Nel nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso
Nel mondo musulmano contemporaneo, ha preso piede un fenomeno tanto diffuso quanto problematico, che si presenta sotto le spoglie dell’entusiasmo religioso, ma che cela in sé un profondo travisamento del rapporto tra rivelazione e razionalità: la cosiddetta “scienza del Corano”.
Questo approccio consiste nel tentare di dimostrare la verità del Corano e della religione islamica attraverso l’apparente conferma di teorie scientifiche moderne nei versetti sacri. Tali tentativi si basano sull’idea che il Corano, se davvero proveniente da Allah, dovrebbe contenere previsioni o anticipazioni di scoperte scientifiche moderne, rendendolo così “miracoloso” agli occhi dell’uomo contemporaneo. Quante volte abbiamo visto video su YouTube, post su Facebook, articoli su siti islamici che proclamano con orgoglio: “Il Corano ha previsto il Big Bang!”, “Il Corano descrive l’embriologia moderna!”, “Il Corano anticipa la teoria della relatività!”
Ma ciò che a prima vista può sembrare una dimostrazione di fede e meraviglia, è in realtà una trappola epistemologica. È un sentiero che parte da buone intenzioni ma conduce in una foresta oscura di confusione, manipolazione linguistica, e fragiltà spirituale. In questo saggio, analizzeremo le radici, i presupposti, i pericoli e le fallacie logiche e teologiche di tale approccio, supportati da fonti classiche e moderne, pensatori musulmani e non, logici, filosofi e scienziati. L’obiettivo non è demolire per il gusto di demolire, ma offrire una guida chiara, spiritualmente fondata, per rigettare con fermezza questa metodologia e ritornare alla vera natura del Corano: un libro di guida, non un’enciclopedia scientifica.
Il Corano: luce per i cuori, non manuale di fisica
Cominciamo dall’essenza stessa del Corano. Cosa è il Corano? Perché è stato rivelato? Qual è il suo scopo primario?
Il Corano non è un trattato scientifico. Non è stato rivelato per istruire l’uomo sulle leggi fisiche dell’universo, né per descrivere con precisione chimica o biologica i fenomeni naturali. È stato rivelato per guidare l’umanità alla retta via, per purificare i cuori, per dare un senso morale, spirituale e sociale alla vita. È un libro che trasforma, che illumina, che guarisce. Non è un libro che spiega come funziona un neurone o quali sono le fasi della mitosi cellulare.
Il grande mufassir e teologo al-Imām Fakhr al-Dīn al-Rāzī (rahimahullāh, m. 1210), una delle menti più brillanti della storia islamica, nella sua monumentale opera “al-Tafsīr al-Kabīr” (conosciuta anche come Mafātīḥ al-Ghayb – Le Chiavi dell’Invisibile) scrive con una chiarezza disarmante:
“Il Corano è un libro di guida, non di medicina, matematica o filosofia naturale. Chi cerca in esso le scienze materiali, perde il significato per cui è stato rivelato.”
Questa frase dovrebbe essere scritta a lettere d’oro all’ingresso di ogni scuola islamica, di ogni università, di ogni centro culturale musulmano. Il Corano è disceso per guarire i cuori malati, per illuminare le menti confuse, per raddrizzare le vite storte. Non è disceso per insegnare la tavola periodica degli elementi o la struttura del DNA.
Il linguaggio del Corano, infatti, è simbolico, accessibile, evocativo. I suoi riferimenti alla natura sono segni (āyāt), destinati a condurre alla riflessione sul Creatore, non ad alimentare speculazioni pseudoscientifiche. Quando Allah dice:
“In verità, nella creazione dei cieli e della terra, e nell’alternarsi della notte e del giorno, ci sono segni per coloro che hanno intelletto.”
(Sūrah Āl ʿImrān, 3:190)
Non sta dicendo: “Ecco qui la teoria della relatività generale di Einstein, descritta 1400 anni prima!”. Sta dicendo: “Guardate il cielo. Guardate la terra. Guardate come il giorno segue la notte. Riflettete. Chi ha creato tutto questo? Quale mente infinita sta dietro questo ordine perfetto?”
La differenza tra questi due approcci è abissale. Uno ti porta a conoscere Allah. L’altro ti porta a cercare conferme nei libri di fisica. Uno ti fa inginocchiare in umiltà. L’altro ti fa gonfiare di orgoglio intellettuale.
