Qadar e Libero Arbitrio: La Via Sunnita tra Fede e Scelta

Qadar, kasb, fatalismo: cosa insegna davvero l'Islam ashʿarita-māturīdita sul destino e la responsabilità umana. Dottrina sunnita ortodossa, fonti verificate.

C’è una domanda che ritorna, silenziosa e persistente, nei momenti di stanchezza, dopo una perdita, dopo una scelta sbagliata: “Stava già scritto? Avrei potuto fare diversamente?” E con quella domanda arrivano, puntualmente, le sue due risposte deformate, quelle che l’ignoranza religiosa produce con grande facilità e altrettanta superficialità.

La prima è il fatalismo travestito da fede. “Allah ha già deciso tutto, tanto le mie scelte non contano.” Si dice con una scrollata di spalle, a volte con un sorriso tranquillo che sa di resa. Ci si mette il cuore in pace, si abbandona ogni sforzo, si giustifica l’inerzia con la sovranità divina. La seconda è l’opposto esatto: quell’arroganza sottile di chi si sente architetto assoluto del proprio destino, che attribuisce i successi alla propria volontà e le cadute alla sfortuna, come se Allah ﷻ fosse uno spettatore lontano della propria vicenda personale.

Nessuna delle due è Islam. E la confusione che producono non è nuova: è vecchia di quasi quattordici secoli, ha diviso comunità e fatto scorrere inchiostro su inchiostro tra i più grandi teologi della storia islamica. La risposta ortodossa esiste, è precisa, è sofisticata. Non è un compromesso vago: è una dottrina costruita con rigore su prove coraniche, hadith autentici e secoli di elaborazione teologica di ahl al-sunnah wa al-jamāʿah (أَهْلُ السُّنَّةِ وَالْجَمَاعَة), la gente della Sunnah e della comunità.

Cominciamo dalla definizione. Quando la tradizione islamica parla di qadar (قَدَر), si riferisce a qualcosa di più articolato di quello che la parola “destino” evoca in italiano. Il qadar è la misura e il decreto di Allah ﷻ su ogni cosa creata; è inseparabile dal binomio al-qaḍāʾ wa-l-qadar (الْقَضَاءُ وَالْقَدَر), che la teologia islamica utilizza per indicare l’insieme del decreto divino eterno e la sua realizzazione nel tempo. Al-qaḍāʾ designa la decisione assoluta di Allah ﷻ che precede ogni cosa, il Suo giudizio eterno sull’universo; al-qadar ne è la manifestazione concreta, la misura precisa con cui ogni realtà viene portata all’esistenza nel tempo e nello spazio. I due termini formano una coppia inscindibile, come due facce della stessa realtà teologica, e vengono spesso usati insieme proprio per sottolineare che non si tratta di una forza cieca, ma di una volontà consapevole e assoluta.

Questa credenza non è marginale né secondaria. Il Profeta Muḥammad ﷺ, nel celebre hadith di Jibrīl عليه السلام riportato in Ṣaḥīḥ Muslim, nel Libro della Fede, definì i sei pilastri dell’imān (إِيمَان): credere in Allah ﷻ, nei Suoi angeli, nei Suoi libri, nei Suoi messaggeri, nel Giorno dell’Ultimo, e credere nel qadar, sia nel suo bene che nel suo male. Il qadar non è un dettaglio accessorio della teologia islamica: è parte integrante di ciò che significa essere credente. Chi lo nega, nega un pilastro della fede. Chi lo deforma, lo fa in modo altrettanto pericoloso, anche quando crede di essere devoto.

Parte di questa dottrina tocca il Lūḥ al-Maḥfūẓ (اللَّوْحُ الْمَحْفُوظ), la Tavola Custodita, nella quale Allah ﷻ ha registrato ogni cosa che accadrà fino alla fine del tempo. Questa non è una metafora poetica: è una realtà che l’Ahl al-Sunnah afferma con fermezza. Ma capire cosa significa, e soprattutto cosa non significa, è il cuore del problema. Il fatto che qualcosa sia scritto nella Tavola Custodita non dice nulla sulla modalità con cui quella cosa si realizzerà: se attraverso l’azione libera dell’essere umano, la causalità naturale, la costrizione o qualsiasi altra via. Il “scritto” non elimina il “come”, né annulla il chi e il perché. Questa distinzione non è sofisma: è la chiave che apre la comprensione dell’intera questione.

