Gli aḥādīth non sono semplici racconti o memorie storiche. Sono la seconda fonte dell’Islām, immediatamente dopo il Corano. Sono la chiave che apre le porte dell’interpretazione del Libro di Dio, il chiarimento, la spiegazione e la traduzione pratica della Rivelazione. Come afferma l’Imām al-Shāfiʿī, che Dio abbia misericordia di lui: “Ogni cosa che il Messaggero di Dio ﷺ ha ordinato, si fonda sulla rivelazione. Poiché Dio ha detto: ‘Egli non parla per capriccio. Non è che rivelazione ispirata.’” (Sūra al-Najm, 53:3-4). La Sunnah è quindi rivelazione, come il Corano, ma non recitata nei termini della lettura liturgica (tilāwa), bensì attuata, trasmessa e seguita. È ciò che l’Imām Mālik definiva “la sorella del Corano”.
Sin dal tempo del Profeta Muḥammad ﷺ, i suoi compagni ascoltavano con attenzione ogni parola, memorizzavano con rigore, chiedevano chiarimenti e a volte si facevano ripetere le frasi per comprenderne meglio il senso e trasmetterle fedelmente. C’erano scribi che annotavano gli insegnamenti, come ʿAbd Allāh ibn ʿAmr ibn al-ʿĀṣ, che ottenne il permesso dal Profeta stesso di scrivere i suoi detti. Disse: “Scrivevo tutto ciò che sentivo dal Messaggero di Dio ﷺ, con l’intento di memorizzarlo. Mi venne detto: ‘Scrivi tutto? Egli è un essere umano: può parlare in momenti di rabbia o piacere.’ Così smisi di scrivere. Poi lo riferii al Profeta ﷺ, ed egli disse: ‘Scrivi, per Colui nella cui mano è la mia anima, non esce dalla mia bocca altro che verità.’” (Aḥmad, Abū Dāwūd).
La trasmissione orale, in una società come quella araba antica, era raffinata, precisa, altamente sviluppata. L’intera struttura sociale e culturale era fondata sulla memoria. I poeti recitavano migliaia di versi a memoria, e chi mentiva veniva facilmente smascherato. Ma ciò che distingue la trasmissione profetica dalle tradizioni poetiche o culturali è l’enorme carico di timore di Dio che permeava il cuore di chi trasmetteva. Era un’azione sacra, che implicava una responsabilità terribile.
Per questo i trasmettitori venivano valutati in ogni aspetto: la loro onestà (ʿadāla), la precisione (ḍabṭ), la continuità della catena (ittiṣāl al-isnād), l’assenza di anomalie (shudhūdh) e di difetti nascosti (ʿilla). La scienza del ḥadīth (ʿilm al-ḥadīth) si sviluppò come una disciplina estremamente rigorosa, che nessun’altra civiltà possiede in questi termini. Persino l’Imām Muslim, autore del Ṣaḥīḥ, riporta le dichiarazioni dei suoi maestri, come Ibn al-Mubārak, che diceva: “La catena di trasmissione (isnād) è parte della religione. Se non ci fosse l’isnād, chiunque direbbe ciò che vuole.”
Gli studiosi viaggiavano per migliaia di chilometri pur di ascoltare un solo ḥadīth direttamente da un trasmettitore affidabile. I viaggi di al-Bukhārī, Muslim, Abū Dāwūd, Ibn Mājah, al-Nasā’ī, al-Tirmidhī, al-Dārimī e molti altri sono vere epopee spirituali. Talvolta giungevano in una città solo per scoprire che il trasmettitore non era degno di fiducia, e se ne andavano senza nulla. Si narra che al-Bukhārī abbia viaggiato per ascoltare un ḥadīth da un uomo noto per aver ingannato un cavallo per attirarlo. Quando lo vide compiere quell’atto, rifiutò di prendere da lui qualsiasi insegnamento: “Chi inganna un animale – disse – non è degno di fiducia per tramandare le parole del Profeta ﷺ.”
La classificazione dei ḥadīth si basa su criteri precisi e trasparenti. Gli ḥadīth autentici (ṣaḥīḥ) sono quelli che soddisfano tutte le condizioni sopra citate. Non sono frutto di valutazioni arbitrarie o di cieca trasmissione, ma il risultato di un lavoro collettivo, secolare, metodico e scientifico. Oltre al ṣaḥīḥ, esistono le categorie ḥasan (buono), ḍaʿīf (debole), mawdūʿ (fabbricato), e altre sotto-classificazioni che tengono conto della forza della catena, della precisione della memoria, delle discrepanze nei testi.
