Il miracolo del Corano: oltre la parola, l’eternità

Fin dagli albori della sua missione, il Profeta Muḥammad ﷺ ricevette da Allah un dono che trascende ogni tempo e spazio: il Qurʾān.

Ma il Qurʾān non è solo un Libro. È una sfida, una prova, un segno vivente.

Il Qurʾān non parla solo all’intelletto, ma lo scuote. Non parla solo al cuore, ma lo rigenera.

“Questo non è il discorso di un poeta. Poco è ciò in cui credete. Né è la parola di un indovino. Poco è ciò che riflettete. È una rivelazione da parte del Signore dei mondi.” (Sūra al-Ḥāqqa, 69:41-43)

La parola araba iʿjāz deriva dalla radice ʿajaza, che significa “rendere incapace, impotente”.

Il miracolo del Corano consiste dunque nel rendere impossibile e impotente ogni sforzo umano di eguagliarlo.

Il Profeta ﷺ non compì, di norma, miracoli tangibili (come Mosè con il bastone, o Gesù con la resurrezione), ma offrì un miracolo intellettuale, spirituale, linguistico, eterno, che ogni generazione potesse testare.

Le tappe della sfida: un miracolo esposto e reiterato

Allah ha lanciato, nel Qurʾān, una sfida pubblica e progressiva ai suoi oppositori:

  • 1. “Portate un Qurʾān simile!” (Sūra al-Isrāʾ, 17:88)
  • 2. “Portate dieci sure come queste!” (Sūra Hūd, 11:13)
  • 3. “Portate una sola sura!” (Sūra al-Baqara, 2:23)

Ogni volta, la sfida si restringe. È come dire:

“Non riuscite a produrre un libro intero? Nemmeno dieci capitoli? Nemmeno uno?”

“Di’: Se gli uomini e i jinn si unissero per produrre un Corano simile, non ci riuscirebbero, neppure aiutandosi a vicenda.” (Sūra al-Isrāʾ, 17:88)

I poeti arabi, maestri della lingua, non furono in grado di rispondere.

Molti si convertirono proprio dopo aver ascoltato pochi versetti, travolti dalla potenza e dalla profondità del testo.

La testimonianza degli esperti di lingua

La lingua araba del Corano è un mistero. Non è poesia. Non è prosa. Non è sermone. È una forma a sé, che nessuno ha mai saputo imitare, pur parlandone la stessa lingua.

Al-Jurjānī (m. 471 H), uno dei massimi linguisti islamici, affermava:

“Il miracolo non è solo nello stile, ma nell’armonia tra parole e significati, tra suono e senso. Il Qurʾān è come il corpo umano: ogni organo ha una funzione, ma insieme formano un tutto vivo e unico.” (Dalīl al-iʿjāz)

Ibn Abī al-ʿIzz (commentatore della ʿAqīda Ṭaḥāwiyya) scrisse:

“Non vi è neppure un versetto del Qurʾān che un arabo dotto possa migliorare. Ogni parola è al suo posto: se la sposti, crolla la struttura.”

Il Profeta ﷺ era ummī (non sapeva leggere né scrivere), e non compose mai nulla di simile prima della rivelazione.

Come avrebbe potuto produrre una struttura linguistica mai vista prima?

Il poeta al-Akhtal (cristiano) disse:

“Anche se ci riunissimo con i nostri migliori poeti, non potremmo comporre un versetto simile a quello di Muhammad.”

E ancora:

“Il Corano è superiore a ogni poesia araba, più elevato di ogni logica greca, e più puro di ogni metafisica indiana.” (Edward Montet, orientalista francese)

La struttura logica e l’intelligenza del testo

Il Corano parla a diversi livelli contemporaneamente. Un solo versetto può contenere:

  • una norma giuridica,
  • una metafora spirituale,
  • una verità esistenziale,
  • una visione cosmica.

Ibn ʿAbbās diceva:

“Ogni versetto del Qurʾān ha un significato esteriore e uno interiore, uno particolare e uno generale, uno per la sua epoca e uno per tutti i tempi.”

