La verginità tra cultura, religione e realtà

Nel nome di Allah, il Misericordioso, il Clementissimo.

La parola “verginità” è oggi caricata di un peso sociale, culturale, psicologico e religioso immenso. Viene idealizzata, difesa, strumentalizzata, misurata, e a volte persino “venduta”. In alcune società viene considerata una virtù assoluta della donna, mentre in altre è vista come un concetto arcaico e superato. Ma la domanda cruciale che ci poniamo è: cos’è veramente la verginità? E cosa dice l’Islām?

In molte culture moderne e in molte società musulmane influenzate da retaggi patriarcali pre-islamici o post-coloniali, la verginità viene spesso ridotta a una membrana intatta, l’imene, che “dimostrerebbe” la purezza di una donna. Tuttavia, questa visione si basa più su costrutti sociali che su fondamenti scientifici o religiosi.

Iniziare a parlare di verginità nell’Islam significa prima di tutto liberarla dalle catene culturali e ideologiche che l’hanno trasformata in un’ossessione.

Nel Qurʾān, negli ḥadīth e nella Sunna autentica, troviamo sì riferimenti alla castità, alla purezza e all’etica sessuale, ma non vi è alcun culto dell’imene né vi è una teologia dell’ossessione per l’intattezza anatomica.

Allah, nella Sua infinita sapienza, ha distinto tra la castità morale (ʿiffah) e la verginità fisica come costrutto umano. La castità è una virtù, per uomini e donne.

Nel Qurʾān si legge:

“E non avvicinatevi alla fornicazione. Essa è davvero una turpitudine e un cattivo sentiero.” (Sūra al-Isrāʾ, 17:32)

Non dice “non perdete l’imene”, bensì “non avvicinatevi” alla fornicazione, un comportamento spirituale e morale, non un evento fisico misurabile con una visita ginecologica.

Cos’è davvero la verginità: tra biologia, medicina e costrutto sociale

Scientificamente, la “verginità” non esiste come categoria biologica. Nessun medico serio e aggiornato oserebbe oggi sostenere che si può “provare” se una donna è vergine solo guardando l’imene.

L’imene è una sottile membrana mucosa che può avere forme diverse: anulare, setolata, cribrosa, imperforata, ecc. In molte ragazze nasce già elastico o parzialmente aperto, oppure si può rompere anche senza rapporti sessuali: durante sport, cadute, uso di assorbenti interni, esami ginecologici, ecc.

In medicina, dunque, l’integrità dell’imene non è una prova di verginità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha più volte condannato la pratica dei “test di verginità” come violazione dei diritti umani, e priva di fondamento scientifico.

Il concetto di “verginità” è quindi, da un punto di vista clinico, inesistente: è un costrutto culturale legato all’idea che una donna sia “pura” solo se mai penetrata.

Come scrive la ginecologa musulmana dr.ssa Rania Awaad:

“L’Islam ci insegna a essere casti, non a basare la nostra morale su pezzi di carne. La vera castità è del cuore e del comportamento.”

La morale sessuale islamica vs la morale sessuale greco-romano-giudaico-cristiana

Per capire come si è arrivati a questa ossessione per la verginità, è importante confrontare la morale sessuale islamica con quella greco-romana e giudaico-cristiana, che ha influenzato anche molti paesi musulmani colonizzati.

Nel mondo greco-romano, la verginità femminile era un simbolo di possesso. La donna era proprietà del padre, poi del marito. La perdita della verginità al di fuori del matrimonio era vista come un disonore per la famiglia.

Nel cristianesimo primitivo, influenzato dalle filosofie neoplatoniche e dallo stoicismo, si sviluppò una teologia della verginità come virtù spirituale assoluta, fino ad arrivare all’idolatria del celibato, considerato superiore al matrimonio (si pensi a san Paolo in 1 Corinzi 7). La donna vergine era associata alla purezza angelica.

L’Islam, invece, non ha mai disprezzato la sessualità, ma l’ha regolata con equilibrio.

Il Profeta Muḥammad – pace e benedizioni su di lui – diceva:

“In ogni rapporto coniugale (ḥalāl) c’è una ṣadaqa (carità).” (Ṣaḥīḥ Muslim)

Il piacere sessuale, il desiderio, la relazione fisica non sono visti come impuri, ma come parte della fitra (natura umana). L’Islam chiede continenza, castità e rispetto dei limiti, non repressione o idolatria dell’imene.