Il fatto che un ḥadīth sia ṣaḥīḥ non implica necessariamente che sia applicabile in ogni contesto giuridico. La giurisprudenza (fiqh) tiene conto di tanti altri elementi, come l’abrogazione (naskh), l’universalità o particolarità del testo, la compatibilità con principi generali, e il confronto con altre fonti. Ecco perché le scuole giuridiche (madhāhib) non interpretano “a modo loro”, ma seguono metodologie complesse e ben fondate per derivare i giudizi legali.
La Sunnah è quindi parte della rivelazione. Il Profeta ﷺ non era solo un messaggero che trasmetteva un testo: era guida, legislatore, esempio e traduzione vivente del Libro di Dio. Dice Allāh: “E abbiamo fatto scendere su di te il Monito (il Corano), affinché tu spieghi alla gente ciò che è stato fatto scendere su di loro” (Sūra al-Naḥl, 16:44). Non c’è spiegazione del Corano senza la Sunnah. Chi la rigetta, rigetta la rivelazione stessa. Come afferma l’Imām al-Awzāʿī: “Il Corano ha bisogno della Sunnah più di quanto la Sunnah abbia bisogno del Corano.”
Alcuni, oggi, spinti da ignoranza o sospetto, pensano che gli ḥadīth siano meno affidabili perché “scritti dopo”. Ma ignorano che il Corano stesso è stato trascritto dopo la sua rivelazione completa, e raccolto in forma definitiva nel tempo di Abū Bakr, e poi di ʿUthmān. Tuttavia, la stessa memoria che ha preservato il Corano ha preservato anche la Sunnah, con la differenza che quest’ultima è stata anche accompagnata da un’accurata critica della catena e del contenuto, cosa che per il Corano non era necessaria, essendo tramandato interamente di generazione in generazione e memorizzato da migliaia di persone.
Tra le opere più monumentali che raccolgono gli aḥādīth troviamo:
Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, considerato il libro più autentico dopo il Corano.
Ṣaḥīḥ Muslim, altrettanto rigoroso.
Sunan Abī Dāwūd, con un focus sulla giurisprudenza.
Jāmiʿ al-Tirmidhī, noto per la classificazione degli ḥadīth secondo la loro forza.
Sunan al-Nasāʾī, tra le raccolte più precise.
Sunan Ibn Mājah, completa il celebre gruppo delle “Sei Grandi Raccolte” (al-Kutub al-Sittah).
Altre collezioni importanti includono Musnad Aḥmad, Muwattāʾ di Mālik, e le compilazioni enciclopediche come al-Mustadrak, al-Muʿjam al-Kabīr di al-Ṭabarānī, al-Bayhaqī e altri.
I più prolifici tra i Compagni nella trasmissione dei ḥadīth furono Abū Hurayrah (oltre 5000 ḥadīth), ʿĀʾishah bint Abī Bakr, Ibn ʿUmar, Anas ibn Mālik, Ibn ʿAbbās, Abū Saʿīd al-Khudrī e molti altri. Ognuno di loro ha servito l’Islām con fedeltà e timore di Dio, tramandando ciò che il loro amato Profeta ﷺ aveva insegnato, nella forma e nel senso.
Il rispetto per gli aḥādīth non è dunque un’opzione: è un obbligo per ogni credente. Il Profeta ﷺ disse: “Vi lascio due cose: se le seguirete non vi smarrirete mai: il Libro di Dio e la mia Sunnah.” (al-Ḥākim, 1/93). Nessuno può pretendere di comprendere il Corano senza la guida di colui che ne fu il destinatario diretto. La legge islamica non è composta da opinioni personali, ma da deduzioni fondate, da scuole metodologiche rigorose, che usano gli aḥādīth secondo criteri solidi, dopo averli accertati, compresi, e confrontati. Chi rifiuta tutto questo in nome di una “interpretazione personale”, cade in errore e apre le porte dell’anarchia.
Applicazione a livello giuridico
Quando un aḥādīth viene trasmesso, non è sufficiente che sia autentico per essere automaticamente applicabile a livello giuridico. Non ogni ḥadīth ṣaḥīḥ equivale a una legge: è un principio essenziale, spesso dimenticato dai lettori moderni che non conoscono la scienza del fiqh. I grandi giuristi – come Abū Ḥanīfah, Mālik, al-Shāfiʿī, Aḥmad ibn Ḥanbal – non si limitavano a raccogliere detti isolati. Studiavano il contesto, il momento della rivelazione, le circostanze (asbāb al-wurūd), il grado di generalità o specificità, e la possibilità che un altro ḥadīth lo abrogasse, lo completasse o lo limitasse.
