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Saʿīd ibn al-Musayyab raḥimahullāh: il sapiente che rifiutò il Califfo e diede sua figlia a uno studente povero

Saʿīd ibn al-Musayyab fu uno dei più grandi giuristi dei Tābiʿīn e il principale rappresentante dei sette fuqahāʾ di Madīnah. Rifiutò di piegare il proprio sapere al potere omayyade, sopportò persecuzioni e umiliazioni e preferì dare sua figlia a uno studente povero piuttosto che al figlio del Califfo. Una storia di ʿilm, taqwā e indipendenza intellettuale che conserva una forza straordinaria ancora oggi

C’è un episodio nella storia islamica che andrebbe insegnato in ogni moschea d’Europa, in ogni circolo di studio, in ogni corso per convertiti, e che invece circola pochissimo. È la storia di un uomo che fu considerato il più grande giurista della sua generazione, il caposcuola dei sette fuqahāʾ di Madīnah, un’autorità talmente riconosciuta che i Compagni stessi lo consultavano quando era ancora giovane, e che ʿAbdullāh ibn ʿUmar رضي الله عنه disse di lui: “Se il Profeta ﷺ lo avesse visto, ne sarebbe stato contento.” Quell’uomo si chiamava Saʿīd ibn al-Musayyab raḥimahullāh, e la sua vita è la dimostrazione concreta di cosa significhi nella tradizione sunnita il rapporto tra sapere e potere.

Saʿīd nacque a Madīnah nel 15 H. (636 d.C. circa), due anni dopo l’inizio del califfato di ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb رضي الله عنه. Era qurayshita, del clan dei Banū Makhzūm, lo stesso clan di Khālid ibn al-Walīd رضي الله عنه e di Abū Jahl. Suo nonno, Ḥazn, aveva incontrato il Profeta ﷺ, il quale gli aveva suggerito di cambiare nome: “Ḥazn” significa “durezza, difficoltà”, e il Profeta ﷺ gli propose “Sahl” (“facilità”). Ḥazn rifiutò, dicendo che era il nome datogli dai suoi genitori e che la gente lo conosceva così. Saʿīd commentava, con un sorriso amaro: “E da allora la durezza non ci ha mai abbandonato.” Lo riporta al-Bukhārī nel Ṣaḥīḥ (Kitāb al-Adab), e il dettaglio è significativo: la famiglia stessa portava il segno di una profezia minore che si era avverata, perché la vita di Saʿīd fu effettivamente segnata da prove durissime.

Saʿīd crebbe circondato dai più grandi Compagni del Profeta ﷺ. Vide ʿUmar رضي الله عنه, ascoltò ʿUthmān رضي الله عنه e ʿAlī رضي الله عنه, studiò con Zayd ibn Thābit رضي الله عنه e con Abū Mūsā al-Ashʿarī رضي الله عنه. Ma la relazione che definì la sua formazione fu quella con Abū Hurayrah رضي الله عنه, il Compagno che trasmise più aḥādīth di chiunque altro. Saʿīd sposò la figlia di Abū Hurayrah non per motivi sentimentali o dinastici, ma esplicitamente per potergli stare più vicino e apprendere meglio i ḥadīth che tramandava. Questo dettaglio, riportato nelle fonti biografiche, rivela una concezione del matrimonio come strumento di ricerca del sapere (ṭalab al-ʿilm) che oggi suona quasi aliena, e che dice molto sulla gerarchia di valori della prima generazione di studiosi musulmani.

A vent’anni Saʿīd già emetteva fatāwā. I Compagni ancora in vita lo consideravano competente. Maymūn ibn Mahrān raḥimahullāh raccontava: “Arrivai a Madīnah e chiesi chi fosse il più sapiente della città. Mi indicarono Saʿīd ibn al-Musayyab.” Qatādah raḥimahullāh, uno dei più grandi tābiʿīn di Baṣra, dichiarò: “Non ho mai visto nessuno più competente di lui nel distinguere il ḥalāl dal ḥarām.” E Imām Mālik ibn Anas raḥimahullāh, il fondatore della scuola mālikita, considerava Saʿīd il suo predecessore spirituale e intellettuale nella giurisprudenza medinese. Lo stesso Imām Mālik trasmise molte delle sue posizioni giuridiche nella Muwaṭṭaʾ, e il fiqh medinese che diventerà la base della scuola mālikita è in larga parte un’eredità diretta del lavoro di Saʿīd.

Saʿīd fu annoverato tra i “sette fuqahāʾ di Madīnah” (al-fuqahāʾ al-sabʿah), il gruppo di sette giuristi che nella generazione successiva ai Compagni rappresentavano l’autorità giuridica suprema della città del Profeta ﷺ. Di quei sette, le fonti classiche lo indicano come il più eminente. Il suo insegnamento combinava la trasmissione diretta del ḥadīth con un uso rigoroso del ragionamento giuridico, ancorato alla pratica viva (ʿamal) della comunità di Madīnah: ciò che i musulmani di Madīnah facevano, generazione dopo generazione, costituiva per Saʿīd un dalīl (prova giuridica) quasi al pari del testo scritto, perché quella pratica era la traccia vivente della Sunnah.