Siamo al nodo centrale.

Nel corso della storia islamica, di fronte al problema del rapporto tra la sovranità assoluta di Allah ﷻ e la libertà umana, sono emerse tre posizioni principali. Due di queste sono deviazioni dottrinali che l’Ahl al-Sunnah ha analizzato e confutato con rigore. La terza è la via ortodossa: non è una via di mezzo nel senso di una mediazione debole, ma una dottrina distinta e precisa, con la propria architettura logica e le proprie prove testuali.

La prima deviazione è quella dei Jabriyyah (جَبْرِيَّة), i sostenitori della coazione totale. Il nome proviene dalla radice j-b-r (ج-ب-ر), che indica forza, imposizione, costrizione forzata, la stessa radice che dà il nome all’algebra: un’operazione che impone la soluzione. Per i Jabriyyah, l’essere umano non è agente reale di nulla: è uno strumento passivo mosso completamente dal decreto divino. Le sue azioni non sono sue in alcun senso reale; è come una foglia trascinata dal vento, come la penna nella mano dello scrittore. Le conseguenze di questa posizione sono teologicamente catastrofiche. Se l’essere umano non ha alcuna agency reale, su quale base verrà giudicato nel Giorno della Resurrezione? Su quale base Allah ﷻ ricompensa o punisce? Il Qurʾān è esplicito: «Chi fa un atomo di bene lo vedrà, e chi fa un atomo di male lo vedrà» (Sūrat al-Zalzalah, 99:7-8). Questi versetti presuppongono che l’essere umano faccia davvero qualcosa, che non sia mosso come un ingranaggio. Il fatalismo islamico popolare, quello del “tanto è scritto quindi non agisco” o del “sono fatto così perché Allah mi ha fatto così”, appartiene a questa famiglia di errori. Non è sottomissione: è ignoranza con il vestito della rassegnazione.

La seconda deviazione è quella dei Muʿtazilah (مُعْتَزِلَة) e dei Qadariyyah (قَدَرِيَّة). Questi, partendo dal problema opposto e con uguale squilibrio, affermano che l’essere umano crea i propri atti in modo autonomo e indipendente da Allah ﷻ. La volontà umana, per loro, è una sorgente di causalità che opera indipendentemente dalla volontà e dalla creazione divine. Preoccupati di difendere la giustizia divina e la responsabilità umana, finiscono per introdurre nell’esistenza un secondo creatore accanto ad Allah ﷻ. La critica dell’Ahl al-Sunnah a questa posizione non è una questione di stile: è una questione di tawḥīd (تَوْحِيد), di unicità divina. Se gli esseri umani creano i propri atti in modo indipendente, la signoria assoluta di Allah ﷻ, la Sua rubūbiyyah (رُبُوبِيَّة), viene compromessa. La tradizione islamica tramanda, nel Sunan di Abī Dāwūd, una valutazione severissima dei Qadariyyah, definiti “i magi di questa Ummah”: un’espressione forte, che riflette la gravità con cui i grandi ʿulamāʾ dell’Ahl al-Sunnah consideravano questa deviazione dalla dottrina ortodossa. L’unicità del Creatore include l’unicità della creazione: non vi è nulla nell’universo che accada fuori dalla Sua sovranità e fuori dalla Sua conoscenza.

La via di mezzo sunnita non è un accordo tra le due deviazioni. È una dottrina distinta, elaborata con precisione, che produce qualcosa che né il fatalismo né l’arroganza possono produrre: la pace del cuore unita alla responsabilità piena.

