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Madrassat an-Noor

L’iʿjāz al-Qurʾān: cosa significa davvero che il Qur’an è inimitabile

Ogni tanto, nella conversazione islamica su internet, compare un video. Un uomo con una lavagna parla velocemente di numeri: quante volte compare la parola “mare” nel Qur’an, quante volte la parola “terra”, quante volte una parola specifica ricorre a distanza di un numero che è multiplo di diciannove. Il video prende migliaia di condivisioni. Chi lo guarda rimane stupito, convinto di aver assistito a una prova dell’origine divina del Qur’an. Peccato che i teologi islamici classici non sapessero niente di tutto questo. Peccato che la dottrina dell’iʿjāz al-Qurʾān, l’inimitabilità del Libro di Allah ﷻ, sia uno dei capitoli più ricchi e più sofisticati dell’intelletto islamico, e non abbia nulla a che fare con i numeri su una lavagna.

Questo articolo è per chi vuole capire cosa dicono davvero i grandi dell’ortodossia sunnita sull’inimitabilità del Qur’an, perché lo dicono, e perché quella risposta è enormemente più solida, più affascinante e più difendibile di qualunque circolo di frasi contate su un foglio di carta.

La parola iʿjāz deriva dalla radice araba ʿ-j-z, che esprime l’idea di incapacità, di impossibilità, di resa davanti a qualcosa che non si riesce a fare. Aʿjaza qualcuno significa renderlo incapace, paralizzarlo nell’impotenza. L’iʿjāz al-Qurʾān è dunque la proprietà del Qur’an di rendere incapace chiunque tenti di imitarlo: di lasciare senza risposta il più eloquente degli oratori, di fermare la penna del poeta più dotato, di silenziare il retore che di mestiere fa il retore. Questa non è un’affermazione vaga di superiorità. È una sfida concreta, rivolta storicamente a persone concrete, che storicamente non trovarono risposta.

Il Qur’an lancia questa sfida in più versetti, che i teologi chiamano collettivamente taḥaddī, la messa alla prova. Il versetto 2:23 dice: “E se siete in dubbio su ciò che abbiamo rivelato al Nostro servo, allora producete una sura simile e chiamate i vostri testimoni oltre ad Allah, se siete sinceri.” Il versetto 10:38 ripete la sfida: “Oppure dicono che lo ha inventato? Di’: allora producete una sura simile.” Il versetto 11:13 alza il livello: “O dicono: lo ha inventato? Di’: portate dieci sure inventate simili a esso.” E il versetto 17:88 conclude con una delle formulazioni più ampie della letteratura coranica: “Di’: se gli uomini e i jinn si unissero per produrre qualcosa di simile a questo Qur’an, non produrrebbero nulla di simile, neppure se si aiutassero l’un l’altro.”

La logica del taḥaddī merita attenzione. Prima il Qur’an chiede qualcosa di simile all’intera opera: nessuno risponde. Poi scende il livello: dieci sure. Nessuno risponde. Poi: una sola sura. Qualsiasi sura. Nessuna risposta. La progressione non è segno di debolezza della sfida: è segno della sua serietà. Come dire: vi offro ogni possibilità, partendo dal massimo e scendendo fino al minimo. La risposta non cambia.

Ma perché la risposta non è mai arrivata? La risposta comune è “perché il Qur’an è divino”. Questo è vero, ma non è una risposta: è la conclusione, non l’argomento. La questione che la tradizione intellettuale islamica ha affrontato per secoli è: cosa, concretamente, rende il Qur’an inimitabile? In cosa consiste questa inimitabilità? Cosa avrebbe dovuto fare chi volesse rispondere alla sfida? E perché, anche col massimo sforzo, non ci riusciva?

