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Madrassat an-Noor

Confutazione del sufismo e del Tasawwuf e pratiche similari: trattato completo

“A’udhu billahi min ash-shaytan ir-rajim, Bismillah al-Rahman al-Raheem.”

Nel Nome di Allah, Il Compassionevole, il Miaericordioso,

Questo è un intento di confutazione metodica, non un attacco alla devozione individuale: lo scopo è mostrare perché certe pratiche collocate sotto l’etichetta “tasawwuf” possono essere incompatibili con il Tawḥīd, la Sunna e la metodologia dei Salaf, e perché quelle pratiche vengono da tempo contestate da numerosi sapienti.

La premessa ineludibile è il principio definitorio: ogni religione ha norme, modalità e confini stabiliti dal Testo e dalla Sunnah; nell’Islam essi non sono ornamentali. L’avvertimento profetico su ogni novità religiosa è chiaro e categorico: “Chi introduce nella nostra religione qualcosa che non le appartiene, ciò verrà rifiutato.” Questa norma, attestata nella Ṣaḥīḥ di al-Bukhārī e di Muslim, costituisce il metro primario per giudicare innovazioni rituali e dottrinali

Da qui nasce la strada della confutazione: non è sufficiente che un atto “produca buoni sentimenti” o sia presentato come “purificazione dell’anima”; la prova che una pratica è religiosa e rientra nella sfera dellʾibādah (adorazione) deriva da un comando testuale o dall’esempio profetico. Dove tale prova parziale o mancante viene sostituita da consuetudini, esoterismi o pratiche rituali non autorizzate, la porta è aperta alla bidʿah e, in casi estremi, all’atteggiamento ghuluww (esagerazione) che contraddice il Tawḥīd sostanziale.

Storicamente, il sufismo si sviluppò in contesti culturali e filosofici che influenzarono le prime confraternite (ṭuruq), in epoche in cui la comunità musulmana viveva tensioni politiche, culturali e religiose. Nel III-IV secolo Hijrī iniziarono a diffondersi pratiche che si discostavano dall’ascetismo dei Salaf: i dhikr collettivi, i canti e le danze estatiche (samāʿ), la venerazione dei santi, il concetto di fanāʾ (annullamento dell’io) e, nei secoli successivi, dottrine filosofiche come il waḥdat al-wujūd (“unità dell’esistenza”), che equipara il Creato con il Creatore. Tutto questo segnò una rottura rispetto alla Sharīʿah originale e alla guida dei Compagni, condannata dai sapienti di Ahl al-Sunnah wa-l-Jamāʿah.

Definire Tasawwuf: chiariamo che il termine che oggi chiamiamo “tasawwuf” è polisemico: vi sono aspetti lodevoli (tazkiyya, purificazione del cuore, etica, ascetismo corretto) e aspetti formatisi storicamente che includono ordini, catene di maestri (silsila), rituali collettivi, venerazione dei morti, pratiche di samaʿ e teorie metafisiche come la cosiddetta wahdat al-wujūd (unità dell’essere). Questa ambivalenza è riconosciuta dagli studiosi: il tasawwuf inteso come lotta contro i vizi del cuore è islamicamente legittimo, ma le parti extra-Sharīʿa o non provate dalla Sunna sono gravemente sospette. La letteratura contemporanea e le fatwā analitiche lo esplicitano chiaramente. 

Storicamente, il percorso di istituzionalizzazione delle pratiche ascetiche conosce trasformazioni: ciò che nasce come disciplina interiore tra alcuni ashab e tabiun è divenuto nei secoli un sistema con scuole, ordini, riti e a volte culti di personalità. In questa trasformazione si inseriscono elementi laterali (visite alle tombe come meta devozionale, celebrazioni annuali, pratiche esoteriche) che non trovano riscontro esplicito nella prassi dei primi tre secoli (salaf). Gli stessi storici e critici classici hanno notato e denunciato derive di eccesso; uno dei testi che segnala come l’errore possa insinuarsi sotto veste religiosa è l’opera di Ibn al-Jawzī, Talbis Iblīs, dedicata a smascherare inganni e deviazioni, lettura che è stata usata ripetutamente come fonte critica contro certe prassi sufi. 

Sul piano teologico i nodi principali che rendono molte dottrine sufi incompatibili con il Tawḥīd e la Sharīʿah sono almeno tre: l’uso di mediatori non autorizzati (tawassul che travalica i limiti), la deificazione o quasi-identificazione dell’uomo con l’essere divino (forme di wahdat al-wujūd) e l’innovazione rituale come mezzo di salvezza. A riguardo, la critica classica più influente è quella di Ibn Taymiyya, che confutò la concezione pantheistica o confondente dell’esistenza e denunciò le derivazioni metafisiche non chiaramente ancorate al Testo; la letteratura specialistica che confronta i testi di Ibn ʿArabī con la polemica taymiyyana è ampia e lo mostra chiaramente. 

È importante precisare la terminologia: wahdat al-wujūd, così come è stata formulata in certi ambienti, rischia di confondere il Creatore con la creatura. Anche quando taluni autori sufi sostengono letture “metaforiche”, la vaghezza concettuale ha storicamente favorito subjectivismi che sfociano nella dissoluzione del confine ontologico fra Khāliq e makhluq. Per questo la critica a certi insegnamenti e interpretazioni è stata serrata, e non soltanto da polemisti moderni: infatti il dibattito su significati, limiti e pericoli del linguaggio esoterico è presente già nei secoli medievali. 

