Questioni femminili: mestruazioni, perdite e lochi

Nel Nome di Allah, Il Clemente, Il Misericordioso. La lode appartiene ad Allah, Signore dei mondi, che ha creato l’uomo e la donna in bellezza e saggezza, assegnando a ciascuno caratteristiche uniche e responsabilità particolari. Tra queste, nella donna, vi è il ciclo mestruale: un segno della maturità, della fertilità, ma anche della prova spirituale e dell’onore che Allah le ha concesso. Le mestruazioni, le perdite irregolari e i lochi sono realtà intime e fondamentali nella vita di ogni donna, e conoscere il loro fiqh – cioè le regole giuridiche che li riguardano – è essenziale per vivere la religione in modo corretto e consapevole.

La pubertà, nella giurisprudenza islamica, è considerata il momento in cui l’individuo diventa responsabile dinanzi ad Allah. Nella donna, essa è marcata primariamente dall’arrivo del ciclo mestruale. Secondo le opinioni condivise dai sapienti delle quattro scuole giuridiche, l’età minima in cui può presentarsi il ciclo è di nove anni lunari, corrispondenti a circa otto anni e nove mesi solari. Alcuni sapienti ḥanafiti accettano eccezioni anche a partire da sette anni, purché vi siano segni fisiologici certi. Qualora una ragazza non presenti il ciclo mestruale, la pubertà viene calcolata in base ad altri segni fisici, come la comparsa dei peli pubici, lo sviluppo del seno o la capacità riproduttiva. Se entro i quindici anni lunari compare uno di questi segni, allora ella viene considerata baligha, ovvero religiosamente responsabile. Se invece non compaiono né il ciclo né segni chiari, i giuristi concordano nel fissare il limite massimo a diciassette o diciotto anni lunari: oltre questa soglia, anche in assenza di manifestazioni fisiologiche, la responsabilità religiosa viene considerata attiva.

Il ciclo mestruale, chiamato ḥayḍ, è un flusso di sangue naturale proveniente dall’utero della donna. Dal punto di vista medico, è il risultato della desquamazione dell’endometrio e rappresenta il culmine di un ciclo ormonale complesso, orchestrato da estrogeni e progesterone. Compare regolarmente e si accompagna spesso a sintomi fisici come crampi, spossatezza o mal di testa. In termini di colore, consistenza e odore, il sangue mestruale è distintivo rispetto ad altri tipi di sanguinamento: ha una colorazione che varia dal rosso scuro al nero, un odore pungente e una densità tipica. Le donne dei primi tempi dell’Islām, come narrato negli aḥādīth autentici, erano istruite nel riconoscere la fine del ciclo attraverso segni specifici. La madre dei credenti, ʿĀʾisha, raccontava che le donne le mandavano pezzi di cotone con tracce giallastre per sapere se potessero considerarsi purificate, ed ella rispondeva di non affrettarsi finché non avessero visto la secrezione bianca, nota come al-qassa al-bayḍāʾ, che segna la vera conclusione del ciclo.

Il fiqh delle mestruazioni è una delle branche più complesse della giurisprudenza femminile. I giuristi hanno dedicato volumi interi all’analisi di ogni singola eventualità legata al ḥayḍ. In generale, essi definiscono le mestruazioni come un flusso di sangue naturale e periodico, che esce dalla vagina della donna sana, non gravida né in menopausa, durante giorni stabiliti o riconoscibili. I confini temporali del ḥayḍ variano leggermente tra le scuole. Per esempio, secondo i mālikiti, anche un’ora di sanguinamento, se abbondante, può essere considerata ciclo mestruale. Per gli ḥanafiti, invece, il minimo è di tre giorni completi, mentre shāfiʿiti e ḥanbaliti parlano di ventiquattro ore continuative. Quanto alla durata massima, mālikiti e shāfiʿiti stabiliscono quindici giorni, così come anche gli ḥanbaliti, mentre gli ḥanafiti si fermano a dieci giorni. Superata la durata massima, il sangue viene considerato istihāḍah, ovvero perdita anomala o disfunzionale, e non ḥayḍ.

L’istihāḍah è un sanguinamento che non ha le caratteristiche né le tempistiche del ciclo mestruale. Può verificarsi per numerosi motivi: squilibri ormonali, stress, uso di contraccettivi, condizioni ginecologiche o anche senza una causa apparente. Il Profeta Muhammad ﷺ istruì le donne su come distinguere tra ḥayḍ e istihāḍah. Disse, riferendosi a Fatima bint Abī Hubaysh: “Il sangue del ciclo è nero e riconoscibile. Quando è quello, astieniti dal pregare. Se è diverso, fa’ abluzione e prega”. Dunque, se una donna riconosce nel sangue colore, odore e densità del ḥayḍ, e ciò avviene nei giorni della sua abitudine mensile, allora si considera mestruazione. Al contrario, se si tratta di sangue chiaro, torbido, acquoso o senza odore, e ciò avviene fuori dal periodo abituale, allora è istihāḍah. In quel caso, la donna deve comportarsi come una pura: può pregare, digiunare e avere rapporti coniugali, ma dovrà lavarsi una volta al giorno, proteggersi con assorbente e rifare il wudūʾ prima di ogni preghiera obbligatoria.

La donna che non ha mai avuto una regola regolare o ha sanguinamenti continui deve affidarsi alla sua abitudine passata, oppure adottare sei o sette giorni al mese come base, come consigliavano alcuni ṣaḥāba. In ogni caso, la sua intenzione deve essere quella di uniformarsi alla Legge divina nel miglior modo possibile.

