Nel cuore della civiltà islamica, l’arte ha sempre avuto una posizione affascinante, complessa e profondamente spirituale. Non si tratta mai semplicemente di esprimere emozioni o creatività fine a se stessa, bensì di un dialogo costante con Dio, con la realtà e con l’etica. L’arte, come ogni cosa nell’Islām, è incorniciata da regole, da limiti, ma anche da una bellezza che sgorga dall’intenzione, dalla purificazione dell’anima, e dal rispetto dei confini che Allah ha tracciato. In ogni epoca, i musulmani si sono interrogati su cosa fosse permesso rappresentare, cantare, suonare, disegnare, scolpire, e le opinioni dei Sapienti si sono diversificate, a volte in maniera sorprendente.
Quando si parla di musica, ad esempio, ci si addentra in uno dei temi più dibattuti. Il Profeta Muḥammad, pace e benedizioni su di lui, ha detto: «Ci saranno nella mia Ummah persone che renderanno leciti l’adulterio, la seta, il vino e gli strumenti musicali» (riportato da al-Bukhārī in forma sospesa, ma giudicato autentico da Ibn al-Ṣalāḥ, Ibn al-Qayyim e altri). Questo ḥadīth è stato citato come fondamento dai numerosi giuristi che hanno condannato gli strumenti musicali come ḥarām. Ibn al-Qayyim scrisse pagine di fuoco contro la musica, definendola “il vino del cuore”, mentre Ibn Taymiyyah affermò con forza che «non vi è differenza tra musica e vino: entrambi sono tra i più grandi distruttori del cuore».
Tuttavia, non vi fu unanimità assoluta. Ibn Ḥazm, della scuola Ẓāhirī, noto per il suo attaccamento al testo letterale, dichiarò: «Non vi è alcun testo autentico che vieti la musica. Tutto ciò che si vieta senza prova è un’innovazione». E al-Ghazālī, il grande imam delle scienze interiori, ammise la musica in certi contesti, distinguendo tra quella che conduce al peccato e quella che raffina l’anima. Persino nei testi di fiqh hanafita, come “al-Ḥidāyah” e “al-Fatāwā al-Hindiyyah”, si trovano casi in cui il canto vocale è ammesso, specialmente tra donne per altre donne, o tra bambini. È la presenza degli strumenti e il contenuto delle parole a determinare il verdetto.
Il duff, tamburo rotondo usato nelle feste e nei matrimoni, è stato permesso esplicitamente in hadith autentici, come quello delle due ragazze che cantavano alla presenza del Profeta – e quando Abū Bakr tentò di fermarle, il Messaggero disse: «Lasciale, oggi è un giorno di festa». Questo mostra che l’arte, in certi contesti leciti, può essere non solo tollerata, ma anche benedetta.
Tuttavia, la musica moderna presenta nuovi problemi. Non si tratta di poesia vocale accompagnata da duff, ma di produzioni industriali, spesso piene di messaggi sessuali, ribellione, narcisismo, esaltazione del desiderio, attacchi alla religione, o inviti all’uso di droghe e all’immoralità. In questo caso, anche i sapienti più permissivi concordano sulla sua illiceità. Shaykh Yūsuf al-Qaraḍāwī, che distingue tra musica buona e cattiva, condanna gran parte della musica contemporanea come “strumento di shayṭān”. Similmente, Shaykh Ibn ʿUthaymīn ammette che l’elemento decisivo non è tanto il suono, ma l’effetto sul cuore, l’intenzione e il contenuto.
Una distinzione cruciale che emerge è quella tra la forma e il contenuto: un brano vocale senza strumenti può essere peccaminoso se inneggia al peccato, mentre uno strumento come il flauto può essere accettabile se suonato in un contesto neutro e senza corruzione del cuore – almeno secondo alcuni giuristi. Ma la maggior parte delle scuole classiche, soprattutto la shāfiʿita e la ḥanbalita, vieta tutti gli strumenti a corde e a fiato.
Se ci si sposta verso la pittura e la scultura, si entra in un campo altrettanto delicato. Il Profeta, pace su di lui, ammonì con parole forti chi “disegna immagini di esseri viventi”, dicendo che “sarà punito nel Giorno del Giudizio e gli sarà chiesto di dare vita a ciò che ha creato”. Gli angeli, disse ancora, non entrano in una casa dove ci sono immagini. La pittura di esseri umani o animali era perciò considerata un grave peccato dalla maggioranza dei sapienti. Tuttavia, molti tra i ḥanafīti permisero il disegno bidimensionale se non usato per culto o vanità, e ancora di più permisero il disegno incompleto (privo di testa, volto o cuore). Le bambole per bambine, per esempio, furono permesse anche durante il tempo del Profeta, come si evince da un famoso ḥadīth in cui ʿĀʾishah racconta di avere con sé “bambole con ali”.