Passo ora alle pratiche concrete che costituiscono il cuore dell’obiezione: le feste del Mawlid, i pellegrinaggi alle tombe dei santi con pratiche taumaturgiche, il tawassul che pretende efficacia dalla figura defunta (a volte con formule che implicano invocazioni dirette alla creatura), la costruzione di strutture cultuali sopra tombe e il loro uso come luoghi di intercessione, il dhikr collettivo reso rituistico con canti, percussioni e trance, e l’idea che la passività o il “fare esperienza” mistica, indipendente dalla Sharīʿah, costituiscano una via a Dio. Queste pratiche sono state oggetto di esplicite condanne e ammonimenti da parte di note autorità giuridiche e da molti ulema moderni. L’argomento non è emotivo: si basa su testi e su ragioni giuridiche, teologiche e storico-comparative. 

Esempi di fatwā e ammonimenti: uno dei casi più citati è la presa di posizione di ʿAbd al-ʿAzīz ibn Bāz contro la celebrazione del Mawlid e contro pratiche deviane collegate alla venerazione delle tombe. Ibn Bāz ha dichiarato che la celebrazione del Mawlid è bidʿah, e ha spiegato perché essa non trova base né nella pratica dei Compagni né nei tre secoli successivi; la sua raccolta di fatwā riporta questi argomenti con chiarezza e severità. Allo stesso modo Shaykh Ibn ʿUthaymīn e altri sapienti contemporanei hanno spiegato i rischi del tawassul praticato mediante i morti, delle feste e delle pratiche che attribuiscono ai santi poteri che ledono il Tawḥīd. Per chi vuole studiare le pronunce, le risposte dettagliate e le ragionature sono disponibili nelle raccolte moderne di fatwā (tra molte: i fascicoli di Ibn Bāz e i trattati su tawassul e istighātha). 

Il principio profetico che viene sempre citato nelle fatwā anti-bidʿah è il ḥadīth chiarissimo: “Chi introduce nella nostra religione qualcosa che non le appartiene, ciò verrà rifiutato.” (narrato in Ṣaḥīḥ al-Bukhārī e Ṣaḥīḥ Muslim). Questo ḥadīth è la pietra di paragone usata nelle pronunce contro il Mawlid, i riti non sanciti e la pratica di trasformare tombe in luoghi di culto. 

Sul piano coranico le prove richiamate nelle fatwā sono principalmente i versetti che condannano lo shirk e l’intermediazione illegittima: ad esempio il versetto «In verità Allah non perdona che gli si associ; perdona invece qualsiasi cosa altro, a chi Egli vuole» (Q. 4:48). Le spiegazioni giuridiche e le fatwā collegano l’idea di “affidarsi a creature come se avessero poteri indipendenti” con il senso di questo versetto. 

Passo ora alle fatwā moderne e ai pronunciamenti degli ulema contemporanei.

Il grande Muftī saudita ʿAbd al-ʿAzīz ibn Bāz è tra i firmatari più citati che definiscono il Mawlid e varie pratiche annesse come bidʿah. Nella sua raccolta di fatwā (Majmūʿ al-Fatāwā) e nelle risposte pubbliche sostenne chiaramente che “non è lecito celebrare il Mawlid” e che la trasformazione di usanze non provate in atti di culto costituisce innovazione religiosa da rigettare. Nei suoi volumi (edizione inglese e araba) trovi lo sviluppo argomentativo: assenza di prova dalla Sunna, non pratica dei Salaf, pericolo di deviazione nel tawḥīd

Shaykh Muḥammad ibn Sālih al-Uthaymīn ha scritto e parlato estensamente sul tema del Mawlid, delle visite alle tombe e dei rischi dei riti innovati. In raccolte di fatwā e opuscoli (ad es. “The Ruling concerning the celebration of Mawlid”) spiega la nozione di bidʿah nella Sharīʿah — «Bidʿah in Sharee’ah può essere definita come: adorare Allah con ciò che non è stato legislato da Allah» — e ne trae le conseguenze pratiche: condanna delle feste rituali non provate, proibizione di trasformare visite in atti cultuali e ammonimento contro pratiche che possono sfociare in shirk. 

Shaykh Muḥammad Nāṣir al-Dīn al-Albānī è noto per le sue posizioni critiche nette su pratiche quali la celebrazione del Mawlid e su elementi di tawassul praticati presso tombe; in dibattiti e registrazioni (dibattiti e lavori pubblicati) rigettò la legittimità storica di molte pratiche popolari e sostenne la necessità di tornare alla prova testuale e alla prassi dei Salaf. Rimangono registrazioni audio e testi della sua polemica con sostenitori del Mawlid e del tawassul di tipo “alla tomba”. 

