
Juwayriyyah bint al-Ḥārith: la donna che liberò cento famiglie
Ci sono storie nella Sīra che trasformano in modo irreversibile il modo in cui si legge la storia dell’Islam. La storia di Juwayriyyah bint al-Ḥārith رضي الله عنها è una di queste. Non perché sia drammatica nel senso spettacolare del termine, non perché contenga battaglie o miracoli visibili, ma perché la sua struttura interna rivela una dinamica di dignità, libertà e misericordia collettiva che non ha equivalenti nella letteratura del tempo, forse nella letteratura in assoluto.
Juwayriyyah era la figlia di al-Ḥārith ibn Abī Ḍirār, capo dei Banū al-Muṣṭaliq, una tribù araba che nel 5 AH (o secondo alcune fonti nel 6 AH) si era organizzata per attaccare la comunità musulmana di Medina. Il Profeta ﷺ lanciò una spedizione preventiva; lo scontro, noto come la Battaglia di al-Muraysiʿ o Battaglia dei Banū al-Muṣṭaliq, si concluse con una netta vittoria islamica. I prigionieri di guerra, tra i quali c’era Juwayriyyah, furono distribuiti tra i Compagni secondo le regole del tempo.
Lei fu assegnata come schiava a Thābit ibn Qays رضي الله عنه (o, secondo alcune varianti della narrazione, a un altro dei Compagni; le fonti presentano alcune divergenze su questo dettaglio secondario, concordando sulla sostanza degli eventi). Era la figlia di un capo tribù. Aveva una dignità da preservare, una coscienza del proprio valore, e una determinazione che le fonti descrivono con rispetto. Non si rassegnò alla sua nuova condizione: chiese di stipulare un contratto di manomissione (mukātabah, مكاتبة), la via legale che il diritto islamico aveva già codificato per consentire allo schiavo di acquistare la propria libertà pagando una somma concordata.
La mukātabah era, nei termini del fiqh islamico classico, un diritto del servo che chiedeva di essere riconosciuto: se lo schiavo era capace di guadagnare e pagare, il padrone era vivamente incoraggiato – e secondo molti fuqahāʾ obbligato – ad accettare il contratto. Il Qurʾān lo afferma esplicitamente nella Sūrat al-Nūr (24:33): “Wa-llīna yabtaghūna l-kitāba mimmā malakat aymānukum fa-kātibūhum in ʿalimtum fīhim khayran” – “Quelli dei vostri schiavi che desiderano il contratto di manomissione, stipulatelo con loro se riconoscete in loro del bene.” Juwayriyyah conosceva questo versetto, o lo apprese presto; in ogni caso, si mosse con piena consapevolezza delle proprie possibilità giuridiche.
Il problema era che la somma del suo contratto di manomissione era troppo alta per i mezzi che aveva. Nessuna proprietà, nessuna fonte di reddito: aveva perso tutto nella sconfitta della sua tribù. E allora fece quello che il diritto islamico consentiva e che la sua dignità le suggeriva: andò direttamente al Profeta ﷺ.
Le fonti narrano questa scena con dettagli precisi. ʿĀʾishah bint Abī Bakr رضي الله عنها, moglie del Profeta ﷺ, descrive l’ingresso di Juwayriyyah nella propria stanza: una donna bella, notevole, con una presenza che colpiva chi la guardava. Juwayriyyah si presentò al Profeta ﷺ e gli espose la situazione: era la figlia di un capo tribù, era finita in schiavitù per le conseguenze della guerra, aveva stipulato un contratto di manomissione con una somma che non riusciva a pagare, e si rivolgeva a lui chiedendo aiuto. La richiesta era formale, legale, dignitosa: non una supplica, ma la presentazione di una necessità giuridica a chi aveva la capacità e l’autorità di risolverla.
Il Profeta ﷺ rispose con una proposta che andava oltre il semplice aiuto economico. Le offerse di pagare il suo contratto di manomissione per intero, e poi le propose il matrimonio. Juwayriyyah accettò. Entrò nella famiglia del Profeta ﷺ come Umm al-Muʾminīn, madre dei credenti, e il suo nome fu cambiato: si chiamava Barra prima di questo momento; divenne Juwayriyyah, un nome scelto dal Profeta ﷺ con la cura con cui si dà un nome a chi ricomincia.
Fin qui, la struttura narrativa potrebbe sembrare quella di una vicenda personale straordinaria ma circoscritta: una donna che recupera la propria libertà attraverso la propria determinazione e il matrimonio con il Profeta ﷺ. Ma è qui che la storia apre una dimensione che supera la vicenda individuale e diventa un avvenimento collettivo di proporzioni notevoli.
Quando i Compagni del Profeta ﷺ seppero del matrimonio, la reazione fu immediata e unanime: liberarono tutti i prigionieri di guerra dei Banū al-Muṣṭaliq che ancora tenevano nelle loro case. Il ragionamento era semplice e potente insieme: “Come possiamo tenere prigionieri i parenti del Profeta ﷺ?” Non c’era stato alcun ordine formale. Non c’era stata nessuna norma giuridica nuova. C’era solo la coscienza morale di una comunità che aveva capito da sola dove si trovava il confine dell’adab.