Per quarant’anni Saʿīd non fu visto da nessuno in nessun luogo al di fuori della sua casa e della moschea del Profeta ﷺ. Non viaggiava, non frequentava i mercati, non partecipava alla vita mondana di Madīnah. La sua esistenza oscillava tra la preghiera e l’insegnamento, e il suo unico spostamento era il pellegrinaggio annuale alla Mecca. Chi voleva imparare da lui doveva andare a Madīnah, e chi andava trovava un uomo che non aveva interesse per nulla che non fosse il sapere e l’adorazione di Allah ﷻ.

Ed è qui che la storia diventa davvero interessante, perché il potere politico si accorse di lui e volle appropriarsene. Il Califfo omayyade ʿAbd al-Malik ibn Marwān, che regnava da Damasco, chiese che la figlia di Saʿīd, nata dal suo matrimonio con la figlia di Abū Hurayrah, venisse data in sposa a suo figlio (e futuro Califfo) Hishām. La richiesta non era una proposta: era un ordine mascherato da cortesia, e chiunque conoscesse le dinamiche del potere omayyade sapeva che rifiutare significava esporsi a conseguenze severe.

Saʿīd rifiutò.

Le fonti non riportano lunghe argomentazioni. Saʿīd semplicemente disse no. E poi fece qualcosa che il potere omayyade percepì come un affronto deliberato: diede sua figlia in sposa a uno dei suoi studenti, un uomo di nome Kathīr ibn al-Muṭṭalib (in alcune trasmissioni, il nome dello studente è indicato come Ibn Abī Wadāʿah), un giovane che non possedeva nulla.

Al-Dhahabī raḥimahullāh riporta la scena nel Siyar Aʿlām al-Nubalāʾ con un dettaglio narrativo che ha la forza di un racconto antico. Il giovane studente, che frequentava la ḥalaqah di Saʿīd nella moschea del Profeta ﷺ, si era assentato per qualche giorno. Quando tornò, Saʿīd gli chiese dove fosse stato. Lo studente rispose che sua moglie era morta e che era stato impegnato con il funerale e le pratiche successive. Saʿīd gli disse: “Perché non ci hai avvisato, così saremmo venuti?” Poi aggiunse: “Hai trovato un’altra moglie?” Lo studente rimase sbalordito: “Chi sposerà me? Non ho che due o tre dirham.” E Saʿīd rispose: “Io ti darò mia figlia.” Lo studente: “Faresti davvero questo?” Saʿīd pronunciò la lode ad Allah, invocò le benedizioni sul Profeta ﷺ, e concluse il contratto matrimoniale (nikāḥ) seduta stante, con una dote (mahr) di due dirham, secondo alcune versioni tre.

Lo studente si alzò e uscì dalla moschea, e racconta lui stesso che non sapeva cosa fare dalla gioia. Tornò a casa, stava digiunando, preparò la sua cena, ruppe il digiuno con pane e olio d’oliva. Poi qualcuno bussò alla porta. Chiese chi fosse. “Saʿīd,” rispose la voce. Lo studente pensò a tutti i Saʿīd che conosceva, tranne Ibn al-Musayyab, perché Saʿīd non era stato visto fuori dalla moschea e dalla sua casa per quarant’anni. Aprì la porta, e c’era Saʿīd ibn al-Musayyab con sua figlia accanto, alta quanto lui. Lo studente, confuso, disse: “O Abū Muḥammad, perché non mi hai mandato a chiamare?” Saʿīd rispose: “No, sei tu che hai più diritto che io venga da te. Eri un uomo solo, e ti sei sposato. Non mi andava che passassi la prima notte di matrimonio da solo.”

Poi prese sua figlia per mano, la accompagnò alla porta, e chiuse.

Lo studente racconta che la ragazza, per la vergogna, inciampò e cadde appena entrata. Sua madre, quando seppe la notizia, accorse e disse: “Non ti perdonerò se la tocchi prima che io l’abbia preparata per almeno tre giorni.” E quando, il mattino dopo, lo studente andò alla ḥalaqah di Saʿīd, il maestro lo salutò dal suo posto e poi, senza dire nulla di fronte agli altri, gli chiese in disparte come fosse andata la notte. Lo studente rispose che tutto era andato bene. Saʿīd gli disse: “Se hai bisogno di qualcosa, chiedi.”

Questa storia è riportata in una delle raccolte biografiche più autorevoli dell’Islam sunnita, il Siyar Aʿlām al-Nubalāʾ di al-Dhahabī raḥimahullāh (vol. 4, pp. 233 e seguenti). Non è una parabola inventata. È un episodio della vita di un uomo che la tradizione sunnita considera uno dei più grandi sapienti della generazione dei tābiʿīn.