La Commissione Permanente per la Fatwā (Arabia Saudita / Al-Ifta) e il Consiglio degli Ulema sauditi hanno più volte emesso pronunce che limitano, circoscrivono o proibiscono certi tipi di tawassul legati alle tombe, l’accensione di luci sulle tombe, la costruzione di edifici cultuali sopra tombe e la supplica diretta alla creatura morta come mezzo autonomo di grazia: questi documenti spiegano in termini giuridici perché tali pratiche superano il limite consentito del “ricordo della morte” e divengono impermissibili se finalizzate ad attribuire poteri religiosi alle creature. Puoi trovare raccolte di queste fatwā su siti ufficiali di al-ifta e in trascrizioni raccolte online. 

Molti altri savi contemporanei (ad es. Shaykh Salih al-Fawzān, gruppi di studiosi, centri di fatwā pubblici) hanno pubblicato raccolte e opuscoli che seguono la medesima linea: distinguere tra la tazkiyya (legittima) e le pratiche cultuali non provate; condannare Mawlid, feste attorno a tombe, l’uso di pratiche taumaturgiche e il pensiero ontologico che porta alcuni a formulazioni squilibrate di “unità dell’essere. Alcuni di questi testi sono raccolti in PDF divulgati da siti salafiti/waḥḥābiti e su portali di fatwā internazionali. 

Passando ai sapienti classici e ai testi storici di critica delle derive: Ibn al-Jawzī, nel suo famoso trattato Talbīs Iblīs (Le insidie del Diavolo), denuncia come certi inganni religiosi si travestano da devozione e illudono la gente. Il libro è largamente citato nei moderni confronti tra ortodossia e forme popolari di devozione; è disponibile in traduzione e in edizione integrale agli archivi digitali. 

Ibn Taymiyya è una figura centrale nella critica teologico-giuridica al tasawwuf quando esso sfocia in concetti che mettono a rischio il Tawḥīd (in particolare, argomenti contro le interpretazioni pantheistiche o le espressioni che confondono la distinzione creatore/creatura). Le sue confutazioni contro alcune formulazioni attribuite ad autori come Ibn ʿArabī hanno formato il nucleo della polemica successiva; le sue opere e sermoni vengono citati nelle moderne confutazioni per mostrare la continuità storica della critica. 

Ibn al-Qayyim, pur autore di grandi testi spirituali (ad es. Madarij al-Salikin), nelle sue opere critica vigorosamente le interpretazioni di annichilimento (fanāʾ) e certe espressioni metafisiche che possono portare a interpretazioni che cancellano la distinzione ontologica richiesta dal Tawḥīd. Le sue pagine vengono frequentemente utilizzate da chi vuole dimostrare che fino agli eruditi della spiritualità interna ci sono limiti molto netti e condanne di derive pericolose.

Sapienti classici contro le innovazioni nel sufismo

Al-Hujwīrī (m. 1071 d.C.) – “Kashf al-Maḥjūb”

Al-Hujwīrī, uno dei più importanti mistici persiani, descrive il sufismo come una scienza dimenticata ai suoi tempi, specialmente tra coloro che sono occupati nei piaceri mondani e hanno voltato le spalle a Dio.  

Ibn Taymiyyah (m. 1328 d.C.) – “Majmūʿ al-Fatāwā”

Ibn Taymiyyah ha affermato che molte pratiche sufi, come il dhikr collettivo con strumenti musicali, sono innovazioni che non hanno fondamento nella Sunnah. 

Al-Ghazālī (m. 1111 d.C.) – “Iḥyāʾ ʿUlūm al-Dīn”

Al-Ghazālī, pur essendo un sostenitore del sufismo, ha messo in guardia contro le pratiche che si discostano dalla Sunnah. Ha scritto che l’adorazione deve essere basata sul Corano e sulla Sunnah, e ogni innovazione è da evitare. 

Ibn al-Jawzī (m. 1201 d.C.) – “Talbīs Iblīs”

Ibn al-Jawzī ha criticato aspramente le innovazioni nel sufismo, descrivendo alcuni sufi come coloro che hanno introdotto innovazioni che hanno deviato dalla retta via. Ha scritto che molte delle loro pratiche non hanno fondamento nella Sunnah. 

Al-Shāṭibī (m. 1388 d.C.) – “al-Iʿtiṣām”

Al-Shāṭibī ha definito le innovazioni come ogni pratica che non ha fondamento nel Corano e nella Sunnah. Ha sottolineato che l’aderenza alla Sunnah è essenziale per mantenere la purezza della fede. 

Ibn al-Qayyim (m. 1350 d.C.) – “Ighāthat al-Lahfān”

Ibn al-Qayyim ha scritto che chi adora Allāh fuori dal Libro e dalla Sunnah si è sviato e ha aperto la porta a Shayṭān. Ha criticato le pratiche sufi che non sono in linea con la Sunnah. 

Al-Nawawī (m. 1277 d.C.) – “al-Majmūʿ”

Al-Nawawī ha sottolineato l’importanza di seguire la Sunnah e ha messo in guardia contro le innovazioni. Ha scritto che ogni innovazione è un errore e che l’aderenza alla Sunnah è fondamentale. 

Citazioni pertinenti

Al-Hujwīrī: “Ai tempi nostri, questa scienza è stata in realtà dimenticata, specialmente in questa regione, da persone occupate nei piaceri della vita, che hanno girato le spalle a Dio.”  

Ibn Taymiyyah: “Chi adora Allāh fuori dal Libro e dalla Sunnah si è sviato e ha aperto la porta a Shayṭān.”  

