
I sette ahruf e le qiraʾat del Qur’an: cosa sono davvero e perché non è un problema
Una sera di ramadan, qualche anno fa, una sorella convertita mi scrisse preoccupata. Aveva sentito in un video online che “il Qur’an esiste in sette versioni diverse”. Stava cercando di capire se questo fosse vero e cosa significasse per la sua fede. Non era la prima volta che ricevevo questa domanda, e non sarà l’ultima. La questione dei sette ahruf e delle qiraʾat coraniche è una di quelle che, in mancanza di una spiegazione precisa, può sembrare destabilizzante. Con una spiegazione precisa, invece, si rivela essere una delle prove più affascinanti della conservazione miracolosa del Qur’an.
Cominciamo dalla storia, perché le idee si capiscono meglio nel momento in cui nascono.
ʿUmar ibn al-Khattab رضي الله عنه era in moschea a Medina quando udì Hisham ibn Hakim ibn Hizam رضي الله عنه recitare la Sura al-Furqan in un modo che non aveva mai sentito prima. Era sicuro di conoscere quella sura esattamente come gliela aveva insegnata il Profeta Muhammad ﷺ: quella recitazione era diversa. L’impulso di ʿUmar رضي الله عنه fu immediato: prese Hisham per la veste prima ancora che finisse la preghiera e lo condusse dal Profeta ﷺ. La scena è descritta nel hadith con quel tocco di verosimiglianza umana che caratterizza le narrazioni più autentiche. “Chi ti ha insegnato a recitare così?” chiese ʿUmar رضي الله عنه. “Il Messaggero di Allah ﷺ.” “Menti: io l’ho imparata dal Messaggero di Allah ﷺ in modo diverso.” Il Profeta ﷺ li ascoltò entrambi recitare, approvò entrambe le recitazioni e disse la frase che è diventata uno dei fondamenti della scienza coranica: “Questo Qur’an è stato rivelato su sette ahruf: recitate da esso in ciò che è facile per voi” (Sahih al-Bukhari, Kitab Fada’il al-Qur’an; Sahih Muslim, Kitab al-Musafirin).
Due uomini. La stessa sura. Due modi diversi di recitarla. Entrambi corretti. Entrambi insegnati dal Profeta ﷺ stesso.
Questa è la chiave per capire tutto il resto.
L’Arabia del VII secolo non era un’entità linguistica omogenea. I Quraysh di Mecca parlavano il loro dialetto; i Tamim del nord-est avevano il loro; gli Hudhayl della regione di Mecca il loro ancora; i diversi clan e tribù del Hijaz, del Najd, dello Yemen avevano ciascuno sfumature fonologiche, morfologiche e lessicali proprie. Tutte queste varietà rientravano nell’arabo, ma le differenze erano reali e percepibili. Quando il Qur’an cominciò a essere appreso dai musulmani provenienti da queste diverse tribù, insegnarlo nella sola pronuncia qurayshita avrebbe reso inutilmente difficile la recitazione per chi era cresciuto con un sistema fonetico diverso. Allah ﷻ, nella Sua misericordia, permise che il Qur’an fosse recitato secondo diverse modalità fonologiche e linguistiche, conservando il significato rivelato mentre si adattava alla varietà naturale dell’arabo parlato.
Ma cosa sono esattamente gli ahruf? Il termine (huruf, plurale di harf, letteralmente “lettera” o “modo”) ha prodotto più di quaranta interpretazioni diverse nella letteratura degli ʿulama’, come ricordava Ibn Hibban rahimahullah già nel X secolo. Tra le posizioni più solide e meglio documentate nella tradizione sunnita vi è quella che li identifica con sette modi di recitazione, corrispondenti grosso modo a sette dialetti o varietà linguistiche dell’arabo della penisola arabica all’epoca della rivelazione. Altre interpretazioni importanti li identificano con sette dimensioni del significato coranico: il proibito e il lecito, il chiaro e il figurato, il generale e il particolare, le narrazioni, il simile, il dissimile, e le parabole, in varie classificazioni proposte dai grandi dottori della tradizione. Le due interpretazioni non si escludono necessariamente, e la questione rimane uno dei capitoli più ricchi e affascinanti delle ʿulum al-Qur’an, le scienze coraniche.