La scuola Ashʿarī (أَشْعَرِيَّة), fondata da Abū l-Ḥasan al-Ashʿarī رحمه الله (m. 324/935 dell’Era Islamica) e sviluppata da una catena straordinaria di teologi, elabora la risposta attraverso la dottrina del kasb (كَسْب), che si traduce letteralmente come “acquisizione” o “guadagno”. Questo concetto, sistematizzato in particolare da Abū Bakr al-Bāqillānī رحمه الله (m. 403/1013), uno dei più rigorosi teologi ashʿariti della storia, funziona così: Allah ﷻ crea ogni atto, ogni movimento, ogni evento che accade nel cosmo, poiché Egli è l’unico Creatore; ma l’essere umano acquisisce quell’atto attraverso la propria volontà e intenzione. La khalq (creazione) appartiene ad Allah ﷻ; il kasb (l’acquisizione morale) appartiene all’essere umano. Non è la creazione a fondare la responsabilità: è questa acquisizione volontaria, questo orientamento libero della propria intenzione verso un atto, che fonda il giudizio morale. L’essere umano non crea dal nulla; ma sceglie, vuole, si orienta: e questa scelta è reale.

Il fondamento coranico di questa dottrina è duplice e si può sentire chiaramente nella lettura del testo sacro. Da un lato, il versetto di Sūrat al-Ṣāffāt (37:96): «Wa-Llāhu khalaqakum wa-mā taʿmalūn», «E Allah vi ha creato e ha creato ciò che fate». Questo versetto, nel contesto del dialogo del Profeta Ibrāhīm عليه السلام con il suo popolo che scolpisce idoli, afferma con chiarezza che gli atti umani rientrano nella creazione divina. Non è costrizione: è sovranità assoluta. Allah ﷻ non è escluso da nessun evento dell’universo, nemmeno da quelli che accadono attraverso la volontà degli esseri umani. Dall’altro lato, il versetto di Sūrat al-Muddaththir (74:38): «Kullu nafsin bimā kasabat rahīnah», «Ogni anima è tenuta in pegno per ciò che ha acquisito». La parola è kasabat: ha acquisito, non “le è stato imposto” né “è stata costretta a fare”. L’anima risponde di ciò che ha scelto, voluto, fatto proprio attraverso la propria intenzione. Il kasb è reale, e sulla sua realtà si fonda il giudizio divino.

Questo significa che la responsabilità morale non è una finzione teologica costruita per salvare le apparenze. Nell’orizzonte ashʿarita, la libertà che conta dal punto di vista della responsabilità divina non è la libertà di creare ex nihilo, che appartiene solo ad Allah ﷻ; è la libertà di volere, di orientarsi, di scegliere la direzione del proprio agire. Ed è su questa libertà, reale e autentica, che l’essere umano sarà interrogato.

La scuola Māturīdī (مَاتُرِيدِيَّة), fondata da Abū Manṣūr al-Māturīdī رحمه الله (m. 333/944) di Samarcanda, percorre un cammino parallelo ma con un’enfasi diversa, che vale la pena comprendere bene perché è particolarmente rilevante per la tradizione hanafita. Entrambe le scuole sono pienamente ortodosse e appartengono all’Ahl al-Sunnah wa al-Jamāʿah: le loro differenze sono interne alla tradizione, elaborazioni distinte dello stesso fondamento, non motivo di divisione né segnale di contraddizione. Dove gli Ashʿariti pongono l’accento sulla creazione divina degli atti e spiegano la responsabilità attraverso il kasb, i Māturīditi tendono a dare maggiore rilievo esplicito all’irādat al-ʿabd (إِرَادَةُ الْعَبْد), la volontà del servo, e all’ikhtiyār (اِخْتِيَار), la libera scelta. Per la scuola Māturīdī, l’essere umano possiede una volontà genuinamente orientante, che ha un ruolo reale e causale nella determinazione dell’atto, pur rimanendo all’interno della creazione divina complessiva. Questa enfasi rende la posizione Māturīdī particolarmente utile per rispondere a chi teme che la dottrina del kasb svuoti il senso morale dell’azione. No: il senso morale è pieno, la volontà è reale, la scelta è autentica.