Al-Ghazālī: “L’adorazione deve essere basata sul Corano e sulla Sunnah; ogni innovazione è da evitare.” 

Ibn al-Jawzī: “I sufi hanno introdotto una nuova religione, facendo di canto e danza un culto.”  

Al-Shāṭibī: “Le innovazioni sono ogni pratica che non ha fondamento nel Corano e nella Sunnah.” 

Ibn al-Qayyim: “Chi adora Allāh fuori dal Libro e dalla Sunnah si è sviato e ha aperto la porta a Shayṭān.”  

Al-Nawawī: “Ogni innovazione è un errore; l’aderenza alla Sunnah è fondamentale.” 

Ammonimenti e riflessioni

Al-Hujwīrī: Ha messo in guardia contro coloro che, pur professando il sufismo, sono più interessati ai piaceri mondani che alla vera conoscenza di Dio. 

Ibn Taymiyyah: Ha sottolineato che molte pratiche sufi, come il dhikr collettivo con strumenti musicali, sono innovazioni che non hanno fondamento nella Sunnah e possono deviare dalla retta via. 

Al-Ghazālī: Ha avvertito che l’adorazione deve essere basata sul Corano e sulla Sunnah, e ogni innovazione è da evitare per mantenere la purezza della fede. 

Ibn al-Jawzī: Ha criticato aspramente le innovazioni nel sufismo, descrivendo alcuni sufi come coloro che hanno introdotto pratiche che hanno deviato dalla retta via. 

Al-Shāṭibī: Ha definito le innovazioni come ogni pratica che non ha fondamento nel Corano e nella Sunnah, sottolineando l’importanza di aderire alla Sunnah per mantenere la purezza della fede. 

Ibn al-Qayyim: Ha scritto che chi adora Allāh fuori dal Libro e dalla Sunnah si è sviato e ha aperto la porta a Shayṭān, mettendo in guardia contro le pratiche sufi che non sono in linea con la Sunnah. 

Al-Nawawī: Ha messo in guardia contro le innovazioni e ha sottolineato l’importanza di seguire la Sunnah per evitare errori nella fede. 

Sul piano storico-culturale la letteratura che smonta la tesi dell’antica “purezza” delle pratiche oggi diffuse mostra come molte feste rituali e costumi devozionali si siano formati nella tarda età mediana o in contesti sociopolitici particolari (es.: istituzionalizzazione delle confraternite, sincretismi locali, celebrazioni che si codificano come risposte sociali alla crisi morale). Per esempio, studi storici sul Mawlid mostrano che la sua diffusione istituzionale è un processo post-salaf e vari autori ne collocano l’esplosione rituale in epoche e contesti specifici (califfati, dinastie, pratiche popolari). È una documentazione utile per sostenere l’argomento giuridico: se i Salaf non praticavano qualcosa e non ve n’è prova, allora l’atto non è adorazione prescritta. 

Il fondamento giuridico e morale per rigettare certe pratiche si costruisce secondo più vie: il comando del Qurʾān contro lo shirk (“In verità Allah non perdona che si associno altri a Lui…”), il divieto profetico delle innovazioni religiose (ḥadīth sopra citato), e una serie di detti profetici e precetti che vietano di trasformare luoghi comuni in luoghi di culto, o di attribuire qualità divine a creature. I versetti che sottolineano che “la scienza dell’intercessione appartiene soltanto ad Allah e non vi è intercessione senza il Suo permesso” mostrano come qualsiasi pratica che elevi creature a mediatori autoritari debba essere esaminata con rigore

A questo punto è necessario essere espliciti sulle categorie ermeneutiche con cui gli ulema hanno giudicato il fenomeno. Le posizioni sono diverse ma la linea comune tra criticisti e moderati è la seguente: il tasawwuf autentico come disciplina morale e spirituale (tazkiyya) è ammesso, perfino obbligatorio nella misura in cui favorisce timore, virtù e aderenza alla Sunnah; invece le pratiche rituali che non hanno supporto testuale, che contraddicono la Sharīʿah o che introducono elementi di culto diretti verso altro che non sia Allah (anche se mascherati da amore al santo), sono bidʿah e vanno rigettate.

Va fatta una distinzione operativa: visitare le tombe per ricordare la morte e fare duʿāʾ è permesso e perfino consigliato nella tradizione profetica (il Profeta disse “Vi avevo proibito di visitare le tombe; visitatele ora perché esse vi rammendano dell’aldilà”), ma il divieto nasce quando la visita si trasforma in culto, o quando si costruiscono luoghi di mediatori, si praticano offerte rituali, si accendono candele, o si chiede alla creatura di esaudire come se fosse indipendente dalla volontà di Allah. Le fonti classiche e moderne ricordano questa differenza e ammoniscono a non oltrepassare la linea che divide ricordare dai riti devozionali problematici. 

