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Asmāʾ bint Abī Bakr: Dhāt al-Niṭāqayn e la Hijrah

Asmāʾ bint Abī Bakr رضي الله عنها non fu una semplice testimone dell’Hijrah, ma una delle sue protagoniste. Incinta e ancora giovane, trasportò di notte le provviste alla grotta di Thawr, divise la propria cintura per legare il cibo e l’acqua e mantenne il silenzio persino quando Abū Jahl la colpì per costringerla a rivelare dove si trovasse suo padre. Dalla Makkah perseguitata fino allo scontro finale con al-Ḥajjāj, la sua lunga vita fu segnata dallo stesso coraggio: un coraggio senza spada, capace di tacere per proteggere la verità e di parlare quando la verità non poteva più essere taciuta.

Il coraggio nella grotta

La notte in cui il Profeta Muḥammad ﷺ lasciò Makkah era una notte in cui chi sbagliava moriva. I Quraysh avevano decretato la sua morte; un gruppo di giovani armati circondava la sua casa con l’ordine di ucciderlo all’alba. Allah ﷻ lo fece uscire senza essere visto, e il Profeta ﷺ raggiunse la casa di Abū Bakr al-Ṣiddīq رضي الله عنه, il solo uomo che lo avrebbe accompagnato in quella fuga che la storia islamica chiama Hijrah e che sarebbe diventata il punto zero del calendario musulmano. Partirono insieme, verso sud, in direzione opposta a Madīnah, per confondere gli inseguitori, e si rifugiarono nella grotta di Thawr, a tre miglia da Makkah, dove restarono nascosti per tre notti.

Chi portò loro il cibo fu una donna incinta di circa ventisette anni: Asmāʾ bint Abī Bakr رضي الله عنها.

Lo fece ogni notte, nel buio, attraversando un terreno insidioso, con i Quraysh che pattugliavano l’area e offrivano cento cammelli a chi consegnasse Muḥammad ﷺ vivo o morto. E lo fece da sola, perché il piano dell’Hijrah prevedeva una distribuzione precisa dei compiti: suo fratello ʿAbdullāh ibn Abī Bakr رضي الله عنه raccoglieva le informazioni durante il giorno, mescolandosi tra i meccani per ascoltare cosa si diceva, e la sera riferiva ai due fuggiaschi; ʿĀmir ibn Fuhayrah, il pastore schiavo liberato di Abū Bakr, passava dopo di loro con il gregge per cancellare le tracce sulla sabbia. Asmāʾ si occupava delle provviste.

Quando il Profeta ﷺ e suo padre lasciarono la grotta per dirigersi verso Madīnah, Asmāʾ preparò le provviste per il viaggio e si trovò senza nulla con cui legarle. Prese la propria cintura, il niṭāq, la strappò in due parti, e usò una metà per legare il cibo e l’altra per l’acqua. Per questo il Profeta ﷺ le diede il soprannome che l’avrebbe seguita per tutta la storia islamica: Dhāt al-Niṭāqayn, “quella delle due cinture.” Il dettaglio è riportato nel Ṣaḥīḥ Muslim e nelle principali fonti della sīrah.

Ma il momento che definisce davvero il carattere di Asmāʾ non è la cintura. È ciò che accadde dopo, quando i Quraysh scoprirono che il Profeta ﷺ e Abū Bakr erano scomparsi.

Abū Jahl, il più feroce nemico dell’Islam a Makkah, si presentò alla casa di Abū Bakr. Il racconto è riportato nelle fonti classiche della sīrah con una precisione che permette di ricostruire la scena quasi parola per parola. Abū Jahl chiese ad Asmāʾ dove fosse suo padre. Lei rispose: “Non lo so.” La risposta non era negoziabile: rivelare la posizione di Abū Bakr significava rivelare quella del Profeta ﷺ, e rivelare quella del Profeta ﷺ significava la sua morte. Abū Jahl la colpì con uno schiaffo così violento che l’orecchino che portava si staccò e cadde a terra. Asmāʾ non parlò. Abū Jahl se ne andò, furioso.

Bisogna fermarsi su questo punto e considerare chi erano i due protagonisti della scena. Abū Jahl non era un teppista di quartiere: era il capo del partito anti-islamico di Makkah, un uomo la cui brutalità era nota e la cui capacità di far del male era reale. Il Profeta ﷺ lo chiamò il “faraone di questa Ummah.” Asmāʾ era una donna giovane, incinta, sola in casa. Il divario di potere fisico era totale. E Asmāʾ non parlò.