Il grande Imām Abū Jaʿfar al-Ṭaḥāwī رحمه الله (m. 321/933), uno degli studiosi hanafiti più autorevoli della storia, sintetizza la posizione dell’Ahl al-Sunnah nel suo celebre trattato di ʿaqīdah conosciuto come al-ʿAqīdah al-Ṭaḥāwiyyah (الْعَقِيدَةُ الطَّحَاوِيَّة). Questo testo, riferimento fondamentale dell’ortodossia sunnita nell’ambito hanafita e riconosciuto da entrambe le scuole ashʿarīta e māturīdīta, enuncia con chiarezza che le azioni degli esseri umani sono create da Allah ﷻ; che Allah ﷻ ha conoscenza eterna di tutto; che l’essere umano agisce con una volontà reale che fonda la sua responsabilità; e che la mente umana non deve addentrarsi nel mistero del decreto divino oltre quanto la tradizione profetica ha insegnato. Non è una sintesi di compromesso: è la posizione che l’Ahl al-Sunnah ha sempre difeso e trasmesso, di generazione in generazione, attraverso i propri grandi ʿulamāʾ.

Le due scuole concordano sui fondamentali: Allah ﷻ ha conoscenza eterna di ogni cosa, ha creato l’universo e tutto ciò che in esso accade, e al tempo stesso l’essere umano possiede una volontà reale e una responsabilità morale autentica. Le differenze riguardano la modalità filosofica di spiegazione, non la sostanza della fede né le conseguenze pratiche. Chi segue il madhhab hanafita troverà nel pensiero māturīdita il suo riferimento teologico naturale; chi ha studiato nelle tradizioni shāfiʿita o mālikita si troverà nell’orizzonte ashʿarita. Entrambi stanno camminando sul solido terreno dell’ortodossia sunnita.

Il Qurʾān non si ferma a un unico versetto su questo tema. Ritorna, da angolature diverse, con una precisione che non lascia spazio né al fatalismo né all’arroganza. «Innā kulla shayʾin khalaqnāhu bi-qadar» (Sūrat al-Qamar, 54:49): «In verità, Noi abbiamo creato ogni cosa secondo una misura». Tutto ha una misura divina. Non c’è caos, non c’è casualità cieca, non c’è evento che sfugga alla conoscenza e alla sovranità di Allah ﷻ. Il kosmos è ordinato, orientato, voluto; ogni singolo evento rientra nell’ambito di ciò che Allah ﷻ ha decretato. Allo stesso tempo, «Fa-man shāʾa fa-l-yuʾmin wa-man shāʾa fa-l-yakfur» (Sūrat al-Kahf, 18:29): «Chi vuole creda, chi vuole non creda». La fede è presentata come un atto di volontà reale: chi crede, crede perché vuole; chi rifiuta, rifiuta perché vuole. Non c’è costrizione al kufr (كُفْر), non c’è costrizione alla fede. La scelta è reale e l’essere umano ne porta la piena responsabilità.

Uno dei versetti più potenti su questo equilibrio si trova in Sūrat al-Insān (76:29-30): «Wa-mā tashāʾūna illā an yashāʾa Llāhu», «E voi non volete se non ciò che vuole Allah». Letto superficialmente, sembrerebbe confermare il determinismo assoluto. Letto nella sua architettura completa, afferma qualcosa di più preciso e più profondo: la volontà umana è reale, ma è annidare nella volontà divina; è contenuta, abbracciata, preceduta dalla volontà di Allah ﷻ, che la supera infinitamente senza eliminarla. Come insegna la scuola ashʿarīta, il problema del rapporto tra libertà umana e sovranità divina non si risolve sottraendo la volontà umana alla realtà della creazione, bensì comprendendo che la sovranità di Allah ﷻ è di un ordine ontologico completamente diverso dalla causalità creaturale. Non sono sullo stesso piano: non c’è concorrenza tra la libertà di Allah ﷻ e la libertà dell’essere umano, come non c’è concorrenza tra l’oceano e una goccia d’acqua.