Sulla questione della wahdat al-wujūd e dell’annichilimento spirituale (fanāʾ): quando certe scuole hanno teorizzato una “unione” ontologica dovuta alla manifestazione divina, i critici hanno denunciato l’ambiguità terminologica che porta alcuni praticanti a parole che – se interpretate letteralmente – cancellano il fondamento del Tawḥīd. Ibn Taymiyya fu esplicito nel bocciare affermazioni che scardinano la distinzione Creatore-creatura; Ibn al-Qayyim, suo discepolo, pur scrivendo opere di profonda spiritualità, prese le distanze dalle interpretazioni che conducono a identificazioni ontologiche semplicistiche. Queste obiezioni non sono mere dispute etimologiche: hanno implicazioni pratiche, perché dai concetti nascono atti di culto che possono facilmente sfociare nello shirk pratico

Le prove di autorità: oltre ai classici citati, le fatwā moderne che condannano usi particolari (Mawlid, tawassul di tipo “alla tomba”, edificazione e culto delle tombe, pratiche taumaturgiche) sono numerose e articolate. Le motivazioni spesso elencate sono: assenza di prova dalla Sunna, contraddizione con la prassi dei Salaf, rischio di superstizione e di politeismo pratico, e la tendenza di tali pratiche a sostituire la fiducia in Allah con la fiducia nella creatura. Ibn Bāz non esitò a classificare molte di queste pratiche come bidʿah e a spiegarne le conseguenze spirituali e sociali; lo stesso hanno fatto Ibn ʿUthaymīn, al-Albānī e altri studiosi del XX secolo. Chi vuole documentarsi troverà collezioni di risposte dove si argomenta lungamente sul perché tali festività e pratiche vadano rigettate. 

Non mancano, ovviamente, difese moderne del tasawwuf che richiamano la tradizione classica e affermano che la maggior parte dei maestri sufi storici hanno sempre sottolineato la primazia dello Shariʿa e la fedeltà alla Sunna; questi autori rigettano sia ghuluww che certe derive popolari. È corretto riconoscere che esistono forme di tasawwuf compatibili: l’analisi però non deve fermarsi alla pura etichetta “sufismo legittimo”: occorre guardare alla prassi fattuale, ai testi e alle catene di trasmissione delle pratiche. Alcune istituzioni contemporanee (e molte scuole tradizionali) riclassificano e rigettano gli eccessi, mentre altri movimenti li mantengono e li giustificano col richiamo all’esperienza mistica. Questo è il punto critico: la compatibilità è possibile solo se tutti i comportamenti sono comprovati dalla Sharīʿah. 

Il termine Tasawwuf deriva da ṣūf (صوف), “lana”, con riferimento ai primi asceti che indossavano vestiti di lana come simbolo di povertà e distacco dalle ricchezze materiali. Inizialmente, l’ascetismo (zuhd) aveva una base autentica nella Sunnah, praticato dai Compagni del Profeta ﷺ e dai Tābiʿīn, che ritenevano la moderazione nella ricchezza e la purificazione del cuore strumenti per avvicinarsi ad Allāh. Tuttavia, già a partire dal II-III secolo Hijrī, il termine ṣūfī cominciò a designare individui e gruppi che, pur rivendicando la purezza spirituale, introdussero pratiche, credenze e dottrine non prescritte, creando un sistema di culto autonomo. Ibn Taymiyyah رحمه الله afferma chiaramente: «الصوفية فيهم الصادق والزاهد، وفيهم الدخلاء المبتدعون الخارجون عن الكتاب والسنة» ossia: “I sufi includono persone sincere e ascete, ma tra loro vi sono anche innovatori che escono dal Corano e dalla Sunnah” (Majmūʿ al-Fatāwā, 11/5). Questo avvertimento sottolinea che, mentre alcuni perseguono la sincerità spirituale, il sufismo, come sistema, contiene deviazioni evidenti.

Ibn al-Qayyim رحمه الله ammonisce: «إنه لا يعبد الله أحد إلا على طريق الكتاب والسنة» – “Nessuno adora Allāh se non seguendo il Libro e la Sunnah” (Zād al-Maʿād). L’errore del sufismo, secondo lui, è di presentare innovazioni come mezzi legittimi per avvicinarsi ad Allāh, mentre esse non hanno alcun fondamento nel Corano e nella Sunnah, e spesso conducono allo shirk, anche se mascherato da devozione.

Tra le pratiche più evidenti vi sono il dhikr cantato e accompagnato da danza. Queste pratiche, seppur giustificate dai sufi come strumenti di estasi spirituale, non hanno riscontro nei testi del Profeta ﷺ. Allah dice chiaramente:

﴿وَأَقِمِ ٱلصَّلَوٰةَ لِذِكْرِي﴾

“E adoraMe con la preghiera per ricordarmi”

(Sūra Ta-Hā, 20:14).

Il dhikr prescritto è quello trasmesso dalla Sunnah, non rituali musicali e coreografie. Ibn Taymiyyah رحمه الله, al riguardo, afferma: «لقد ضل من زعم أن الحركات والأنغام تقربه إلى الله» – “Si è sviato chi crede che movimenti e melodie possano avvicinarlo ad Allāh” (Majmūʿ al-Fatāwā, 2/171).

Altra innovazione grave è la venerazione dei santi e delle tombe. Molti sufi sostengono che i santi possano intercedere presso Allāh o rispondere alle preghiere. Allah avverte:

﴿وَأَنَّ ٱلْمَسَـٰجِدَ لِلَّهِ فَلَا تَدْعُوا۟ مَعَ ٱللَّهِ أَحَدًۭا﴾

“Le moschee appartengono solo ad Allāh, non invocate nessuno insieme ad Allāh”

(Sūra al-Jinn, 72:18).