Il grande imam al-Ghazālī (rahimahullāh), il cui nome da solo evoca saggezza e profondità spirituale, nel suo capolavoro “Iḥyā’ ʿUlūm al-Dīn” (La Rinascita delle Scienze Religiose) afferma con una precisione chirurgica:
“Il Corano è disceso per guarire i cuori, non per riempire le menti di dettagli botanici o astronomici. Chi si perde nei dettagli, perde il messaggio.”
Immagina un medico che ti prescrive una medicina salvavita, e tu invece di prenderla ti metti ad analizzare la composizione chimica della capsula, il colore della confezione, il font dell’etichetta. Stai perdendo lo scopo della medicina. Lo stesso accade quando riduciamo il Corano a un contenitore di informazioni scientifiche: perdiamo lo scopo per cui è stato rivelato.
La scienza: mobile, mutevole, fallibile
Uno dei problemi più gravi – forse il più grave – del tentativo di “confermare” il Corano con la scienza è che la scienza, per sua natura, è in continua evoluzione. La scienza non è verità assoluta. È un insieme di teorie che spiegano i fenomeni osservabili fino a prova contraria. È un sistema dinamico, che si autocorregge, che si ridefinisce, che si rivoluziona.
Il filosofo della scienza Thomas Kuhn, nel suo celebre libro “The Structure of Scientific Revolutions” (1962), ha dimostrato che la scienza non progredisce linearmente, accumulando verità su verità come mattoni su una parete. No. La scienza progredisce attraverso rivoluzioni paradigmatiche: un intero sistema di credenze scientifiche crolla e viene sostituito da uno nuovo. Quello che ieri era “verità scientifica” oggi è ridicolizzato come superstizione.
Prendiamo alcuni esempi storici che dovrebbero farci riflettere seriamente.
La teoria dell’etere luminifero: Per secoli, i più grandi scienziati del mondo – da Newton a Maxwell – credevano che la luce si propagasse attraverso un mezzo invisibile e impalpabile chiamato “etere”. Era considerata verità scientifica assoluta. Poi, nel 1887, gli esperimenti di Michelson-Morley dimostrarono che l’etere non esisteva. Tutta la fisica dell’epoca dovette essere riscritta.
Il flogisto: Nel XVIII secolo, i chimici credevano che la combustione rilasciasse una sostanza chiamata “flogisto”. Era una teoria accettata universalmente. Poi arrivò Lavoisier e dimostrò che era completamente falsa. La combustione è ossidazione, non rilascio di flogisto.
La generazione spontanea: Fino alla metà del XIX secolo, si credeva che gli organismi viventi potessero nascere dalla materia inanimata. Mosche dalla carne, topi dalla paglia, vermi dal fango. Era “scienza”. Poi Pasteur, con esperimenti rigorosi, dimostrò che era una credenza infondata.
Ora, immagina se qualcuno, nel XVIII secolo, avesse “trovato” il flogisto nel Corano. “Guardate! Il Corano parla del fuoco che rilascia una sostanza invisibile! È flogisto! Il Corano ha previsto la scienza moderna!” E poi, cinquant’anni dopo, quella teoria crolla. Cosa ne sarebbe stato della fede di quella persona? Cosa ne sarebbe stato del “miracolo” coranico?
Questo è il rischio devastante del metodo retroattivo: legare la Rivelazione eterna a teorie temporanee. Affermare che un versetto coranico “contiene” la teoria del Big Bang significa vincolare la verità eterna del Corano a una teoria formulata nel XX secolo e potenzialmente rivedibile nel XXI. È un’operazione epistemicamente rischiosa e teologicamente insensata.
Il fisico e filosofo della scienza Paul Feyerabend, uno dei pensatori più iconoclasti del Novecento, scrive con una lucidità feroce:
“La scienza non è un monolite, ma un insieme di pratiche spesso contraddittorie. Renderla metro di verità assoluta è un errore filosofico.”
Ecco perché legare la verità della rivelazione alla scienza significa subordinare l’infallibile (il Corano) al fallibile (la scienza). È come costruire una casa sulla sabbia: oggi sembra solida, domani crolla con la prima onda.
Le radici storiche: il complesso di inferiorità post-coloniale
Ma da dove nasce questa ossessione per la “scienza del Corano”? Perché i musulmani del XXI secolo sentono il bisogno disperato di dimostrare che il Corano è “scientificamente accurato”?
La risposta si trova nella storia. L’origine di questa metodologia è legata a una reazione difensiva, sviluppatasi nel mondo islamico a seguito della colonizzazione europea e dell’assalto culturale della modernità. Quando gli eserciti occidentali invasero le terre musulmane – non solo con armi, ma con cultura, scienza, tecnologia – molti musulmani si sentirono improvvisamente inferiori. “Come mai loro hanno conquistato la luna e noi no? Come mai loro hanno inventato l’automobile e noi no? Come mai la loro civiltà è avanzata e la nostra è arretrata?”