Il primo grande studioso dell’iʿjāz che si sia confrontato con questa domanda in modo sistematico fu il teologo ash’arita al-Bāqillānī rahimahullah (m. 403 H/1013 d.C.), Qadi di Baghdad, uno dei più acuti intelletti del kalam sunnita classico. La sua opera Iʿjāz al-Qurʾān è uno dei testi fondamentali della disciplina. Al-Baqillani partì da un’osservazione che sembra semplice ma che ha conseguenze enormi: il Qur’an non appartiene a nessun genere letterario arabo conosciuto. Non è qaṣīda (la grande ode polimetrica degli arabi), non è rajaz (il metro più elementare della poesia araba), non è sajʿ (la prosa rimata dei kahin, i veggenti), non è khaṭābah (l’oratoria formale delle assemblee tribali). È qualcosa che non aveva nome prima di esistere. Quando i Quraysh cercavano le parole per descriverlo, giravano in tondo: lo chiamavano magia, lo chiamavano poesia, lo chiamavano profezia, lo chiamavano profezia di folle, lo chiamavano favola degli antichi, qualsiasi cosa pur di non dire quello che nel profondo sapevano: che non era niente di quello che conoscevano.

Le fonti della Sira e il tafsir della Sura al-Muddaththir (74:18-25) riportano la vicenda di al-Walīd ibn al-Mughīrah, uno dei più eloquenti tra i notabili qurayshiti, che fu incaricato di elaborare una risposta ufficiale del clan qurayshita al Qur’an prima di un raduno di tribù arabiche. Riunì i suoi pensieri, ascoltò alcuni versetti coranici, e alla fine disse che quello che aveva sentito aveva una dolcezza, una bellezza, una struttura che non assomigliava a niente di umano. Non riuscì a indicare un genere in cui collocarlo. Alla fine, pressato dalla necessità di produrre una risposta, disse che si trattava di magia. La parola “magia” in quel contesto non era un insulto religioso: era la resa di un retore di fronte a qualcosa che non riusciva a classificare né a replicare.

La pungenza del taḥaddī sta proprio qui: il più eloquente degli arabi, invece di prendere la penna e rispondere alla sfida, scelse la via dell’insulto. Non perché mancasse di coraggio intellettuale, ma perché sapeva che rispondere significava fallire, e fallire pubblicamente era peggio del silenzio.

Il contributo più sofisticato alla teoria dell’iʿjāz arrivò circa un secolo dopo al-Baqillani, con ʿAbd al-Qāhir al-Jurjānī rahimahullah (m. 471 H/1078 d.C.), grammatico e teorico della retorica araba, autore di due opere che sono considerate tra i vertici dell’intelletto islamico classico: Dalāʾil al-Iʿjāz (Le prove dell’inimitabilità) e Asrār al-Balāghah (I segreti della retorica). Al-Jurjani spostò il fuoco della discussione dall’inimitabilità delle parole all’inimitabilità della loro composizione, introducendo il concetto di naẓm.

Il naẓm è l’ordine compositivo del testo: non il singolo vocabolo, non la singola immagine, ma la relazione tra le parole, il modo in cui si appoggiano l’una sull’altra, il ritmo dei significati, la struttura invisibile che tiene insieme ogni frase con le altre. Al-Jurjani capì che chi cercava di smontare l’iʿjāz dicendo “ma queste parole le usavano anche i poeti arabi” stava commettendo un errore metodologico fondamentale: come se qualcuno sostenesse di poter dipingere come Michelangelo perché ha gli stessi colori sul tavolo. I pigmenti non fanno il dipinto; il naẓm non è la somma dei vocaboli; l’iʿjāz non abita nel lessico isolato ma nell’architettura del tutto.

Questa intuizione è fondamentale perché sposta il confronto dal livello del singolo termine al livello della composizione integrale. E a quel livello, il Qur’an è inimitabile in senso tecnico preciso: nessun testo arabo, antico o moderno, ha prodotto una struttura comparabile. Non la struttura di un singolo brano: la struttura di un’opera che abbraccia tematiche legislative, narrative, spirituali, escatologiche, teologiche in una coerenza compositiva che i quattordici secoli di storia successivi non hanno mai replicato.