L’adorazione o la supplica a chiunque tranne Allāh costituisce shirk maggiore. Ibn al-Jawzī رحمه الله scrisse: «لقد بدع الصوفية دينًا مختلفًا عن دين المسلمين، فجعلوا الغناء والرقص عبادة» – “I sufi hanno introdotto una religione diversa da quella dei musulmani, facendo di canto e danza un culto” (Talbīs Iblīs, p.156).

Il concetto di waḥdat al-wujūd, formalizzato da Ibn ʿArabī, rappresenta un’ulteriore deviazione. Ibn Taymiyyah lo definì più pericoloso del cristianesimo, perché cancella la distinzione tra Creatore e creato, minando il Tawḥīd: «الذين زعموا وحدة الوجود هم أعظم ضلالًا من النصارى الذين قالوا إن الله هو المسيح» (Majmūʿ al-Fatāwā, 2/171).

Storicamente, queste innovazioni si diffusero gradualmente. Nei primi tre secoli Hijrī il termine ṣūfī non era conosciuto e la comunità musulmana si basava sulla Sunnah pura. Solo successivamente, con il diffondersi delle confraternite, nacquero ordini con gerarchie, rituali e pratiche non trasmesse, spesso influenzati da filosofie esterne. Al-Shāṭibī osserva: «وابتدع الصوفية عبادات وطرقًا لم يأت بها الكتاب والسنة، فأصبحوا دينًا مختلفًا» – “I sufi hanno inventato adorazioni e metodi non presenti nel Libro e nella Sunnah, diventando così una religione diversa” (al-Iʿtiṣām).

I sapienti contemporanei confermano la stessa posizione. La Lajnah al-Dāʾimah dichiarò: “Ogni innovazione nella religione porta divisione, indebolisce la Sunnah e favorisce le passioni. È obbligo rigettarla e attenersi al Corano e alla Sunnah secondo la comprensione dei Salaf.

Infine, il Profeta ﷺ ammonì:

«سددوا، تمسكوا بسنتي وسنة الخلفاء الراشدين، وتمسكوا بها بالنواجذ، واحذروا البدع، فإن كل بدعة ضلالة وكل ضلالة في النار»

“Fate attenzione, attenetevi alla mia Sunnah e alla Sunnah dei califfi ben guidati, aggrappatevi ad essa con i denti molari, guardatevi dalle innovazioni: ogni innovazione è un’eresia, e ogni eresia conduce all’Inferno”

(Abū Dāwūd, al-Tirmidhī).

In conclusione, il Tasawwuf come dottrina organizzata e pratica comunitaria rappresenta una deviazione significativa dalla Sunnah, una porta aperta alle innovazioni, al culto dei santi, all’uso di rituali non prescritti e a credenze filosofiche contrarie al Tawḥīd. La guida dei sapienti classici e moderni è unanime: il musulmano deve aderire al Corano e alla Sunnah, seguire i salaf, rigettare ogni innovazione e preservare la purezza della fede. Il Tasawwuf, così come strutturato nelle confraternite, non è il percorso dei Compagni, né quello della Ummah dei primi tre secoli, e chi vi si affida abbandona la via tracciata dal Profeta ﷺ. Solo il ritorno alla Sunnah autentica garantisce salvezza, rettitudine e protezione dalla fitna delle innovazioni.

Principali bidaa sufi 

Il Tasawwuf, come movimento organizzato, iniziò a strutturarsi già nel III-IV secolo Hijrī, ben dopo i tempi dei Compagni e dei Tābiʿīn, periodo che i sapienti indicano come guida sicura. L’origine è collegata a un’esigenza di maggiore ascetismo in un contesto di ricchezza, decadenza morale e contatti culturali con civiltà persiane e indiane. I primi asceti rivendicavano la povertà (zuhd) e la purificazione interiore, ma ben presto le pratiche si trasformarono in sistemi gerarchici con rituali, dottrine esoteriche e venerazione di santi, elementi estranei alla Sunnah.

Qādiriyya: Fondata da ʿAbd al-Qādir al-Jīlānī (m. 561 H), questo ordine enfatizza il dhikr collettivo, spesso accompagnato da invocazioni prolungate e posture rituali particolari. Ibn Taymiyyah رحمه الله avverte: «من اغتر بالحركات والأصوات في ذكر الله فقد خلط بين العبادة واللعب» – “Chi si illude che movimenti e suoni possano essere adorazione ha confuso il culto con il gioco” (Majmūʿ al-Fatāwā, 2/171). La pratica del dhikr in questo modo, seppur motivata dalla devozione, non ha riscontro nella Sunnah: il Profeta ﷺ prescriveva parole di invocazione senza accompagnamento musicale o corporeo. Anche Ibn al-Jawzī رحمه الله condanna l’uso di canti e danze come forme di culto (Talbīs Iblīs, p.156).