Quello che è certo, e su cui vi è accordo tra gli ʿulama’, è che gli ahruf indicano una concessione divina (rukhsah) che facilitò l’apprendimento e la trasmissione del Qur’an in un’epoca in cui la scrittura non era diffusa e la trasmissione orale era il mezzo principale di conservazione. I diversi ahruf erano insegnati dal Profeta ﷺ e trasmessi con autorità profetica: non erano varianti inventate dai Compagni né corruzioni accidentali.
Poi arrivò il periodo del Califfato di ʿUthman ibn ʿAffan رضي الله عنه (23-35 H), e con esso una crisi che rese necessaria una delle decisioni più importanti della storia islamica. L’Islam si era espanso rapidamente fuori dall’Arabia, nelle regioni di Siria, Iraq, Persia, Egitto. Musulmani di origini e background linguistici diversissimi imparavano il Qur’an da Compagni diversi che si trovavano in città diverse. Hudhayfa ibn al-Yaman رضي الله عنه, tornando da una campagna militare in Armenia e Azerbaijan, riferì a ʿUthman رضي الله عنه di aver visto qualcosa che lo aveva turbato profondamente: soldati musulmani di diverse regioni che litigavano sulla recitazione del Qur’an, ciascuno insistendo che la sua fosse l’unica corretta, e che arrivavano a dire dell’altro “il tuo Qur’an è migliore del mio”. ʿUthman رضي الله عنه capì che era necessario intervenire prima che le differenze si cristallizzassero in divisioni.
La sua decisione fu di standardizzare un mushaf ufficiale. Convocò una commissione guidata da Zayd ibn Thabit رضي الله عنه, il principale segretario del Profeta ﷺ per la rivelazione, affiancato da altri tre Compagni qurayshiti. Il lavoro di questa commissione si basò su due fonti: i frammenti scritti che i Compagni possedevano, verificati contro le memorizzazioni a voce dei huffaz (memorizzatori del Qur’an). Dove esisteva divergenza tra i frammenti scritti, la commissione si atteneva alla varietà linguistica dei Quraysh, il dialetto del Profeta ﷺ e il dialetto in cui la maggior parte del Qur’an era stata rivelata. Furono prodotte più copie del mushaf standardizzato, inviate nelle principali città dell’impero islamico. Le copie preesistenti che differivano furono raccolte e distrutte.
Questa è la storia. Ed è qui che il dibattito moderno si complica, spesso per mancanza di conoscenza del contesto.
Le qiraʾat (recitazioni canoniche) sono diverse dagli ahruf. Questo è un punto cruciale che la maggior parte dei musulmani non conosce, e che produce confusione enorme. Le qiraʾat sono le tradizioni di recitazione coranica tramandate da specifici trasmettitori con catene di autorità (isnad) ininterrotte fino al Profeta ﷺ. Esse rappresentano le varianti di recitazione che sopravvissero alla standardizzazione ʿuthmana e che rimasero compatibili con la grafia del mushaf standard (tenendo conto che la scrittura araba antica non aveva vocali né punti diacritici, il che permetteva a una singola grafia di essere compatibile con più pronunce).
Ibn al-Jazari rahimahullah (748-833 H / 1350-1429 d.C.), il grande maestro delle scienze coraniche vissuto tra Siria, Persia e Turchia, sistematizzò nel suo monumentale al-Nashr fi al-Qiraʾat al-ʿAshr (La diffusione delle dieci qiraʾat) l’insieme delle recitazioni canoniche certificate. Le qiraʾat autentiche sono dieci, ciascuna trasmessa attraverso due ruwat (trasmettitori principali) per un totale di venti tradizioni. Tra queste, la più diffusa nel mondo è la qiraʾah di ʿAsim nella riwayah di Hafs, che è quella in cui la maggior parte dei Corani stampati nel mondo (compreso il Corano stampato a Medina dalla tipografia del Re Fahd) è prodotta. Ma la qiraʾah di Warsh (trasmessa da Nafi’) è la standard in Africa del Nord. La qiraʾah di Qalun (anch’essa da Nafi’) è usata in Libia e in alcune regioni del Maghreb. La qiraʾah di al-Duri (da Abu ʿAmr) è usata in Sudan e in alcune aree dell’Africa subsahariana. Tutte queste sono qiraʾat mutawatirah: trasmesse con continuità ininterrotta da così tante generazioni di trasmettitori che l’errore o la falsificazione sono impossibili.