La tradizione islamica spesso tratta il coraggio come una virtù maschile, associata alla spada e al campo di battaglia. La storia di Asmāʾ mostra un tipo di coraggio diverso, che non ha bisogno di armi: il coraggio del silenzio sotto la violenza. Non disse nulla di ciò che sapeva, e il suo silenzio permise al Profeta ﷺ e a suo padre di completare la fuga. Senza il suo silenzio, la Hijrah sarebbe potuta fallire. E senza la Hijrah, la storia dell’Islam sarebbe stata un’altra storia.

Asmāʾ raggiunse Madīnah poco dopo il Profeta ﷺ e il padre. Appena arrivata, partorì ʿAbdullāh ibn al-Zubayr رضي الله عنه, il primo bambino nato nella comunità musulmana di Madīnah dopo l’Hijrah. Il Profeta ﷺ prese il neonato, gli mise un pezzo di dattero masticato in bocca (taḥnīk, una Sunnah che consiste nello strofinare il palato del neonato con un dattero masticato), e pregò per lui. ʿAbdullāh ibn al-Zubayr sarebbe diventato uno dei più importanti personaggi politici della generazione successiva, il rivale dei Califfi omayyadi, l’uomo che governò il Ḥijāz e parte del mondo islamico come anti-Califfo. Ma questo è un altro capitolo.

A Madīnah, la vita di Asmāʾ non fu facile. Suo marito, al-Zubayr ibn al-ʿAwwām رضي الله عنه, era uno dei dieci Compagni a cui il Profeta ﷺ promise il Paradiso, un uomo di coraggio leggendario, ma la famiglia viveva in condizioni modeste. Asmāʾ stessa raccontava, in un ḥadīth riportato nel Ṣaḥīḥ al-Bukhārī e nel Ṣaḥīḥ Muslim, di portare sulla testa i noccioli di dattero dal terreno di al-Zubayr fino a casa, un tragitto di circa due farsakh (circa sei chilometri). Un giorno, mentre camminava con il carico sulla testa, incontrò il Profeta ﷺ con alcuni Compagni. Il Profeta ﷺ fermò il suo cammello e le fece cenno di salire dietro di lui per cavalcare. Ma lei, per pudore (ḥayāʾ) verso il Profeta ﷺ e perché sapeva che al-Zubayr era un uomo geloso, rifiutò e continuò a piedi con il suo carico. Raccontò l’episodio al marito, e al-Zubayr commentò: “Per Allah, il tuo portare i noccioli sulla testa è più gravoso per me del tuo cavalcare con lui.”

Questo ḥadīth è prezioso per molte ragioni. Mostra la vita quotidiana della comunità del Profeta ﷺ senza filtri agiografici: una donna della migliore nobiltà qurayshita, figlia del primo Califfo, moglie di uno dei più grandi Compagni, che porta i noccioli sulla testa sotto il sole come una lavoratrice agricola. Mostra il ḥayāʾ come virtù attiva, come scelta consapevole, non come sottomissione passiva. E mostra un matrimonio in cui la comunicazione è diretta e la complessità dei sentimenti è reale: al-Zubayr è geloso, Asmāʾ lo sa e lo rispetta, e tuttavia racconta l’episodio al marito senza nasconderlo.

Più tardi, Abū Bakr رضي الله عنه mandò un servo ad Asmāʾ perché la aiutasse con il cavallo, sollevandola dal lavoro più pesante. Asmāʾ disse che quel servo fu per lei come una liberazione. Il dettaglio mostra che la prima comunità islamica non idealizzava la povertà come fine a sé stessa: quando una soluzione pratica era disponibile, veniva adottata. L’Islam non chiede la sofferenza inutile; chiede la ṣabr quando la sofferenza è inevitabile, e la gratitudine quando il sollievo arriva.

Asmāʾ ebbe con al-Zubayr anche tensioni coniugali, documentate nelle fonti con un’onestà che dice molto sulla tradizione islamica della trasmissione storica. Al-Zubayr era descritto come un uomo rigido e geloso. A un certo punto, Asmāʾ si lamentò con il padre Abū Bakr, che le rispose: “Figlia mia, abbi pazienza. Quando una donna ha un marito giusto e lui muore prima di lei, e lei non si risposa dopo di lui, saranno riuniti in Paradiso.” Questo consiglio non è una giustificazione dell’ingiustizia coniugale; è un consiglio contestualizzato in una situazione specifica, dato da un padre che conosceva sia la figlia sia il genero. La tradizione sunnita non cancella queste complessità umane dalla storia dei Compagni: le registra, le trasmette, e lascia al lettore la responsabilità di comprendere la distanza tra il contesto storico e il principio giuridico.

