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Madrassat an-Noor

Zayd ibn Thābit رضي الله عنه: Il Segretario del Profeta ﷺ e il Custode del Qurʾān

"La storia di Zayd ibn Thābit رضي الله عنه: il segretario del Profeta, la compilazione del Qurʾān sotto Abū Bakr e ʿUthmān, e perché il testo sacro è inattaccabile.

La battaglia di al-Yamāmah, nell’anno 12 dell’Egira, lasciò sul campo qualcosa di più prezioso di quanto qualsiasi guerra avesse mai distrutto prima. Tra i caduti islamici, accanto agli eroi che avevano combattuto e vinto contro Musaylimah al-Kadhdhāb – il falso profeta – giacevano decine di ḥuffāẓ (memorizzatori del Qurʾān). Uomini che portavano nel petto la Parola di Allah ﷻ integra, versetto per versetto, sūrah per sūrah, con la stessa esattezza con cui l’avevano ricevuta dal Profeta Muḥammad ﷺ. In un solo giorno, una parte di quella catena vivente di trasmissione era spezzata per sempre.

ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb رضي الله عنه lo capì immediatamente. Si presentò ad Abū Bakr aṣ-Ṣiddīq رضي الله عنه con una proposta senza precedenti: raccogliere il Qurʾān in un unico documento scritto, prima che altri portatori morissero nelle future battaglie e il testo andasse disperso nella storia. La reazione iniziale del Califfo fu di esitazione, quasi di timore reverenziale: “Come posso fare qualcosa che il Profeta di Allah ﷺ non ha fatto?” L’argomento di ʿUmar fu semplice e inattaccabile: l’azione era khayr, bene puro. E Abū Bakr رضي الله عنه, tra i più sapienti della prima generazione islamica, riconobbe la verità di quella risposta.

Come riportato dallo stesso Zayd ibn Thābit رضي الله عنه in Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, Kitāb Faḍāʾil al-Qurʾān: “Allah aprì il petto di Abū Bakr all’idea, e mi vidi d’accordo con lui come lo era ʿUmar.” Per portare a termine questo compito straordinario, Abū Bakr scelse un uomo giovane, brillante, e profondamente affidabile: Zayd ibn Thābit رضي الله عنه. La scelta non fu casuale. Era stato lui, tra tutti i Compagni, il più vicino al Profeta ﷺ nella trasmissione scritta della Rivelazione. Era stato lui a scrivere di suo pugno le Parole divine. Se c’era una persona in grado di custodire quella fiducia, era lui.

Eppure il nome di Zayd ibn Thābit رضي الله عنه compare raramente nelle grandi narrazioni islamiche popolari. È oscurato dai nomi più clamorosi: i leoni di battaglia, i grandi predicatori, i martiri della prima ora. Questa raccolta prova a restituirgli il posto che gli spetta, perché la sua opera è, letteralmente, il fondamento di tutto ciò che il musulmano legge, recita, e porta nel cuore.

Zayd era di Medina, dell’Anṣār, della tribù dei Khazraj, appartenente al clan dei Banū al-Najjār. Suo padre Thābit era morto nella battaglia di Buʿāth, ancora prima dell’Islam, e il bambino era cresciuto nella sua comunità medinese. Quando il Profeta ﷺ arrivò a Medina nell’anno 1 dell’Egira, Zayd aveva circa undici anni. Questa giovinezza è il filo conduttore della sua storia: fu giovane quando apprese, giovane quando servì, giovane quando portò a compimento l’opera più importante della storia islamica.

Alla battaglia di Badr, nel 2 dell’Egira, Zayd si presentò con entusiasmo davanti al Profeta ﷺ chiedendo di combattere. Il Profeta ﷺ lo rimandò indietro: era ancora troppo piccolo. È un dettaglio piccolo, quasi tenero, che le fonti storiche della sīrah conservano. Ma dice qualcosa di essenziale su questo giovane: il suo impulso verso l’Islam non conosceva riserve. La sua devozione non attendeva l’età adulta per manifestarsi.

Non molto dopo, il Profeta ﷺ lo chiamò a sé per affidargli un compito insolito. Come riportato nella tradizione hadīth, il Messaggero di Allah ﷺ gli ordinò di imparare la scrittura siriaca (o ebraica, secondo alcune versioni della narrazione), per poter leggere e rispondere alla corrispondenza con le comunità della Scrittura senza dipendere da intermediari di altra fede. Zayd l’apprese con straordinaria rapidità, e da quel momento divenne uno dei segretari personali più fidati del Profeta ﷺ, il suo kātib al-waḥy – il trascrittore della Rivelazione.

Cosa significava essere kātib al-waḥy? Significava essere presente nel momento più sacro che la storia umana abbia conosciuto: la discesa della Rivelazione divina. Il Profeta ﷺ riceveva la Rivelazione, e immediatamente chiamava i suoi segretari a trascrivere ciò che era stato rivelato. Tra i vari kuttāb (trascrittori) del Profeta ﷺ – che includevano anche ʿAlī ibn Abī Ṭālib, ʿUthmān ibn ʿAffān, Muʿāwiyah ibn Abī Sufyān رضي الله عنهم e altri Compagni – Zayd fu tra i più assidui e fedeli. La sua grafia era chiara, la sua comprensione del testo precisa, la sua devozione assoluta.

