Dhū al-Ḥijjah sconto 20% nei primi dieci giorni, poi 15% fino alla fine del mese Scopri i percorsi
Madrassat an-Noor

Al-barzakh: la vita nella tomba nell’aqīdah asharita

C’è un momento, nella vita di quasi ogni musulmano, in cui la domanda si fa concreta e urgente: non astratta come nelle lezioni, non filosfica come nei libri, ma vera, immediata, personale. Accade davanti a una tomba, o nell’istante in cui si chiude il sudario su qualcuno che si amava. Cosa succede adesso? Dove se n’è andata questa persona? Cos’è, questo spazio che si apre tra la morte e il giorno in cui tutto verrà ricapitolato?

L’Islam non lascia il credente solo con il silenzio davanti a queste domande. Ha una risposta precisa, tecnicamente elaborata, dottrinalmente fondamentale: la dottrina del barzakh (البرزخ), lo spazio intermedio tra la morte individuale e la resurrezione collettiva. Ed è una dottrina che vale la pena studiare con attenzione, non solo per il conforto che può dare in momenti difficili, ma perché rivela qualcosa di essenziale sul modo in cui l’Islam concepisce la persona umana, la continuità dell’esistenza, e la relazione tra il mondo visibile e quello invisibile.

La parola barzakh in arabo classico designa una barriera, un istmo, uno spazio di separazione che si trova tra due cose senza appartenere pienamente né all’una né all’altra. Il Qurʾān usa questa parola in tre contesti, e in ognuno di essi il significato di soglia, di confine invalicabile, è centrale. Il versetto di riferimento per il barzakh come stato post-mortem è nella Sūrat al-Muʾminūn (23:100): “wa-min warāʾihim barzakhun ilā yawmi yubʿathūn”“Davanti a loro vi è un barzakh fino al Giorno in cui saranno resuscitati.” Il contesto immediato è quello di un’anima che al momento della morte chiede di tornare nel mondo per fare ciò che non ha fatto; la risposta è questa barriera invalicabile, questo “davanti a loro” che blocca ogni ritorno e che durerà fino alla resurrezione. Già nel testo coranico, dunque, il barzakh non è semplicemente un luogo fisico: è uno stato ontologico, una condizione di esistenza che non è più vita mondana e non è ancora vita dell’aldilà nella sua pienezza.

L’aqīdah ortodossa di ahl al-sunnah wa al-jamāʿah, tanto nella formulazione asharita quanto in quella māturīdita, tratta il barzakh come verità di fede obbligatoria (wājib al-iʿtiqād). Non è una questione secondaria, non è un’elaborazione tardiva, non è folklore islamizzato: è parte del credo fondamentale del credente, enunciato esplicitamente nei principali testi di ʿaqīdah della tradizione. L’ʿAqīdah al-Ṭaḥāwiyyah, il trattato di credo dell’imām Abū Jaʿfar al-Ṭaḥāwī rahimahullāh (morto nel 321 AH), uno dei testi di riferimento più autorevoli dell’ortodossia hanafita-māturīdita, afferma la realtà del ʿadhāb al-qabr (la punizione nella tomba) e del naʿīm al-qabr (la pace nella tomba) come verità confermate dalla rivelazione, senza che sia lecito negarle o allegorizzarle. Questa posizione è ripresa e argomentata nel dettaglio da al-Taftāzānī rahimahullāh nel suo Sharḥ al-ʿAqāʾid al-Nasafiyyah, che rimane uno degli strumenti principali per comprendere la posizione māturīdita sulle questioni dell’escatologia.