Naqshbandiyya: Questo ordine sviluppò tecniche di meditazione interiore, respirazione, presenza del cuore (khushūʿ) e silenzio (samt). Nonostante l’intenzione di purificazione interiore, Ibn Taymiyyah afferma: «إن طرقهم فيها من البدع ما يضاد الكتاب والسنة» – “Le loro pratiche contengono innovazioni che contraddicono il Libro e la Sunnah” (Majmūʿ al-Fatāwā, 11/5). In particolare, la concezione di meditazione profonda come mezzo per annullare l’ego (fanāʾ) e unirsi all’esistenza contraddice il principio del Tawḥīd, che separa Creatore e creato. Ibn ʿArabī e i suoi seguaci hanno elaborato il concetto di waḥdat al-wujūd, condannato dai sapienti come deviazione grave: «الذين زعموا وحدة الوجود هم أعظم ضلالًا من النصارى» – “Coloro che sostengono l’unità dell’esistenza sono più sviati dei cristiani” (Majmūʿ al-Fatāwā, 2/171).

Chishtiyya: Diffuso soprattutto in India, enfatizza la musica e il canto (samaʿ) come strumenti spirituali. Ibn al-Jawzī رحمه الله afferma che tali pratiche costituiscono un’innovazione: «الصوفية بدعوا دينًا جديدًا، جعلوا الغناء والرقص عبادة» – “I sufi hanno introdotto una nuova religione, facendo di canto e danza un culto” (Talbīs Iblīs, p.156). Anche se il fine dichiarato è l’elevazione spirituale, la religione prescrive adorazione secondo la Sunnah, senza innovazioni rituali.

Shādhiliyya: Questo ordine, sviluppato in Nord Africa e Medio Oriente, combina invocazioni collettive con insegnamenti morali e carità. Sebbene incoraggi la generosità, alcune pratiche, come il tawassul e le invocazioni ai morti, costituiscono shirk, vietato dal Corano:

﴿وَأَنَّ ٱلْمَسَـٰجِدَ لِلَّهِ فَلَا تَدْعُوا۟ مَعَ ٱللَّهِ أَحَدًۭا﴾

“Le moschee appartengono solo ad Allāh, non invocate nessuno insieme ad Allāh”

(Sūra al-Jinn, 72:18).

Ibn al-Jawzī afferma: «جعلوا الأضرحة منابر للعبادة، وهذه شرك» – “Hanno fatto delle tombe luoghi di culto, e questo è shirk” (Talbīs Iblīs).

Storicamente, queste confraternite si sono radicate nei periodi di debolezza politica e divisione interna nella Ummah, diffondendo pratiche che consolavano emotivamente i devoti ma introducevano innovazioni. Ibn al-Qayyim رحمه الله ammonisce: «من عبد الله على غير الكتاب والسنة فقد ضل» – “Chi adora Allāh fuori dal Libro e dalla Sunnah si è sviato” (Zād al-Maʿād). La diffusione di tali pratiche ha contribuito a creare una religiosità mista, in cui elementi autentici si mescolano a deviazioni pericolose, ingannando i fedeli.

Anche i sapienti moderni ribadiscono questi principi. La Lajnah al-Dāʾimah ha emesso fatwā in cui si dichiara: “Ogni innovazione nella religione indebolisce la Sunnah, favorisce le passioni e porta divisione. È obbligo rigettarla e aderire al Corano e alla Sunnah secondo la comprensione dei Salaf.”

Il Profeta ﷺ ammonì, ripeto:

«سددوا، تمسكوا بسنتي وسنة الخلفاء الراشدين، وتمسكوا بها بالنواجذ، واحذروا البدع، فإن كل بدعة ضلالة وكل ضلالة في النار»

“Fate attenzione, attenetevi alla mia Sunnah e alla Sunnah dei califfi ben guidati, aggrappatevi ad essa con i denti molari, guardatevi dalle innovazioni: ogni innovazione è un’eresia, e ogni eresia conduce all’Inferno”

(Abū Dāwūd, al-Tirmidhī).

Passiamo a esempi concreti e richieste di attenzione pratica: chi desidera praticare la purificazione del cuore deve farlo con mezzi provati: lettura del Qurʾān, osservanza delle obbligazioni (ṣalāh, ṣawm, zakāt), duʿāʾ e azkar raccomandati dalla Sunna, ricerca della scienza utile e seguire i sapienti salafiti che spiegano i limiti. Le pratiche collettive rituali che non hanno base testuale, come raduni di “samaʿ” con strumenti e trance, feste del tipo mawālid accompagnate da preghiere di intercessione presso tombe, o gesti che proclamano la santità assoluta di un uomo morto, devono essere evitate e chiaramente confutate. Le ragioni sono dottrinali, psicologiche (diffusione di superstizione), giuridiche (violazione della prova) e pastorali (portano popoli lontani dalla vera dipendenza da Allah). Fonti che trattano nello specifico questi aspetti forniscono esempi e analisi dettagliate. 

Concludo con un’ammonizione netta, teologica e morale: l’amore per Allah richiede verità e chiarezza, non autoinganno. Il cuore dev’essere radicato nella rivelazione prima ancora che nelle sensazioni. Non ogni esperienza mistica è consacrata, non ogni maestro è affidabile, non ogni pratica chiamata “tasawwuf” è autentica. La via sicura è la verifica: confrontare ogni insegnamento con il Libro e la Sunna, seguire la metodologia di ahl al-sunnah e ascoltare le ragionate fatwā degli studiosi riconosciuti. Il profeta stesso ammonì contro le innovazioni: questo ammonimento non è clericalismo sterile, ma protezione della din. Chi ama realmente il Profeta e teme per la propria anima sarà vigilante e rifiuterà ciò che contraddice il Tawḥīd e la Sunnah. 

