
Uscire da una relazione ḥarām: khuṭbah a una sorella
Una relazione ḥarām non diventa più pericolosa soltanto quando continui a viverla, ma quando smetti di chiamarla con il suo nome. Quando l’amore diventa una giustificazione, la nostalgia una prova e il desiderio comincia a decidere ciò che è vero. Questa khuṭbah parla di hawā, nafs, tawbah e della difficile arte di amare senza lasciare che ciò che ami venga prima di Allāh.
Sorella mia, se sei arrivata a leggere questo, probabilmente non hai bisogno di sentirti dire che quella relazione è ḥarām. Lo sai già. Lo sai da mesi, forse da anni. Lo sai quando fai wuḍūʾ e senti quel piccolo peso al petto che non se ne va, lo sai quando alzi le mani per la duʿāʾ del witr e non trovi le parole, lo sai quando qualcuno pronuncia il suo nome in tua presenza e ti si contrae qualcosa dentro che non è più solo desiderio, è una fatica antica. Non serve, qui, un’altra voce che ti ricordi il divieto. Serve una voce che ti chieda una cosa più difficile: da quando, esattamente, hai smesso di chiamarlo con il suo nome?
Perché questo è il punto vero, e nessuno te lo dice mai in modo abbastanza netto. Una relazione ḥarām diventa davvero pericolosa non quando cominci a viverla, ma quando cominci a chiamarla in un altro modo. Quando “lo sto frequentando” diventa “è una fase, poi vedrò”. Quando “è musulmano non praticante” diventa “tanto Allah conosce il suo cuore”. Quando “un giorno ci sposeremo” diventa la formula magica che, ripetuta abbastanza volte davanti allo specchio, ti dà il permesso di trattenerti un altro mese, un’altra settimana, un altro fajr saltato per un messaggio della sera prima. Il problema, sorella, non è mai stato che tu lo ami. Il problema è quando il tuo amore comincia a decidere cosa è vero.
Fermati un istante su questa parola: hawā. Il Corano la nomina spesso, e ogni volta con una gravità che ci sfugge se leggiamo in fretta. Hawā significa desiderio, inclinazione, ciò che l’anima brama. Non è, di per sé, un termine sporco: Allah ﷻ ci ha creati con inclinazioni, con capacità di amare, con la memoria del piacere. Non ci ha chiesto di diventare pietre. Non ci ha chiesto di non provare nostalgia, non ci ha chiesto di spegnere il corpo, non ci ha chiesto di sradicare il cuore. La prova non è avere il hawā: la prova è chi comanda quando il hawā dice una cosa e la sharīʿah ne dice un’altra.
E qui il Corano ci mette davanti a una frase che dovremmo pronunciare tremando. In Sūrat al-Furqān, versetto 43, Allah ﷻ dice al Suo Profeta ﷺ: “Hai visto colui che si è eletto a divinità la propria passione?” (a-raʾayta man ittakhadha ilāhahu hawāhu). In Sūrat al-Jāthiyah, versetto 23, la stessa immagine ritorna, ancora più severa: “Hai visto colui che ha preso come divinità la propria passione, e Allah lo ha traviato pur avendo conoscenza?” (Q. 45:23). Attenzione: non è che il Corano ci stia dicendo che una sorella che lotta con una relazione ḥarām stia adorando un idolo di pietra al posto di Allah. Non è shirk akbar, non uscire dall’Islām, non lasciarti spaventare da una lettura grossolana. Ma i grandi mufassirūn, da al-Ṭabarī رحمه الله ad al-Qurṭubī رحمه الله, hanno spiegato che il versetto smaschera un movimento sottile dell’anima: il momento in cui il desiderio smette di essere una prova da attraversare e diventa il criterio con cui giudichiamo il vero. Il momento in cui “mi fa stare bene” diventa la prova che “non può essere sbagliato”. Il momento in cui “lo amo” diventa un argomento teologico.
Al-Ghazālī رحمه الله, nel Iḥyāʾ ʿUlūm al-Dīn, torna più volte su questa dinamica, e la chiama shirk khafī, associazionismo nascosto. Non è l’idolatria dei templi. È l’idolatria della stanza da letto, del telefono, del cuore che al posto di “lā ilāha illā Allāh” comincia a mormorare, a bassa voce, “lā ilāha illā huwa”: non c’è divinità tranne lui. Non lo diciamo con le labbra. Lo diciamo con la sequenza dei nostri giorni. Con l’ordine reale delle nostre priorità. Con la ṣalāh che aspetta finché la conversazione finisce, e non viceversa.