Un ḥadīth può infatti essere abrogato (mansūkh) da un altro detto del Profeta ﷺ avvenuto in un tempo successivo. Ad esempio, all’inizio il Profeta ﷺ proibì di visitare le tombe. Poi, più avanti, ne permise la visita dicendo: “Avevo vietato di visitare le tombe, ma ora visitatele, poiché vi ricordano l’Aldilà.” (Ṣaḥīḥ Muslim). Questo è un classico esempio di abrogazione profetica: un comando è sostituito da uno successivo. I giuristi devono conoscere la cronologia, non solo le parole.
Oltre all’abrogazione, si analizza anche se il ḥadīth è generale (ʿāmm) o specifico (khāṣṣ), se la sua formulazione è imperativa (amr) o solo consigliata (nadb), e se esistono altri testi più forti che contraddicono o correggono l’apparente significato. Ecco perché la scienza dell’interpretazione del ḥadīth (fiqh al-ḥadīth) richiede un metodo che solo gli esperti possono applicare correttamente. Lo stesso ḥadīth può produrre esiti legali diversi a seconda delle condizioni, del contesto, della scuola giuridica e della presenza o meno di altri testi.
Non si tratta di “interpretare a piacere”. È l’opposto. Ogni madhhab (scuola) segue un metodo rigoroso. I ḥanafiti, ad esempio, danno priorità al Corano, poi alla Sunnah mutawātir, poi agli aḥādīth mashhūr (noti a molteplici trasmettitori), poi all’ijmāʿ (consenso), poi all’analogia giuridica (qiyās). Non rigettano il ḥadīth ṣaḥīḥ, ma esigono che sia compatibile con le regole del diritto e che non sia in contrasto con testi più solidi. Per esempio, se esiste un ḥadīth a singola catena (āḥād), esso può essere rifiutato solo se contraddice una pratica collettiva conosciuta universalmente dai Compagni. Non per capriccio, ma per principio.
Un esempio spesso citato è quello del ḥadīth in cui il Profeta ﷺ ordinava di lavarsi tre volte per il wudūʾ. Ma si sa che egli fece anche abluzioni con una sola lavata, o due. I giuristi hanno compreso che la triplice lavata è sunnah, non obbligatoria, perché non c’è uniformità nei racconti. Questo non è contraddizione: è comprensione profonda del significato. I Sapienti armonizzano (al-jamʿ bayna al-aḥādīth), cioè riconciliano i testi apparentemente opposti in una lettura coerente.
Gli studiosi classici erano estremamente meticolosi. L’Imām al-Nawawī, autore del celebre Riyāḍ al-Ṣāliḥīn e commentatore di Ṣaḥīḥ Muslim, passava ore a esaminare una parola, verificandone l’uso linguistico, l’origine grammaticale e la coerenza col contesto. L’Imām al-Shāṭibī, nel suo capolavoro al-Muwāfaqāt, spiega che la comprensione degli aḥādīth deve avvenire alla luce degli obiettivi supremi della Sharīʿah (maqāṣid al-sharīʿah), e che non si può applicare alla lettera un testo ignorando il suo fine. L’Islām non è letteralismo cieco, ma intelligenza serva della Rivelazione.
Molti pensano che un ḥadīth possa essere rigettato solo perché non “piace” alla sensibilità moderna. Ma il criterio non è il gusto soggettivo. È la scienza. Se un ḥadīth è ṣaḥīḥ, e se ha un significato coerente con il Corano e la Sunnah, e se non è abrogato o limitato, allora è legge, anche se ci appare difficile. Il credente non giudica la Rivelazione: si sottomette ad essa con cuore sereno e mente aperta.
È importante ribadire che gli aḥādīth non sono inferiori al Corano in termini di autorevolezza. Il Corano è il Libro di Dio, ma la Sunnah è la sua spiegazione. Senza la Sunnah, il Corano resterebbe chiuso a molte comprensioni. Come si fa a sapere quanti rakʿāt ha la preghiera del ʿAṣr? Come si conoscono i dettagli della zakāt? Come si sa quali azioni invalidano il digiuno? Il Corano non li spiega. Ma il Profeta ﷺ li mostrò, li insegnò, li chiarì. “Pregate come mi avete visto pregare” (al-Bukhārī). “Chi digiuna e dimentica, mangi pure: è Dio che l’ha nutrito” (Muslim). “Non c’è zakāt su meno di cinque cammelli” (al-Nasāʾī). Questi non sono dettagli opzionali: sono fondamento.
