati tra i credenti non vengono esclusi dall’Islām.”
Ecco una delle grandi distinzioni tra Ahl al-Sunnah e le sette come i Khawārij e i Muʿtazilah. Questi ultimi sostenevano che chi commette un peccato grave esce dall’Islām oppure si trova in uno stato intermedio. L’Imām Abū Ḥanīfa afferma con forza che il musulmano non diventa miscredente per un peccato, a meno che non neghi ciò che Allah ha reso obbligatorio o permesso.
Chi pecca resta nel Dīn, ma è sotto la volontà di Allah:
“Egli perdona a chi vuole e punisce chi vuole” (al-Baqarah, 2:284).
Questa dottrina, chiamata al-wasaṭiyyah, rappresenta l’equilibrio sunnita: non eccessiva rigidità, né eccessiva lassità.
“La fede (īmān) è affermazione con la lingua, credenza nel cuore, e conferma con le azioni. Essa aumenta e diminuisce.”
Qui troviamo una delle definizioni fondamentali dell’īmān. I Salaf e i grandi Imām concordano sul fatto che la fede non è una semplice affermazione interiore, ma coinvolge cuore, lingua e corpo.
Essa aumenta con l’obbedienza e diminuisce con la disobbedienza.
Questa verità è testimoniata nel Qurʾān:
“…affinché aumentino nella fede insieme alla loro fede” (al-Fatḥ, 48:4).
Il contrappunto ai murjiʾiti – che dicevano che la fede non aumenta né diminuisce – è qui ben visibile. L’Imām chiarisce che le opere hanno un peso nella fede, pur senza essere l’essenza di essa.
“Nessun credente viene condannato definitivamente all’Inferno, anche se ha commesso gravi peccati.”
Questo punto è legato alla misericordia divina. Allah non condanna per sempre chi ha fede, anche se è colpevole di peccati immensi. Dopo una punizione (se merita), uscirà dal Fuoco, per la sua fede, per intercessione del Profeta ﷺ o per la misericordia di Allah.
Come disse il Profeta ﷺ:
“Chi ha nella sua fede anche solo un granello di senape, uscirà dal Fuoco” (Bukhārī, Muslim).
Le porte della speranza sono sempre aperte, anche per chi ha vissuto nel peccato, se muore con tawḥīd.
“Noi non dichiariamo nessuno miscredente per un peccato, né lo dichiariamo definitivamente nel Paradiso o nell’Inferno, eccetto chi il Profeta ha menzionato.”
L’Imām insegna qui la prudenza nel giudizio sugli individui. Non spetta a noi decidere chi sia in Paradiso o all’Inferno, a meno che non vi sia un testo esplicito. Solo Allah conosce i cuori. Possiamo affermare i principi generali (es. i miscredenti finiranno all’Inferno), ma non applichiamo i giudizi a nomi specifici, salvo che vi sia rivelazione diretta (come i 10 Compagni a cui il Profeta promise il Paradiso).
“Noi speriamo nel perdono per i giusti tra i credenti e temiamo per i peccatori.”
Questa è la via della bilancia: speranza e timore. Speriamo nel perdono di Allah per chi ha compiuto il bene, ma non presumiamo. Temiamo per chi ha sbagliato, ma non disperiamo.
Come dice il Qurʾān:
“Essi invocano il loro Signore con timore e speranza” (Sajdah, 32:16).
Il credente vive tra raǧāʾ (speranza) e khawf (timore). È questo che purifica il cuore e lo mantiene vigile.
“Noi diciamo: ‘Sono credenti (muʾminūn), in shāʾ Allah’, intendendo con ciò la modestia, non il dubbio.”
Questa espressione – muʾmin in shāʾ Allah – non indica incertezza nella fede, ma umiltà. Significa: “Sono un credente, se Allah mi considera tale secondo il Suo giudizio perfetto.” È un’affermazione dei Salaf, volta a proteggersi dalla vanagloria. Non è un dubbio sulla propria fede, ma un riconoscimento che solo Allah conosce il cuore, e che la sincerità appartiene a Lui solo.
