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Jawharah al-Tawḥīd: il Poema che Insegna il Credo alla Ummah

La Jawharah al-Tawḥīd non è solo un poema da memorizzare: è una piccola architettura del credo sunnita, una gemma dottrinale che ha viaggiato dall’Egitto all’Africa occidentale, da al-Azhar al Sud-est asiatico, formando generazioni di studenti nella conoscenza di Allāh ﷻ.


Nelle madrase dell’Africa occidentale, tra i Fulani del Senegal e della Nigeria, c’è un testo che ogni studente deve memorizzare prima di passare al livello successivo. Non è un manuale, non è un trattato in prosa, non è una raccolta di ḥadīth. È un poema: 144 versi in metro rajaz, scritti da un sapiente egiziano del XVII secolo, che comprimono in poche pagine l’intero credo ashʿarita. Lo stesso testo compare nei curriculum di al-Azhar al Cairo, nelle ḥalaqāt di Zanzibar, nelle università islamiche del Daghestan, nelle scuole tradizionali del sud-est asiatico, dove è stato tradotto in malese-jawi e ha dato vita alla dottrina delle “Venti Qualità” (Sifat Dua Puluh) insegnata in tutta la regione. Questo poema si chiama Jawharah al-Tawḥīd, “La Gemma del Tawḥīd”, e il suo autore è l’Imām Burhān al-Dīn Ibrāhīm al-Laqqānī al-Mālikī رحمه الله (m. 1041 H / 1631 d.C.).

La storia della Jawharah inizia con un gesto di obbedienza. Al-Laqqānī, sapiente mālikita di alto rango, muftī, muḥaddith, e teologo, la compose su indicazione del suo maestro spirituale, Aḥmad al-Sharnūbī, che gli suggerì di condensare i fondamenti della teologia ashʿarita in una forma memorizzabile. La scelta del verso non fu un vezzo estetico: nella tradizione islamica, il naẓm (la messa in versi di un contenuto didattico) è una tecnologia pedagogica consolidata da secoli. In un’epoca in cui la trasmissione del sapere era prevalentemente orale, il verso in metro rajaz, con il suo ritmo cadenzato e le sue rime regolari, permetteva allo studente di memorizzare contenuti complessi con una facilità che la prosa non consente. L’Alfiyyah di Ibn Mālik per la grammatica araba funziona sullo stesso principio. La Jawharah fa lo stesso per la teologia.

Ma sarebbe un errore grave ridurre la Jawharah a un espediente mnemonico. Il testo è un edificio dottrinale preciso, costruito con la cura di un giurista e la profondità di un teologo. Copre tre grandi aree: le ilāhiyyāt (ciò che riguarda Allāh ﷻ: i Suoi attributi necessari, impossibili e ammissibili), le nubuwwāt (la profezia: gli attributi dei Profeti عليهم السلام, la loro infallibilità, la loro missione), e le samʿiyyāt (le verità rivelate accettate per fede: la vita nell’Aldilà, il castigo della tomba, la resurrezione, la bilancia delle azioni, il Ṣirāṭ, il Paradiso e il Fuoco). In aggiunta, al-Laqqānī inserisce cenni sulle gerarchie tra i Compagni, sui fondamenti della giurisprudenza, e su elementi di etica e spiritualità. Tutto in 144 versi.

La struttura teologica della Jawharah segue il metodo classico ashʿarita nella sua formulazione più didattica. Allāh ﷻ ha venti attributi necessari (ṣifāt al-wujūb), ciascuno dei quali ha un corrispondente attributo impossibile (ṣifāt al-istiḥālah), e un attributo ammissibile (jāʾiz). Questa sistematizzazione, che risale al grande teologo algerino al-Sanūsī رحمه الله (m. 895 H) e alla sua Umm al-Barāhīn, è lo scheletro su cui al-Laqqānī costruisce il suo poema. Il primo attributo necessario è l’Esistenza (al-wujūd): Allāh esiste necessariamente, e la Sua inesistenza è razionalmente impossibile. Seguono l’Eternità senza inizio (al-qidam), la Permanenza senza fine (al-baqāʾ), la Dissomiglianza da tutto il creato (mukhālafatuhu li-l-ḥawādith), l’Autosufficienza (qiyāmuhu bi-nafsihi), l’Unicità (al-waḥdāniyyah). E poi gli attributi della perfezione: la Vita (al-ḥayāh), il Sapere (al-ʿilm), la Volontà (al-irādah), la Potenza (al-qudrah), l’Udito (al-samʿ), la Vista (al-baṣar), la Parola (al-kalām). Ogni attributo viene non solo enunciato, ma dimostrato razionalmente: al-Laqqānī non chiede allo studente di accettare per inerzia, ma di comprendere perché questi attributi sono necessari.