Per questo gli studiosi dicevano: “La Sunnah giudica il Corano” (al-sunnah qāḍiyah ʿala al-kitāb), cioè ne specifica, ne spiega e ne chiarisce i significati. Chi separa le due fonti, scivola nel bidʿah, nell’innovazione. Come affermò Ibn Qayyim al-Jawziyyah: “La guida si compone del Corano e della Sunnah. Chi si limita al Corano e rigetta la Sunnah, segue una parte della Rivelazione e ne abbandona un’altra. E Dio dice: ‘Prendete ciò che il Messaggero vi dà, e astenetevi da ciò che vi proibisce’” (Sūra al-Ḥashr, 59:7).
Il rifiuto della Sunnah ha radici antiche. Già al tempo dei Tābiʿīn vi furono gruppi che la negavano. Ma i Sapienti li confutarono con fermezza. L’Imām Aḥmad ibn Ḥanbal, nella sua Risālah, scrisse che “chi rigetta un ḥadīth autentico del Messaggero di Dio è un deviante, fuori dalla retta via”. Oggi il rifiuto assume nuove forme: si dice che gli aḥādīth sono “storici”, “contestuali”, “culturalmente condizionati”. Ma la verità è che la parola del Profeta ﷺ è verità, anche se non sempre la comprendiamo subito.
I Sapienti non erano ciechi seguitori, ma nemmeno ribelli intellettuali. Erano umili studiosi della luce. Al-Ghazālī, nel Mustasfā, spiega che la rivelazione ha livelli: il Corano, poi la Sunnah mutawātir, poi quella āḥād, poi il consenso, poi l’analogia. Ma tutti sono parte del messaggio divino. Persino Ibn Taymiyyah, noto per il suo rigore, dichiarava: “Non esiste nella legge islamica un obbligo fondato solo sulla ragione. Ogni dovere deriva da una prova testuale, e nessuna prova è più luminosa della parola del Messaggero ﷺ.”
Ogni volta che un giurista prende in mano un ḥadīth, lo esamina con timore, con prudenza, con rispetto. Non è un testo neutro: è parte della Rivelazione. È come toccare con le mani le parole di Dio pronunciate dalla bocca del Suo Profeta ﷺ. È per questo che, per secoli, gli studiosi non lo riportavano senza abluzione, né lo citavano senza basmala, né ne discutevano con leggerezza.
Gli aḥādīth non sono “aggiunte” all’Islām. Sono parte del suo cuore. La loro trasmissione, la loro preservazione, la loro applicazione giuridica e spirituale dimostrano che questa Ummah non ha lasciato nulla al caso. Come disse Sufyān al-Thawrī: “L’isnād è la spada del credente. Se non hai isnād, non hai nulla.”
Hadīth “fabbricati”:
Molti ignorano che il problema dei falsi ḥadīth (al-aḥādīth al-mawdūʿah) fu affrontato già dai primi secoli dell’Islām, con una vigilanza straordinaria. I Sapienti della Ummah non si limitarono a raccogliere ciò che sentivano: svilupparono una delle più raffinate scienze critiche mai viste nella storia umana. Ogni ḥadīth, prima di essere accettato, doveva passare per il fuoco dell’esame incrociato, della verifica delle fonti, del confronto tra versioni e della valutazione morale e mnemonica dei trasmettitori.
Un ḥadīth si considera “falso” non perché “ci sembra strano” o “non ci piace”, ma perché non rispetta le condizioni dell’autenticità, o perché è stato inventato intenzionalmente da qualcuno per motivi politici, settari, ascetici o polemici. Già l’Imām Mālik diceva: “Ci sono più bugie in bocca a chi si dichiara asceta che in chi ama il mondo.” Infatti, molti ḥadīth falsi furono inventati per esagerare le virtù del digiuno, della povertà, delle preghiere notturne — con buone intenzioni, ma con conseguenze pericolose.