La scultura tridimensionale, invece, fu vietata in modo molto più rigido da tutte le scuole. Perché, come spiegano molti sapienti, essa si avvicina all’idolatria antica, che iniziò proprio con la rappresentazione di esseri umani venerati come intermediari. Questo non vale solo per l’antico culto pagano, ma anche per la rappresentazione moderna delle celebrità, delle statue eroiche, e delle figure religiose idolatrate.
Con l’avvento della fotografia e del cinema, molti giuristi contemporanei si trovarono davanti a una nuova realtà. Alcuni, come al-Albānī, mantennero la linea dura, considerando anche la fotografia una forma vietata di ṣūra. Ma altri, come Bin Bāz e al-Qaraḍāwī, ritennero che la fotografia moderna fosse diversa: non creata a mano, non idolatrica, ma “cattura di luce”, e quindi permessa se il contenuto è lecito. Una foto per documenti, per famiglia, per insegnamento, è lecita. Ma foto sensuali, oscene o vanitose, restano vietate. Il mezzo, dunque, cambia statuto a seconda dell’uso.
Anche la televisione e il cinema seguono la stessa logica. Se mostrano peccati, nudità, disobbedienza o derisione dell’Islām, sono strumenti del male. Ma se insegnano, edificano, trasmettono valori islamici, possono essere usati come mezzi di daʿwah potenti.
Cosa può fare allora un musulmano moderno che ama l’arte? Deve innanzitutto comprendere che l’arte non è vietata in sé, ma regolata. Può dedicarsi alla calligrafia, considerata una delle forme più nobili di arte islamica. Può studiare la decorazione geometrica, usata per secoli per adornare moschee, Qurʾān, madrase. Può scrivere poesia, purché lecita, come quella dei grandi mistici e poeti come Ḥassān ibn Thābit o Rūmī. Può comporre nasheed, se vocali e leciti. Può fotografare paesaggi, natura, o volti con discrezione e rispetto. Può creare arte astratta, simbolica, emozionale. Può recitare, disegnare, progettare, finché l’intenzione è pura e il contenuto non trasgredisce i confini divini.
Se ama un’arte illecita, deve sottomettere il suo ego, lottare contro la passione, e cercare un’alternativa halal. Non è privazione, ma elevazione. Allah sostituisce sempre ciò che è vietato con qualcosa di migliore. La calligrafia, ad esempio, non è solo arte: è meditazione. Scrivere un versetto con bellezza è un atto di devozione. Costruire una moschea armoniosa è architettura sacra. L’arte islamica ha saputo essere sublime senza idolatria, decorativa senza ostentazione, spirituale senza egocentrismo. Le cupole, gli arabeschi, le miniature persiane, i tappeti dell’Asia centrale, sono esempi di arte lecita, raffinata, eterna.
Non tutto ciò che emoziona è spirituale, e non tutto ciò che è creativo è permesso. Ma tutto ciò che è permesso può essere anche profondamente creativo, se guidato dalla luce della rivelazione. L’arte, quando è halal, purifica. Quando è harām, oscura il cuore. E ogni artista, come ogni credente, è chiamato a scegliere la via della luce.
Proseguiamo, allora, con il cuore splendente dell’arte islamica: quella che non solo è permessa, ma lodata, coltivata e perfezionata da secoli. Un’arte che nasce non dal desiderio egoico di lasciare un’impronta personale, ma dalla volontà di glorificare Dio, di rappresentare l’invisibile, di incastonare il sacro nel quotidiano. Un’arte che respira Qurʾān, che vibra di dhikr, che rifugge l’idolatria ma non rinuncia alla bellezza. Allāh è bello e ama la bellezza – disse il Profeta Muḥammad, pace e benedizioni su di lui – e questa bellezza si manifesta anche nei frutti dell’ingegno umano, purché purificato e sottomesso alla guida divina.
Tra tutte le forme d’arte, la calligrafia araba occupa un posto d’onore nella civiltà islamica. Non è semplice scrittura, è un atto spirituale. È dhikr tracciato con l’inchiostro. La scrittura del Qurʾān fu venerata fin dagli albori dell’Islām: ogni lettera, ogni curva, ogni allungamento era parte di una meditazione. Le grandi scuole calligrafiche – come la scuola kufica, la naskh, la thuluth, la diwani e la nastaliq – non solo produssero stili estetici diversi, ma modelli profondamente teologici. I calligrafi non firmavano le loro opere, perché il protagonista era sempre Dio, non l’artista. Il pennello diventava una lingua silenziosa che parlava di sacralità, timore reverenziale e amore per il Libro.
