
Predestinazione e Libertà: il Hadith Muyassarun e il Kasb
Iʿmalū fa-kullun muyassarun li-mā khuliqa lah. (Bukhārī e Muslim)
“Agite: ognuno è facilitato verso ciò per cui è stato creato.” (Bukhārī, Kitāb al-Qadar; Muslim, Kitāb al-Qadar)
C’è un hadith che ha fatto tremare i teologi dell’Islam per secoli, che ha animato controversie accademiche di straordinaria profondità, e che nella comprensione superficiale ha indotto molti credenti a un’angoscia silenziosa: se siamo “facilitati” verso un destino già stabilito, a cosa servono le nostre scelte? Se siamo stati creati per qualcosa, non siamo semplicemente dei burattini che recitano una parte già scritta?
Il hadith è tramandato da ʿAlī ibn Abī Ṭālib raḍiyallāhu ʿanhu in una narrazione che i compilatori delle raccolte canoniche hanno trasmesso in forma autentica sia in Bukhārī che in Muslim. La scena: il Profeta ﷺ era seduto con i Compagni raḍiyallāhu ʿanhum con in mano un piccolo bastone, disegnando tratti nella polvere. Poi disse: “Non c’è nessuno tra voi che non abbia già il suo posto stabilito nel Paradiso o nel Fuoco”. Un Compagno chiese: “O Messaggero di Allah, non dovremmo allora affidarci a ciò che è già scritto per noi e smettere di compiere azioni?” Il Profeta ﷺ rispose: “Agite; ognuno è facilitato verso ciò per cui è stato creato”. Poi recitò i versetti 92:5-10: “Quanto a colui che dona e teme Allah e crede nella cosa buona, gli faciliteremo il percorso verso l’agio; quanto a colui che è avaro e si ritiene indipendente e smentisce la cosa buona, gli faciliteremo il percorso verso la difficoltà.”
La risposta del Profeta ﷺ alla domanda del Compagno è di un’intelligenza teologica che richiede analisi. Il Compagno aveva posto l’alternativa classica del determinismo: se tutto è già scritto, l’azione è superflua. Il Profeta ﷺ non risponde a questa domanda sul piano in cui è formulata – non dice “sì, è tutto scritto, quindi agite ugualmente per obbedienza cieca” né dice “no, il destino dipende da voi, scrivete voi la vostra storia”. Risponde spostandosi su un piano diverso: la taysīr (facilitazione). Non dice che siete costretti verso qualcosa, ma che siete “facilitati” (muyassarun) verso ciò per cui siete stati creati. E poi cita versetti in cui è la scelta dell’individuo – il donare o l’avarizia, il credere o il rinnegare – a determinare quale percorso viene facilitato per lui.
Questo è il cuore del problema teologico, e la tradizione islamica ortodossa ha impiegato secoli di raffinato lavoro intellettuale per articolare una risposta che rispettasse simultaneamente due verità rivelate: che Allah è il creatore di tutto, incluse le azioni umane, e che l’essere umano è responsabile delle proprie scelte, e sarà giudicato per esse.
Per comprendere come l’aqīdah sunnita ha risolto questa tensione, è necessario entrare nella dottrina del kasb (الكسب), che in italiano può essere reso come “acquisizione” o “appropriazione”. È il termine tecnico centrale nell’aqīdah asharita, e a chi non lo conosce richiede una spiegazione precisa.
L’Imām Abū l-Ḥasan al-Ashʿarī rahimahullah, nel IX-X secolo dell’Era Cristiana, si trovava di fronte a due posizioni teologiche che giudicava entrambe difettose. Da un lato, i Jabriyya (i deterministi), che affermavano che l’essere umano non ha alcuna vera capacità di scelta, che i suoi atti sono interamente creati e determinati da Allah senza che lui vi partecipi realmente, e che di conseguenza non si può parlare di responsabilità morale autentica né di merito o colpa. Dall’altro, i Muʿtazilah (i razionalisti), che per salvare la giustizia divina avevano affermato che l’essere umano crea i propri atti attraverso un potere autonomo ricevuto da Allah; il che implicava l’esistenza di “creatori” multipli accanto ad Allah subḥānahu wa Taʿālā, una posizione che al-Ashʿarī giudicava incompatibile con la tawḥīd.