Sorella mia, guarda la differenza tra due preghiere, e dimmi tu stessa quale delle due stai facendo. La prima suona così: “Yā Allāh, questa relazione è ḥarām, io lo so, sono debole, mi fa male lasciarla, ma è ḥarām. Aiutami a uscirne, non lasciarmi qui, non permettere che il mio cuore si abitui alla distanza da Te.” La seconda suona così: “Yā Allāh, però noi ci amiamo davvero. Tu che conosci i cuori sai che è diverso. Un giorno lui si avvicinerà, un giorno ci sposeremo. Tu vedi, Tu sai.” Nella prima preghiera sei caduta, ma sai ancora dov’è la verità. La verità è a un posto, tu sei a un altro, e stai chiedendo ad Allah di rimetterti in linea. Nella seconda preghiera, con dolcezza, stai chiedendo alla religione di spostarsi verso di te. Nella prima sei una peccatrice che cerca il perdono. Nella seconda sei una teologa amatoriale che sta riscrivendo il ḥukm. E questo, sorella mia, è molto più pericoloso del peccato stesso, perché il peccato riconosciuto è già mezza tawbah, ma il peccato razionalizzato chiude la porta con un doppio giro di chiave.
Pensaci: la nafs di ognuno di noi, come dice Yūsuf عليه السلام in Sūrat Yūsuf versetto 53, “comanda con insistenza il male” (inna al-nafs la-ammāratun bi-l-sūʾ). Non è un difetto di fabbrica: è il campo di battaglia della nostra vita terrena. Ma la nafs non ha potere quando la incontri come nafs. Ha potere solo quando riesce a convincerti che sta parlando a nome del cuore, o peggio, a nome di Allah. E il hawā che dice “lui è un dono di Allah per me” è esattamente questo: una nafs che ha imparato a vestirsi di dīn.
E allora la parola che il tuo cuore aspetta davvero non è “smetti di amarlo”. Non serve, non è quello il comando. In Sūrat al-Nāziʿāt, versetti 40 e 41, Allah ﷻ dice: “Ma quanto a colui che avrà temuto il momento in cui comparirà davanti al suo Signore e avrà trattenuto la propria anima dal desiderio (hawā), avrà il Giardino per rifugio”. Guarda il verbo: nahā, trattenere. Non “aver estirpato”. Non “non aver mai provato”. Trattenere. Il credente che entra in Paradiso non è quello che non ha mai desiderato ciò che è ḥarām; è quello che, quando l’ha desiderato, si è ricordato di dove sta andando e si è trattenuto. Questa è la definizione operativa della taqwā. Non un sentimento pio, non un’aureola. Un freno spirituale imparato a fatica, mille volte, nella quotidianità delle piccole decisioni.
Ci fu un tempo in cui il Profeta ﷺ, come riportato in una tradizione registrata da al-Nawawī nel suo al-Arbaʿīn al-Nawawiyyah, disse: “Nessuno di voi crede veramente finché il suo desiderio (hawā) non segue ciò che io ho portato”. Alcuni muḥaddithūn hanno discusso la catena di questa tradizione; ma il suo significato è sostenuto da tutta la struttura del Corano ed è consolidato nella tradizione spirituale sunnita. Il hawā non è nemico da uccidere: è servo da educare. E il maestro di quel servo, in ultima istanza, è la parola che Allah ﷻ ci ha inviato attraverso il Suo Messaggero ﷺ. Se il tuo desiderio va in una direzione e la sharīʿah in un’altra, non è il momento di negoziare i confini. È il momento di ricordarsi chi, tra i due, è stato mandato a guidare l’altro.
Ora ti dico la parte più difficile, quella che nessuno ti dice perché è più comodo predicare il divieto e lasciarti sola davanti all’esecuzione. Uscire da una relazione ḥarām non è una decisione: è un lutto. Sto usando la parola giusta, non un’iperbole. È un lutto perché stai chiudendo un futuro che avevi immaginato mille volte, stai spegnendo un’identità (quella di “noi due”) che si era già intessuta nei tuoi giorni, stai smontando una routine emotiva che il tuo cervello ha imparato a chiedere ogni sera come un bambino chiede la ninna nanna. La sharīʿah non ti chiede di far finta che tutto questo non stia succedendo. Ti chiede una cosa molto più concreta: non obbedire a questo dolore. Sentilo. Piangi, se serve. Ma non lasciare che il dolore prenda il volante e ti riporti indietro alle due di notte.