Cosa si intende esattamente per ʿadhāb al-qabr, punizione della tomba (ʿadhāb al-qabr, عذاب القبر), e per naʿīm al-qabr, beatitudine della tomba (naʿīm al-qabr, نعيم القبر)? I testi di ʿaqīdah classici sono unanimi nell’affermare la loro realtà, e gli aḥādīth autentici nelle sei raccolte canoniche li confermano con una molteplicità di trasmissioni che non lascia spazio al dubbio metodologico. Ṣaḥīḥ al-Bukhārī e Ṣaḥīḥ Muslim riportano entrambi aḥādīth del Profeta ﷺ sulla realtà del ʿadhāb al-qabr, sull’interrogatorio nella tomba, e sulla richiesta di protezione da esso che il Profeta ﷺ faceva parte delle sue preghiere abituali. Nei libri di du’āʾ di entrambe le raccolte si trova la formula di protezione dal ʿadhāb al-qabr come parte della preghiera che il Profeta ﷺ insegnava ai Compagni. Questo non è un dettaglio marginale: il fatto che la protezione da ʿadhāb al-qabr fosse parte della preghiera quotidiana insegnata dal Profeta ﷺ indica il peso dottrinale che le prime generazioni attribuivano a questa realtà.

La questione che la ʿaqīdah asharita e māturīdita risolve con particolare cura è quella della natura del soggetto che vive il barzakh: chi è, esattamente, a essere punito o benedetto nella tomba? Questa domanda tocca la comprensione islamica della persona umana, della relazione tra corpo e anima, e del modo in cui questa relazione si trasforma con la morte.

La posizione ortodossa, elaborata dai teologi classici, è che il ʿadhāb al-qabr e il naʿīm al-qabr siano reali e coinvolgano la persona nella sua integralità, sebbene in un modo che non è identico a quello della vita mondana né a quello della resurrezione finale. La rūḥ (روح), l’anima, non scompare con la morte fisica: continua a esistere, in un rapporto con il corpo sepolto che i teologi classici descrivono come presente ma non pienamente determinabile nei suoi dettagli. Imām al-Taftāzānī distingue tra ciò che è affermato dalla rivelazione e deve essere creduto, e ciò che appartiene alla kayfiyyah (la “modalità”, كيفية), cioè al “come” preciso di questa relazione, che è materia di tafwīḍ, cioè di sospensione della determinazione e rimessione alla scienza di Allah ﷻ.

Il tafwīḍ (تفويض) è uno dei concetti chiave dell’ʿaqīdah asharita e māturīdita, e la sua applicazione al barzakh è illuminante. Tafwīḍ non significa ignoranza né agnosticismo religioso: significa riconoscere il confine tra ciò che la rivelazione ha reso conoscibile e ciò che ha deliberatamente lasciato nell’ambito del mistero. L’ʿaqīdah ortodossa afferma che il barzakh è reale, che la punizione e la beatitudine nella tomba sono reali, che la rūḥ continua a esistere dopo la morte in un rapporto con il corpo sepolto, che ci sarà un interrogatorio (suʾāl, سؤال) da parte dei due angeli; su queste affermazioni non c’è margine di dubbio o di interpretazione allegorica. Ma sui dettagli di “come” tutto questo avvenga, sull’esatta natura ontologica della rūḥ in questo stato intermedio, sul modo preciso in cui il corpo partecipa alla punizione o alla beatitudine: su questi punti il tafwīḍ è la risposta corretta, non la speculazione azzardata.

C’è una scena ricorrente nei testi di ʿaqīdah e negli aḥādīth che riguarda il barzakh: quella dell’interrogatorio nella tomba da parte dei due angeli Munkar e Nakīr (منكر ونكير). La presenza di questi due angeli, e le domande che pongono al defunto, sono confermate da aḥādīth riportati in Sunan al-Tirmidhī, Sunan Abī Dāwūd e Musnad Aḥmad ibn Ḥanbal tra gli altri. Le domande riguardano tre cose essenziali: chi è il Signore del defunto, qual è la sua religione, e chi è il Profeta che gli è stato inviato. Le risposte a queste domande – o l’incapacità di risponderle – determinano la natura dell’esperienza nel barzakh. Questa struttura narrativa non è mero folklore: è teologia. Dice che il momento della morte è il momento in cui si confronta la propria fede vissuta, la propria ʿaqīdah profonda, non solo quella dichiarata. L’imām al-Ghazālī rahimahullāh nell’Iḥyāʾ ʿUlūm al-Dīn, nel libro sulla meditazione della morte (dhikr al-mawt), usa l’interrogatorio di Munkar e Nakīr per sottolineare l’urgenza della preparazione interiore: che la ʿaqīdah diventi radicamento, non semplice enunciazione.