Il termine “ʿafīf” (casto) è usato nel Qurʾān per uomini e donne. La castità è un comportamento, non uno stato anatomico.

Il mito del certificato di verginità e la sua condanna nell’Islām

Uno dei fenomeni più dolorosi e umilianti che molte sorelle musulmane subiscono è la richiesta del cosiddetto “certificato di verginità”. A chiederlo sono spesso le famiglie dei promessi sposi, talvolta gli stessi futuri mariti o le suocere, spinti da un misto di ignoranza religiosa, superstizione sociale e desiderio di controllo sul corpo della donna.

Questa pratica è harām secondo i maggiori sapienti contemporanei. La verginità non è un oggetto dimostrabile, e tantomeno qualcosa di cui rendere conto a estranei.

Shaykh Muhammad Saalih al-Munajjid, in una fatwa a riguardo, ha affermato:

“Non è lecito chiedere una prova fisica di verginità, né tantomeno obbligare una donna a sottoporsi a un test del genere. È un’umiliazione, una mancanza di rispetto e un’usanza ignorante (ʿāda jāhiliyyah) che non appartiene all’Islām.” (IslamQA)

Anche l’Accademia Internazionale di Fiqh Islāmico (Majmaʿ al-Fiqh al-Islāmī) ha condannato queste pratiche come contrarie alla Sharīʿah, ricordando che Allah ha imposto il pudore e il rispetto della ʿawrah, e che l’onore di una donna non si basa su un certificato medico, bensì sulla sua condotta e il suo timore di Dio.

Dal punto di vista giuridico islamico, nessun contratto matrimoniale è basato sulla verifica della verginità. Nemmeno nei madhāhib più rigorosi si afferma che si possa “annullare” un matrimonio se si scopre che la sposa non è vergine.

Lo Shaykh ʿAbd al-ʿAzīz Ibn Bāz, che rappresentava un pensiero tradizionalista, affermò che se un uomo scopre che la moglie non è vergine, non può denunciarla o umiliarla, perché il passato è fra lei e Allah. Se non c’è stato tradimento durante il fidanzamento o il matrimonio, non ha diritto ad alcun reclamo.

Inoltre, come vedremo tra poco, il Profeta – pace e benedizioni su di lui – sposò molte donne non vergini, e mai chiese “prove” della loro castità. La moralità non si misura con un’imene.

Le spose del Profeta ﷺ e dei Compagni: la prassi di sposare donne non vergini

La prova più evidente che l’ossessione per la verginità non è islamica ma culturale risiede proprio nella vita del nostro Profeta ﷺ, l’esempio perfetto per ogni musulmano.

Il Messaggero di Allah – pace e benedizioni su di lui – non sposò mai una vergine, tranne ʿĀʾishah, figlia di Abū Bakr. Tutte le altre sue mogli erano vedove o divorziate.

Tra loro troviamo:

  • Khadījah bint Khuwaylid: vedova di due matrimoni, e madre di figli, prima di sposare il Profeta ﷺ.
  • Sawda bint Zamʿah: vedova.
  • Umm Salama: vedova e madre.
  • Zaynab bint Khuzayma, Maymūnah bint al-Ḥārith, Ḥafṣah bint ʿUmar, tutte donne non vergini, ma molto rispettate, pie, intelligenti.

Mai – e ripetiamo, mai – il Profeta ﷺ dimostrò il minimo fastidio per la loro condizione. Al contrario, elogiò le donne che avevano già amato, sofferto, vissuto.

Un bellissimo ḥadīth racconta che una volta gli fu proposta una giovane vergine in sposa, e lui rispose:

“Non ho bisogno. Ho già delle mogli che si prendono cura di me.”(Musnad Aḥmad, con catena forte)

Anche i Compagni del Profeta ﷺ, tra cui ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, ʿUthmān ibn ʿAffān e altri, sposarono donne che avevano già avuto altri mariti. Alcune furono divorziate più volte. Questo non diminuì mai il loro onore.

Castità, pentimento e onore spirituale secondo l’Islām

Il nobile Qurʾān ci insegna che non esiste onore più grande del pentimento sincero (tawbah).

Allah dice:

“E coloro che, dopo aver commesso una turpitudine o aver danneggiato se stessi, ricordano Allah e implorano perdono per i loro peccati… e Allah perdona i peccati: chi mai perdonerà i peccati se non Allah?” (Sūra Āl ʿImrān, 3:135)

Non importa se una donna (o un uomo) ha avuto un passato. Se ha fatto tawbah, se è tornata ad Allah, è migliore di molti ipocriti che si vantano della propria “purezza” ma sono corrotti nel cuore.