Ecco perché noi, a Madrassat an-Noor, abbiamo costruito Min al-Ḥarām ilā Allāh, il Cammino del Cuore Puro. Non l’ho pensato come un corso; l’ho pensato come una mano tesa a una versione di me di qualche anno fa, quando non trovavo nessuno che mi parlasse di questa uscita nella lingua giusta. La lingua giusta non è la predica che ti fa vergognare, non è la psicologia laica che ti dice di “amarti di più” come se il tuo problema fosse l’autostima. La lingua giusta è dodici puntate che ti prendono per mano, sorella, e ti accompagnano in cinque fasi: riconoscere la relazione per quello che è (senza gli eufemismi che ti hanno tenuta ferma), comprendere il dolore (con gli strumenti del fiqh al-qalb e con la neurobiologia dell’attaccamento, senza sconti), fare tawbah nelle sue quattro condizioni classiche come le ha esposte al-Ghazālī رحمه الله nel Libro 31 del Iḥyāʾ, tagliare le corde (il no contact, il firewall, l’accountability), riempire il vuoto con Allah (perché un cuore svuotato non resta svuotato: o lo riempi tu, o si riempie di nuovo del suo fantasma), ricostruire la tua identità di ʿabdah lillāh (chi sei quando lui non è più il centro), guarire dalla vergogna (che è tossica e viene da Shayṭān, non dal sano rimorso che invece è dono di Allah), e prepararti al ḥalāl con occhi finalmente puliti.
Ed è collegata a un’app, Cuore Puro, che ti accompagna giorno per giorno con quaranta giornate di Diario della Tawbah, un tracker di no contact, cinquantuno esercizi pratici, un pannello SOS per i dieci minuti peggiori (quelli delle due di notte, quando la nostalgia ti tira il polso verso il telefono) e statistiche gentili che non ti giudicano, ti mostrano solo che il cuore, un giorno per volta, sta imparando una nuova direzione.
Non ti sto vendendo un prodotto, sorella. Ti sto dicendo che esiste una struttura. Che non sei la prima donna musulmana che ha dovuto attraversare questa strada, e non sarai l’ultima, e che una scuola ha il dovere di non lasciarti fare questo passaggio nel buio. Se sei pronta, o anche solo se sei quasi pronta, trovi tutte le informazioni sulla masterclass e sui percorsi 1:1 nei nostri Percorsi, oppure scrivici direttamente su WhatsApp al +39 351 990 6069 e ti raccontiamo, senza pressione, cosa può servire al tuo punto esatto. Se hai bisogno di leggere prima, di ascoltare prima, di sostare prima, sosta. Ma non morire in questa relazione, sorella mia. Non lasciare che l’ultima cosa che Allah ﷻ ricorderà di questo tuo tratto di vita sia il tuo telefono acceso a mezzanotte per un uomo che non pregherà il tuo janāzah.
Chiudo con una verità che non voglio addolcire. Il giorno in cui comparirai davanti ad Allah ﷻ, e comparirai, come compariremo tutti, quell’uomo non sarà accanto a te. Non risponderà alle domande dei due angeli al tuo posto. Non intercederà per te. Le uniche cose che ti seguiranno nella tomba, come ha ricordato il Profeta ﷺ in un noto ḥadīth riportato da al-Bukhārī e Muslim, sono le tue opere. E le tue opere di questo periodo, sorella, sono la scelta che stai per fare adesso, con questa lettura che sta finendo. Puoi chiudere questa pagina, e continuare. Nessuno lo saprà, tranne Allah, e in fondo Allah “conosce il tuo cuore” come dici sempre. Sì, lo conosce. Perfettamente. E aspetta un tuo movimento. Non un movimento perfetto, non un movimento senza lacrime. Un movimento vero.
Allāhumma, yā muqallib al-qulūb, thabbit qulūbanā ʿalā dīnik. O Allah, Tu che rivolgi i cuori, tieni saldi i nostri cuori sulla Tua religione. Allāhumma innā nasʾaluka ḥubbaka wa ḥubba man yuḥibbuka wa ḥubba ʿamalin yuqarribunā ilā ḥubbik. O Allah, Ti chiediamo il Tuo amore, e l’amore di chi Ti ama, e l’amore di ogni opera che ci avvicini al Tuo amore. Wa lā tajʿalnā mimman ittakhadha ilāhahu hawāhu. E non farci di coloro che hanno preso a divinità la propria passione. Āmīn.
Susanna Gagliano
Per la masterclass Min al-Ḥarām ilā Allāh
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