
Inna Allāha yuḥibbu al-muqsiṭīn: Allah ama chi fa giustizia
Il versetto coranico "Allah ama i muqsiṭīn": tre contesti coranici, il ḥadīth di Ṣaḥīḥ Muslim, e cosa significa praticare la giustizia. Tafsīr e aqīdah asharita.
Ci sono parole che il Qurʾān ripete, e ogni ripetizione non è abbondanza retorica ma sottolineatura di peso. “Inna Allāha yuḥibbu al-muqsiṭīn”: “Certamente Allah ﷻ ama coloro che agiscono con giustizia ed equità.” Questa dichiarazione compare tre volte nel Qurʾān, in tre contesti diversi, e ognuno di quei contesti allarga il significato del termine invece di ridurlo. Non è la ripetizione di una formula, è l’insistenza divina su qualcosa che Allah ﷻ vuole che si capisca bene, in tutta la sua ampiezza.
La parola centrale è al-muqsiṭūn (المقسطون), il plurale di muqsiṭ (مقسط), participio attivo del verbo aqsaṭa (أقسط): colui che agisce con qisṭ, con giustizia equa, con la misura giusta data a ciascuno. La radice q-s-ṭ (ق-س-ط) contiene uno dei fenomeni linguistici più affascinanti dell’arabo classico: il verbo semplice qasaṭa (قَسَطَ), con la vocalizzazione di base, significa fare ingiustizia, deviare; il verbo nella forma causativo-intensiva aqsaṭa significa il contrario, essere giusto, agire con equità. Come se il prefisso della quarta forma verbale arabica indicasse la rimozione del difetto insito nella radice, il raddrizzamento di ciò che era storto. I commentatori classici hanno notato questa struttura con cura: il muqsiṭ è colui che ha scelto attivamente di non essere ingiusto, di non deviare, di portare l’equilibrio dove avrebbe potuto facilmente portare la stortura. Non è giustezza passiva; è giustizia che si sceglie.
Il Qurʾān lo dice con il verbo yuḥibbu: Allah ﷻ ama. Nel quadro dell’aqīdah asharita e māturīdita, il termine maḥabbah (محبة), l’amore di Allah ﷻ per i Suoi servi, è un attributo reale, affermato senza sospensione e senza negazione. La tradizione teologica ortodossa di ahl al-sunnah wa al-jamāʿah lo afferma con fermezza: Allah ﷻ ama, nel senso che il termine porta quando riferito a Lui, senza che questa maḥabbah assomigli in alcun modo all’amore umano, e senza che richieda un organo o uno stato psicologico. È una realtà dell’essere divino che la rivelazione attesta e che la ragione non può misurare perché trascende ogni misura creaturale. Al-Ghazālī rahimahullāh nell’Iḥyāʾ ʿUlūm al-Dīn, nel capitolo sull’amore e sulla shawq, descrive la maḥabbah divina come una delle realtà più elevate verso cui il cuore del credente può orientarsi: comprendere che Allah ﷻ ama determinati servitori significa comprendere che quella qualità attira su di sé una vicinanza divina che non ha paragoni nel creato.
Il Qurʾān altrove enumera molte categorie di chi Allah ﷻ ama: ama i muḥsinīn (coloro che eccellono nel bene), i tawwābīn (coloro che si pentono), i mutaṭahhirīn (coloro che si purificano), i muttaqīn (coloro che temono Allah ﷻ con consapevolezza), i mutawakkilīn (coloro che si affidano a Lui). Ognuna di queste categorie descrive una qualità del cuore o della pratica religiosa. Al-muqsiṭūn si inseriscono in questo orizzonte, ma portano una caratteristica specifica: la loro qualità si esprime primariamente nella relazione con gli altri, nella giustizia che si pratica nel mondo. La maḥabbah di Allah ﷻ abbraccia, dunque, non solo l’interiorità devota e la pratica rituale; abbraccia il modo in cui si tratta il prossimo, con quale misura si distribuisce ciò che si ha da distribuire, con quale metro si giudica chi si ha da giudicare.
Fermiamoci sui tre contesti coranici in cui questa dichiarazione compare, perché ognuno porta qualcosa di preciso.