Per difendere l’Islam, alcuni pensatori sinceri ma mal guidati hanno cercato di dimostrare che il Corano è “scientificamente avanzato” rispetto alla sua epoca, nella speranza di ottenere rispetto o ammirazione da parte degli Occidentali. “Guardate! Anche noi abbiamo valore! Anche il nostro libro sacro parla di scienza! Non siamo inferiori!”
Uno degli autori più influenti in questa direzione è stato Maurice Bucaille, un medico francese autore del bestseller “La Bibbia, il Corano e la scienza”. Bucaille, pur dichiarando la superiorità scientifica del Corano rispetto alla Bibbia, non aveva alcuna formazione accademica in scienze islamiche, in lingua araba classica, in tafsīr, in uṣūl al-tafsīr. Era un medico occidentale che leggeva traduzioni e trovava ciò che voleva trovare. E molte delle sue affermazioni sono state smontate da studiosi musulmani qualificati, sia sunniti che sciiti, sia tradizionalisti che riformisti.
Il grande pensatore algerino Malek Bennabi, uno degli intellettuali musulmani più lucidi del XX secolo, scriveva con amarezza:
“Il complesso di inferiorità ha trasformato molti musulmani in imitatori. Invece di produrre conoscenza, cercano di giustificarsi agli occhi degli altri.”
Questa è la radice del problema: l’ansia di dimostrare che l’Islam è “valido” con criteri che non gli appartengono. È come se un musicista straordinario, invece di suonare il suo strumento con maestria, cercasse di dimostrare che sa anche giocare a scacchi, fare parkour e parlare cinese. Perché? Per impressionare chi? La musica non basta?
Shaykh Muhammad al-Ghazālī (rahimahullāh), uno dei più grandi pensatori islamici del XX secolo, teologo, giurista, predicatore potente e intellettuale coraggioso, scriveva con una fermezza che commuove:
“Non abbiamo bisogno di scienziati occidentali per confermare la verità del Corano. Il Corano si conferma da sé attraverso la sua luce, la sua guida, e la trasformazione che opera nei cuori.”
Questa frase dovrebbe essere tatuata nella mente di ogni musulmano contemporaneo. Non abbiamo bisogno di Neil deGrasse Tyson, Stephen Hawking o Richard Dawkins che ci dicano “sì, il Corano ha ragione”. Il Corano è vero perché viene da Allah. Punto. Non serve altro.
Cosa dice la Sunnah: il Profeta ﷺ non era uno scienziato
Il Profeta Muhammad, sallallahu alayhi wa sallam, non ha mai preteso che i versetti del Corano spiegassero i fenomeni scientifici. Gli aḥādīth mostrano chiaramente che la rivelazione era centrata sulla fede, l’etica, la morale, il culto, la giustizia, la misericordia. Non sulla chimica, la fisica o la biologia.
In un ḥadīth riportato da Imām Muslim nella sua raccolta autentica, il Profeta, sallallahu alayhi wa sallam, disse ai Compagni (radiyAllahu anhum):
“Voi siete più sapienti nelle questioni del vostro mondo.”
Questo ḥadīth è fondamentale per comprendere la distinzione tra guida profetica e conoscenze tecniche. Il contesto di questo ḥadīth è bellissimo e istruttivo: i Compagni stavano impollinando le palme da dattero seguendo un metodo tradizionale. Il Profeta, sallallahu alayhi wa sallam, suggerì un metodo diverso. I Compagni, per amore e rispetto, seguirono il suo consiglio. Ma quell’anno le palme non produssero frutti. Tornarono dal Profeta, sallallahu alayhi wa sallam, confusi e delusi. E lui, con una umiltà che dovrebbe far vergognare tutti noi, disse: “Voi siete più sapienti nelle questioni del vostro mondo.”
In altre parole: io sono stato inviato per guidarvi ad Allah, non per insegnarvi agricoltura. Io so come si prega, non come si coltivano i datteri. Io conosco il Paradiso e l’Inferno, non i dettagli della botanica.
Questo ḥadīth è una lezione immensa. Il Corano non pretende di essere fonte di conoscenza botanica, fisica, chimica, geologica, astronomica. Il Corano pretende di essere fonte di conoscenza spirituale, morale, teologica, esistenziale.