Ibn al-Qayyim afferma:

“Se leggi il Qurʾān e non scopri ogni volta qualcosa di nuovo, non hai davvero letto.”

La lingua si adatta al contesto, all’uditorio, al cuore. È come se il Qurʾān ti leggesse mentre lo leggi.

L’impatto psicologico e spirituale

Il Qurʾān non è solo bello. È sconvolgente.

Molti nemici dell’Islām ne vietavano l’ascolto, per timore che la gente si convertisse.

“Non ascoltate questo Qurʾān, disturbatelo affinché prevaliate!” (Sūra Fuṣṣilat, 41:26)

ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb si convertì dopo aver sentito pochi versetti della Sūra Ṭā-Hā.

Un uomo rude, potente, eppure in lacrime, piegato da parole che “non erano di questo mondo”.

Anche oggi, musulmani e non musulmani raccontano esperienze simili.

Il Qurʾān tocca una parte che la filosofia non tocca, che la scienza non conosce: la fitra.

Il “disordine” del Corano? Ordine divino, non caos umano

Una delle obiezioni più ricorrenti, soprattutto in ambito accademico e orientalistico, è quella che accusa il Qurʾān di essere disorganizzato, frammentario, circolare, privo di coerenza tematica o struttura narrativa.

Molti studiosi occidentali, influenzati dalla logica lineare della Bibbia e dei testi classici greci, hanno affermato che il Qurʾān:

  • cambia argomento improvvisamente,
  • non segue un ordine cronologico,
  • ripete gli stessi episodi in modi diversi,
  • non distingue bene norme, storie e dottrina.

Ma i grandi esegeti musulmani, i filosofi, i linguisti e i sapienti hanno risposto con forza e profondità. Vediamo ora cosa c’è dietro questa polemica, e come l’Islām ha rovesciato l’accusa in prova della sua origine divina.

La critica: “mancanza di ordine”

Edward William Lane, Noldeke, Bell, Richard Bell, Neuwirth e altri orientalisti sostenevano che:

  • Il Qurʾān non ha struttura letteraria coerente;
  • È assemblato arbitrariamente da frammenti rivelati in tempi diversi;
  • È stato compilato in modo disordinato dopo la morte del Profeta ﷺ;
  • I temi non seguono un filo logico, e spesso un versetto parla di Giudizio, quello dopo di alimenti, poi di Mosè, poi di preghiera…

Queste osservazioni superficiali portarono alcuni a concludere che il Qurʾān non fosse divinamente ispirato, bensì frutto di un “flusso umano disorganico”.

Ma questa visione nasce da una prospettiva estranea alla rivelazione e da criteri sbagliati.

La risposta dei sapienti: ordine sovraumano

I sapienti dell’Islām, sin dai primi secoli, hanno sottolineato che l’apparente assenza di ordine è in realtà una struttura radiale, non lineare, tipica del discorso profetico e divina nel suo disegno.

Ibn ʿAṭiyya (m. 541 H) scrive:

“Chi crede che il Qurʾān sia disorganizzato ha frainteso il linguaggio divino. L’ordine non è quello umano, ma un ordine spirituale che unisce l’apparenza e il segreto.”

Al-Suyūṭī, nel suo capolavoro al-Itqān fī ʿUlūm al-Qurʾān, dedica intere sezioni alla struttura interna delle sure, mostrando:

  • relazioni tra apertura e chiusura delle sure;
  • legami logici e spirituali tra versetti apparentemente scollegati;
  • ripetizioni funzionali alla pedagogia divina (tadbīr rabbānī).

Fazlur Rahman, noto pensatore pakistano, affermò:

“Il Qurʾān non è disordinato: ha una struttura concentrica, a spirale, che ruota attorno a nuclei tematici profondi. Il lettore superficiale non lo coglie, ma chi riflette se ne stupisce.”

L’ordine non è cronologico, ma teologico

Nel Qurʾān non c’è ordine cronologico perché lo scopo non è narrativo, ma trasformativo. Non è un romanzo, ma una rivelazione.