Il primo si trova nella Sūrat al-Māʾidah (5:42). Il versetto parla della funzione del giudizio, dell’arbitrato tra le persone, e conclude con l’ingiunzione: “wa aqsiṭ, inna Allāha yuḥibbu al-muqsiṭīn”, “e agisci con equità, certamente Allah ﷻ ama coloro che agiscono con equità.” Il contesto è quello della giustizia istituzionale nel senso ampio: chi giudica, chi decide, chi arbitra tra persone in disputa ha l’obbligo preciso del qisṭ, dell’equità. Al-Qurṭubī rahimahullāh nel suo al-Jāmiʿ li-Aḥkām al-Qurʾān commenta estesamente questo versetto sottolineando che il qisṭ nel giudizio non è semplice neutralità: è la ricerca attiva della misura giusta, il dare a ciascuno esattamente ciò che gli spetta senza eccedere e senza diminuire. Chi giudica tra le persone porta una responsabilità che il Qurʾān collega direttamente alla maḥabbah divina: chi la onora con il qisṭ riceve l’amore di Allah ﷻ; chi la tradisce con l’ingiustizia si trova nella posizione di chi ha perso qualcosa di inestimabile.
Il secondo contesto è nella Sūrat al-Ḥujurāt (49:9). Questo versetto parla di qualcosa di molto concreto: due gruppi di credenti in conflitto, e l’obbligo di riconciliarli. Allah ﷻ ordina: “fa-in fāʾat fa-aṣliḥū baynahumā bi-l-ʿadli wa aqsiṭū, inna Allāha yuḥibbu al-muqsiṭīn”, “se [il gruppo che era in torto] torna [alla pace], riconciliateli con giustizia e agite con equità, certamente Allah ﷻ ama coloro che agiscono con equità.” Qui il qisṭ non è nell’aula del giudice: è nello spazio comunitario, nella mediazione tra persone che hanno litigato. Chi si mette nel mezzo, non per prendere le parti di qualcuno, non per fare favori, ma per portare equità e riconciliazione autentica: quella persona è muqsiṭ, e quella persona è amata da Allah ﷻ. Questo versetto porta il qisṭ dentro la vita quotidiana della comunità, nei rapporti tra famiglie, tra vicini, tra gruppi. Non è qualcosa che si pratica solo sui grandi palcoscenici del potere; è qualcosa che si pratica nell’atto di chi interviene tra due fratelli in disputa per portarli a una pace giusta, non a una pace che nasconde il marcio sotto il tappeto.
Il terzo contesto è forse il più sorprendente, e merita la massima attenzione. Nella Sūrat al-Mumtaḥanah (60:8), Allah ﷻ dice: “lā yanhākumu Allāhu ʿan alladhīna lam yuqātilūkum fī al-dīni wa lam yukhrijūkum min diyārikum an tabarrūhum wa tuqsiṭū ilayhim, inna Allāha yuḥibbu al-muqsiṭīn”, “Allah ﷻ non vi proibisce di essere buoni e di agire con equità verso coloro che non vi hanno combattuto per la religione e non vi hanno cacciato dalle vostre case. Certamente Allah ﷻ ama coloro che agiscono con equità.” Il contesto è quello della relazione con i non-musulmani che non sono in stato di conflitto aperto con i credenti. E Allah ﷻ non si limita a permettere la buona condotta verso di loro: dichiara che chi agisce con qisṭ anche in questo rapporto è amato da Lui. La maḥabbah divina raggiunge, attraverso il qisṭ, anche la sfera delle relazioni interreligiose e intercomunitarie. Questo non è un’apertura modernista al relativismo: è la dottrina classica, radicata nel Qurʾān stesso, che afferma la giustizia come valore che supera i confini della comunità interna e raggiunge chiunque si abbia di fronte.
C’è un ḥadīth che il Profeta ﷺ pronunciò sui muqsiṭīn e che la tradizione ha preservato nelle raccolte autentiche. Ṣaḥīḥ Muslim (1827, Kitāb al-Imārah) riporta: “inna al-muqsiṭīna ʿinda Allāhi ʿalā manābira min nūr, ʿan yamīni l-Raḥmāni ʿazza wa jalla, wa kiltā yadayhi yamīn: alladhīna yaʿdilūna fī ḥukmihim wa ahlīhim wa mā walū”, “Certamente i muqsiṭīn saranno, presso Allah ﷻ, su palchi di luce, alla destra del Misericordioso, Potente e Maestoso, e entrambe le Sue mani sono destre: coloro che sono giusti nei loro giudizi, verso le loro famiglie, e in ciò di cui si sono fatti responsabili.”