Gli studiosi hanno risposto con forza e rigore. Yahyā ibn Maʿīn, al-Bukhārī, Muslim, al-Dārquṭnī, Ibn Ḥibbān, Ibn al-Jawzī, al-Dhahabī, Ibn Ḥajar al-ʿAsqalānī sono solo alcuni dei grandi critici che hanno smascherato centinaia di trasmettitori bugiardi o imprecisi. Esistono interi volumi dedicati ai narratori deboli (al-ḍuʿafā’) o ai trasmettitori affidabili (al-thiqāt), con giudizi dettagliati. Il Sapiente Ibn ʿAdī scrisse un’opera in 10 volumi solo per indicare i narratori deboli. Ibn al-Jawzī raccolse più di 1900 ḥadīth inventati nel suo Kitāb al-Mawḍūʿāt.
Un errore comune di oggi è pensare che l’autenticità di un ḥadīth sia una valutazione “moderna” o “recente”. In realtà, le classificazioni degli aḥādīth risalgono ai primi secoli, e molte opere ancora oggi usate furono scritte più di 1000 anni fa. Il Ṣaḥīḥ al-Bukhārī fu composto dopo 16 anni di viaggi, preghiere, revisioni continue. L’Imām al-Bukhārī raccontava di fare abluzione e pregare due rakʿāt prima di scrivere ogni ḥadīth. Quando compose la sua opera, ne selezionò circa 7000, ma solo dopo aver vagliato oltre 600.000 narrazioni.
Chi dice che “gli aḥādīth sono stati scritti secoli dopo” dimentica che la scrittura iniziò già al tempo del Profeta ﷺ, come nel caso di Ṣaḥīfat Ṣādiqah di ʿAbd Allāh ibn ʿAmr ibn al-ʿĀṣ, o i registri di Abū Hurayrah. La raccolta sistematica avvenne dopo, ma la trasmissione non si basava solo sulla scrittura, bensì sulla memorizzazione, sull’insegnamento diretto e su catene certificate, che riportavano chi aveva detto cosa, a chi, quando, dove, con quali testimoni. Nessun’altra civiltà al mondo possiede qualcosa di simile.
La scienza dell’isnād non si limitava ai nomi: i critici valutavano lo stile narrativo, il lessico, l’accento regionale, i luoghi e i tempi dei trasmettitori. Se un narratore diceva di aver sentito un Sapiente in una certa città in un certo anno, ma da documenti storici si sapeva che in quell’anno non erano nella stessa città, l’intera catena veniva rigettata. Questo metodo si chiama ‘critica esterna’ (al-naqd al-khārijī). Esiste anche la critica interna (al-naqd al-dākhilī), che analizza il testo del ḥadīth: se contraddice il Corano, o se contiene parole strane che il Profeta ﷺ non avrebbe mai detto, o se presenta una teologia sospetta, viene considerato fabbricato o debole.
Tutto ciò mostra che l’Islām non accetta testi senza prova. Al contrario: la Sunnah è la Rivelazione vagliata. Il Corano non è mai stato criticato parola per parola, perché tramandato con tawātur, cioè da migliaia di memorizzatori. La Sunnah ha invece livelli diversi: mutawātir, mashhūr, āḥād… e ogni categoria ha il suo peso giuridico.
Un aspetto poco noto è la raffinatezza linguistica dei ḥadīth. Le parole del Profeta ﷺ sono semplici ma profonde, concise ma complete. Come dice Ibn Qayyim: “I ḥadīth profetici sono miracoli linguistici, brevi ma carichi di significato. Ogni parola ha un posto preciso, ogni pausa è eloquente.” Alcuni aḥādīth usano metafore potenti, come: “Il cuore dell’uomo si arrugginisce, come si arrugginisce il ferro.” E quando gli fu chiesto come purificarlo, rispose: “Con il ricordo di Dio e la recitazione del Corano.”
L’Imām al-Suyūṭī raccolse nel suo al-Jāmiʿ al-Ṣaghīr aḥādīth organizzati in ordine alfabetico, mostrando che anche il suono delle parole profetiche segue una musica sacra. Altri Sapienti studiarono la semiotica del gesto profetico: come sedeva, come guardava, come muoveva le mani mentre parlava. Il ḥadīth non è solo testo: è presenza vivente del Profeta ﷺ nel corpo della Ummah.