I versetti parlano alla coscienza del credente, non al suo desiderio di sequenze temporali.

“Un Libro le cui āyāt sono state stabilite e poi spiegate con sapienza, da parte di un Sapiente, Beninformato.” (Sūra Hūd, 11:1)

Ibn al-Jawzī e al-Qurṭubī spiegano che il cambiamento di tema serve a stimolare la mente e il cuore, senza anestetizzare l’anima con monotonia.

Le ripetizioni: funzione pedagogica e spirituale

Il Qurʾān ripete molte storie – quella di Mosè, Faraone, Abramo, Noè – ma ogni ripetizione porta un dettaglio nuovo, un insegnamento diverso, un tono spirituale distinto.

Non è ripetizione sterile. È rivelazione progressiva.

Al-Rāghib al-Iṣfahānī scrisse:

“Ogni ripetizione è come un battito del cuore. Simile, ma indispensabile. Ogni volta nutre, rinforza, protegge.”

Anche nell’educazione moderna sappiamo che la ripetizione fissa i concetti, agisce a livello cognitivo e affettivo. Il Qurʾān lo applica 14 secoli fa.

Il processo di raccolta: ordine divino, non umano

Un’altra accusa frequente è che il Qurʾān fu raccolto e ordinato dagli uomini dopo la morte del Profeta ﷺ, e che quindi l’ordine delle sure sarebbe arbitrario.

Ma le fonti autentiche (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, Muslim, al-Zarkashī) confermano che:

  • L’ordine dei versetti fu stabilito dal Profeta stesso, per ispirazione divina, tramite l’angelo Jibrīl;
  • Gli scribi (come Zayd ibn Thābit) scrivevano ogni versetto su indicazione precisa del Profeta, con il suo contesto e collocazione;
  • Il Profeta ﷺ rivedeva il Qurʾān con Jibrīl ogni Ramadan, e l’ultimo anno due volte.

Al-Suyūṭī afferma categoricamente:

“L’ordine delle āyāt è tawqīfī (ispirato), non ijtihādī (frutto di opinione personale).”

E Ibn Ḥajar al-ʿAsqalānī ribadisce:

“Non vi è differenza tra l’ordine attuale e quello ricevuto dal Profeta. È il medesimo, trasmesso in modo continuo.”

Apparente disordine = profondità multidimensionale

Molti versetti sembrano “fuori tema”, ma in realtà hanno legami profondi, spirituali, concettuali, morali con ciò che li precede o li segue.

Esempio:

Nella Sūra al-Muʾminūn (23), si parla di:

  • la creazione dell’uomo,
  • la purificazione dell’anima,
  • il rifiuto dei profeti,
  • la morte e il Giorno del Giudizio.

Sembrano temi separati. In realtà, sono tutti aspetti della condizione umana: nascita, scelta morale, rifiuto, destino.

Il Qurʾān non si legge con la mente scolastica, ma con l’intelletto spirituale (ʿaql) che coglie l’unità dietro la varietà.

Le critiche su abrogazione, errori storici e differenze con i testi precedenti: la posizione dei sapienti

Nel tempo, studiosi non musulmani (e a volte anche musulmani in crisi di fede) hanno sollevato obiezioni specifiche su:

  • 1. L’abrogazione dei versetti (al-naskh)
  • 2. Apparenti errori storici nel Corano
  • 3. Contrasti con la Bibbia ebraica o cristiana

Cercheremo ora di esaminare ciascun punto con fonti solide, spiegazioni chiare, parole dei sapienti, e visione profonda, non polemica.

La questione dell’abrogazione (naskh): abrogazione o aggiornamento pedagogico?

Molti detrattori affermano:

“Com’è possibile che un Libro divino abroghi se stesso? Non è forse segno di imperfezione?”

Ma per i sapienti islamici, l’abrogazione non è un difetto, bensì una manifestazione della saggezza divina nel trattare un’umanità in cammino, graduale, in evoluzione.