La Rivelazione non scendeva in forma di libro rilegato. Scendeva a frammenti nel corso di ventitré anni: versetti singoli, gruppi di versetti, sūrah complete. Veniva trascritta su pergamene (qirṭās), su ossa piatte (ʿiẓām), su foglie di palma (likhāf al-nakhl), su pietre lavorate (aqtāb). Il sistema di conservazione del Qurʾān nella prima comunità islamica era duplice: la scrittura su questi supporti materiali, e la memorizzazione orale completa da parte dei ḥuffāẓ. La Parola di Allah ﷻ viveva in due forme inscindibili e complementari: sulla materia e nel cuore.

Fu questo sistema che al-Yamāmah minacciò parzialmente. Non la memorizzazione orale nella sua interezza – quella restava preservata in migliaia di petti – ma la perdita progressiva dei ḥuffāẓ nelle successive battaglie rendeva urgente consolidare il testo in un documento scritto organico e definitivo. La doppia architettura di conservazione richiedeva che entrambe le sue colonne rimanessero in piedi.

Quando Abū Bakr رضي الله عنه chiamò Zayd e gli affidò la missione, la prima reazione di Zayd fu di una franchezza che la storia ha conservato per noi. Come riportato in Ṣaḥīḥ al-Bukhārī: “Per Allah, se mi avessero ordinato di spostare una montagna, non sarebbe stato più pesante di questo che mi hanno imposto di fare con il Qurʾān.” Queste parole non erano esagerazione retorica. Erano la coscienza acutissima di un uomo che comprendeva il peso di ciò che gli veniva chiesto: codificare per iscritto, in forma definitiva, la Parola diretta di Allah ﷻ. Un errore era impensabile. Un’omissione era impensabile.

Zayd rispose a questo peso non con la sicurezza di chi si affida alla propria bravura, ma con la metodologia di chi costruisce su certezze verificabili. Come riportato in Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, Kitāb Faḍāʾil al-Qurʾān, il suo criterio era rigoroso: nessun versetto veniva accettato nel corpus scritto a meno che non fosse confermato dalla presenza del frammento scritto originale e dal testimento di almeno due Compagni che attestassero di averlo sentito direttamente dal Profeta ﷺ. Non bastava la memoria di un singolo Compagno, per quanto affidabile. Non bastava il frammento scritto senza testimoni. Erano richieste entrambe le forme di attestazione.

Questa metodologia rivela qualcosa di straordinario: Zayd non si fidò nemmeno della propria memoria privilegiata, delle proprie migliaia di ore trascorse accanto al Profeta ﷺ a ricevere e trascrivere la Rivelazione. Il suo metodo era, per usare un termine moderno, a doppia verifica. La fiducia nella propria competenza non escludeva la ricerca di conferme ulteriori. E questa scelta – umile, rigorosa, metodica – fu la ragione per cui il risultato del suo lavoro reggesse inattaccabile attraverso i secoli.

Nel corso della raccolta emerse un caso che è diventato uno dei passaggi più citati e più discussi della storia della compilazione coranica. Zayd riportò: “Trovai gli ultimi versetti della Sūrah al-Tawbah (9:128-129) solo con Abū Khuzaymah al-Anṣārī رضي الله عنه, e non li trovai con nessun altro.” Questa affermazione, riportata in Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, ha generato nei secoli un dibattito. Come poteva Zayd trovare un frammento scritto dei versetti coranici con un solo Compagno, quando il suo stesso metodo richiedeva due testimoni?

La risposta la fornisce Ibn Ḥajar al-ʿAsqalānī رحمه الله nel suo monumentale commentario al Bukhārī, il Fatḥ al-Bārī: la trasmissione orale del testo coranico era già mutawātir – trasmessa da un numero così vasto di persone, in modo così capillare, da escludere qualsiasi possibilità di errore o manipolazione. Quei versetti erano conosciuti e recitati dalla comunità islamica. La compilazione scritta di Zayd non era la fonte primaria della loro autenticità: era la formalizzazione scritta di una realtà già orale ampiamente attestata. In quel caso specifico, il documento fisico – il frammento scritto davanti al Profeta ﷺ – si trovava in mano a quell’unico Compagno. L’autenticità del contenuto era già garantita dalla trasmissione orale; il documento aggiungeva la prova materiale.

Il lavoro fu completato. Le pagine (ṣuḥuf) raccolte da Zayd rimasero in custodia di Abū Bakr رضي الله عنه durante tutto il suo califfato, poi passarono a ʿUmar رضي الله عنه, e dopo la sua morte alla figlia Ḥafṣah رضي الله عنها, la umm al-muʾminīn (madre dei credenti) e moglie del Profeta ﷺ.