L’effetto spirituale della Sunnah è qualcosa che non si può quantificare. Chi studia ḥadīth con sincerità, con amore, con rispetto, sviluppa un legame profondo con il Messaggero di Dio ﷺ. Molti studenti di ḥadīth dicevano: “Quando leggo i suoi detti, è come se lo vedessi davanti a me.” Altri piangevano solo nel pronunciare le parole “Qāla Rasūl Allāh” (Il Messaggero di Dio disse…). Studiare ḥadīth è un atto di adorazione. Recitarli è un invito alla luce. Applicarli è la vera sequela del Profeta.
Tutto questo ci insegna che il legame con la Sunnah non è una faccenda da “studiosi” o “teologi”, ma è il cuore della fede musulmana. Rigettarla, relativizzarla, ridurla a opinione, significa tagliare le radici della guida. Il Profeta Muḥammad ﷺ è il portatore della Luce. I suoi detti sono fiaccole sulla via. Chi li segue, si illumina. Chi li rigetta, si perde nel buio.
Come disse Ibn al-Mubārak: “Non ho visto nulla che porti più vicino a Dio, dopo il Corano, che lo studio del ḥadīth.”
E come disse l’Imām al-Shāfiʿī: “Tutto ciò che dico, se trovi un ḥadīth autentico contrario, prendi il ḥadīth e getta via la mia parola.”
Studiare gli aḥādīth significa camminare sulle orme dei giganti. I Sapienti che li hanno raccolti, tramandati, vagliati e classificati non erano semplici studiosi da biblioteca. Erano asceti, viaggiatori, adoratori instancabili, innamorati del Profeta Muḥammad ﷺ. La loro vita fu un atto d’amore per la Sunnah.
Uno dei nomi più venerati è quello di Muḥammad ibn Ismāʿīl al-Bukhārī (194-256 H), autore del Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, considerato il libro più autentico dopo il Corano. Orfano da bambino, memorizzò il Corano a sette anni e migliaia di aḥādīth poco dopo. Viaggiò da Bukhara a Baghdad, poi a Makkah, al-Madīnah, Egitto, Shām, Basra, Kufa… solo per ascoltare gli aḥādīth da fonti dirette. Si racconta che, per selezionare i circa 7.000 aḥādīth del suo Ṣaḥīḥ, ne esaminò oltre 600.000. Dormiva poco, pregava di notte, e ogni volta che scriveva un ḥadīth nel suo libro faceva abluzione e due rakʿāt, chiedendo a Dio guida e protezione dall’errore.
Accanto a lui, troviamo Muslim ibn al-Ḥajjāj (206-261 H), persiano di origine come al-Bukhārī, che scrisse il Ṣaḥīḥ Muslim. I due si incontrarono e si amarono per amore della Sunnah. Il metodo di Muslim è straordinario: organizzò i suoi ḥadīth per argomenti, citò tutte le varianti, indicò le catene e le parole usate, rendendo il testo una miniera di precisione scientifica. Morì con il libro ancora tra le mani, mentre lo insegnava ai suoi studenti.
Abū Dāwūd al-Sijistānī (202-275 H) scrisse le Sunan, fondamentali per la giurisprudenza. Era noto per la sua umiltà. Viaggiò per trent’anni, attraversando deserti e terre straniere, senza farsi mai distrarre dai piaceri del mondo. Diceva: “Un ḥadīth autentico, per me, vale più di tutta la ricchezza di Dār al-Islām.”
al-Nasāʾī (214-303 H), autore delle Sunan al-Kubrā e al-Ṣughrā, visse a lungo a Damasco, ma fu cacciato perché rifiutava di maledire ʿAlī ibn Abī Ṭālib. Morì a causa delle percosse subite, ma il suo amore per la famiglia del Profeta ﷺ e per la verità resta scolpito nella sua opera.
al-Tirmidhī (209-279 H) è il grande autore del Jāmiʿ al-Tirmidhī, noto per essere anche un esperto di classificazione: è uno dei primi ad usare la dicitura “ḥasan” per indicare un livello intermedio tra ṣaḥīḥ e ḍaʿīf. Era cieco negli ultimi anni, ma la sua memoria era così vivida che continuava a dettare ḥadīth senza errori. Diceva: “Ogni ḥadīth è una luce. E io ho imparato a camminare nella luce.”
Ibn Mājah (209-273 H), autore delle Sunan, è l’ultimo del gruppo delle “Sei grandi raccolte” (al-Kutub al-Sittah). Il suo libro è apprezzato per contenuti rari e per l’attenzione ai detti sulle prove dell’Ora (ashrāṭ al-sāʿah) e sulle virtù delle azioni.