ʿĀ’ishah (radiyAllahu ‘anha), la madre dei credenti, la più grande sapiente tra le donne della Ummah, disse qualcosa che dovrebbe essere scritto in ogni libro di metodologia islamica:
“Il Profeta, sallallahu alayhi wa sallam, non ci insegnò come costruire case o coltivare campi. Ci insegnò come adorare Allah e come trattarci gli uni con gli altri.”
Chiaro. Cristallino. Inequivocabile.
La manipolazione linguistica: quando le parole vengono torturate
Uno degli errori più gravi – e più disonesti intellettualmente – di chi promuove la “scienza del Corano” è l’uso scorretto del linguaggio arabo. Si prendono parole dai versetti (spesso con significati plurimi, metaforici, simbolici), e si adattano a posteriori a scoperte moderne. È un gioco di prestigio linguistico che funziona solo se non conosci l’arabo classico e se non hai studiato tafsīr.
Prendiamo l’esempio più famoso: il termine “ʿalaqah” nel versetto:
“Poi da un’ʿalaqah abbiamo creato l’embrione.”
(Sūrah al-Muʾminūn, 23:14)
I promotori della “scienza del Corano” traducono questo termine come “embrione a forma di sanguisuga”, affermando che il Corano ha descritto con precisione scientifica una fase dell’embriologia moderna. Ma questa traduzione è forzata, selettiva, e ignora il contesto linguistico arabo.
La radice ʿ-l-q in arabo ha diversi significati: qualcosa che si attacca, qualcosa che pende, qualcosa che si aggrappa, coagulo di sangue. Nel contesto del versetto, il termine descrive semplicemente ciò che si attacca all’utero dopo la fecondazione. È una descrizione osservabile a occhio nudo: la donna incinta smette di avere le mestruazioni perché il sangue “si attacca” (ʿalaqa) nell’utero invece di fluire fuori.
Non c’è nulla di “miracoloso” nel descrivere ciò che le donne osservavano da millenni. Tutte le culture antiche sapevano che la gravidanza inizia quando il sangue mestruale si ferma. Non serve un microscopio per capirlo.
Ibn Kathīr (rahimahullāh), uno dei più grandi mufassirūn della storia, nel suo tafsīr classico spiega ʿalaqah come “qualcosa di simile a un coagulo di sangue che si attacca all’utero”. Punto. Nessuna menzione di “embriologia moderna”, “forma di sanguisuga”, “anticipazione scientifica”.
Un altro esempio classico: il versetto che dice:
“Non abbiamo forse fatto la terra come un letto, e le montagne come pioli?”
(Sūrah al-Nabaʾ, 78:6-7)
I promotori della “scienza del Corano” leggono questo versetto come prova della teoria dell’isostasia (le montagne hanno radici sotto la superficie terrestre che penetrano nel mantello, stabilizzando la crosta). Dicono: “Guardate! Il Corano sapeva della struttura geologica delle montagne 1400 anni prima dei geologi moderni!”
Ma questa interpretazione ignora completamente il contesto poetico e figurato del versetto. Il Corano usa un linguaggio metaforico: le montagne sono “pioli” (awtād) perché stabilizzano la terra, come i pioli stabilizzano una tenda. È un’immagine familiare agli Arabi beduini che vivevano in tende. Non è una descrizione geologica tecnica della struttura interna delle montagne.
Ibn Kathīr (rahimahullāh) spiega nel suo tafsīr:
“Le montagne sono state poste sulla terra affinché non si muova con voi. È una metafora della stabilità, non una lezione di geologia.”
E poi c’è il versetto più abusato di tutti:
“E abbiamo creato dall’acqua ogni essere vivente.”
(Sūrah al-Anbiyāʾ, 21:30)
I promotori della “scienza del Corano” presentano questo versetto come conferma della composizione cellulare degli organismi viventi (le cellule sono composte per il 70-90% da acqua). “Guardate! Il Corano sapeva della biologia cellulare!”
Ma questa interpretazione è ridicola per un motivo semplicissimo: l’acqua come fonte di vita era nota a tutte le culture antiche. Gli Egizi adoravano il Nilo perché portava vita. I Mesopotamici veneravano il Tigri e l’Eufrate. I Greci avevano Poseidone. Tutti sapevano che senza acqua non c’è vita. Non è una scoperta scientifica moderna. È un’osservazione universale e millenaria.
Il versetto non sta dicendo “le cellule sono composte da H₂O”. Sta dicendo “l’acqua è essenziale per la vita”. Chiunque con un minimo di buon senso lo sapeva, 3000 anni fa come oggi.
Questo è il metodo della “scienza del Corano”: prendere termini polisemici, metafore poetiche, osservazioni universali, e adattarle retroattivamente a scoperte moderne. È come dire che Shakespeare aveva previsto Internet perché in una delle sue opere parla di “fili invisibili che legano i cuori a distanza”. È una forzatura intellettuale. È disonesto.