“I bambini dei musulmani moriranno nello stato di Islām. Essi andranno in Paradiso.”
Questo è un punto consolante: i bambini morti prima della pubertà non saranno puniti. Sono sotto la misericordia di Allah, nati su fitrah (la natura pura).
Il Profeta ﷺ disse:
“Ogni bambino nasce sulla fitrah, poi i suoi genitori lo fanno ebreo, cristiano o zoroastriano.” (Bukhārī)
Molti hadith indicano che i bambini saranno nel Paradiso, come uccellini felici, in attesa dei loro genitori.
“I figli dei miscredenti sono sottoposti alla volontà di Allah. Se Egli vuole, li punisce. Se Egli vuole, li perdona.”
Questo punto ha generato molte discussioni fra i teologi. Secondo Imām Abū Ḥanīfa, non possiamo pronunciarci con certezza sul destino dei figli dei miscredenti morti da piccoli. Loro non hanno compiuto atti di miscredenza personalmente, ma sono nati da genitori non musulmani.
Il punto essenziale qui è che Allah è Giusto, e non punisce ingiustamente. Come dice nel Corano:
“Non puniamo nessuno finché non inviamo un messaggero” (Sura al-Isrāʾ, 17:15).
Per questo, l’Imām affida la loro sorte alla volontà e alla saggezza assoluta di Allah. Alcuni ʿulamāʾ, come Imām al-Nawawī, hanno affermato che essi saranno messi alla prova nell’Aldilà. Se obbediranno, entreranno in Paradiso. Altri ritengono che entreranno comunque in Paradiso per misericordia. In ogni caso, non si afferma con certezza che saranno puniti.
“Allah ha preso Ibrāhīm come amico intimo (khalīl) e ha parlato direttamente con Mūsà. E il nostro Profeta Muḥammad ﷺ è l’amato di Allah (ḥabīb Allāh) e il sigillo dei Profeti.”
Qui l’Imām riassume il rango supremo dei tre grandi profeti:
Ibrāhīm (pace su di lui), chiamato Khalīl Allāh – l’amico intimo, come nel versetto 4:125
Mūsà (pace su di lui), Kalīm Allāh – colui a cui Allah parlò direttamente
Muḥammad ﷺ, il Ḥabīb Allāh – l’amato, il sigillo della profezia, come nel versetto 33:40
Queste espressioni sono onori spirituali che Allah ha riservato a questi messaggeri, e il riconoscerli fa parte del credo. Rifiutare la posizione esclusiva del Profeta Muḥammad ﷺ come ultimo inviato è miscredenza, secondo il consenso dei sapienti.
“Ogni profeta è stato inviato al suo popolo, mentre Muḥammad ﷺ è stato inviato a tutta l’umanità e ai jinn.”
Questo è un punto fondamentale della ʿAqīdah. Ogni profeta precedente aveva una missione limitata nel tempo e nello spazio. Solo il Profeta Muḥammad ﷺ ha ricevuto una missione universale, fino alla fine dei tempi e verso ogni creatura dotata di intelletto, inclusi i jinn.
Allah dice:
“Non ti abbiamo mandato se non come misericordia per i mondi” (21:107),
e
“Dì: o gente, in verità io sono il messaggero di Allah per voi tutti” (7:158).
Negare questa universalità significa negare uno dei fondamenti dell’Islām.
“Il Qur’ān è la Parola di Allah: non è creato. Chi dice che è creato è miscredente.”