Dua’a

Ecco un duʿāʾ finale, profondo e completo, adatto a chi vuole protezione da deviazioni e innovazioni nella religione, per rafforzare la fede e aderire alla Sunnah dei Salaf:

اللَّهُمَّ اهْدِنِي لِمَا اَحْسَنُهُ وَعافِنِي مِنْ كُلِّ ضَلَالٍ وَبِدْعَةٍ، وَثَبِّتْ قَلْبِي عَلَى دِينِكَ وَسُنَّةِ نَبِيِّكَ مُحَمَّدٍ صَلَّى اللهُ عَلَيْهِ وَآلِهِ وَسَلَّمَ، وَاجْعَلْنِي مِنَ الَّذِينَ يَتَّبِعُونَ سَبِيلَ السَّلَفِ الصَّالِحِ، وَيَرْفَعُونَ صَوْتَ الْحَقِّ وَيَرْفُضُونَ كُلَّ مِحَالٍ وَبِدْعَةٍ تُفَرِّقُ أُمَّتَكَ، وَاحْفَظْنِي مِنَ الشِّرْكِ وَالضَّلَالِ وَقُلُوبِي مُتَوَجِّهَةً إِلَيْكَ بِخَالِصِ التَّوْحِيدِ. اللَّهُمَّ اجْعَلْنِي فِي دِينِكَ رَاسِخًا، وَفِي عِبَادَتِكَ مُخْلِصًا، وَفِي طَاعَتِكَ مُجْتَهِدًا، وَقِني فِتَنَ الدُّنْيَا وَغُرُورَ الْهَوَى وَكُلَّ مَا يُضِلُّ عَنْ سَبِيلِكَ الْمُسْتَقِيمِ.

Traslitterazione:

Allāhumma ahdinī limā aḥsanuhu wa ʿāfinī min kulli ḍalālin wa bidʿatin, wa thabbit qalbī ʿalā dīnika wa sunnati Nabiyyika Muḥammadin ṣallā Allāhu ʿalayhi wa ālihi wa sallam, wa ajʿalnī mina alladhīna yattabiʿūna sabīla al-salafi al-ṣāliḥ, wa yarfaʿūna ṣawta al-ḥaqq wa yarfuḍūna kulla miḥālin wa bidʿatin tufarriqu ʾummataka, wa iḥfaẓnī mina al-shirki wa al-ḍalāli wa qulūbī mutawajjihatan ilayka bikhāliṣi al-tawḥīd. Allāhumma ajʿalnī fī dīnika rāsiẖan, wa fī ʿibādatika mukhliṣan, wa fī ṭāʿatika mujtahid, wa qīnī fitana al-dunyā wa ghurūra al-hawā wa kulla mā yuḍillu ʿan sabīlika al-mustaqīm.

“O Allah, guidami verso ciò che è migliore e proteggimi da ogni errore e innovazione, stabilizza il mio cuore nella Tua religione e nella Sunnah del Tuo Profeta Muḥammad, pace e benedizioni su di lui e sulla sua famiglia, e rendimi tra coloro che seguono la via dei Salaf pii, elevano la voce della verità e rifiutano ogni deviazione e innovazione che divide la Tua Ummah. Proteggimi dallo shirk e dall’errore, e fa’ che il mio cuore sia rivolto a Te con puro Tawḥīd. O Allah, rendimi saldo nella Tua religione, sincero nella Tua adorazione, diligente nell’ubbidire a Te, e proteggimi dalle prove del mondo, dagli inganni della passione e da tutto ciò che devia dalla retta via.”

Dua’a più breve da recitare ogni giorno contro le deviazioni 

اللَّهُمَّ اجْعَلْنِي مُتَّبِعًا لِسُنَّةِ نَبِيِّكَ مُحَمَّدٍ صَلَّى اللهُ عَلَيْهِ وَآلِهِ وَسَلَّمَ، وَاحْفَظْنِي مِنَ الْبِدَعِ وَالضَّلَالِ وَالْمُحَالِ، وَثَبِّتْ قَلْبِي عَلَى التَّوْحِيدِ وَالْحَقِّ.

Allāhumma ajʿalnī muttabiʿan li-sunnati Nabiyyika Muḥammadin ṣallā Allāhu ʿalayhi wa ālihi wa sallam, wa iḥfaẓnī mina al-bidʿi wa al-ḍalāli wa al-muḥāl, wa thabbit qalbī ʿalā al-tawḥīdi wa al-ḥaqqi.

“O Allah, rendimi seguace della Sunnah del Tuo Profeta Muḥammad, pace e benedizioni su di lui e sulla sua famiglia, proteggimi dalle innovazioni, dagli errori e dalle deviazioni, e stabilizza il mio cuore nel Tawḥīd e nella verità.”


Susanna Gagliano
Susanna Gagliano

Susanna Gagliano, fondatrice e docente di Madrassat an-Noor. Scrive e insegna su lingua araba, Qur’an, fiqh, ḥadīth, sīrah, ʿaqīdah e studi islamici con percorsi 1:1 in lingua italiana.

Articoli: 54

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