Il grande Imām al-Ghazālī scrisse:

“La vera purezza è quella dell’anima. Ci sono donne che sono vergini nel corpo ma adultere nello sguardo, nella parola, nel pensiero. E ci sono donne che sono cadute ma si sono rialzate, purificate, e ora sono più luminose di prima.” (Iḥyāʾ ʿUlūm al-Dīn)

L’imene e il rapporto sessuale: tra scienza, morale e mito

Il termine “rapporto sessuale completo” in medicina si riferisce, per definizione, alla penetrazione del pene nella vagina. Tuttavia, anche questo atto può avvenire in modo parziale, doloroso, o non effettivo, e non sempre implica una rottura dell’imene, né un cambiamento evidente nell’anatomia della donna. In alcuni casi, perfino dopo rapporti completi, l’imene può restare intatto, soprattutto se elastico.

La dr.ssa Nawal El Saadawi, ginecologa egiziana e attivista musulmana, scrisse:

“Ho esaminato centinaia di donne. Alcune avevano un imene perfettamente integro pur essendo sessualmente attive, e altre ne erano prive pur essendo vergini.”

Anatomicamente, l’imene è una piega di mucosa situata all’entrata della vagina, che può rompersi, stirarsi, allungarsi o non modificarsi affatto in seguito a penetrazione, sport o traumi. Non c’è nessun sangue garantito, nessuna rottura necessaria. Questa è solo una narrativa popolare e culturalmente consolidata.

L’ossessione per il “sangue della prima notte”: da dove nasce?

Nel Medioevo europeo e nei paesi sotto influenza coloniale, si riteneva che la donna dovesse “sanguinare” la prima notte come segno di onestà. In alcune culture arabe e sud-asiatiche, si stendeva addirittura un fazzoletto bianco sotto la sposa per “dimostrare” la sua purezza.

Questa ossessione per il sangue non ha nessuna base nell’Islam. Non esiste nessun versetto, nessun ḥadīth, nessun testo classico che dica che il sangue della prima notte sia segno di onore.

La Sharīʿah si basa su prove morali e comportamentali, non su segni anatomici.

Come spiega il Dr. Haitham al-Haddad, studioso e giurista britannico:

“Il concetto di verginità come ‘rottura dell’imene’ è un’invenzione. L’Islam protegge la castità, ma non impone una prova medica, né fonda l’onore della donna su una membrana.”

La verginità come costrutto culturale: sguardo antropologico e islamico

Molti antropologi hanno studiato il concetto di verginità, concludendo che esso non ha un significato universale, ma varia da cultura a cultura.

In alcune società tradizionali africane, ad esempio, la verginità femminile era certificata da donne anziane con pratiche rituali (spesso invasive). In altre, la “prova del sangue” veniva mostrata pubblicamente. Queste pratiche, purtroppo, sono sopravvissute anche in alcune comunità musulmane, non perché islamiche, ma per retaggi culturali pre-islamici o influenze coloniali.

L’Islam, con la sua rivelazione pura e universale, ha abolito queste superstizioni. L’onore non è nell’imene ma nel taqwā (timore di Dio).

“Inna akramakum ʿinda Llāhi atqākum” – “In verità, il più nobile di voi presso Allah è colui che più Lo teme.” (Sūra al-Ḥujurāt, 49:13)

Il Profeta ﷺ, venuto in un tempo dove le neonate venivano sepolte vive, non ha mai ridotto il valore di una donna al suo passato sessuale. Ha valorizzato le vedove, le divorziate, le donne ferite, le donne che cadevano ma si rialzavano. Non cercava l’imene, cercava la sincerità.

Posizione dei medici musulmani e dei giuristi sull’imene

Diversi studiosi musulmani contemporanei, molti dei quali anche medici, hanno preso posizione netta contro l’equazione verginità = imene integro.

Tra questi ricordiamo:

Dr. Yusuf al-Qaraḍāwī, che ha spiegato:

“L’Islam non considera l’integrità dell’imene come un valore giuridico. Una donna può essere casta e devota anche se l’ha perso per cause accidentali.”

Dr. Amina Wadud, teologa e ricercatrice musulmana americana, ha scritto:

“Abbiamo ridotto la donna musulmana a un imene mobile. Questo è shirk culturale, idolatria sociale.”