La tradizione degli ʿulamāʾ ha identificato nel corso dei secoli diverse categorie dell’iʿjāz, e vale la pena elencarle per capire quanto il concetto sia più ampio di quanto comunemente si pensi. La prima e fondamentale è l’iʿjāz bayānī (inimitabilità linguistica e retorica): questa è quella di al-Baqillani e al-Jurjani, quella del naẓm, della balāghah (eloquenza nel senso tecnico della retorica araba), della faṣāḥah (purezza e limpidezza linguistica). È l’iʿjāz che sentivano i Quraysh quando ascoltavano i versetti recitati per la prima volta.

La seconda è l’iʿjāz tashrīʿī (inimitabilità legislativa): la completezza e la coerenza del sistema giuridico, morale e sociale che il Qur’an dispiega nel corso della sua rivelazione. Non una raccolta di regole: un sistema che copre le relazioni tra individui, famiglie, comunità, stati, con una coerenza interna che i sistemi giuridici umani, costruiti da eserciti di legislatori nel corso di secoli, non raggiungono.

La terza è l’iʿjāz khabarī (inimitabilità nella conoscenza): le informazioni che il Qur’an fornisce su eventi storici che il Profeta Muhammad ﷺ non avrebbe potuto conoscere per via ordinaria, le descrizioni di popoli antichi (i romani, i persiani, le civiltà preislamiche), le profezie su eventi futuri che si avverarono. Sura al-Rum (30:2-4) è l’esempio classico: la profezia della vittoria dei romani sui persiani dopo la loro sconfitta, avveratasi in un arco di anni preciso.

Poi ci sono le categorie che i teologi classici non avevano sviluppato perché non erano ancora necessarie, e che alcuni studiosi moderni hanno aggiunto: l’iʿjāz ʿilmī (inimitabilità scientifica) e l’iʿjāz ʿadadī (inimitabilità numerica). Ed è qui che occorre fermarsi e dire qualcosa di scomodo.

L’approccio ai “miracoli scientifici del Qur’an” è diventato una delle forme di apologetica islamica più diffuse su internet e nelle conferenze popolari. L’idea di fondo è: il Qur’an descrive fenomeni che la scienza moderna ha scoperto millenni dopo; questo prova la sua origine divina. I numeri citati nei video a cui facevo cenno all’inizio appartengono alla variante numerologica di questo approccio.

Questo approccio presenta problemi seri, e uno studioso onesto ha il dovere di dirli chiaramente. Primo: i grandi dell’iʿjāz nella tradizione islamica classica, da al-Baqillani ad al-Jurjani, non lo hanno mai usato. Non perché fossero ignoranti: erano tra gli intelletti più acuti della loro epoca. Semplicemente, non era questo il fondamento della loro argomentazione, e per ragioni precise. Secondo: l’approccio ai miracoli scientifici richiede spesso interpretazioni forzate dei versetti coranici per farli “corrispondere” a scoperte moderne. Questo processo produce risultati che appaiono convincenti a chi non conosce né l’arabo né la scienza, e che un esaminatore rigoroso può smontare senza difficoltà. Terzo: la variante numerologica è ancora più problematica. Il sistema basato sul numero 19 è associato a Rashad Khalifa, un egiziano che negli anni Settanta sviluppò questa teoria e che successivamente si proclamò “messaggero di Allah ﷻ”, fu dichiarato apostata dalle principali istituzioni islamiche e fu ucciso nel 1990. Usare il suo sistema, anche senza conoscerne l’origine, significa portare nel discorso islamico uno strumento elaborato da chi si allontanò dall’Islam.