Il rifiuto di Saʿīd non rimase senza conseguenze. Quando ʿAbd al-Malik ordinò ai suoi governatori di imporre il giuramento di fedeltà (bayʿah) anticipato al figlio al-Walīd come successore designato, Saʿīd rifiutò anche questo. Il governatore di Madīnah, Hishām ibn Ismāʿīl al-Makhzūmī, lo fece imprigionare e frustare: cinquanta frustate, secondo alcune fonti cento, e fu fatto sfilare per i mercati di Madīnah in abiti rozzi di lana, come umiliazione pubblica. I soldati dicevano alla gente: “Guardate, questa è la posizione dei vili.” E Saʿīd rispose, dall’interno di quell’umiliazione: “Piuttosto, questa è la posizione di chi non vuole essere vile.”

Quando i suoi amici e colleghi, tra cui Masrūq ibn al-Ajdaʿ e Ṭāwūs raḥimahumullāh, lo supplicarono di accettare il giuramento per risparmiare il proprio corpo, Saʿīd rispose con una frase che ogni studente di ʿilm dovrebbe imparare a memoria: “La gente ci segue. Se noi accettiamo, come glielo spieghiamo?” In una sola frase, definì il rapporto tra lo studioso e la comunità: il ʿālim non può permettersi compromessi con il potere, perché la comunità lo osserva e lo prende a modello. Se il sapiente si piega, la gente si piega con lui.

Questo principio, nella tradizione sunnita classica, non è un dettaglio biografico marginale. È una posizione teologica. Il sapere islamico (ʿilm) ha valore solo se è indipendente dal potere politico (sulṭān). Quando gli ʿulamāʾ diventano funzionari del governo, quando le fatāwā vengono emesse su commissione del sovrano, quando il sapere si piega alla convenienza politica, la funzione stessa dello studioso si corrompe. Saʿīd ibn al-Musayyab lo sapeva, e pagò con il suo corpo per difendere quel principio.

C’è un parallelo sottile ma importante tra il suo rifiuto del Califfo e la sua decisione di dare la figlia allo studente povero. In entrambi i casi, Saʿīd opera una scelta che privilegia il valore intrinseco, il ʿilm e la taqwā, sulla posizione sociale e sul potere. Il figlio del Califfo aveva ricchezza, prestigio, sicurezza materiale. Lo studente aveva due dirham e l’amore per il sapere. Saʿīd scelse il sapere. Non perché la ricchezza sia ḥarām in sé, non perché la povertà sia una virtù automatica, ma perché nella sua scala di valori il criterio di scelta era chiaro: si cerca per la propria figlia un uomo la cui priorità sia Allah ﷻ e il Suo dīn, non un uomo la cui priorità sia il potere.

Imām al-Nawawī raḥimahullāh, commentando episodi simili nella letteratura degli ʿulamāʾ, osservò che quando uno studioso dice “non lo so” su una questione, questo non abbassa il suo rango: al contrario, è la prova che possiede un rango elevato, perché solo chi ha davvero ʿilm sa riconoscere i confini del proprio sapere. Chi non ha sapere non sa nemmeno di non sapere. Saʿīd incarnava questo principio: la sua autorità derivava non dalla quantità di risposte che dava, ma dalla qualità della sua onestà intellettuale.

Saʿīd ibn al-Musayyab raḥimahullāh morì nel 94 H. (713 d.C.), verso i settantanove anni. Lasciò un patrimonio modesto e disse, secondo le fonti: “O Allah, Tu sai che non ho conservato questi beni se non per proteggere la mia religione.” Una vita intera condensata in questa frase: ogni scelta, ogni rifiuto, ogni frustata accettata, tutto era finalizzato a un solo obiettivo: non permettere che nulla, né il potere né la ricchezza né la paura, interferisse con la propria integrità davanti ad Allah ﷻ.

Per i musulmani italiani, la storia di Saʿīd ibn al-Musayyab contiene almeno tre lezioni che non invecchiano. La prima: il sapere islamico non è proprietà di nessun governo, di nessun partito, di nessuna istituzione politica; è proprietà della Ummah, e chi lo detiene ha il dovere di proteggerlo dall’interferenza del potere. La seconda: il valore di una persona davanti ad Allah si misura con la taqwā e con il sapere, non con il conto in banca e non con il cognome; Saʿīd lo dimostrò con un atto concreto che cambiò la vita di uno studente povero e umiliò un Califfo. La terza: dire “non lo so” quando non si sa è un atto di coraggio intellettuale, non una debolezza, e in un’epoca di fatwā istantanee sui social media questa lezione è più urgente che mai.

Che Allah abbia misericordia di Saʿīd ibn al-Musayyab, e faccia di noi gente che cerca il sapere per il Suo volto, non per il volto degli uomini.


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Susanna Gagliano
Susanna Gagliano

Susanna Gagliano, fondatrice e docente di Madrassat an-Noor. Scrive e insegna su lingua araba, Qur’an, fiqh, ḥadīth, sīrah, ʿaqīdah e studi islamici con percorsi 1:1 in lingua italiana.

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