L’Imām torna a ribadire un punto centrale già citato: la natura increata del Qur’ān. Questo era il nodo principale che contrappose i Sunniti ai Muʿtaziliti nel II e III secolo hijrī. L’affermazione che il Qur’ān sia creato nega che Allah abbia l’attributo eterno della parola. I grandi imām sunniti, da Mālik ad Aḥmad, da Abū Ḥanīfa a al-Shāfiʿī, hanno sempre condannato questa eresia, considerandola kufr (miscredenza). La Parola di Allah è un Suo attributo, e gli attributi divini non sono creati, perché Allah è perfetto da sempre e per sempre.
“Allah è sul Trono, ma non in modo corporeo, né con fissazione, né stabilito come le creature.”
Questo punto difende la trascendenza di Allah. I versetti che menzionano il Trono (ʿArsh) – come “al-Raḥmān si è innalzato sul Trono” (20:5) – vanno accettati come sono, senza tashbīh (somiglianza), taʿṭīl (negazione) o kayf (modalizzazione).
L’Imām rifiuta ogni lettura antropomorfica: Allah non si siede, non è contenuto, non ha contatto con il Trono, ma è al di sopra di ogni cosa nella Sua maestà e autorità.
I maturiditi spiegano che il istiwaʾ (elevazione) sul Trono non è spaziale, ma significa dominio, autorità, perfezione del governo cosmico. L’Imām afferma così il bilanciamento tra affermazione e trascendenza: Allah è sul Trono bilā kayf, senza somiglianza con la creazione.
“Egli conosce le cose prima che accadano. Nulla Gli è nascosto. La Sua Scienza è eterna.”
La Scienza di Allah (ʿilm) non cambia, non si acquisisce, non cresce, ma è perfetta da sempre. Non c’è nulla che accada senza che Allah lo abbia già saputo da sempre, e nulla Lo sorprende.
Il Suo ʿilm abbraccia le realtà manifeste e quelle celate, i pensieri, le intenzioni e i segreti. Come dice il Qur’ān:
“Egli sa il tradimento degli occhi e ciò che i cuori celano” (40:19).
Questa verità è fondamentale per il rispetto di Allah: sapere che Egli ci osserva, ci conosce, ci comprende, anche nel più profondo dei pensieri.
“Egli ha predestinato il bene e il male. Tutto accade con la Sua volontà. Nessuno può sfuggire alla Sua decisione.”
Il ciclo si chiude con un’ultima riaffermazione del taqdīr. Nulla sfugge alla volontà di Allah, nemmeno il male. Questo non significa approvazione, ma piena sovranità. Il male avviene per sapienza, come mezzo di prova, punizione o risveglio. Ma Allah non è autore di ingiustizia:
“In verità, Allah non è ingiusto neppure del peso di un atomo” (4:40).
Questa consapevolezza rafforza la fiducia del credente e lo protegge dalla disperazione:
tutto è scritto, tutto è voluto, tutto è sapientemente dosato.
Chiusura spirituale
Il Fiqh al-Akbar non è solo un trattato dottrinale. È una bussola per il cuore. In poche pagine, l’Imām Abū Ḥanīfa ha saputo sintetizzare i pilastri della fede ortodossa, proteggendoli da ogni devianza. Leggerlo con attenzione, comprenderlo e meditarlo è un atto di ʿibādah.
In un’epoca in cui molti giovani sono confusi da idee moderne, religioni sincretiche, o sette pseudo-islamiche, il ritorno al Fiqh al-Akbar è ritorno alle radici, al sapere dei Salaf, alla purezza del monoteismo. Non è un testo “filosofico”, ma un atto di testimonianza viva: Allah è Uno, eterno, perfetto, e tutto avviene per la Sua sapienza.
Ogni sorella e fratello musulmano dovrebbe studiarlo. Ogni insegnante dovrebbe insegnarlo. Ogni scuola come Madrassat al-Noor dovrebbe farlo proprio, per proteggere la fede dei piccoli e grandi credenti.
Che Allah ci faccia vivere e morire sul tawḥīd, e ci faccia incontrare Imām Abū Ḥanīfa e tutti i sapienti sinceri nel Paradiso più alto.
Amin.