Il Corano non è caduto dal cielo in blocco, ma fu rivelato in 23 anni, guidando passo dopo passo una società.

“Noi non abroghiamo un versetto, né lo facciamo dimenticare, senza portarne uno migliore di esso o simile. Non sai che Allah è Onnipotente?” (Sūra al-Baqara, 2:106)

Al-Shāṭibī, nell’opera al-Muwāfaqāt, spiega che il naskh è parte della pedagogia legislativa:

  • all’inizio furono dati comandi leggeri,
  • poi sostituiti da norme più definitive,
  • sempre per favorire la crescita spirituale e sociale.

Esempio classico: il divieto graduale dell’alcol.

  • Prima solo sconsigliato,
  • poi vietato durante la preghiera,
  • infine completamente proibito.

Questo mostra una strategia divina di riforma, non un cambiamento d’idea.

Ibn Taymiyya scrive:

“L’abrogazione è come la cura di un medico: adatta il rimedio al momento. Ciò non nega la perfezione della sapienza, ma la conferma.”

Non tutto ciò che cambia è contraddizione: è adattamento sapienziale al cuore umano.

Presunti “errori storici”: il contesto, non il pregiudizio

Alcuni accusano il Qurʾān di contenere errori storici o anacronismi, ma la critica parte da una visione riduzionista e biblico-centrica.

Esempi comunemente citati:

a. Il caso di Hāmān nel Qurʾān

Il Qurʾān menziona Hāmān come uomo vicino al Faraone, incaricato della costruzione di una torre (Sūra al-Qaṣaṣ, 28:38).

I critici dicono: “Hāmān è menzionato nella Bibbia, ma è vissuto ai tempi di Ester e del re persiano Assuero, non di Mosè”.

Risposta:

Il nome Hāmān nella Bibbia è ebraico, ma nel Qurʾān non è la stessa figura.

Nel 19° secolo, Jean-Vincent Scheil, assiriologo francese, scoprì iscrizioni egizie (scrittura geroglifica) che menzionavano un funzionario chiamato Ha-Amana, legato a grandi progetti edilizi per il Faraone.

Un dettaglio completamente sconosciuto all’Arabia del 7° secolo.

La coincidenza mostra una fonte extra-umana, non un plagio biblico.

b. Il caso di Maria, sorella di Aronne

“O sorella di Aronne! Tuo padre non era un uomo empio, né tua madre una fornicatrice.” (Sūra Maryam, 19:28)

I critici dicono: “Questo è un errore: Maria, madre di Gesù, non era sorella di Aronne.”

Risposta dei sapienti:

La tradizione ebraica spesso usava riferimenti simbolici o genealogici onorifici.

Nel Talmūd e nella Torah, si trovano casi simili.

“Fratello di Davide” può indicare discendenza, “figlia di Levi” può riferirsi alla tribù, non al padre diretto.

L’Imām al-Qurṭubī scrive:

“La chiamarono sorella di Aronne per nobiltà, non per genealogia immediata. Aronne era simbolo di purezza.”

Inoltre, un ḥadīth in Ṣaḥīḥ Muslim mostra che il Profeta ﷺ stesso corresse chi non comprendeva il linguaggio dei Banu Isrāʾīl, dicendo:

“Le genti antiche davano ai loro figli i nomi dei profeti e dei giusti del passato.”

c. La creazione in sei giorni

Il Qurʾān afferma che Allah creò i cieli e la terra in sei ‘ayyām’ (giorni).

I critici dicono: “Errore! L’universo ha miliardi di anni.”

Risposta:

La parola yawm in arabo non significa necessariamente “24 ore”, ma qualunque periodo di tempo.

Come conferma anche al-Ṭabarī:

“Lo yawm presso Allah non è uguale allo yawm degli uomini. Un yawm può essere mille anni, o anche più.”