La storia di Zayd e del Qurʾān non termina qui. Anni dopo, durante il califfato di ʿUthmān ibn ʿAffān رضي الله عنه, emerse una nuova questione. L’Islam si era diffuso rapidamente in Persia, Iraq, Siria, Egitto. Comunità islamiche di diversa origine etnica recitavano il Qurʾān secondo le varianti di lettura che conoscevano, e in alcune province cominciarono a sorgere dispute su quale variante fosse quella corretta. Il rischio non era la perdita del testo – quello era intatto, memorizzato in forma mutawātir in migliaia di petti – ma la frammentazione delle comunità su questioni di grafia e di recitazione.

ʿUthmān رضي الله عنه prese la decisione coraggiosa di standardizzare la grafia del testo scritto e distribuire copie ufficiali in tutte le province dell’Impero islamico. Convocò una commissione di quattro Compagni: Zayd ibn Thābit رضي الله عنه di nuovo alla guida, affiancato da ʿAbdallāh ibn al-Zubayr, Saʿīd ibn al-ʿĀṣ, e ʿAbd al-Raḥmān ibn al-Ḥārith ibn Hishām رضي الله عنهم. Il criterio adottato in caso di divergenza grafica era preciso: seguire il dialetto dei Quraysh, il dialetto in cui il Qurʾān era stato rivelato primariamente.

Il testo di riferimento per questa seconda codificazione furono le ṣuḥuf custodite da Ḥafṣah رضي الله عنها. Le copie prodotte dalla commissione – il muṣḥaf ʿUthmānī (il codice utmanico) – furono inviate alle principali città islamiche: Mecca, Medina, Kufa, Bassora, Siria. ʿUthmān رضي الله عنه ordinò che le copie private non standardizzate venissero ritirate e distrutte, per evitare che circolassero testi con varianti grafiche capaci di generare confusione nelle generazioni future.

Questo muṣḥaf è ciò che ogni musulmano oggi legge, recita, memorizza e porta nel cuore. Dal settimo secolo a oggi, in una catena ininterrotta.

Vale la pena soffermarsi su ciò che questa storia significa per il musulmano contemporaneo. Quando qualcuno – in buona o cattiva fede – afferma che il Qurʾān sia stato “modificato,” “censurato,” o “manipolato” da qualche Califfo, non si trova di fronte a una domanda storica aperta. Si trova di fronte a una struttura di verifica straordinariamente solida. Il testo coranico non fu mai nelle mani di una sola persona o di un unico gruppo. Fu raccolto, verificato, testimoniato, confrontato, distribuito e memorizzato da migliaia di persone in modo simultaneo. La catena di trasmissione (isnād) del testo coranico è la più robusta che la storia umana conosca per qualsiasi testo scritto dell’antichità.

La tradizione islamica chiama questo tipo di trasmissione tawātur: la trasmissione attraverso un numero così elevato di canali indipendenti che la falsificazione diventa logicamente impossibile. Nessun singolo Califfo, per quanto potente, avrebbe potuto modificare un testo che migliaia di persone sapevano a memoria parola per parola. Nessuna commissione, per quanto influente, avrebbe potuto inserire o togliere versetti senza che l’intera comunità islamica se ne accorgesse immediatamente. Il Qurʾān è il testo antico più rigorosamente verificato della storia umana, e Zayd ibn Thābit رضي الله عنه è uno degli artefici principali di quella solidità.

C’è un altro aspetto della sua vita che merita attenzione, perché completa il ritratto di questo Compagno e lo rende una figura di rilievo non solo nella storia del Qurʾān ma in quella del fiqh islamico. Era considerato il maggiore esperto della sua generazione in materia di farāʾiḍ – la scienza islamica dell’eredità e delle successioni. La tradizione riporta testimonianze dei Compagni sulla sua eccellenza in questa disciplina. Un uomo che era allo stesso tempo custode del testo rivelato e maestro insostituibile della sua applicazione giuridica.

Zayd ibn Thābit رضي الله عنه è qualcosa di raro nell’immaginario islamico: non è il leone di battaglia come Khālid ibn al-Walīd رضي الله عنه, non è il martire della prima ora come Sumayyah رضي الله عنها, non è la voce che ha chiamato alla preghiera come Bilāl رضي الله عنه. È la mano silenziosa che ha tenuto insieme tutto il resto. La mano precisa, umile, e instancabile che ha consegnato alla storia la Parola di Allah ﷻ nella sua integrità.

Ci sono figure che cambiano la storia con gesti clamorosi, e figure che la costruiscono con gesti precisi e duraturi. Ogni volta che un musulmano apre il Qurʾān – in Italia, in Indonesia, in Mali, in Brasile – porta inconsapevolmente con sé il lavoro di quell’uomo giovane che un giorno disse: “Se mi avessero ordinato di spostare una montagna, sarebbe stato più facile.” E poi si alzò, e lo fece ugualmente.


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Susanna Gagliano
Susanna Gagliano

Susanna Gagliano, fondatrice e docente di Madrassat an-Noor. Scrive e insegna su lingua araba, Qur’an, fiqh, ḥadīth, sīrah, ʿaqīdah e studi islamici con percorsi 1:1 in lingua italiana.

Articoli: 54

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