Ma oltre ai grandi compilatori, troviamo coloro che hanno fondato le basi della critica dei narratori, come Yaḥyā ibn Maʿīn, che viaggiava con poco denaro ma annotava ogni dettaglio su migliaia di narratori, a volte chiedendo solo: “Era veridico?” Altri come ʿAlī ibn al-Madīnī, maestro di al-Bukhārī, veniva chiamato “il medico della scienza del ḥadīth”. Diceva: “L’isnād è il cuore. Se il cuore batte male, tutto è malato.”
Insieme a loro troviamo le enciclopedie della Sunnah. Oltre ai Ṣiḥāḥ e alle Sunan, esistono opere monumentali come:
Musnad Aḥmad ibn Ḥanbal, con più di 30.000 aḥādīth, ordinati secondo i Compagni.
Muwattāʾ Imām Mālik, che fonde ḥadīth e opinioni dei giuristi di Madinah.
al-Muʿjam al-Kabīr di al-Ṭabarānī, che cita migliaia di catene rare.
al-Mustadrak ʿala al-Ṣaḥīḥayn di al-Ḥākim, che raccolse ḥadīth autentici secondo i criteri di Bukhārī e Muslim ma non contenuti nelle loro raccolte.
al-Jāmiʿ al-Kabīr e al-Jāmiʿ al-Ṣaghīr di al-Suyūṭī, vasti repertori alfabetici.
I loro viaggi sono leggendari. Si narra che Ibn Ḥibbān attraversò 80 città. Ibn Abī Shaybah percorse migliaia di chilometri. Ibn al-Jawzī diceva: “Ogni viaggio per un ḥadīth è come un ḥajj del cuore.” Si spostavano a dorso di cammello, senza garanzie, solo con la certezza che, da qualche parte, un uomo devoto avesse udito un ḥadīth dal suo maestro, e potesse trasmetterlo. Se il narratore era debole, si alzavano e tornavano indietro. Non cercavano fama. Cercavano verità.
Ma la scienza del ḥadīth non serviva solo alla legge. Era anche fonte di purificazione. I maestri del tasawwuf, come al-Junayd, Sahl al-Tustarī, ʿAbd al-Qādir al-Jīlānī, studiavano la Sunnah profondamente. Non volevano solo sapere cosa il Profeta ﷺ dicesse, ma come lo dicesse, con quale tono, con quale atteggiamento. Dicevano: “Chi segue la Sunnah con sincerità, Dio lo ricolma di luce.” Gli aḥādīth sono uno specchio per l’anima: mostrano la via della misericordia, del silenzio, del perdono, della giustizia.
È per questo che i Sapienti dicevano: “Studiare fiqh ti insegna cosa è halal e haram, ma studiare ḥadīth ti insegna chi era il Messaggero.”
E un altro diceva: “Il Corano è la voce di Dio. La Sunnah è il profumo del Suo amato.”
In tutto ciò, emerge una verità grandiosa: non esiste nulla nell’Islām che sia stato lasciato senza cura. Ogni parola del Profeta ﷺ è stata memorizzata, trasmessa, verificata, amata, vissuta. Le raccolte, le catene, le biografie, le enciclopedie, i commentari, le scuole… tutto è una testimonianza d’amore. Non una cieca imitazione, ma un’adorazione consapevole e viva.
Viviamo in un tempo in cui tutto è messo in discussione. Dove anche le verità più limpide vengono distorte, relativizzate, desacralizzate. In questo clima, gli aḥādīth del Profeta ﷺ diventano bersaglio di dubbi, ironie, selezioni arbitrarie. Alcuni li accettano solo se “conformi al proprio pensiero”, altri li rigettano perché “non compatibili con la società moderna”, altri ancora li trattano come frasi decontestualizzate da giudicare con la logica del presente.
Ma gli aḥādīth non sono opinioni. Sono Rivelazione vissuta, guida illuminata, via tracciata da colui che Dio ha descritto come: “un esempio sublime di comportamento” (Sura al-Qalam, 68:4). Il Profeta ﷺ non parlava da sé:
“Egli non parla per desiderio. Non è che una Rivelazione ispirata.” (Sura al-Najm, 53:3-4).
Rifiutare i suoi detti, anche se autentici, non è solo rifiutare una frase: è mettere in discussione la Legge di Dio.
È per questo che i Sapienti dicevano: “Chi rifiuta un ḥadīth ṣaḥīḥ è come chi rifiuta una āyah: egli ha rifiutato il Messaggero.”