C’è un verso della Jawharah che merita di essere analizzato per la sua portata, perché contiene in sé il principio metodologico che separa la teologia sunita classica dal letteralismo. Al-Laqqānī scrive: wa kullu naṣṣin awhama al-tashbīha, awwilhu aw fawwiḍ wa nazzihi (“Per ogni testo che possa suggerire similitudine [con il creato], interpretalo [taʾwīl] o affidane il significato [tafwīḍ] ad Allāh, ma in ogni caso afferma la trascendenza [tanzīh]”). In un solo verso, al-Laqqānī consegna allo studente la chiave di lettura di tutti gli āyāt mutashābihāt, i versetti coranici che menzionano la “mano di Allāh”, il “volto di Allāh”, l’istiwāʾ sul Trono: non sono descrizioni fisiche. Sono testi la cui apparenza potrebbe suggerire similitudine (tashbīh) tra Allāh e le creature. La risposta ortodossa è duplice: o li interpreti in modo coerente con la trascendenza divina (taʾwīl: “mano” = potenza; “volto” = essenza), o affidi ad Allāh il loro significato preciso (tafwīḍ) negando comunque il senso letterale corporeo. Ciò che non puoi fare, mai, in nessun caso, è leggerli come se Allāh avesse un corpo, membra, una forma. Questo è tashbīh, ed è la posizione che l’intero edificio teologico ashʿarita è stato costruito per confutare.

La forza della Jawharah sta nella sua capacità di rendere accessibile questa complessità. Uno studente di quattordici anni, in una madrasa del Mali o del Senegal, che memorizza i versi sulla trascendenza divina, sta assimilando un principio teologico che lo proteggerà per tutta la vita dalle derive letteraliste e antropomorfiste. Non sa ancora spiegare in dettaglio la differenza tra taʾwīl e tafwīḍ, ma ha nel cuore e nella memoria il verso che dice: nazzihi, “afferma la trascendenza”. E quando, anni dopo, incontrerà su internet chi gli dice che Allāh “ha letteralmente una mano” o che “è seduto sul Trono in un senso reale”, quel verso riaffiorerà. Questa è la funzione del naẓm didattico: non è solo memorizzazione; è immunizzazione.

C’è anche un aspetto della Jawharah che raramente viene discusso ma che è fondamentale: la sua trattazione della profezia (nubuwwāt). Al-Laqqānī dedica una sezione del poema agli attributi dei Profeti عليهم السلام: la veridicità (ṣidq), l’affidabilità (amānah), la trasmissione del messaggio (tablīgh) e l’immunità dal peccato (ʿiṣmah). Ogni attributo ha il suo contrario impossibile: è impossibile che un Profeta menta, tradisca, nasconda parte del messaggio, o commetta peccati gravi. Questa sistematizzazione non è un esercizio astratto: è la base dottrinale su cui poggia la fiducia nella Sunnah. Se il Profeta ﷺ è ṣādiq (veritiero) per necessità teologica, allora ciò che riporta è affidabile per necessità teologica. Se è amīn (affidabile) per necessità teologica, allora la trasmissione del Dīn attraverso di lui è integra. Chi mina questi attributi, anche inconsapevolmente, sta minando le fondamenta dell’intero edificio dell’Islām. Lo studente che memorizza i versi della Jawharah sulla ʿiṣmah acquisisce un anticorpo intellettuale contro ogni tentativo, antico o moderno, di relativizzare l’autorità profetica.

Altrettanto significativa è la sezione sulle samʿiyyāt, le verità accettate per via della trasmissione rivelata. Qui al-Laqqānī tratta ciò che la ragione da sola non può stabilire ma che il musulmano accetta perché Allāh e il Suo Profeta ﷺ lo hanno comunicato: il castigo della tomba (ʿadhāb al-qabr), la resurrezione (al-baʿth), la bilancia delle azioni (al-mīzān), il Ṣirāṭ, l’intercessione (al-shafāʿah), il Paradiso e il Fuoco. Ogni punto è enunciato nel poema e poi sviluppato nel commento di al-Bājūrī con le prove coraniche e profetiche pertinenti. Questa sezione è particolarmente rilevante per il musulmano contemporaneo che vive in un contesto secolarizzato, dove il discorso sull’Aldilà è spesso percepito come superstizione o fantasia. La Jawharah fornisce una struttura: non “credo nell’Aldilà perché mi spaventa la morte”, ma “credo nell’Aldilà perché Allāh, che è Ṣādiq (veritiero) per necessità, lo ha comunicato attraverso i Suoi Profeti che sono ṣādiqūn per necessità”. La fede non si regge sulla paura; si regge sulla coerenza del sistema.