Anche nel Qurʾān stesso:

“Un giorno presso il tuo Signore è come mille anni di quelli che contate.” (Sūra al-Ḥajj, 22:47)

“…cinquantamila anni.” (Sūra al-Maʿārij, 70:4)

Quindi, non c’è errore: solo linguaggio simbolico, adatto alla mente umana.

Differenze col testo biblico: perfezionamento, non contraddizione

Un’altra critica è che il Qurʾān corregge o modifica le storie della Torah e dei Vangeli.

Ma il Qurʾān non si presenta come “nuova Bibbia”, bensì come correttore e completamento delle rivelazioni precedenti:

“In verità, abbiamo rivelato il Libro con verità, confermando ciò che c’era prima di esso e come criterio su di esso.” (Sūra al-Māʾida, 5:48)

Esempi:

La storia di Abramo e il sacrificio: il Qurʾān non nomina Isacco, ma i segni indicano Ismāʿīl, figlio primogenito, in armonia con la visione araba e preislamica.

La crocifissione di Gesù: il Qurʾān afferma che non fu crocifisso, ma gli fu reso simile, perché Allah lo innalzò.

I Sapienti spiegano che l’apparenza ingannò i suoi nemici, e che questo non nega l’esistenza del supplizio, ma la crocifissione di Gesù in persona.

Al-Rāzī, al-Bayḍāwī e Ibn Kathīr concordano che le divergenze non sono errori, ma rettificazioni divine.

Il miracolo linguistico del Qurʾān: una parola che non è umana

“Se gli uomini e i jinn si unissero per produrre un Corano simile, non vi riuscirebbero, neppure aiutandosi a vicenda.” (Sūra al-Isrāʾ, 17:88)

Il Qurʾān è la prima e più evidente forma di iʿjāz, ed è un miracolo non solo nei contenuti, ma nella forma stessa:

la lingua, lo stile, l’armonia tra suoni e significati, la composizione, il ritmo, la forza emotiva.

Questo miracolo fu evidente fin dalla prima rivelazione, anche per chi era ostile al messaggio.

Infatti, nessuno mise in discussione la sua bellezza linguistica, nemmeno i nemici del Profeta ﷺ.

Il contesto: i maestri dell’eloquenza sconfitti

L’Arabia preislamica era la patria della poesia. I poeti erano le celebrità, i filosofi, i politici.

Le tribù gareggiavano ogni anno nella suq ʿUkāẓ, fiera poetica.

Quando apparve il Qurʾān, fu come se un’armonia mai sentita prima piombasse dal cielo.

“Abbiamo sentito un discorso meraviglioso che guida alla rettitudine.” (Sūra al-Jinn, 72:1)

Al-Walīd ibn al-Mughīra, maestro di retorica e nemico del Profeta, dopo aver ascoltato il Qurʾān, disse:

“C’è in esso una dolcezza, una bellezza, un’armonia: la sua cima è feconda, il fondo abbondante. È superiore a qualsiasi parola, e nessuna parola può superarlo.” (Riportato da Ibn Hishām, Sīrah)

Cos’ha di diverso la lingua del Qurʾān?

Gli studiosi musulmani, dai primi secoli fino all’epoca moderna, hanno identificato caratteristiche uniche nella lingua del Corano, tra cui:

1. Struttura ibrida: non poesia, non prosa

Il Qurʾān non è poesia: non ha metri rigidi né schemi fissi.

Ma non è nemmeno prosa: ha una musicalità profonda, rime interne, ritmo cadenzato. È una terza forma, unica, sujʿ al-Qurʾān.

Al-Jurjānī, nel suo Dalīl al-iʿjāz, spiega:

“Il miracolo non è solo nello stile, ma nella correlazione perfetta tra parole, ritmo, significato e intensità spirituale. È una sinfonia in prosa, che non si può imitare.”

2. Suoni che rinforzano i sensi

Ogni suono coranico rafforza il contenuto del messaggio.

Esempio:

“Wa-l-ʿāṣr. Inna al-insāna la-fī khusr.” (Sūra al-ʿAṣr)

Suoni duri, corti, che trasmettono l’urgenza e la perdita del tempo.