La differenza tra le qiraʾat riguarda elementi come la pronuncia di certi fonemi (la famosa distinzione tra idgham e izhar in certi contesti), la presenza o assenza di certi suoni vocalici in punti specifici, la divisione di alcune parole composte, alcune varianti lessicali in certi versetti. Non riguarda il significato fondamentale del Qur’an: nessuna delle qiraʾat canoniche altera il contenuto dottrinale, giuridico o narrativo del Libro di Allah ﷻ. Al-Nawawi rahimahullah e Ibn al-Jazari rahimahullah concordano nell’affermare che le differenze tra le qiraʾat sono integralmente coerenti con il corpus coranico e che nessuna di esse costituisce una modifica della rivelazione.
Questo è importante da capire per rispondere alle domande che circolano online: “esistono sette Corani diversi?” No. Esiste un Qur’an rivelato da Allah ﷻ, trasmesso in diverse modalità di recitazione certificate che coesistono all’interno di quel corpus unico. La variazione è fonologica e morfologica; il significato è preservato nella sua interezza. Chi legge il Qur’an nella qiraʾah di Hafs e chi lo legge nella qiraʾah di Warsh stanno leggendo lo stesso Libro di Allah ﷻ, lo stesso messaggio, le stesse storie, le stesse leggi, le stesse promesse e le stesse minacce. Le differenze tra le due recitazioni, per chi studia le scienze coraniche, sono paragonabili alla differenza tra l’italiano di Roma e l’italiano di Firenze: non intaccano il significato, certificano la ricchezza della lingua e la molteplicità dei canali di trasmissione.
C’è di più. La molteplicità delle qiraʾat è, paradossalmente, una delle prove più solide della conservazione miracolosa del Qur’an. In nessuna altra tradizione religiosa esiste un sistema di trasmissione orale con catene di autorità così meticolosamente certificate, con così tanti trasmettitori indipendenti, con una verifica reciproca così sistematica. La scienza dell’isnad (catena di trasmissione) applicata alle qiraʾat è una delle realizzazioni intellettuali più straordinarie della civiltà islamica classica: ogni singola sillaba del Qur’an può essere ricondotta attraverso catene di trasmettitori certificati fino al Profeta Muhammad ﷺ. Il hafiz che oggi recita il Qur’an nel suo paese può tracciare la sua catena di insegnanti fino ai Compagni del Profeta ﷺ. Questo non è primitivismo: è uno dei più sofisticati sistemi di preservazione documentaria della storia dell’umanità.
Per il credente praticante, cosa cambia nella vita quotidiana?
La risposta è: poco, nella pratica ordinaria. La qiraʾah di Hafs ʿan ʿAsim è quella che la stragrande maggioranza dei musulmani italiani e dell’intera Ummah conosce e usa nella preghiera. È la qiraʾah del Corano stampato più diffuso nel mondo. Imparare la Sura al-Fatihah, le sure corte, i versetti recitati nella preghiera quotidiana nella qiraʾah di Hafs è sufficiente e corretto per la preghiera. Le altre qiraʾat sono materia di studio avanzato, di specializzazione nel ʿilm al-tajwid e nelle ʿulum al-Qur’an: bellissima, affascinante, e riservata a chi voglia approfondire il Libro di Allah ﷻ nella sua pienezza tecnica.
Quello che cambia, invece, è la comprensione. Chi conosce la storia degli ahruf e delle qiraʾat non si fa ingannare dai video online che usano le “differenze nel Qur’an” come strumento per minare la fede dei musulmani. Non si lascia turbare dalla prima persona che gli dice “il Qur’an non è unico”. Risponde con precisione, con serenità, con la forza di chi sa cosa sta difendendo perché lo ha davvero studiato.
E la conoscenza, insegna il Profeta Muhammad ﷺ, è un obbligo per ogni musulmano e ogni musulmana.
Nota metodologica: l’hadith degli ahruf è in Sahih al-Bukhari (Kitab Fada’il al-Qur’an) e Sahih Muslim (Kitab Salat al-Musafirin). La storia di ʿUmar e Hisham è trasmessa in entrambe le raccolte. Le posizioni di Ibn al-Jazari sono tratte da al-Nashr fi al-Qira’at al-ʿAshr. L’affermazione “obbligo di ogni credente” cita il hadith “talabul-ʿilm faridatun ʿala kulli muslim”, riportato da Ibn Majah e commentato come hasan da diversi muhaddithun.
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