Questo ḥadīth va letto con la consapevolezza metodologica che la tradizione asharita e māturīdita applica a qualsiasi testo che descriva attributi divini in forma figurativa: la menzione della “destra di al-Raḥmān” (yamīn al-Raḥmān) è un’espressione di onore e vicinanza, non una descrizione fisica. La precisazione nel testo stesso, “wa kiltā yadayhi yamīn” (“entrambe le Sue mani sono destre”), i commentatori classici l’hanno interpretata come un’indicazione che non c’è limitazione né differenza nelle modalità della grazia divina: tutto ciò che viene da Allah ﷻ è puro dono, pura generosità, senza le imperfezioni che la lateralità implica negli esseri creati. Al-Nawawī rahimahullāh nel suo commento a Ṣaḥīḥ Muslim affronta questa espressione con la sobrietà metodologica che caratterizza la tradizione ortodossa: si afferma il kamāl (la perfezione) di Allah ﷻ e si nega qualsiasi tashbīh (assimilazione alla creatura), senza negare la realtà di ciò che la rivelazione afferma.
La struttura di questo ḥadīth è teologicamente ricca. I muqsiṭīn sono “presso Allah ﷻ” (ʿinda Allāhi): un’espressione di vicinanza e di onore. Sono “su palchi di luce” (ʿalā manābira min nūr): la luce è nel Qurʾān uno dei simboli della realtà divina e della grazia; essere su palchi di luce è essere in uno stato di dignità e manifestazione che gli altri possono vedere. E questa condizione appartiene a chi ha praticato il qisṭ in tre sfere precise: nel ḥukm (il giudizio, le decisioni che si prendono e che riguardano altri), nell’ahl (la famiglia, il cerchio domestico), e nel mā walū (ciò di cui ci si è fatti responsabili in senso più ampio, le posizioni di cura o di autorità che si occupano nella vita).
Questa triplice articolazione del qisṭ nel ḥadīth merita un’analisi precisa, perché mostra come la giustizia islamica non sia riservata a chi ha potere pubblico.
La prima sfera è quella del ḥukm, il giudizio. Chiunque abbia mai dovuto decidere qualcosa che riguardasse un’altra persona sta esercitando una forma di ḥukm: il genitore che decide come distribuire risorse o attenzioni tra i figli, l’insegnante che valuta uno studente, il datore di lavoro che assegna compiti, chi gestisce risorse comuni in un’associazione o in una moschea, chi arrotonda i conti in un gruppo di amici, chi arbitra una disputa tra colleghi. La giustizia nel giudizio non è prerogativa dei giudici professionali: è una responsabilità che tocca ogni musulmano che si trovi in una posizione, anche minima, di decisione che riguarda gli altri.
La seconda sfera è quella dell’ahl, la famiglia. Il qisṭ in famiglia è qualcosa che la tradizione islamica ha sempre trattato con grande serietà. Il Profeta ﷺ disse in un ḥadīth riportato in Ṣaḥīḥ al-Bukhārī (Kitāb al-nikāḥ): “kullukum rāʿin wa kullukum masʾūlun ʿan raʿiyyatihi”, “ognuno di voi è pastore e ognuno di voi sarà interrogato sul suo gregge.” Il padre nella sua casa, la madre nella sua responsabilità domestica, il figlio adulto nel trattamento dei propri genitori anziani: tutti portano la responsabilità del qisṭ in questo cerchio intimo. E spesso è proprio qui che il qisṭ è più difficile da praticare, perché le relazioni familiari sono dense di aspettative, di emozioni, di storie precedenti che colorano ogni decisione. Chi riesce a essere giusto in famiglia, proprio perché questo richiede il superamento dei propri affetti distorti o dei propri risentimenti, pratica una forma di qisṭ che la tradizione spirituale islamica considera tra le più elevate.
La terza sfera è quella del mā walū, ciò di cui ci si è fatti responsabili in senso più ampio. Il termine walī (وَلِيّ) in questo contesto non ha la dimensione mistica del walī come “amico di Allah ﷻ”: ha la dimensione giuridica e morale del tutore, del responsabile, del guardiano. Chi ha accettato un incarico, chi ha detto “me ne occupo io”, chi ha ricevuto una fiducia o un mandato: questi portano la responsabilità del qisṭ in ciò che gestiscono. Non è solo il governante o il responsabile di una grande istituzione; è chiunque abbia mai detto “lascia fare a me” su qualcosa che riguardasse altri.