Altro esempio:

“Fa-amma man aʿṭā wa-ttaqā wa-ṣaddaqa bi-l-ḥusnā…” (Sūra al-Layl, 92:5–6)

Suoni dolci e aperti, che trasmettono pace e armonia, in tema con la fede e la bontà.

3. Uso magistrale di metafore, simmetrie e immagini

Il Qurʾān usa immagini potenti, simboli, anafore, enjambement, simmetrie non solo estetiche, ma teologicamente dense.

In Sūra al-Raḥmān, per esempio:

“Fa-bi-ayyi ālā’i Rabbikumā tukadhdhibān?”

(“Quali favori del vostro Signore oserete negare?”)

è ripetuto 31 volte. Non è ridondanza: è martellamento spirituale.

Testimonianze di studiosi non musulmani

Thomas Carlyle, saggista scozzese:

“Il Qurʾān è un libro con tono di certezza divina. Non è un libro di uomo. Non è verboso né incerto. È come un tuono nella notte.”

Laura Veccia Vaglieri, orientalista italiana:

“La sua bellezza, il suo fascino, la sua potenza resistono a ogni traduzione. Non si può giudicarlo se non nella lingua originale.”

Arberry (traduttore inglese):

“Il Qurʾān è come un’opera musicale: le sue ripetizioni, il ritmo, le pause, creano un effetto ipnotico, eppure profondamente razionale.”

Il contenuto e la forma: unità indivisibile

Il miracolo del Qurʾān non è solo linguistico. È l’unione di forma e contenuto:

  • parole perfette,
  • in un ordine perfetto,
  • con un senso perfetto.

“Se provi a cambiare anche solo una parola in un versetto, crolla tutto.” – diceva al-Zamakhsharī.

Il fallimento di chi ha tentato di imitarlo

Nel corso della storia, molti hanno tentato di “replicare” il Qurʾān, per screditarlo.

Musaylama al-Kadhdhāb, falso profeta, compose testi come:

“L’elefante! Cos’è l’elefante? Ha lunga proboscide…” – ma venne deriso e dimenticato.

In epoca moderna, Rashad Khalifa e altri hanno tentato “Corani alternativi”, basati su calcoli numerici: il risultato fu freddezza, vuoto, goffaggine.

Nessuno ha mai prodotto una sura che commuova, guidi, colpisca e trasformi come quelle del Qurʾān.

“Chi ha orecchie per intendere, capisce che non è un libro umano.

Il Corano e la scienza: verità, limiti e inganni dell’era moderna

Negli ultimi decenni è emersa con forza una corrente apologetica secondo cui il Corano conterrebbe “miracoli scientifici” anticipati secoli prima della loro scoperta.

Libri, conferenze, video, siti web moltiplicano le affermazioni: la creazione dell’embrione, la forma dell’universo, il ciclo dell’acqua, la barriera tra i mari, la funzione dei monti, il sesso del bambino.

Ma questa impostazione, per quanto in buona fede, nasconde un grave pericolo: quello di ridurre il Corano da Parola di Dio che guida i cuori, a manuale scientifico condizionato dalla scienza umana, mutevole e fallibile.

Numerosi sapienti e studiosi musulmani, tra cui Muhammad Ḥasan al-Sharīf, al-Ṭāhir ibn ʿĀshūr, al-Ghazālī, Faysal Mawlawī, Muṣṭafā Ṣabrī, e molti altri, hanno messo in guardia contro questa deriva riduttiva, in cui il valore del Corano viene subordinato alla validazione da parte della scienza moderna, una scienza che cambia ogni decennio, che è costruita su paradigmi temporanei e falsificabili.

Il Corano non è un libro di embriologia, né di astronomia, né di fisica. È un Libro di guida e trasformazione, che usa la creazione come segno, non come fine.

“Presteranno attenzione alla creazione dei cieli e della terra, e diranno: ‘Signore nostro, non hai creato tutto questo invano. Gloria a Te!’” (Sūra Āl ʿImrān, 3:191)

Il segno (āyah) non è un fatto tecnico, ma una finestra sull’Invisibile, un richiamo alla grandezza di Dio, non al laboratorio umano.