L’inimitabilità del Qur’an non ha bisogno di essere difesa con argomenti deboli. Ha gli argomenti più forti della tradizione intellettuale islamica: la balāghah, il naẓm, il tashāhadī che nessun arabo ha mai risposto, la testimonianza dei più eloquenti tra i Quraysh che, invece di prendere la penna, scelsero la guerra. Questi argomenti reggono davanti all’esame più rigoroso. I numeri su una lavagna no.

C’è una dimensione dell’iʿjāz che la tradizione classica ha sempre considerato la più profonda e la meno riducibile a calcoli: la capacità del Qur’an di agire sul cuore. Non come argomentazione astratta ma come presenza viva. Al-Ghazali rahimahullah nell’Iḥyāʾ ʿUlūm al-Dīn descrive la recitazione del Qur’an come un atto che dovrebbe trasformare chi lo compie: non solo articolare suoni, ma permettere che ogni versetto raggiunga il cuore, che la tristezza dei versetti di avvertimento produca timore, che la bellezza dei versetti di misericordia produca speranza. Questa capacità trasformativa non è dimostrabile con un test statistico; è sperimentabile solo da chi si mette davanti al Qur’an con l’apertura necessaria.

E poi c’è la conservazione. Il Qur’an è il testo più memorizzato della storia dell’umanità. Non “uno dei più”: il più. Milioni di persone in ogni angolo del pianeta lo portano interamente nella memoria, ricevuto oralmente da un maestro che lo aveva ricevuto da un maestro, in una catena ininterrotta che porta al Profeta Muhammad ﷺ. Non esistono varianti significative, non esistono versioni regionali, non esiste un problema di “quale Qur’an”. C’è un testo, trasmesso in modo impeccabile per quattordici secoli attraverso la memoria viva degli esseri umani. Nessun altro testo sacro nella storia dell’umanità può dire la stessa cosa. Questa è l’iʿjāz al-ḥifẓ, e la sua solidità non richiede apologia: richiede solo la consapevolezza di quello che abbiamo tra le mani.

Il versetto 15:9 dice: “Siamo Noi ad aver fatto scendere il Promemoria e siamo Noi a custodirlo.” Questa promessa divina si è realizzata attraverso la memoria e la devozione di generazioni di huffaz, di maestri, di bambini che si alzavano all’alba per sedere davanti al loro shaykh e ricevere la parola esatta, syllaba per syllaba. La custodia divina non ha lavorato per magia: ha lavorato attraverso persone reali che amavano il Libro di Allah ﷻ abbastanza da dedicargli la vita.

L’iʿjāz al-Qurʾān è dunque una dottrina seria, con radici profonde, con argomenti tecnici precisi, con una storia intellettuale che vale la pena conoscere. Non ha bisogno di essere difesa con trucchi retorici o con numeri impressionanti. Ha bisogno di essere studiata, compresa e trasmessa con la stessa cura con cui è stata trasmessa il testo stesso: con precisione, con onestà, con il rispetto che si deve a qualcosa che quattordici secoli di intelletti straordinari hanno ritenuto degno del loro meglio.

Tra questi intelletti, al-Jurjani rahimahullah scrisse nella Dalāʾil al-Iʿjāz qualcosa che i teologi islamici citano ancora: che la grandezza del Qur’an non sta in una qualità isolabile e descrivibile come se fosse un elemento chimico. Sta nell’insieme. Nel modo in cui i suoi elementi si tengono insieme. Nel fatto che togliere anche una sola parola lascerebbe un vuoto che nessuna altra parola potrebbe colmare. Questa è l’inimitabilità che nessun numero può dimostrare e nessuna dimostrazione può togliere.


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Susanna Gagliano
Susanna Gagliano

Susanna Gagliano, fondatrice e docente di Madrassat an-Noor. Scrive e insegna su lingua araba, Qur’an, fiqh, ḥadīth, sīrah, ʿaqīdah e studi islamici con percorsi 1:1 in lingua italiana.

Articoli: 54

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