La soluzione asharita distingue due aspetti dell’atto umano: il khalq (la creazione) e il kasb (l’acquisizione). La creazione dell’atto appartiene ad Allah – Egli è il creatore di ogni cosa, comprese le azioni degli esseri umani, come afferma esplicitamente Q 37:96: wa Allāhu khalaqakum wa mā taʿmalūn – “Allah vi ha creati insieme a ciò che fate”. Ma l’atto viene “acquisito” dal credente attraverso la sua volontà e la sua scelta: il credente lo fa proprio, lo fa suo, e in questo senso è responsabile di esso. Il kasb è la reale partecipazione dell’essere umano al proprio atto, non una finzione giuridica: è la qualità che fa sì che l’atto sia genuinamente “dell’uomo” anche se creato da Allah.
La posizione maturidita – la teologia hanafita per eccellenza, elaborata dall’Imām Abū Manṣūr al-Māturīdī rahimahullah di Samarcanda nel X secolo – è simile nel risultato ma con un’accentuazione diversa. Al-Māturīdī insiste sulla realtà dell’istiṭāʿah (الاستطاعة), la capacità dell’essere umano di agire. Nella posizione maturidita, questa capacità precede l’atto: l’essere umano ha, prima di compiere l’azione, una reale capacità di compierla o di non compierla, e questa capacità è il fondamento della sua responsabilità morale. I teologi hanafiti successivi – in particolare al-Māturīdī nel Kitāb al-Tawḥīd e i commentatori dell’ʿAqāʾid al-Nasafī, come al-Taftāzānī rahimahullah nel suo Sharḥ al-ʿAqāʾid al-Nasafiyya – hanno sviluppato questa dottrina con grande precisione tecnica. La differenza tra la posizione asharita e quella maturidita sulla collocazione temporale dell’istiṭāʿah (se è contemporanea all’atto o la precede) è una delle più eleganti controversie intra-sunnite della storia del kalām, e non ha conseguenze pratiche sulla condotta del credente né sulla struttura morale del sistema.
Ciò che unifica entrambe le posizioni – asharita e maturidita – contro i Jabriyya e i Muʿtazilah è il rifiuto di due errori complementari. Il primo errore è il jabr (الجبر), il determinismo che svuota la responsabilità umana: “ho commesso questo peccato perché Allah lo aveva scritto, quindi non sono responsabile”. Il secondo errore è il tafwīḍ al-khāliṣ nel senso radicale, l’idea che l’essere umano sia un creatore autonomo dei propri atti, indipendente dalla volontà di Allah. Il primo elimina la morale; il secondo elimina la tawḥīd. L’aqīdah sunnita mantiene entrambi i poli: Allah è il creatore di tutto ciò che esiste, e l’essere umano è realmente responsabile delle proprie scelte.
Tornando al hadith: iʿmalū – “agite” – è un imperativo. Non è un suggerimento consolatorio. Il Profeta ﷺ non dice “tranquilizzatevi, tutto è già scritto”; dice “agite”. Il fatto che ognuno sia “facilitato” verso ciò per cui è stato creato non riduce l’essere umano a un automa: descrive la compatibilità profonda tra la natura dell’essere umano e la via che Allah gli ha destinato. Chi è stato creato per la fede, per la rettitudine, per l’adorazione – e questo è lo stato originario di ogni essere umano, il fiṭrah (la disposizione naturale originaria di cui parla il hadith trasmesso da Bukhārī e Muslim: “Kullu mawlūdin yūladu ʿalā l-fiṭrah” – “ogni bambino nasce sulla fiṭrah”) – trova che la via della rettitudine si apre a lui, che le azioni buone producono facilità, che la scelta del bene genera una progressiva capacità di scegliere il bene. E chi si allontana da questa via trova che la difficoltà si moltiplica: non come punizione arbitraria, ma come conseguenza intrinseca di uno schiena voltata all’orientamento naturale dell’anima.