Quando Allah parla del sole, della luna, della pioggia, degli uccelli che volano, delle piante, lo fa non per descriverne l’atomo o la formula, ma per dire: “Guarda. Rifletti. Sottomettiti.”

Il grande esegeta al-Ṭabarī (m. 310 H) scrisse che l’interpretazione di un versetto non deve mai essere legata a conoscenze mutevoli, perché la rivelazione è immutabile, mentre le teorie scientifiche nascono e muoiono con le epoche.

Nel suo Tafsīr, al-Qurṭubī (m. 671 H) critica già al suo tempo chi cercava “miracoli matematici” nel Corano:

“Chi cerca la rivelazione con la bilancia dell’aritmetica, ha sbagliato bilancia.”

Un esempio emblematico è il versetto:

“Abbiamo creato l’uomo da una goccia mescolata…” (Sūra al-Insān, 76:2)

Molti hanno cercato di interpretarlo come “gli spermatozoi e gli ovuli” o come “zigote”, ma i sapienti classici spiegano il versetto come immagine, non trattato scientifico.

La “nutfah amshāj” è una mescolanza voluta da Dio, simbolo di umiltà dell’origine umana e di potere divino, non una lezione di biologia.

Allo stesso modo, il famoso versetto:

“Non si mescolano i due mari: tra di loro c’è una barriera che non trasgrediscono.” (Sūra al-Raḥmān, 55:19-20)

È stato interpretato come riferimento alla termoclina o alle differenze di salinità.

Ma i sapienti spiegano che il versetto è un simbolo, un segno del potere divino nella creazione degli opposti, nella coesistenza di mondi diversi sotto un ordine unico.

Infatti, lo stesso versetto continua con tono poetico, non tecnico.

Il Corano non dice “guardate come l’osmosi è scientificamente provata”.

Dice: “Questo è il tuo Signore. È Lui che ha fatto tutto. Credi, ringrazia, inchinati.”

Ridurre tutto a una “prova scientifica” rischia di produrre il contrario: se domani la scienza cambia idea su un processo biologico, il credente che ha fondato la sua fede su quell’interpretazione potrebbe dubitare della rivelazione stessa.

È un rischio che i sapienti conoscono e da cui mettono in guardia fermamente.

Ibn Taymiyya affermò che la verità religiosa rivelata è superiore alla verità razionale e scientifica, e che non può essere soggetta al metro fallibile del ragionamento umano.

La scienza, se giusta, non contraddirà mai la rivelazione – ma non è essa il metro della verità coranica.

Al-Ghazālī nel Maqāṣid al-falāsifa criticava i filosofi che legavano la verità della religione alle premesse aristoteliche e galeniche, oggi superate:

“Chi condiziona l’eterno al contingente ha rovesciato la gerarchia della realtà.”

Chi cerca prove del Corano nel DNA, nei quanti o nella relatività ha perso la luce del Corano stesso.

Perché il vero miracolo non è “che il Corano anticipa la scienza”,

ma che trasforma l’uomo, redime il cuore, spezza l’orgoglio, ricostruisce la coscienza.

  • Il miracolo è che il più ignorante tra i beduini e il più colto tra i filosofi trovano nel Corano il loro stesso Signore.
  • Il miracolo è che non c’è altro Libro che milioni di persone memorizzano integralmente a 7 anni, recitano nel sonno, cantano nei deserti, sussurrano nei villaggi, comprendono nei silenzi.
  • Il miracolo è che ciò che fu rivelato in una notte nel 610 d.C. continua a rompere le tenebre del cuore ogni giorno, in ogni lingua, su ogni terra.
  • Il miracolo è che ogni versetto del Corano è storia e eternità insieme, suono e senso, segno e guida, timore e speranza.

Chi cerca nel Corano il Big Bang, ha perso il Big Bang dell’anima.