La storia della ricezione della Jawharah è essa stessa una lezione di storia islamica. Al-Laqqānī stesso scrisse tre commenti al suo poema, tra cui il monumentale ʿUmdat al-Murīd, che arriva a circa 2.400 pagine: una dimostrazione del fatto che ogni verso del poema è, in realtà, la porta d’ingresso di un universo di argomentazioni. Suo figlio, ʿAbd al-Salām al-Laqqānī, compose un commento intitolato Ithāf al-Murīd, che divenne a sua volta oggetto di glosse e annotazioni marginali (tra cui la celebre Ḥāshiyah al-Amīr). Ma il commento più influente, quello che ha formato generazioni di studenti da al-Azhar all’Africa sub-sahariana, è la Tuḥfat al-Murīd ʿalā Jawharah al-Tawḥīd dell’Imām Ibrāhīm al-Bājūrī رحمه الله (m. 1277 H / 1860 d.C.), il grande Shaykh di al-Azhar che era shāfiʿita nel fiqh e ashʿarita nella ʿaqīdah. Il commento di al-Bājūrī è considerato il più affidabile e chiaro: spiega ogni verso, presenta le diverse opinioni teologiche, e offre un livello di dettaglio che permette allo studente intermedio di passare dalla memorizzazione alla comprensione profonda.

E poi c’è l’altra storia, quella meno nota ma altrettanto significativa: la Jawharah che viaggia. Tradotta in fulfulde nell’Africa occidentale, dove i sapienti Fulani la consideravano essenziale quanto il Qurʾān per la formazione del credente. Tradotta in malese-jawi nel sud-est asiatico, dove ha dato vita a un’intera tradizione teologica locale. Tradotta in tedesco nel 1848, in francese nel 1896, in italiano nel 1901, in inglese nel 1930: i primi orientalisti europei la studiarono perché capirono che per comprendere la teologia islamica sunnita bisognava partire da lì. Nel Daghestan contemporaneo, fa ancora parte del curriculum universitario di studi islamici. Un poema di 144 versi, composto in Egitto nel XVII secolo, è presente in forma viva in almeno quattro continenti. Questa non è letteratura: è infrastruttura dottrinale.

Perché la Jawharah ha avuto questo successo? Non solo per la qualità del verso o la completezza del contenuto, ma per un principio pedagogico che al-Laqqānī ha applicato con maestria: la gradualità. La Jawharah non inizia con le questioni più complesse; inizia con la Bismillāh, con la lode ad Allāh, con la ṣalāh sul Profeta ﷺ, e poi procede passo dopo passo, dal semplice al complesso, dal fondamentale al dettagliato. Lo studente che la memorizza non viene sommerso di informazione; viene condotto. Ogni verso presuppone quello precedente, e prepara quello successivo. Questa architettura pedagogica è la ragione per cui un maestro può insegnare la Jawharah a uno studente di livello base usando solo il testo, e a uno studente avanzato usando il commento di al-Bājūrī: lo stesso poema funziona a strati di profondità diversi.

Questo è un punto che merita riflessione, soprattutto per noi musulmani in Italia e in Europa. Viviamo in un contesto in cui l’educazione religiosa è frammentata: un khuṭbah qui, un video su YouTube là, un post su Instagram, un corso online di tre ore. Niente di sbagliato in questi strumenti, ma non sostituiscono un curriculum. La Jawharah è l’esempio vivente di cosa significa un curriculum: un testo strutturato, memorizzabile, commentabile, che viene insegnato con un maestro qualificato e che forma le basi su cui tutto il resto si costruisce. Senza queste basi, il musulmano europeo è esposto a qualunque vento dottrinale: oggi ascolta un sapiente ashʿarita e gli sembra tutto chiaro; domani guarda un video di un predicatore letteralista e non ha gli strumenti per capire dove sta l’errore. La Jawharah, e i testi del suo calibro, sono esattamente quegli strumenti.