I grandi sapienti contro questa metodologia
Non sono solo io, o pochi studiosi isolati, a rigettare questa metodologia. Molti dei più grandi sapienti islamici del XX e XXI secolo, teologi, giuristi, mufassirūn, hanno criticato duramente la “scienza del Corano”.
Shaykh Muhammad Saʿīd Ramaḍān al-Būṭī (rahimahullāh), uno dei più grandi sapienti siriani del nostro tempo, ha scritto un intero libro criticando questa tendenza. Ha affermato:
“Quando leghiamo il Corano alle teorie scientifiche moderne, stiamo dicendo implicitamente che il Corano ha bisogno della scienza per essere credibile. Ma il Corano non ha bisogno di nulla. È la scienza che ha bisogno di umiltà.”
Shaykh Taha Jabir al-ʿAlwānī, uno dei più importanti studiosi di uṣūl al-fiqh e fondatore del Fiqh Council of North America, scrive:
“L’uso della scienza moderna per interpretare il Corano è un tentativo improprio di piegare la rivelazione al razionalismo empirico. È un’operazione che tradisce la natura stessa della Rivelazione.”
Il grande teologo marocchino Dr. Taha Abdurrahman, filosofo e logico di livello mondiale, afferma con una precisione chirurgica:
“Questo approccio riduce la parola divina a ipotesi falsificabili. Ma ciò che può essere falsificato, non è divino.”
Pensaci. Se dici che un versetto “contiene” una teoria scientifica, stai dicendo che quel versetto può essere falsificato quando quella teoria viene superata. E se può essere falsificato, non è più Parola di Allah infallibile. È diventato un’ipotesi scientifica tra le altre.
Shaykh Yūsuf al-Qaraḍāwī, pur essendo generalmente aperto al dialogo con la modernità e pur essendo uno dei sapienti più influenti del mondo sunnita contemporaneo, ha scritto:
“Dobbiamo stare attenti a non trasformare il Corano in un libro di fisica o chimica. Il suo miracolo è nella sua lingua, nella sua guida, non nelle sue presunte anticipazioni scientifiche.”
Anche Shaykh ʿAbd al-Fattāḥ Abū Ghuddah (rahimahullāh), il grande muhaddith e sapiente hanafita, scriveva con fermezza:
“Chi lega la sua fede alle teorie scientifiche, la perde quando quelle teorie cambiano. La fede deve essere fondata sul Qur’an e la Sunnah, non sulle mode intellettuali.”
Le fallacie logiche: quando il ragionamento è malato
Da un punto di vista filosofico e logico, la “scienza del Corano” è un castello di carte costruito su fallacie epistemiche. Analizziamole una per una.
Prima fallacia: Confirmation bias retroattivo
Questa è la fallacia principale. Si cerca nei testi ciò che confermi ciò che già si crede. Si legge il Corano con gli occhiali della scienza moderna, e si “trova” ciò che si vuole trovare. Ma questo non è né metodo scientifico, né metodo esegetico. È auto-inganno.
Seconda fallacia: Post hoc ergo propter hoc
“Dopo questo, quindi a causa di questo.” Solo perché una scoperta scientifica è avvenuta dopo la rivelazione del Corano, non significa che il Corano la contenesse. La sequenza temporale non implica contenuto profetico.
Terza fallacia: Cherry picking
Si selezionano solo i versetti che sembrano “combaciare” con la scienza moderna, ignorando completamente quelli che non combaciano o che sono chiaramente metaforici, poetici, simbolici. È come selezionare solo le carte vincenti e nascondere quelle perdenti.
Quarta fallacia: Texas sharpshooter fallacy
È come sparare a caso contro un muro e poi disegnare un bersaglio intorno al punto colpito, dichiarando “Guardate! Ho fatto centro!” Si adatta la scienza al testo a posteriori, non il contrario.
Quinta fallacia: Eisegesi invece di esegesi
L’esegesi è leggere dal testo ciò che il testo dice. L’eisegesi è proiettare nel testo ciò che tu vuoi che dica. La “scienza del Corano” è pura eisegesi: si proiettano nel Corano concetti moderni che non c’entrano nulla con il contesto originale.
Il filosofo musulmano Muhammad Iqbal, uno dei più grandi intellettuali dell’Islam moderno, poeta, giurista, filosofo, già nel XX secolo criticava l’imitazione cieca della scienza moderna. Egli affermava:
“La Rivelazione è una sorgente di conoscenza distinta dalla ragione e dall’esperienza. Ridurla alla scienza significa eliminarne la trascendenza.”