Anche le scuole giuridiche classiche (madhāhib) non fanno dell’imene una condizione del matrimonio valido. Alcuni giuristi hanafiti e mālikiti menzionano solo che in caso di inganno volontario (per esempio, una donna si spacci per vergine vendendosi a caro prezzo), l’uomo può richiedere una riduzione della mahr (dote) – ma solo se era parte esplicita del contratto e senza calunniare o diffamare la donna.

Questa opinione, tra l’altro, non implica la richiesta di esami medici, ma solo la gestione contrattuale del matrimonio. Non c’è mai stata, nel fiqh, una norma per “dimostrare” l’integrità fisica dell’imene.

Le donne non vergini nell’epoca profetica: dignità, amore e centralità sociale

Nel contesto storico della rivelazione islamica, ossia la penisola araba del VII secolo, la società preislamica (jāhiliyyah) trattava le donne vedove, divorziate o “non vergini” come merce svalutata, oppure oggetti di scarto, non più degni di matrimonio.

Con l’Islām, questa visione fu rivoluzionata in modo radicale. Il Messaggero di Allah ﷺ non solo diede dignità a queste donne, ma ne fece esempi di saggezza, onore, amore e spiritualità.

Come già menzionato, il Profeta ﷺ sposò nove donne dopo Khadījah, e tutte – tranne ʿĀʾishah – erano vedove o divorziate. Ma non solo: ne cercò attivamente la compagnia, rifiutando diverse giovani vergini che gli furono offerte.

Ciò dimostra che l’Islām non lega l’amore al concetto di “prima volta”, ma alla pietà, alla maturità, all’intelletto e al cuore.

Nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, ʿĀʾishah racconta che il Profeta ﷺ le disse:

“Tu sei come il burro sul pane, la dolcezza sulla dolcezza”,

ma poi aggiungeva spesso:

“Nessuna come Khadījah. Mi credette quando tutti mi negarono.”

Queste parole riflettono il valore della donna vissuta, della donna che ha già amato, sofferto, sacrificato, non la donna “vergine” come trofeo.

Anche i Compagni ﷺ sposavano con naturalezza vedove e divorziate. ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb, ad esempio, sposò ʿĀtikah bint Zayd, già moglie di due uomini prima di lui. E quando il marito moriva in battaglia, non esisteva stigma, ma un’ondata di richieste di matrimonio, perché una donna che aveva già amato un musulmano era vista come barakah (benedizione), non come usura.

Testimonianze storiche e sguardi di viaggiatori non musulmani

Molti viaggiatori e studiosi non musulmani, visitando terre islamiche tra il Medioevo e l’età moderna, rimasero colpiti da quanto il matrimonio con vedove e divorziate fosse normale nel mondo islamico, in contrasto con la morale rigida dell’Europa cristiana, dove la verginità era pressoché un’ossessione.

Lo scrittore e viaggiatore Richard Burton, che visitò l’Hijāz travestito da pellegrino nel XIX secolo, scrisse:

“Le donne arabe, anche dopo il divorzio o la morte del marito, trovano facilmente nuovi compagni. L’Islam non ha la vergogna sociale della vedovanza che vediamo in Europa.”

Lo storico Bernard Lewis, nonostante le sue critiche all’Islam, ammetteva:

“Nel mondo musulmano classico, la sessualità era regolata ma non demonizzata. La verginità era apprezzata, ma non idolatrata.”

Nel contesto ottomano e persiano, ad esempio, si trovano molti casi di letterati, poeti e studiosi che sposavano donne vedove, anche se avevano figli di altri mariti. L’obiettivo del matrimonio era il sakīnah (tranquillità), la muwaddah (affetto), la raḥmah (misericordia), non il possesso del corpo vergine.

Verginità e spiritualità: cosa dice Allah, cosa dicono i Sapienti

Una delle più grandi distorsioni moderne è pensare che la verginità sia un requisito spirituale. In realtà, Allah non chiede un passato perfetto, ma un presente sincero e un cuore in cammino.

Il grande Ibn al-Qayyim scrisse:

“Il pentimento sincero cancella ogni passato, anche cento atti di fornicazione. E chi si pente diventa più amato presso Allah di chi non ha mai sbagliato ma vive nell’arroganza.” (Madarij al-Salikin)

Questa affermazione distrugge l’idolatria della verginità. Se una sorella ha sbagliato in gioventù, o ha subito una violenza, o ha amato male, ma poi si è rialzata, Allah la ama. E nessun uomo ha il diritto di rinfacciarle nulla.