ʿĀʾishah رضي الله عنها, che pure era la moglie che più delle altre poteva guardare con riserva l’arrivo di una nuova co-moglie giovane e attraente, disse di Juwayriyyah qualcosa che le fonti tramandano con la forza di un’epitome. Nelle parole di Sunan Abī Dāwūd (Kitāb al-nikāḥ), ʿĀʾishah disse: “Non ho mai visto una donna che fosse per il suo popolo una benedizione più grande di lei.” Non un complimento di circostanza, non una valutazione diplomatica: una testimonianza precisa, pronunciata da chi era nella posizione migliore per osservare, su quello che accadde come conseguenza di una singola domanda di libertà.
Si calcola che fossero liberati circa cento famiglie, dunque cento unità domestiche di prigionieri. Non decine di individui: centinaia di persone, intere reti familiari, restituite alla libertà come effetto diretto di una donna che aveva avuto il coraggio e la lucidità di andare a chiedere ciò che le spettava.
Qui è necessario fermarsi su una questione che riguarda la comprensione moderna di questa storia, perché c’è un malinteso che si ripresenta. La storia di Juwayriyyah non è “il momento in cui una donna fu salvata dal matrimonio con il Profeta ﷺ”. Juwayriyyah non era passiva: era il soggetto attivo della propria vicenda. Fu lei a cercare la mukātabah. Fu lei ad andare dal Profeta ﷺ. Fu lei ad accettare il matrimonio come via verso la libertà piena e verso uno status che, nella società del tempo, le restituiva dignità e protezione. E fu la sua scelta a innescare la liberazione di centinaia di persone. Ridurre questa storia a una narrativa di salvezza maschile significa fraintendere sia la struttura giuridica dell’evento sia il carattere della protagonista.
C’è anche una dimensione teologica che vale la pena esplorare. La Sīra è piena di momenti in cui le conseguenze di un atto si allargano in cerchi concentrici molto più ampi dell’atto stesso, come se la bontà avesse una fisica propria, una tendenza a espandersi oltre le intenzioni originarie. Juwayriyyah non era andata dal Profeta ﷺ pensando di liberare cento famiglie: era andata per liberare se stessa. Ma la catena degli effetti che partì da quella domanda coraggiosa non aveva una logica meccanica, aveva la logica della barakah, quella qualità di benedizione che nei testi islamici classici non è mai solo soggettiva ma si manifesta in conseguenze reali, tangibili, misurabili.
Juwayriyyah visse a lungo. Sopravvisse al Profeta ﷺ, e continuò a praticare la fede con la stessa intensità con cui aveva portato avanti la propria liberazione. Si racconta che la si trovasse spesso impegnata nel dhikr, nel ricordo di Allah, in lunghi periodi di preghiera e riflessione. Quando Muʿāwiyah ibn Abī Sufyān رضي الله عنه divenne califfo, aveva con lei rapporti di rispetto, come con tutte le Madri dei Credenti. Morì nel 50 AH, o secondo alcune fonti nel 56 AH, e fu sepolta nel cimitero di al-Baqīʿ a Medina.
La sua storia parla ai musulmani del ventunesimo secolo su diversi livelli. Il primo è quello del diritto: Juwayriyyah usa la mukātabah, uno strumento giuridico preciso, per rivendicare qualcosa a cui ha diritto. Non aspetta la buona volontà di qualcuno: si muove dentro le strutture legali che l’Islam le mette a disposizione. Questo ci dice che la Sharīʿah, nella sua architettura classica, non è un sistema di obblighi imposti: è anche un sistema di diritti garantiti, di strumenti che il credente può usare per navigare la propria condizione umana con dignità.
Il secondo livello riguarda il coraggio di chiedere. C’è nella cultura islamica popolare, soprattutto tra le donne, una tendenza a confondere l’umiltà con il silenzio, la rassegnazione con la pietà. La storia di Juwayriyyah smonta questo equivoco in modo definitivo: fu il suo coraggio di avanzare una richiesta a innescare una delle catene di misericordia più notevoli della Sīra. Il silenzio non avrebbe liberato nessuno.
Il terzo livello è quello della barakah collettiva: come le azioni individuali radicate nella rettitudine si espandono oltre i confini dell’individuo. Questo principio non è solo spirituale; ha una logica comunitaria precisa. Ogni azione giusta, nel tessuto della comunità islamica, produce onde che non si possono controllare né prevedere, ma che hanno una direzione: verso il bene, verso la liberazione, verso la misericordia.
ʿĀʾishah رضي الله عنها aveva ragione: non si conosce, nella storia del primo Islam, una donna che sia stata per il proprio popolo una benedizione più grande di lei. E il suo popolo non erano solo i Banū al-Muṣṭaliq: era chiunque, leggendo questa storia, capisce che la propria libertà si conquista anche con la forza di una domanda ben posta.
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NOTA METODOLOGICA: La narrazione è tratta principalmente da Sunan Abī Dāwūd, Kitāb al-nikāḥ, e dalla Sīra di Ibn Hishām. La frase di ʿĀʾishah رضي الله عنها è attestata in Sunan Abī Dāwūd. Il numero di famiglie liberate è citato con varianti nelle fonti (la cifra di “cento famiglie” appare nelle versioni più diffuse della narrazione). L’esatta identità del Compagno a cui Juwayriyyah fu assegnata presenta varianti nelle catene di trasmissione.