Questo corrisponde esattamente a ciò che i versetti coranici citati dal Profeta ﷺ dopo il hadith descrivono. Q 92:5-7: “Quanto a colui che dà, è timorevole, e crede nella cosa buona (al-ḥusnā), Gli faciliteremo il percorso verso l’agio (al-yusrā).” Q 92:8-10: “Quanto a colui che è avaro, si ritiene autosufficiente e smentisce la cosa buona, Gli faciliteremo il percorso verso la difficoltà (al-ʿusrā).” La parola yusrā è la stessa radice di yassiru nel principio profetico citato in precedenza. La facilitazione che si riceve non è uno sconto sul cammino: è la progressiva consonanza tra la propria vita e la propria natura più profonda, quando quella vita è allineata con Allah; o la progressiva attrito tra la propria vita e sé stessi, quando quella vita è voltata al contrario.
C’è un’implicazione pratica di questa dottrina che i classici hanno sempre messo in evidenza e che vale sottolineare. Il kasb e l’istiṭāʿah non danno all’essere umano il diritto di attribuirsi meriti in modo orgoglioso: se l’atto buono è “mio” nella misura in cui lo faccio mio attraverso la mia volontà, è comunque “di Allah” nella misura in cui Egli lo ha creato e Lui ha facilitato il mio cammino verso di esso. Il credente che comprende questa dottrina non diventa né fatalista (“tanto è tutto deciso, cosa faccio a fare”) né arrogante (“ho conquistato la mia rettitudine con il mio sforzo autonomo”): diventa qualcuno che agisce con tutta la propria energia e poi attribuisce ad Allah il fondamento di quella capacità di agire. Al-Ghazālī rahimahullah nell’Iḥyāʾ descrive questo equilibrio come la qualità dello shukr (riconoscenza): riconoscere che la capacità di compiere il bene non è nostra proprietà ma un dono, mentre continuiamo a esercitarla con tutto l’impegno di cui siamo capaci.
La dottrina del kasb ha anche un’implicazione fondamentale per la comprensione del peccato. Chi pecca non è giustificato dal fatto che “era scritto”: il kasb (l’acquisizione dell’atto) lo rende responsabile. Ma chi pecca nemmeno si trova in una condizione irreparabile di dannazione inevitabile: se l’atto era “suo” nel compierlo, anche il ritorno (tawbah) è “suo” nel compierlo, e il percorso verso la rettitudine rimane aperto. Il versetto Q 39:53 – qul yā ʿibādiya l-ladhīna asrafū ʿalā anfusihim lā taqnaṭū min raḥmati Llāhi – “Di’: O Miei servitori che avete ecceduto contro voi stessi, non disperate della misericordia di Allah” – è la diretta conseguenza pratica di questa teologia: se l’essere umano ha davvero capacità di scelta, ha anche capacità di tornare.
Un confronto con la storia della teologia islamica aiuta a capire quanto questa dottrina sia stata fondamentale. I Jabriyya – che negavano la capacità umana e quindi la responsabilità – avrebbero reso il taklīf (l’obbligo religioso) una finzione crudele: come si può obbligare qualcuno che non ha reale capacità di scegliere? I Muʿtazilah – che attribuivano all’essere umano una creazione autonoma dei propri atti – avrebbero compromesso la tawḥīd e la completa sovranità divina. L’aqīdah sunnita, asharita e maturidita, ha trovato il punto in cui entrambi i valori coesistono senza annullarsi: la sovranità assoluta di Allah, e la responsabilità reale dell’essere umano. Questo equilibrio non è un compromesso retorico: è una posizione teologica precisa con fondamenti testuali, a cui i grandi mutakallimūn dell’Islam hanno dedicato secoli di lavoro intellettuale rigoroso.
Il hadith iʿmalū fa-kullun muyassarun, compreso in questo quadro, non è uno spavento teologico ma una liberazione pratica. Non dice che sei un burattino. Dice: agisci, perché la via della rettitudine è stata creata con te, per te, e si apre sotto i tuoi piedi man mano che la percorri. Il destino non è il binario fisso di un treno: è il frutto progressivo di una serie di scelte che si influenzano a vicenda, in un sistema in cui Allah conosce ogni cosa, crea ogni cosa, e tuttavia il tuo “sì” e il tuo “no” sono realmente tuoi.
Susanna Gagliano
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