E ancora, con una lucidità profetica:
“La vera rinascita dell’Islam non avverrà quando dimostreremo che il Corano anticipa la relatività, ma quando vivremo la sua etica.”
Questa frase dovrebbe essere scolpita nella pietra. Il problema della Ummah oggi non è che non abbiamo dimostrato che il Corano contiene il Big Bang. Il problema è che non viviamo la giustizia, la misericordia, l’onestà, la dignità che il Corano ci comanda.
L’effetto boomerang: quando la scienza si ritorce contro di te
Quando si cerca di legittimare il Corano con la scienza moderna, si compie un errore strategico gravissimo: si concede alla scienza il potere di smentire la rivelazione.
Pensa a questo scenario: oggi, nel 2025, un giovane musulmano guarda un video su YouTube intitolato “Il Corano ha previsto il Big Bang!” Il video spiega che il versetto:
“I cieli e la terra erano una massa unica, poi li abbiamo separati.”
(Sūrah al-Anbiyāʾ, 21:30)
…si riferisce al Big Bang. Il giovane è emozionato. “Subhanallah! Il Corano è scientifico! La mia fede è confermata!”
Ma poi, dieci anni dopo, nel 2035, una nuova teoria cosmologica supera il Big Bang. Forse la teoria del multiverso ciclico, o la teoria dello stato stazionario modificata, o qualche altro modello che nemmeno possiamo immaginare oggi. Quella nuova teoria diventa il nuovo paradigma scientifico.
Cosa succede al nostro giovane musulmano? La sua fede, che aveva costruito sulla sabbia della scienza, crolla. “Se il Big Bang è sbagliato, e il Corano lo conteneva, allora il Corano è sbagliato. Allora Allah non esiste. Allora l’Islam è falso.”
Questo è l’effetto boomerang. Quello che doveva rafforzare la fede, la distrugge. Quello che doveva attrarre i non musulmani, allontana i musulmani.
Quanti giovani hanno perso la fede proprio per questo motivo? Quanti hanno scoperto che le “prove scientifiche” del Corano erano manipolazioni linguistiche, e hanno concluso che tutta la religione è manipolazione?
Non abbiamo statistiche precise, ma basta frequentare forum di ex-musulmani per vedere che questo è uno dei motivi ricorrenti di apostasia. “Mi hanno insegnato che il Corano è scientifico. Poi ho studiato scienza seriamente e ho capito che era tutto falso. Quindi anche l’Islam è falso.”
Shaykh ʿAbd al-Fattāḥ Abū Ghuddah (rahimahullāh) aveva previsto questo disastro quando scriveva:
“Chi lega la sua fede alle teorie scientifiche, la perde quando quelle teorie cambiano. La fede deve essere fondata sul Qur’an e la Sunnah, non sulle mode intellettuali.”
Gli effetti pedagogici: come questa metodologia distrugge l’educazione islamica
Questa metodologia ha effetti devastanti sulla pedagogia islamica e sull’educazione delle nuove generazioni.
Primo effetto: Riduzione della fede a razionalismo
I giovani musulmani iniziano a credere che la fede debba essere “dimostrata” scientificamente. Perdono completamente il senso della fiducia in Allah (tawakkul), della sottomissione (taslīm), della certezza interiore (yaqīn). La fede diventa un calcolo intellettuale invece di essere una trasformazione spirituale.
Secondo effetto: Aspettative irrealistiche
Quando si insegna ai bambini che il Corano “contiene la scienza moderna”, si creano aspettative che crolleranno inevitabilmente non appena studieranno seriamente. Un bambino cresciuto con questi insegnamenti, quando arriva all’università e studia fisica, biologia, cosmologia, si rende conto che le cose non sono così semplici. E la sua fede, costruita su sabbia, crolla.
Terzo effetto: Allontanamento dalla spiritualità
Invece di meditare sui segni di Allah nella natura, di contemplare la bellezza del creato, di sentire la presenza del Creatore, si cerca di “decodificare” il Corano come se fosse un puzzle scientifico. La spiritualità muore. Rimane solo l’intelletto arido.
Quarto effetto: Generazione di apostasia
Come già detto, molti giovani musulmani, quando scoprono che queste “prove scientifiche” sono fallaci, perdono completamente la fede. Non solo rigettano la “scienza del Corano”, ma rigettano anche il Corano stesso, l’Islam, Allah. È una tragedia di proporzioni immense.