Il Profeta Muḥammad ﷺ affronta questa questione con una chiarezza pratica che i teologi impiegherebbero secoli a sistematizzare. Come riportato in Ṣaḥīḥ al-Bukhārī e in Ṣaḥīḥ Muslim, nel Libro del Qadar, il Profeta ﷺ disse ai Compagni che ognuno di loro ha un posto già determinato in Paradiso o nell’Inferno. I Compagni, con quella franchezza luminosa che li distingue, domandarono: “O Messaggero di Allah, non ci affidiamo allora a ciò che è già scritto e abbandoniamo l’azione?” La risposta del Profeta ﷺ è tra le più dense della tradizione islamica: «No. Agite: perché ognuno è facilitato verso ciò per cui è stato creato». L’hadith è riportato in entrambe le raccolte principali ed è ṣaḥīḥ. E dice tutto: il qadar non è un invito all’inerzia. Il qadar è la struttura dentro cui la tua azione ha senso, valore e conseguenze. Abbandonare l’azione non è devozione: è fraintendere la dottrina, è usare la teologia come alibi.

L’espressione «ognuno è facilitato verso ciò per cui è stato creato» va compresa nel suo senso pieno. Non significa che il destino sia immutabile indipendentemente da ciò che fai. Significa che le tue scelte, le tue azioni, le tue intenzioni sono la via attraverso cui il qadar si realizza nella tua vita concreta. Tu sei parte del qadar, non uno spettatore impotente di fronte a esso. E qui emerge una sottigliezza che chi inclina al fatalismo tende sistematicamente a evitare: se l’essere umano non avesse una volontà reale, il concetto di tawbah (تَوْبَة), il pentimento, sarebbe privo di senso logico. Il pentimento presuppone che tu abbia fatto qualcosa che avresti potuto non fare; presuppone che tu riconosca la tua scelta come tua; presuppone che tu possa orientarti diversamente. Se fossi stato costretto al peccato, di cosa ti pentiresti? A chi appartiene la colpa se non a chi ti ha costretto? Il Qurʾān chiama l’essere umano al pentimento con insistenza e con grazia, in decine di versetti, attraverso decine di nomi divini che evocano la misericordia. Questo da solo smonta il determinismo totale con una forza argomentativa che nessuna speculazione filosofica potrebbe eguagliare.

Allo stesso modo, il ricorso all’asbāb (الأَسْبَاب), le cause e i mezzi, è parte integrante della pratica islamica. Si narra, in una tradizione riportata nel Sunan di al-Tirmidhī, che un uomo si avvicinò al Profeta ﷺ e chiese: “Devo legare il mio cammello o mi affido ad Allah?” Il Profeta ﷺ rispose: «Legalo, poi affidati ad Allah». L’azione e la fiducia non si escludono: si integrano. Lega il cammello: usa l’intelletto, la pianificazione, lo sforzo, le competenze. Poi affidati ad Allah ﷻ: riconosci che i risultati non sono nelle tue mani, che la garanzia non è nella tua capacità ma nella Sua disposizione. Questo è l’Islam dell’azione, non della paralisi. Chi non lega il cammello e poi dice “mi fido di Allah” non sta esercitando la fede: sta cercando una giustificazione per la propria pigrizia nel linguaggio della devozione.