Chi cerca nel Corano la fotosintesi, ha dimenticato la luce del cuore.

Per questo la grandezza del Corano non si misura con il microscopio, ma con il tremore dell’anima.

E per questo, anche se la scienza crollasse domani, il Corano resterebbe miracolo, eternamente.

Il Corano: parola vivente, miracolo eterno

Il Corano è l’unico Libro sulla terra che, pur essendo stato rivelato 14 secoli fa, non è mai invecchiato, mai superato, mai sostituito.

Non è un testo sacro come gli altri.

Non è semplicemente “ispirato”.

È la Parola di Dio stessa.

Ogni altra Scrittura ha subìto manipolazioni, perdite, revisioni.

Il Corano no.

“In verità, siamo Noi a far scendere il Ricordo, e in verità saremo Noi a proteggerlo.” (Sūra al-Ḥijr, 15:9)

Questa protezione non è solo esterna. È interna.

Ogni parola, ogni lettera, ogni silenzio del Qurʾān ha una forma e un luogo.

Non puoi cambiarlo. Non puoi imitarlo. Non puoi stancartene.

È l’unico testo memorizzato integralmente da milioni di persone, senza alterazioni, con la stessa pronuncia, lo stesso ordine, gli stessi suoni.

Ibn al-Jawzī disse:

“La Torah fu custodita nelle tavole. I Vangeli furono custoditi nei cuori dei discepoli. Ma il Qurʾān fu custodito nei petti di milioni, con catene ininterrotte. È la parola che non può essere uccisa.”

È lingua, legge, luce.

Ma è anche cura, pianto, tempesta e rifugio.

Quando lo ascolti, qualcosa dentro di te si arrende.

Quando lo reciti, qualcosa dentro di te si desta.

Quando lo comprendi, qualcosa dentro di te si inginocchia.

Il miracolo non è solo che nessuno abbia mai potuto scrivere qualcosa di simile.

Il miracolo è che nessuno ha mai potuto smontarlo, superarlo, svuotarlo.

Nietzsche, che proclamò “la morte di Dio”, vide nel Vangelo una debolezza dolciastra.

Ma il Qurʾān, se l’avesse letto, gli avrebbe fatto tremare i polsi.

Perché non è un testo da studiare.

È una voce che ti guarda dentro.

Che parla a chi sei, a chi eri, a chi potresti diventare.

I Sapienti dissero:

“I libri parlano. Il Qurʾān invece ti ascolta.”

Se cerchi prove, ti offre segni.

Se cerchi pace, ti offre tormento – quello buono, che muove alla verità.

Se cerchi verità, ti offre il silenzio dopo la verità: l’Islam.

Al-Fakhr al-Rāzī, uno dei più acuti teologi dell’Islam, disse dopo anni di filosofia:

“Ho studiato mille prove per l’esistenza di Dio, ma nessuna è salda come questo Libro.

È come una montagna che parla. E ogni versetto è una scala che ti porta in cielo.”

Il Profeta Muḥammad ﷺ non era poeta, né studioso. Non aveva accesso alle Scritture.

Eppure, nel Qurʾān c’è la teologia più profonda, la psicologia più precisa, la pedagogia più dolce, la politica più giusta, la lingua più pura, il destino più chiaro.

Nessuno ha mai potuto dire:

“Questo lo poteva scrivere chiunque.”

Al contrario, tutti, anche i suoi nemici, dissero:

“Questo… non è parola di uomo.”

“In huwa illā dhikrun li-l-ʿālamīn.”

“Non è che un Ricordo per i mondi.” (Sūra al-Takwīr, 81:27)

E anche oggi, 1400 anni dopo,

nel mondo delle intelligenze artificiali, dei romanzi infiniti, delle lingue che muoiono,

il Qurʾān vive.

Non nel senso che “esiste”,

ma nel senso che vive. Respira. Penetra. Risveglia.

E chi lo ascolta davvero, anche solo per un istante,

non sarà mai più lo stesso.


Susanna Gagliano
Susanna Gagliano
Articoli: 48

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