Molti calligrafi passavano anni a purificare l’intenzione prima ancora di toccare la penna. Le penne venivano tagliate con formule rituali, l’inchiostro prodotto con meticolosità, i fogli profumati con muschio e incenso. Le lettere non erano semplici segni, ma specchi della luce divina. Il famoso ḥadīth «chi scrive un versetto del Qurʾān con bellezza sarà ricompensato» fu spesso citato a sostegno della calligrafia come ibādah.
Ma non solo la calligrafia: anche l’arte architettonica islamica è tra le espressioni più alte di spiritualità visiva. Le moschee non sono solo edifici funzionali: sono simboli cosmici. Le cupole rappresentano il cielo, i minareti sono dita puntate verso l’alto, le fontane richiamano il Paradiso. Ogni elemento è carico di significato: la simmetria riflette il tawḥīd, l’unità di Dio; la ripetizione dei motivi indica l’eternità; l’assenza di figure viventi elimina l’ego. L’architettura islamica rifugge la rappresentazione, ma abbraccia l’armonia.
E poi ci sono gli arabeschi, motivi floreali e geometrici che si rincorrono all’infinito. Essi simboleggiano il flusso dell’universo, la bellezza della creazione, l’infinita varietà del mondo creato da Allāh. Nessun inizio, nessuna fine. Le moschee dell’Andalusia, dell’India, dell’Egitto, dell’Iran, della Turchia – tutte narrano una teologia visiva, un’arte del silenzio. Come scrisse Titus Burckhardt, studioso svizzero convertito all’Islām: “L’arte islamica non è arte religiosa, ma un riflesso della religione fatta pietra, luce, suono e forma.”
Nel mondo persiano e ottomano, l’arte si arricchì di miniature, manoscritti miniati e decorazioni intricate. Pur evitando la rappresentazione divina o profetica, queste opere illustravano poesie mistiche, racconti morali, trattati scientifici. Laddove si rappresentavano figure umane, esse erano spesso stilizzate, eteree, prive di identità idolatrica. Persino nel rigido contesto giuridico, alcuni sapienti permisero la miniatura come illustrazione funzionale, educativa o storica, finché non si associava ad adorazione.
La poesia poi, fu la madre delle arti islamiche. Non esiste civiltà in cui la poesia abbia avuto un tale ruolo spirituale, culturale e perfino giuridico. Dal tempo del Profeta – che ascoltava le poesie di Ḥassān ibn Thābit e lodava chi difendeva l’Islām con versi – fino ai grandi sufi come Jalāl al-Dīn Rūmī, la poesia fu veicolo di dhikr, di introspezione, di verità. I versi d’amore, quando purificati, parlavano dell’amore per Allāh. L’ebbrezza mistica non era peccato, ma metafora del fanāʾ, l’annullamento del sé nel Signore. Le poesie persiane, urdu, arabe, turche, malay riflettevano l’anima dell’Islām in versi musicali, inimmaginabili per chi non avesse provato la dolcezza della fede.
Un curioso esempio è l’uso delle matematiche nell’arte islamica. Gli scienziati musulmani svilupparono disegni geometrici complessi che riflettevano le armonie dell’universo. Le muqarnas (decorazioni tridimensionali delle volte), gli zellij marocchini, le piastrelle di Samarcanda… tutto era calcolo, simmetria, perfezione, ma anche riflessione sulla Legge divina.
L’arte islamica, pur evitando le forme idolatriche, ha creato un’estetica che incanta. E oggi, un musulmano che ama l’arte non deve pensare di doverla abbandonare, ma purificare. L’arte non è peccato se ha intenzione pura, se rispetta i confini, se non corrompe. È anzi un mezzo per elevarsi. I nuovi artisti musulmani possono scrivere, comporre, fotografare, recitare, scolpire astrattamente, progettare edifici, danzare con la penna e il pennello – purché con cuore sottomesso.
Infine, ricordiamo che la bellezza non è mai neutra. Essa o conduce a Dio, o lo sostituisce. Ogni arte, ogni forma, ogni suono che porta alla riflessione, alla fede, alla modestia e alla gratitudine è benedetta. Ogni arte che incita all’arroganza, alla vanità, al peccato o alla negazione del sacro è veleno.
L’arte è uno specchio dell’anima. Se l’anima è sana, l’arte sarà luce. Se l’anima è malata, anche la creatività diventerà inganno. Per questo i sapienti non hanno mai separato arte e spiritualità. L’artista musulmano non è un ribelle del mondo, ma un servo che glorifica il suo Signore con linee, parole, architetture, versi e visioni.
E il suo stile, come disse Ibn al-Jawzī, “non è fine a se stesso, ma una porta verso l’eterno”.