Un aspetto della vita di Asmāʾ che le fonti classiche trattano con attenzione è il suo ruolo nella trasmissione del ḥadīth. Asmāʾ narrò oltre cinquanta aḥādīth che furono inclusi nelle raccolte canoniche, tra cui il Ṣaḥīḥ al-Bukhārī e il Ṣaḥīḥ Muslim. Compagni e successori si recavano da lei per verificare narrazioni e ottenere chiarimenti su questioni di fiqh. Suo figlio ʿUrwah ibn al-Zubayr raḥimahullāh, uno dei più importanti trasmettitori di ḥadīth e storici della prima generazione successiva, attinse massicciamente dalla madre. ʿUrwah è una delle fonti principali per la ricostruzione della sīrah del Profeta ﷺ, e molte delle informazioni che ci sono giunte sulla vita domestica del Profeta ﷺ passano attraverso di lui, che le ricevette dalla madre e dalla zia ʿĀʾishah رضي الله عنها.

Asmāʾ visse circa cento anni. Morì nell’anno 73 H. (692-693 d.C.), pochi giorni dopo l’uccisione di suo figlio ʿAbdullāh ibn al-Zubayr per mano di al-Ḥajjāj ibn Yūsuf al-Thaqafī, il governatore omayyade noto per la sua crudeltà. ʿAbdullāh si era proclamato Califfo e aveva resistito all’assedio omayyade a Makkah; fu ucciso e il suo corpo fu crocifisso. Al-Ḥajjāj mandò a chiamare Asmāʾ, ormai cieca e centenaria. Lei rifiutò di andare. Al-Ḥajjāj fu costretto a recarsi da lei. Le disse, in tono di scherno: “Come ti sembra ciò che ho fatto a tuo figlio?” Asmāʾ rispose: “Vedo che hai rovinato la sua vita terrena, e lui ha rovinato la tua vita nell’Aldilà.” Quando al-Ḥajjāj la chiamò Dhāt al-Niṭāqayn come insulto, Asmāʾ rispose: “Sì, il Messaggero di Allah ﷺ mi chiamò così.”

L’ultimo scambio tra Asmāʾ e al-Ḥajjāj è una delle scene più potenti dell’intera storia islamica. Una donna centenaria e cieca, che ha appena perso il figlio in modo atroce, che guarda in faccia uno degli uomini più temuti del mondo islamico e gli dice la verità senza tremare. Lo stesso coraggio di quando aveva ventisette anni, incinta, davanti ad Abū Jahl. Il corpo era invecchiato; la spina dorsale era la stessa.

Le fonti riportano che Asmāʾ morì pochi giorni dopo questo incontro, e che conservò fino all’ultimo una memoria integra e tutti i denti, come a segnalare che il tempo le aveva tolto la vista ma non la lucidità.

La storia di Asmāʾ bint Abī Bakr رضي الله عنها è la storia di una donna la cui vita attraversò l’intero primo secolo dell’Islam: dalla conversione nei primi anni della predicazione meccana (fu la diciottesima persona a entrare nell’Islam), attraverso la Hijrah, la costruzione della comunità di Madīnah, le battaglie, le crisi politiche del califfato omayyade, fino alla morte sotto la tirannia di al-Ḥajjāj. In ogni momento, la costante fu la stessa: un coraggio che non ha bisogno di spada. Un silenzio che salva. Una parola che brucia.

Chi studia la sīrah con le fonti classiche scopre che le donne della prima generazione islamica non erano comparse. Erano protagoniste. E le prove sono tutte scritte, da quattordici secoli, nei libri che troppo pochi musulmani leggono.

Susanna Gagliano


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Susanna Gagliano
Susanna Gagliano

Susanna Gagliano, fondatrice e docente di Madrassat an-Noor. Scrive e insegna su lingua araba, Qur’an, fiqh, ḥadīth, sīrah, ʿaqīdah e studi islamici con percorsi 1:1 in lingua italiana.

Articoli: 104

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