Testimonianze anche da non musulmani: quando anche chi non crede lo sa
Non sono solo i musulmani a criticare questa metodologia. Anche studiosi non musulmani, orientalisti, filosofi, teologi di altre tradizioni, hanno visto il problema.
Il celebre orientalista Wilfred Madelung, uno dei massimi esperti di storia islamica primitiva, pur non essendo musulmano, affermava:
“Il vero miracolo del Corano è nella sua struttura retorica, nella sua potenza spirituale, nella sua capacità di trasformare vite e civiltà. Non in previsioni scientifiche che possono essere interpretate in mille modi diversi.”
Hans Küng, il grande teologo cattolico svizzero, dichiarava:
“Ridurre i testi sacri a strumenti apologetici per dimostrare scoperte moderne è un errore che molte religioni hanno commesso. Il Cristianesimo lo ha fatto con la Bibbia e ha perso credibilità. L’Islam sta facendo lo stesso errore oggi. Il valore dei testi sacri è teologico, esistenziale, morale – non tecnico.”
E il filosofo britannico John Gray, uno dei pensatori più importanti del nostro tempo, scrive:
“La verità religiosa non ha bisogno di dimostrazioni empiriche. È esperienza vissuta, trasformazione interiore, senso del sacro. Non è descrizione di atomi e galassie.”
Anche chi non è musulmano capisce che stiamo percorrendo una strada sbagliata. Questo dovrebbe farci riflettere seriamente.
Il vero miracolo del Corano: la bellezza che non si misura in provette
Allora qual è il vero miracolo del Corano? Se non è la scienza, cos’è?
Il vero miracolo del Corano – il vero iʿjāz al-Qurʾān – è multiforme, profondo, e non ha bisogno di laboratori per essere riconosciuto.
Prima dimensione del miracolo: L’eloquenza linguistica inimitabile
Gli Arabi dell’epoca della Rivelazione erano maestri assoluti della lingua. La poesia era la loro arte suprema. Potevano improvvisare versi di bellezza straordinaria. Competevano in gare poetiche dove la vittoria significava gloria eterna.
E poi arriva il Corano. E li sfida:
“E se siete in dubbio su ciò che abbiamo rivelato al Nostro servo, allora producete una sūrah simile a questa, e chiamate i vostri testimoni oltre ad Allah, se siete veritieri.”
(Sūrah al-Baqarah, 2:23)
Nessuno ci riuscì. I più grandi poeti dell’Arabia pre-islamica – ʿAntarah, Imruʾ al-Qays, al-Nābighah – quando ascoltavano il Corano, rimanevano senza parole. Alcuni si convertirono solo per la bellezza della lingua. Altri, pur rimanendo nemici dell’Islam, ammettevano che non era poesia umana.
Questo è il vero iʿjāz: l’inimitabilità linguistica. Non il Big Bang, non l’embriologia, non la geologia. La lingua. La retorica. La bellezza.
Seconda dimensione: Coerenza interna perfetta
Il Corano fu rivelato in 23 anni, in circostanze diverse, in momenti diversi, per rispondere a eventi diversi. Eppure non contiene contraddizioni:
“Se fosse venuto da altri che Allah, avrebbero trovato in esso molte contraddizioni.”
(Sūrah al-Nisāʾ, 4:82)
Un libro umano, scritto in 23 anni, da un uomo illettrato, in condizioni di guerra, pace, gioia, dolore, senza mai contraddirsi? Questo è miracolo.
Terza dimensione: Trasformazione spirituale immediata
Il Corano cambia i cuori. ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb (radiyAllahu anhu) era un nemico feroce dell’Islam. Voleva uccidere il Profeta, sallallahu alayhi wa sallam. Poi ascoltò alcuni versetti della Sūrah Ṭā Hā. E si convertì immediatamente. Non per prove scientifiche. Per la luce che toccò il suo cuore.
Questo è miracolo vero. La trasformazione. La guarigione. L’illuminazione.
Quarta dimensione: Profezie verificabili
Il Corano ha fatto profezie concrete, verificabili, che si sono avverate. Per esempio:
“Sono stati sconfitti i Romani, nella terra più vicina. Ma dopo la loro sconfitta, vinceranno, entro pochi anni.”
(Sūrah al-Rūm, 30:2-4)
Quando questo versetto fu rivelato, i Romani (Bizantini) avevano appena subito una sconfitta devastante dai Persiani. Erano considerati finiti. Tutti – letteralmente tutti – credevano che non si sarebbero mai ripresi. E il Corano profetizza: vinceranno, entro pochi anni.
E così fu. Nel 628 d.C., l’imperatore Eraclio sconfisse i Persiani in una battaglia decisiva. La profezia si avverò alla lettera.