L’assenza di questi testi dalla formazione dei musulmani italofoni è una delle lacune più gravi del nostro panorama educativo. In Italia, la stragrande maggioranza dei musulmani non ha mai sentito nominare la Jawharah, l’Umm al-Barāhīn, il Sharḥ al-ʿAqāʾid al-Nasafiyyah o la Risālah di al-Qushayrī. Conosce magari i nomi di predicatori contemporanei, segue pagine Instagram di divulgazione, ma non ha mai toccato un matn classico di ʿaqīdah con le mani. E la conseguenza si vede: confusione dottrinale diffusa, incapacità di distinguere un argomento ashʿarita da uno letteralista, vulnerabilità alle narrazioni settarie che frammentano la comunità. Non si tratta di erudizione fine a se stessa; si tratta di protezione. Il musulmano che conosce la Jawharah sa cosa crede e sa perché lo crede. Quello che non la conosce dipende dall’ultimo oratore che ha ascoltato, e se quell’oratore sbaglia, lui non ha modo di accorgersene.

Al-Laqqānī, nella sua introduzione alla Jawharah, esprime un concetto che al-Bājūrī riprende e sviluppa nel commento: il primo obbligo (awwal wājib) per il musulmano adulto è la conoscenza di Allāh, non per sentito dire (taqlīd), ma con comprensione razionale (naẓar). Questo non significa che ogni musulmano debba diventare un mutakallim (un teologo speculativo); significa che la fede non può ridursi a “credo perché mi hanno detto così”. Deve poggiare su fondamenta: saper spiegare perché Allāh esiste, perché è Uno, perché non somiglia a nulla del creato, perché ha inviato i Profeti عليهم السلام. La Jawharah dà al musulmano comune esattamente questo: un’architettura razionale della fede che non è filosofia astratta, ma base operativa della shahādah.

Il contrasto con ciò che circola oggi è doloroso. La teologia online è spesso ridotta a slogan: “Allāh è sopra il Trono” senza spiegare cosa significhi nel metodo ashʿarita; “il Qurʾān è chiaro, non serve il kalām” senza capire che il kalām è nato proprio per difendere il Qurʾān dalle interpretazioni devianti; “segui il Qurʾān e la Sunnah” come se i primi a farlo non fossero stati esattamente gli ashʿariti e i māturīditi che hanno protetto la dottrina della Ummah per un millennio. La Jawharah è l’antidoto a questa superficialità: un testo che insegna non solo cosa credere, ma perché crederlo, con argomentazioni razionali che un liceale può comprendere se gli vengono spiegate con cura.

Per chi ha studiato la Jawharah, la ʿaqīdah non è un insieme di affermazioni da ripetere a pappagallo; è un edificio logico dove ogni mattone sostiene quello superiore. E la bellezza di quell’edificio, per chi lo vede da dentro, è tale che al-Laqqānī poté scrivere nel suo poema: wa kullu naṣṣin awhama al-tashbīha, awwilhu aw fawwiḍ wa nazzihi: interpreta, affida, ma sempre, sempre, afferma la trascendenza. Questo verso è il battito cardiaco della teologia sunnita. Ogni volta che lo reciti, stai riaffermando che Allāh ﷻ non somiglia a nulla di ciò che la tua mente può immaginare, che è oltre ogni forma e ogni luogo, che è laysa ka-mithlihi shayʾ (“non c’è nulla di simile a Lui”, 42:11). E in questa affermazione, che il naẓm rende musica, c’è tutto il tawḥīd.

La Jawharah attende ancora una traduzione italiana commentata che sia all’altezza della tradizione scolastica che l’ha generata. Quando arriverà, e inshāʾAllāh arriverà, sarà un servizio immenso alla comunità musulmana italofona: darle accesso a un testo che, per quattro secoli, ha costruito i fondamenti della fede di milioni di credenti. Fino ad allora, chi vuole studiare seriamente la ʿaqīdah dovrà cercare un maestro qualificato che gli insegni i mutūn classici con il metodo tradizionale, verso per verso, concetto per concetto. Non c’è scorciatoia. E, al-ḥamdu lillāh, non ce n’è bisogno: il cammino stesso è il premio.

Allāhumma thabbitnā ʿalā al-ʿaqīdah al-ṣaḥīḥah, wa-jʿalnā min ahl al-ʿilm wa al-fahm wa al-khashyah.

Susanna Gagliano


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Susanna Gagliano
Susanna Gagliano

Susanna Gagliano, fondatrice e docente di Madrassat an-Noor. Scrive e insegna su lingua araba, Qur’an, fiqh, ḥadīth, sīrah, ʿaqīdah e studi islamici con percorsi 1:1 in lingua italiana.

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