I grandi maestri sufi, come Rūmī, dicevano:

“Venite, venite ancora. Peccatori, pentiti, chiunque voi siate. La porta non è chiusa.”

Questa è la spiritualità islamica: apertura, perdono, amore, non giudizio e repressione.

Consigli per le sorelle: onore, dignità e rinascita

Carissima sorella,

se stai leggendo queste parole e nel tuo cuore senti dolore, rabbia o vergogna, sappi che Allah ti conosce. Allah ti ha vista quando sei caduta e ti ha amata quando ti sei rialzata.

Non lasciare che una membrana, un mito culturale, un ricatto sociale ti rubino la tua dignità.

Tu non sei un’imene, tu non sei una pagina da esibire pulita o macchiata, tu sei una creatura amata da Allah, che guarda il tuo cuore, non la tua anatomia.

Il Profeta ﷺ ha detto:

“In verità Allah non guarda i vostri corpi né il vostro aspetto, ma guarda i vostri cuori e le vostre azioni.” (Ṣaḥīḥ Muslim)

Se hai custodito te stessa, sii fiera. Se sei caduta e ti sei pentita, sei migliore di molti ipocriti. E se hai subito un abuso, non sei colpevole di nulla: non porti vergogna, ma forza.

Mai – MAI – sentirti meno degna di un buon marito, di una famiglia, di una vita.

Allah è il Guaritore, il Copritore, il Misericordioso.

E chi ti giudica per il tuo passato, non ti merita nel tuo presente.

Cammina con la testa alta, cerca un marito che veda la luce nei tuoi occhi, non l’anatomia del tuo passato, e che riconosca il tuo cuore come la parte più intatta del tuo corpo.

Consigli per i fratelli: comprendere, purificarsi e crescere

Caro fratello musulmano,

se hai sempre sognato una moglie “vergine”, chiediti prima:

E tu, sei vergine nei tuoi sguardi? Nelle tue intenzioni? Nelle tue azioni online?

Smetti di cercare la perfezione anatomica e inizia a cercare la taqwā, la modestia, l’intelligenza, la sincerità. L’imene non ti crescerà i figli, non ti consolerà quando sei in crisi, non ti preparerà l’iftār, non ti guiderà verso il Paradiso.

Vuoi una donna per Allah o per l’orgoglio? Per il cuore o per il controllo?

Il Profeta ﷺ sposò vedove, divorziate, donne mature. I più grandi uomini dell’Islam non avevano paura di sposare donne non vergini. Avevano paura solo di perdere la sincerità, l’umiltà e il senso della misericordia.

“Siate misericordiosi con le donne. Sono le vostre compagne, non le vostre prede.” (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī)

Ricorda: la castità è anche per te. Non aspettarti quello che tu stesso non pratichi. E se una sorella ha un passato, e oggi è pentita, non sei tu il suo giudice.

La vera verginità: un cuore puro e una luce che rinasce

La verginità, nel senso islamico più alto, è il pudore, la protezione, la sincerità, la rinascita. È lo sguardo abbassato, il cuore saldo, la lingua gentile, il pentimento sincero.

È l’anima che torna ad Allah con verità.

Nel Qurʾān, Allah descrive le donne del Paradiso con la parola “ʿurubāʾ atrābā”, spesso tradotta come “vergini e affettuose”. Ma i mufassirūn spiegano che questo non è da intendersi in senso anatomico, bensì come purezza rinnovata, giovinezza dello spirito, amore spirituale.

Tutti coloro che entreranno in Paradiso saranno rigenerati, puri, indipendentemente dal loro passato. Allah ti ridarà il tuo onore se ti sei pentita.

Anzi, te lo moltiplicherà.

“Tranne coloro che si pentono, credono e compiono opere rette. A costoro Allah trasformerà i loro peccati in buone azioni. Allah è perdonatore, misericordioso.” (Sūra al-Furqān, 25:70)

Questa è la promessa del Misericordioso.

Il tuo passato non ti definisce.

Il tuo pentimento ti nobilita.

La tua luce non è rotta: sta solo tornando a splendere.

Cammina con onore, ama con intelligenza, scegli con saggezza. L’Islam è la tua forza, non la tua gabbia.

Che Allah ti protegga, ti guidi e ti doni un amore puro, sincero, halal e senza catene culturali.

Amin, ya Rabb al-ʿālamīn. 🤍

Susanna Gagliano
Susanna Gagliano
Articoli: 48

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