Infine, va trattato il tema dei lochi, o nifās, ovvero il sangue che esce dopo il parto. Anche in questo caso, i sapienti hanno stabilito regole precise. Tutti concordano sul fatto che il nifās è il sangue che esce dall’utero a seguito del parto, a condizione che la donna abbia partorito un feto sviluppato, visibile, con segni di vita umana. Se il feto non ha ancora assunto forma umana (prima dei 40 giorni circa), il sangue potrebbe non essere considerato nifās. La durata massima è di quaranta giorni per tutte le scuole, mentre non esiste una durata minima fissa: anche una sola goccia subito dopo il parto, seguita da totale secchezza, può essere nifās. Se il flusso si interrompe prima dei quaranta giorni, la donna fa ghusl e riprende i suoi atti di culto. Se invece continua oltre tale soglia, il sangue in eccesso viene considerato istihāḍah.

Il sangue può interrompersi e riprendere all’interno del periodo dei quaranta giorni, e in quel caso viene ancora considerato nifās. Tuttavia, se passa un periodo di più di quindici giorni di totale secchezza, e poi riprende, si considera un nuovo ḥayḍ. Anche durante il nifās, la donna è esentata da ṣalāh, ṣawm, ṭawāf e rapporti, ma può dedicarsi ad atti di devozione alternativi, come il dhikr e la recitazione mentale del Qurʾān.

Durante il ciclo mestruale, così come nel periodo dei lochi o in caso di perdite irregolari, molte sorelle si pongono domande delicate legate al culto. La preghiera, il digiuno, la lettura del Corano, l’ingresso in moschea, i rapporti coniugali: ogni aspetto della vita spirituale e quotidiana della donna viene influenzato da questi stati fisiologici. È essenziale sapere che l’Islam ha regolamentato con precisione ciascuno di questi ambiti, sempre tenendo conto della dignità della donna, della sua salute e della sua connessione con Allah.

La ṣalāh, ossia la preghiera rituale, non è permessa durante le mestruazioni e il nifās. Questo non rappresenta una penalizzazione, ma un’esenzione voluta da Allah, come spiegò il Profeta ﷺ in un hadīth chiaro riportato da ʿĀʾisha: “Quando eravamo mestruate ai tempi del Messaggero di Allah, ci veniva ordinato di recuperare il digiuno ma non la preghiera”. Questa distinzione è una manifestazione della misericordia divina. Poiché il digiuno è un atto più rarefatto, che si compie in tempi precisi, ha un valore pubblico e sociale, e richiede un impegno fisico costante, esso viene recuperato. La preghiera, invece, è quotidiana, ripetuta e più difficile da conteggiare e recuperare. Per questo, Allah ha alleggerito l’obbligo della sua sostituzione. Tuttavia, se il ciclo termina prima del tempo di una determinata preghiera, e vi è sufficiente tempo per fare il ghusl e compierla, essa diventa obbligatoria. In alcuni casi, come tra ʿAṣr e Ẓuhr o Maghrib e ʿIshā’, le scuole giuridiche hanno stabilito che se la donna si purifica prima del secondo termine (ʿAṣr o ʿIshā’), dovrà eseguire anche la preghiera precedente. In altre scuole si tiene conto solo dell’orario corrente.

Anche il digiuno è regolato con chiarezza: la donna in stato di mestruazione o nifās non deve digiunare, ma recuperare i giorni di Ramadan mancati. Se il ciclo inizia anche solo pochi minuti prima del tramonto, il giorno di digiuno non è valido. Se finisce prima del fajr, anche se non ha ancora fatto ghusl, la donna può digiunare. Se finisce dopo il fajr, il giorno non è valido e va recuperato. Se la donna ha dubbi sull’orario preciso della fine del ciclo, è consigliabile digiunare per sicurezza e poi valutare se doverlo recuperare. L’intenzione sincera e la taqwā sono ciò che Allah guarda sopra ogni cosa.

Anche durante il ḥajj e la ʿumrah, la donna che ha il ciclo può compiere tutte le fasi del pellegrinaggio tranne il ṭawāf attorno alla Kaʿbah, che richiede la purificazione rituale. Come il Profeta ﷺ disse a ʿĀʾisha, che arrivò a Mecca con il ciclo: “Fai tutto quello che fanno i pellegrini, tranne il ṭawāf, finché non ti purifichi.” Questo mostra quanto l’Islam rispetti la donna nel suo stato naturale, e non la escluda mai dal culto o dalla spiritualità.

Infine, sul piano spirituale, è necessario comprendere che il ciclo mestruale non è una barriera tra la donna e Allah. È un tempo di tregua, di ascolto, di dhikr, di riflessione. Una donna può usare questo tempo per leggere tafsīr, ascoltare lezioni, fare journaling, invocare, riposare, ricaricarsi. La spiritualità non risiede solo negli atti rituali visibili, ma nel cuore e nell’intenzione. Allah conosce il tuo desiderio di pregarLo e servirLo, anche quando sei in stato di mestruazione. Ogni volta che ti astieni dal culto per ordine Suo, sei comunque in adorazione. Ogni ghusl che fai è una rinascita. Ogni ciclo è una scuola interiore. E ogni prova è un ponte verso il Paradiso.

Che Allah ti elevi, ti renda consapevole e ti benedica in ogni fase della tua femminilità.


Susanna Gagliano
Susanna Gagliano
Articoli: 48

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