Oggi molti si domandano: “Ma come posso sapere se un ḥadīth è autentico? Non sono uno studioso.” La risposta è nella fiducia, nello studio guidato, nella compagnia dei sapienti. Dio non ha chiesto a tutti di diventare muḥaddithīn, ma ha ordinato di seguire coloro che sanno:
“Chiedete alla gente del Ricordo, se non sapete.” (Sura al-Naḥl, 16:43).
Non siamo soli. Esistono Sapienti sinceri, scuole affidabili, opere classiche, insegnanti che ancora trasmettono con isnād vivo. Basta cercarli con cuore sincero.
In un’epoca in cui ognuno si sente autorizzato a parlare di religione, a reinterpretare tutto, a rifiutare ciò che non gli piace, i ḥadīth diventano lo spartiacque tra chi si sottomette alla Rivelazione e chi si sottomette al proprio ego. L’Islām non è religione di suggestione, ma di sequela. Non è religione di opinione, ma di luce trasmessa con catene d’oro.
Come studiare oggi gli aḥādīth? Innanzitutto con umiltà. Il Sapiente Ibn ʿAwn disse: “Tra i segni della conoscenza autentica c’è il silenzio davanti a ciò che non si sa.” Studia con fonti sicure. Comincia dalle raccolte autentiche: Riyāḍ al-Ṣāliḥīn, al-Arbaʿīn al-Nawawiyyah, Ṣaḥīḥ al-Bukhārī. Affianca uno studio spirituale a quello giuridico. Ogni ḥadīth ha un significato esteriore e uno interiore: una norma e un riflesso sul cuore.
Leggi i ḥadīth come se li stessi ascoltando dalla bocca del Profeta ﷺ. Immagina il suo volto luminoso, il tono dolce della sua voce, i suoi occhi colmi di misericordia. C’è chi studia per polemizzare, e chi studia per amare. Tu scegli di essere tra i secondi. Chi ama la Sunnah, ama il Profeta. E chi ama il Profeta, Dio lo amerà.
“Di’: Se amate Dio, seguite me. Dio vi amerà e perdonerà i vostri peccati.” (Sura Āl ʿImrān, 3:31).
I ḥadīth non servono solo a costruire il fiqh. Servono a costruire il carattere. Chi vive davvero secondo la Sunnah, è paziente, veritiero, umile, pulito, generoso, sorridente, rispettoso dei genitori, giusto, dolce, profondo, dignitoso. La Sunnah ti insegna come mangiare, dormire, trattare il prossimo, perdonare, sopportare. È una scuola di luce, una terapia del cuore.
Allontanarsi dalla Sunnah non è una perdita teorica. È un crollo spirituale. È smarrire la bussola, dimenticare l’esempio, camminare nel buio. È accaduto in tante comunità: quando hanno messo da parte la Sunnah, hanno perso il senso dell’Islām. Sono rimasti solo nomi, riti meccanici, cuori vuoti. Come disse ʿAbd Allāh ibn Masʿūd: “Quanti leggono il Corano ma non oltrepassa le loro gole. Sono i primi a perdersi.”
Ma Dio ha promesso che la Sunnah non sarà mai perduta. Anche se i nemici la denigrano, anche se gli ignoranti la confondono, anche se i modernisti la distorcono, ci saranno sempre uomini e donne che la custodiscono, come stelle nella notte. Ogni generazione ha avuto i suoi Sapienti, i suoi difensori, i suoi trasmettitori. Fino a oggi.
Tu, sorella, fratello, sei parte di questa catena. Quando impari un ḥadīth, quando lo vivi, quando lo insegni ai tuoi figli, diventi un anello nella catena dorata che risale fino a al-Madīnah, alla moschea profumata dove il Messaggero di Dio ﷺ parlava ai suoi Compagni, indicando la via della salvezza. È questo che ci rende vivi.
Che Allah ci doni di amare la Sunnah come i primi musulmani.
Che ci doni di studiarla con purezza, seguirla con rispetto, trasmetterla con sincerità.
Che i nostri cuori si nutrano della sua luce, che le nostre mani agiscano secondo il suo esempio, che le nostre lingue pronuncino ciò che il Profeta avrebbe detto, pace e benedizioni su di lui.
Perché seguire la Sunnah non è un’opzione. È amore. È salvezza. È Islam.
E come diceva l’Imām Mālik: “La Sunnah è come l’Arca di Nūḥ. Chi vi sale, si salva. Chi la rifiuta, affoga.”