C’è un nome di Allah ﷻ che si connette direttamente a questa realtà: al-Muqsiṭ (المقسط), il Giusto-Equo, Colui che distribuisce la giustizia perfetta. Questo nome appartiene alla tradizione classica dei Asmāʾ Allāh al-Ḥusnā, i nomi più belli di Allah ﷻ. Al-Ghazālī rahimahullāh nel suo al-Maqṣad al-Asnā fī Sharḥ Maʿānī Asmāʾ Allāh al-Ḥusnā elabora questo principio fondamentale: ogni nome divino porta con sé, per il servo che lo contempla e cerca di avvicinarsi alla sua realtà, un programma di vita. Allah ﷻ è al-Muqsiṭ: Lui solo lo è in modo assoluto, senza possibilità di errore o di stortura. Il servo si avvicina a questo attributo nella misura in cui porta il qisṭ nelle sue relazioni, sapendo che la propria giustizia è sempre parziale, sempre limitata, sempre bisognosa della correzione divina. Ma proprio questo avvicinamento è il percorso.
Il rapporto tra il nome divino e la qualità umana nella tradizione islamica non è quello di un’imitazione impossibile: è quello di un orientamento, di una direzione di viaggio. Al-Qushayrī rahimahullāh nella sua Risālah usa il termine takhallaq bi-akhlāq Allāhi, “adornarsi dei caratteri di Allah ﷻ”, per descrivere il percorso spirituale del credente che contempla i nomi divini e cerca di far fiorire in sé le realtà umane che vi corrispondono. Il qisṭ umano non sarà mai il qisṭ divino; ma il credente che coltiva il qisṭ si avvicina, nella misura creaturale possibile, alla qualità di al-Muqsiṭ.
C’è una dimensione della giustizia islamica che emerge dalla lettura combinata del versetto della Sūrat al-Mumtaḥanah e del ḥadīth dei palchi di luce, ed è una dimensione che la comunità islamica contemporanea in Europa fa bene a contemplare con attenzione.
La Sūrat al-Mumtaḥanah colloca il qisṭ anche nel rapporto con i non-musulmani che non sono in conflitto con i credenti. Nella realtà italiana ed europea, questo è il contesto quotidiano di quasi ogni musulmano: colleghi non musulmani, vicini non musulmani, datori di lavoro non musulmani, compagni di scuola non musulmani. Il versetto dice che Allah ﷻ non proibisce la bontà (birr) e l’equità (qisṭ) verso di loro; anzi, dichiara il Suo amore per chi agisce con qisṭ in questo rapporto. La giustizia nei confronti di un non-musulmano che non ha arrecato danno non è una concessione diplomatica: è un atto per il quale Allah ﷻ dichiara la Sua maḥabbah.
Questo ha implicazioni pratiche immediate. Pagare correttamente chi lavora per te, anche se non è musulmano. Onorare un contratto con un’azienda non islamica. Non frodare il fisco del paese in cui si vive. Trattare il vicino di appartamento con rispetto e correttezza. Distribuire con equità all’interno del posto di lavoro, anche quando si ha potere di non farlo. Tutto questo rientra nel cerchio del qisṭ che Allah ﷻ ama.
Il Qurʾān non costruisce una geografia morale in cui il qisṭ vale solo all’interno della Ummah: costruisce una geografia universale della giustizia in cui Allah ﷻ, che è Rabb al-ʿālamīn (il Signore dei mondi, di tutti i mondi), ama la giustizia ovunque si manifesti, da chiunque venga praticata, verso chiunque venga esercitata.
Al-Ghazālī rahimahullāh nell’Iḥyāʾ ʿUlūm al-Dīn, nel Kitāb al-ḥalāl wa-l-ḥarām, tratta la giustizia nei rapporti economici e professionali con una precisione che rimane urgente oggi. Il qisṭ nel peso e nella misura, nelle transazioni commerciali, nella distribuzione dei pagamenti, nella puntualità degli impegni: questi non sono dettagli tecnici del fiqh senza dimensione spirituale. Sono la forma concreta che la maḥabbah divina prende nella vita ordinaria. Chi porta il qisṭ nel modo in cui gestisce il proprio denaro, i propri impegni, le proprie relazioni commerciali, sta compiendo un atto di ʿibādah (adorazione) nel senso pieno del termine: sta facendo di una parte ordinaria della vita uno spazio in cui la maḥabbah di Allah ﷻ può manifestarsi.
Il Qurʾān in diversi luoghi associa l’ingiustizia nella misura e nel peso al fasād, alla corruzione della terra (Sūrat Hūd 11:85, Sūrat al-Raḥmān 55:7-9): “wa aqīmū al-wazna bi-l-qisṭi wa lā tukhsirū al-mīzān”, “e mantenete il peso con equità, e non diminuite la bilancia.” L’immagine della bilancia (mīzān, ميزان) è nel Qurʾān sia la bilancia materiale sia la bilancia cosmica, quella con cui Allah ﷻ pesa le azioni nel Giorno del Giudizio. Chi impara a essere giusto nella propria piccola bilancia quotidiana si prepara a stare con dignità davanti alla grande bilancia.
C’è un aspetto del qisṭ che merita attenzione specifica perché è spesso il più dimenticato: la giustizia verso se stessi. La tradizione islamica conosce il concetto di ẓulm al-nafs (ظلم النفس), l’ingiustizia che si fa a se stessi, che il Qurʾān usa spesso per descrivere il peccato come una forma di danno che il credente porta sulla propria anima. Il qisṭ come misura giusta si applica anche qui: darsi la cura che si deve avere, non esaurirsi fino a non avere più nulla da dare agli altri, riconoscere i propri limiti senza né gonfiarli né negarli, trattarsi con la stessa equità che si dovrebbe ai propri figli o ai propri studenti. Non è egoismo; è la condizione perché la giustizia verso gli altri sia sostenibile nel tempo.
Al-Ghazālī nell’Iḥyāʾ tratta il tema del ḥaqq al-nafs, il diritto dell’anima su se stessa, come parte dell’equilibrio spirituale del credente. Chi trascura la propria anima in nome di doveri verso gli altri non è uno zāhid eroico: è qualcuno che sta esercitando una forma di ingiustizia verso se stesso che finirà per danneggiare anche chi lo circonda. Il qisṭ che il Qurʾān ama è quello integrale, quello che parte dall’interno e si espande verso l’esterno senza distruggere chi lo pratica.
Il ḥadīth di Ṣaḥīḥ Muslim descrive i muqsiṭīn su palchi di luce. La luce, nella simbologia coranica, è la realtà di Allah ﷻ stesso: Allāhu nūru l-samāwāti wa l-arḍ (Sūrat al-Nūr, 24:35), “Allah ﷻ è la luce dei cieli e della terra.” Essere su palchi di luce è essere in una prossimità alla realtà divina che non ha forma mondana equivalente. Non è solo una ricompensa estrinseca, un premio che si riceve per un servizio reso: è la conseguenza naturale di aver riflesso nel proprio comportamento creaturale qualcosa della realtà di al-Muqsiṭ. Chi porta la giustizia nel mondo porta, nella misura creaturale possibile, un riflesso della luce divina; e alla fine dei giorni viene ricongiunto con quella stessa luce in modo che il Qurʾān descrive come una stazione di onore immenso.
C’è qualcosa di straordinario nel fatto che questa promessa sia rivolta non solo a chi ha esercitato il qisṭ in palcoscenici grandi e visibili, ma anche a chi lo ha esercitato nell’ahl, nella famiglia, in quella sfera privata e quotidiana che il mondo non vede. I palchi di luce sono riservati anche a chi ha distribuito il proprio affetto tra i propri figli con equità, anche a chi ha ascoltato con la stessa attenzione il figlio più silenzioso e quello più rumoroso, anche a chi ha trattato la propria madre anziana con la stessa dignità che riserva ai colleghi importanti. Questa giustizia ordinaria e invisibile, Allah ﷻ la vede, la conta, la ama.
“Inna Allāha yuḥibbu al-muqsiṭīn.” Non è un invito a un eroismo raro. È un invito a portare la misura giusta, ogni giorno, in ogni spazio in cui si ha qualcosa da distribuire, qualcosa da giudicare, qualcosa di cui farsi responsabili. È il modo in cui la vita ordinaria diventa spazio della maḥabbah divina.
Che Allah ﷻ ci faccia parte di coloro che Egli ama.
Susanna Gagliano
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