Imām al-Ghazālī رحمه الله (m. 505/1111), nell’Iḥyāʾ ʿUlūm al-Dīn (إِحْيَاءُ عُلُومِ الدِّين), il grande trattato di spiritualità islamica che ancora oggi è punto di riferimento insostituibile per chi vuole capire come vivere la fede nel profondo, avverte con quella profondità che lo caratterizza che il qadar appartiene ai segreti di Allah ﷻ che la ragione umana non deve cercare di sondare oltre un certo limite. Non perché la dottrina sia irrazionale: la teologia del kasb, del qadar, dell’onniscienza divina ha una coerenza logica precisa. Ma perché c’è un confine in cui l’intelletto creaturale incontra la realtà dell’Infinito e deve abbassare le ali. Continuare a domandare “ma allora perché Allah ha creato quell’atto se poi mi giudica?” è come continuare a chiedere “dove si trovava Allah prima di creare il tempo?” Le domande sono grammaticalmente corrette, ma presuppongono categorie che non si applicano alla realtà divina. Al-Ghazālī رحمه الله non dice: “Non pensare.” Dice: “Pensa fino dove la ragione può portarti con onestà; poi sappi che c’è una soglia, e varcarla non è intelligenza, è presunzione.” La pace che viene dalla fede non è la pace di chi ha risolto ogni enigma teologico: è la pace di chi ha capito che non tutti gli enigmi devono essere risolti.

Il tawakkul (تَوَكُّل), la fiducia autentica in Allah ﷻ, è la sintesi pratica di questa dottrina. Non è fatalismo: chi si affida ad Allah ﷻ dopo aver fatto tutto il possibile sta esercitando il tawakkul. Chi si affida ad Allah ﷻ invece di fare ciò che è necessario e possibile sta esercitando la pigrizia con il nome sbagliato. Ugualmente, il riḍā (رِضَا), la soddisfazione del cuore davanti al decreto di Allah ﷻ, non è rassegnazione passiva: è la pace di chi sa che i risultati appartengono ad Allah ﷻ, mentre lo sforzo appartiene a lui. Questa distinzione non è sofisma: è la differenza tra una vita spirituale adulta e un’infanzia travestita da devozione. L’azione adulta e consapevole non contraddice la fede nel qadar; ne è l’espressione più coerente.

Vivere con il qadar significa, concretamente, due cose insieme e inscindibili. Prima: agire con piena responsabilità, senza scuse, senza delegare le proprie scelte alla “scrittura divina”. Ogni scelta che compi oggi è tua; sei responsabile di essa; sarai interrogato su di essa. Seconda: consegnare i risultati ad Allah ﷻ senza ansia distruttiva e senza l’ego gonfio di chi crede che il suo successo sia solo merito suo. Quando le cose vanno bene, il cuore dice al-ḥamdu li-Llāh (اَلْحَمْدُ لِلَّه) e riconosce la grazia divina. Quando le cose non vanno come sperato, il cuore dice «Innā li-Llāhi wa-innā ilayhi rājiʿūn» (إِنَّا لِلَّهِ وَإِنَّا إِلَيْهِ رَاجِعُون), «Apparteniamo ad Allah e a Lui facciamo ritorno» (Sūrat al-Baqarah, 2:156), e trova in questa appartenenza non l’annullamento del dolore, ma la sua trasformazione. Non è negazione: è radicamento. Non è resa: è certezza che nulla di ciò che accade è fuori dalla conoscenza e dal controllo di Chi ti ama più di quanto tu possa immaginare.

La via di mezzo sunnita, quella che Imām al-Ṭaḥāwī رحمه الله, Imām al-Ashʿarī رحمه الله, Imām al-Māturīdī رحمه الله e la grande catena ininterrotta degli ʿulamāʾ dell’Ahl al-Sunnah hanno custodito, elaborato e trasmesso di generazione in generazione, non è una posizione comoda costruita per accontentare tutti. È la risposta che emerge dalla lettura integra del Qurʾān, dalla Sunnah profetica e da una teologia che non sacrifica né la sovranità assoluta di Allah ﷻ né la dignità e la responsabilità dell’essere umano. Non è il fatalismo di chi si siede aspettando che il destino arrivi. Non è l’arroganza di chi si crede il proprio Dio. È la disciplina di chi agisce come se tutto dipendesse da lui, sapendo nel cuore che tutto dipende da Allah ﷻ.

Questa non è teoria. È la struttura stessa della vita islamica.


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Susanna Gagliano
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