Fermiamoci su un punto che genera spesso confusione nelle comunità islamiche contemporanee, anche tra persone di buona fede. Qualcuno afferma che il ʿadhāb al-qabr sia una credenza introdotta tardivamente, che non abbia fondamento coranico diretto, o che debba essere interpretata in senso puramente allegorico come “sofferenza spirituale.” Questa posizione, che si trova in certi ambienti modernisti e riformisti, è in diretta contraddizione con la tradizione classica dell’ʿaqīdah sunnita. Il Qurʾān non la nega: la Sūrat Ghāfir (40:46) descrive il fuoco che circonda la famiglia del Faraone mattina e sera, prima della resurrezione, il che i commentatori classici interpretano come riferimento alla punizione nel barzakh. La Sūrat al-Fajr (89:27-30) descrive l’accoglienza dell’anima tranquilla (al-nafs al-muṭmaʾinnah) nel momento del ritorno al Signore, in un contesto che suggerisce una continuità dell’esperienza oltre la morte. Il Profeta ﷺ cercava rifugio da ʿadhāb al-qabr nelle proprie preghiere con una regolarità che le fonti autentiche documentano chiaramente. Negarlo sarebbe contraddire non solo la tradizione teologica ma la pratica profetica stessa.

L’ʿaqīdah asharita elabora la questione del barzakh anche in relazione alla comprensione della rūḥ, l’anima umana. Questo è uno degli ambiti in cui il tafwīḍ è più esplicito, perché il Qurʾān stesso, nella Sūrat al-Isrāʾ (17:85), risponde alla domanda sulla rūḥ con una delle affermazioni più sobrie della rivelazione: “wa-mā ūtītum mina l-ʿilmi illā qalīl┓Non vi è stato dato della conoscenza se non poco.” I teologi classici prendono questo versetto sul serio. Non si avventurano in descrizioni dettagliate della natura metafisica dell’anima, della sua composizione, del modo esatto in cui sopravvive al corpo: affermano che sopravvive, che continua a esistere, che ha una relazione con il corpo sepolto, e si fermano là dove la rivelazione si ferma. Al-Taftāzānī nel suo Sharḥ è esplicito: la rūḥ non è il corpo fisico, ma non è neanche semplicemente una qualità del corpo; ha un’esistenza propria che persiste dopo la morte fisica. La sua natura precisa appartiene alla scienza di Allah ﷻ.

C’è una dimensione del barzakh che tocca direttamente la vita pratica dei credenti, e che ha implicazioni giuridiche e spirituali concrete: la questione del duʿāʾ per i defunti (الدعاء للأموات) e della sua efficacia. La tradizione islamica ortodossa afferma che il duʿāʾ per i defunti li raggiunge nel barzakh e può essere causa di sollievo per loro. Questa credenza è confermata da aḥādīth autentici: il Profeta ﷺ insegnò la preghiera funebre come un atto di intercessione (shafāʿah) per il defunto, e il Qurʾān stesso ordina di chiedere perdono per i propri genitori credenti (Sūrat Ibrāhīm, 14:41). Il legame tra il barzakh e la responsabilità dei vivi verso i morti è dunque teologicamente fondato, non sentimentale. La comunità che prega per i propri morti non sta facendo un gesto di conforto psicologico: sta esercitando una forma di carità che, nella dottrina islamica, ha effetti reali in un piano d’esistenza che continua.