Questa è profezia vera. Non reinterpretazione retroattiva. Non manipolazione linguistica. Una predizione chiara, verificabile, che si è avverata.
Come leggere correttamente i versetti cosmologici
Allora come dobbiamo leggere i versetti del Corano che parlano di natura, astronomia, embriologia?
Primo principio: Riconoscere il contesto spirituale
Ogni versetto cosmologico è rivelato per un motivo spirituale. Il suo scopo è farti riflettere su Allah, non insegnarti fisica. Quando Allah dice “Guardate i cammelli, come sono stati creati”, non vuole che tu faccia zoologia. Vuole che tu riconosca il Creatore.
Secondo principio: Rispettare la lingua araba classica
Non forzare significati moderni su parole antiche. Studia l’arabo classico. Leggi i mufassirūn classici. Comprendi cosa intendevano gli Arabi del VII secolo, non cosa vorremmo che intendessero noi oggi.
Terzo principio: Umiltà epistemica
Non sappiamo tutto. Alcuni versetti possono rimanere misteriosi, e va bene così. Non dobbiamo avere tutte le risposte. L’umiltà intellettuale è una virtù, non una debolezza.
Quarto principio: Due magisteri distinti
La scienza e la religione sono due modi diversi di conoscere la realtà. La scienza studia il “come”, la religione spiega il “perché”. Come disse Galileo Galilei: “La Bibbia ci insegna come si va in cielo, non come va il cielo.” Lo stesso vale per il Corano.
L’Islam e la scienza: una relazione sana
L’Islam non è contro la scienza. Anzi, la incoraggia. La civiltà islamica classica ha prodotto scienziati straordinari: al-Khwārizmī (matematica), Ibn Sīnā (medicina), al-Bīrūnī (fisica), Ibn al-Haytham (ottica). Ma nessuno di loro ha mai detto: “Sto facendo questa scoperta perché è nel Corano.” No. Studiavano la natura per scoprire le leggi che Allah vi ha posto.
La relazione corretta tra Islam e scienza è:
- Il Corano ispira la ricerca scientifica mostrando che l’universo è ordinato, razionale, conoscibile
- La scienza scopre le leggi naturali che Allah ha creato
- Ma la scienza non “conferma” il Corano, perché il Corano non ha bisogno di conferme
- Sono due magisteri distinti: la scienza studia il “come”, la religione spiega il “perché”
Al-Ghazālī (rahimahullāh) lo spiegava con una chiarezza perfetta:
“Lo scienziato studia le cause seconde – le leggi naturali che Allah ha posto nell’universo. Il credente contempla la Causa Prima – Allah stesso, Creatore di tutte le cause.”
Questa è la relazione sana. Non competizione. Non sovrapposizione. Complementarietà.
Un appello finale: ritorniamo alla luce vera
Sorelle e fratelli, è tempo di liberarci da questa metodologia fallace. È tempo di smettere di cercare la validità del Corano nelle conferme scientifiche. È tempo di ritornare alla vera natura della Rivelazione: guida, luce, trasformazione.
Il Corano è un miracolo per ciò che è, non per ciò che rassicura secondo i canoni del pensiero moderno. La sua bellezza linguistica, la sua coerenza interna, la sua potenza spirituale, la sua capacità di trasformare vite e civiltà – questo è sufficiente. Questo è più che sufficiente.
Trasformarlo in un contenitore di scienza moderna, spesso distorta e manipolata, significa sminuirne la dignità e porre la scienza come metro della verità. Questo è un rischio grave, una deriva pericolosa, un tradimento del messaggio.
La nostra Ummah ha bisogno di studiosi che leggano il Corano con occhi di fede e di tafsīr, non con lenti da laboratorio. Abbiamo bisogno di credenti che si sottomettano alla Rivelazione, non che cerchino di “dimostrarne” la validità con criteri alieni. Abbiamo bisogno di giovani che amino il Corano per la sua luce spirituale, non per le sue presunte anticipazioni della fisica quantistica.
Abbiamo bisogno di ritornare all’equilibrio. Abbiamo bisogno di rigettare il complesso di inferiorità che ci fa cercare approvazione dagli altri. Abbiamo bisogno di riconoscere che il Corano è sufficiente, perfetto, completo.
Che Allah ci preservi dalla manipolazione del Suo Libro. Che Allah ci renda saldi nella vera conoscenza. Che Allah ci doni umiltà, saggezza, e certezza spirituale.
Āmīn.
وَاللَّهُ أَعْلَمُ – E Allah sa meglio.