Questo ha implicazioni dirette sulla questione della visita alle tombe (ziyārat al-qubūr), un argomento su cui le comunità islamiche italiane ed europee si trovano spesso al centro di dispute dottrinali alimentate da posizioni salafite che tentano di vietare ciò che la tradizione hanafita e asharita ha sempre considerato permesso, se non consigliato. Il Profeta ﷺ visitava le tombe dei Compagni, salutava i defunti nelle tombe di al-Baqīʿ con formule che presuppongono che i defunti sentano il saluto, e insegnò ai Compagni a fare lo stesso. Questi aḥādīth sono in Ṣaḥīḥ Muslim e nelle altre raccolte canoniche. La posizione hanafita è che la visita alle tombe sia permessa per gli uomini e le donne, che il saluto ai defunti sia sunnah, e che il duʿāʾ per loro in quel contesto sia un atto di pietà. La base dottrinale di tutto questo è la credenza nel barzakh come stato reale in cui il defunto continua ad esistere in modo che gli permette di ricevere il saluto e di beneficiare del duʿāʾ.

Vale la pena fermarsi su cosa distingue questa posizione dalla superstizione o dalla devianza dottrinale, perché il confine esiste ed è importante. La visita alla tomba è lecita; il chiedere direttamente al defunto di fare qualcosa come se fosse capace di agire in modo indipendente da Allah ﷻ sarebbe un errore dottrinale. Salutare il defunto e chiedere ad Allah ﷻ di avere misericordia di lui: lecito e sunnah. Credere che il defunto, in quanto spirito nel barzakh, possa intercedere per chi glielo chiede attraverso il meccanismo del tawassul ortodosso: posizione della tradizione hanafita-asharita. Credere che il defunto agisca autonomamente e indipendentemente da Allah ﷻ: errore dottrinale da correggere. La distinzione è teologicamente precisa, anche se nella pratica popolare a volte si confonde.

La dottrina del barzakh, nella sua versione ortodossa asharita e māturīdita, offre al credente qualcosa di prezioso: un quadro dottrinale in cui la morte non è un muro opaco dopo il quale non c’è nulla che riguardi i vivi, ma non è neanche un’apertura illimitata su un regno accessibile e manipolabile attraverso pratiche non fondate sulla rivelazione. È uno spazio reale, governato da regole divine che la rivelazione ha reso conoscibili nei loro contorni essenziali, mantenendo nella sfera del mistero i dettagli che appartengono alla scienza di Allah ﷻ. Il credente conosce abbastanza per sperare per chi ama, per pregare per chi è morto, per prepararsi alla propria morte con consapevolezza; non conosce abbastanza da trasformare il barzakh in un oggetto di fantasie o in uno strumento di pratiche non autenticate dalla tradizione.

Il Profeta ﷺ chiedeva protezione da ʿadhāb al-qabr ogni giorno. Questo dato, nella sua semplicità, dice tutto: il barzakh era per lui una realtà da prendere sul serio, da prepararsi ad affrontare, da trattare con la stessa serietà con cui si tratta ogni prova di questa vita. La fede nel barzakh non è dunque un elemento accessorio dell’ʿaqīdah islamica: è parte di quella visione integrale dell’esistenza umana che colloca il credente in un orizzonte più ampio della sola vita mondana, in un rapporto con Allah ﷻ che non si interrompe con la morte fisica ma continua, cambia forma, e attende la sua compimento nel Giorno in cui ogni anima vedrà ciò che ha inviato davanti a sé.

Che Allah ﷻ ci protegga dal ʿadhāb al-qabr, ci doni il naʿīm al-qabr, e ci faccia morire con la testimonianza della fede sulle labbra.

Susanna Gagliano


Articoli correlati:

Se vuoi studiare questi temi con metodo

Non fermarti a un singolo articolo su al-barzakh

Se desideri fare ordine tra ʿaqīdah, vita futura, tomba e grandi temi dell’aldilà, il passo più utile è entrare in uno studio guidato: prima con una base chiara, poi con un percorso serio e continuativo.

📸 instagram.com/madrassatannoorscuola | ▶️ youtube.com/@madrassatannoorscuola | 🎵 tiktok.com/@madrassatannoor_islam

Susanna Gagliano
Susanna Gagliano

Susanna Gagliano, fondatrice e docente di Madrassat an-Noor. Scrive e insegna su lingua araba, Qur’an, fiqh, ḥadīth, sīrah, ʿaqīdah e studi islamici con percorsi 1:1 in lingua italiana.

Articoli: 54

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *