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Siamo Diventati Ghuthāʾ. La Diagnosi del Profeta ﷺ Sull’Ummah Italiana

Il ḥadīth del ghuthāʾ applicato all’Ummah italiana: wahn, frammentazione, zakāt, educazione, donne, farḍ al-kifāyah e responsabilità comunitaria.


Bismillāhi r-Raḥmāni r-Raḥīm.

C’è un ḥadīth che, di solito, viene tirato fuori nei sermoni del venerdì nel modo peggiore, come un sospiro comunitario dell’impotenza. Merita di essere restituito alla sua funzione originaria, che è diagnostica.

Thawbān رضي الله عنه, il mawlā del Messaggero di Allah ﷺ, riferisce: «Yūshiku al-umamu an tadāʿā ʿalaykum kamā tadāʿā al-akalatu ilā qaṣʿatihā», “Sta per accadere che le nazioni si chiameranno a vicenda contro di voi come i commensali si chiamano attorno a un piatto”. Un uomo chiese: “Sarà per il nostro numero esiguo, o Messaggero di Allah?”. La risposta: “No, sarete numerosi in quel giorno, ma sarete ghuthāʾ ka-ghuthāʾ as-sayl, schiuma come la schiuma del torrente. Allah toglierà dai petti dei vostri nemici il timore di voi, e getterà nei vostri cuori il wahn“. Chiesero cosa fosse. Rispose: «Ḥubb al-dunyā wa karāhiyatu al-mawt», “Amore del basso mondo e avversione per la morte”. Il testo è in Sunan Abī Dāwūd (n. 4297), classificato ṣaḥīḥ dai muḥaddithūn.

Non è profezia lontana. È fotografia del presente. E il presente italiano, per chi accetta di guardarlo, ne è caso di scuola.

Il wahn non è semplice pigrizia spirituale, e non è nemmeno la generica “attaccamento alle cose”. Nella lettura dei classici sunniti, e in particolare in quella che al-Ghazālī رحمه الله traccia nell’Iḥyāʾ ʿUlūm al-Dīn, il wahn è una condizione strutturale del cuore in cui il dunyā smette di essere strumento e diventa fine, e in cui la memoria dell’ākhirah si affievolisce fino a diventare astrazione occasionale. Il segno clinico è preciso: il credente continua a pregare, magari a digiunare, ma le sue scelte reali – dove abita, cosa studia, con chi si allea, per cosa spende, cosa teme di perdere – obbediscono a un’altra logica. Il dīn diventa strato superficiale, non struttura portante. Da lì, tutto il resto è conseguenza.

Guardiamo l’Italia. Circa un milione e ottocentomila musulmani, distribuiti in centri di preghiera che nella stragrande maggioranza non hanno l’aspetto di moschee ma di magazzini riconvertiti. E fin qui, per chi ha letto onestamente la storia, non c’è nulla di nuovo. Il problema non è architettonico. Il problema è che questi centri non compongono un’ummah: compongono un arcipelago. Il centro dei bengalesi, che parla urdu o bangla nella khuṭbah; il centro dei marocchini, che parla in dārija mescolata a francese; quello dei senegalesi, con la sua ṭarīqah locale e la sua rete transnazionale; quello degli egiziani, con la sua lettura riformista o quella dei suoi shuyūkh; il piccolo muṣallā dei pakistani, chiuso alle donne per prassi; l’aula in affitto dei convertiti italiani, spesso più letterati e più isolati di tutti. Ognuno con il proprio imām portato dal paese d’origine, o autopromosso in loco, spesso senza ijāzah verificabile in alcuna scienza classica. Ognuno con il proprio circolo di finanziamento, la propria contabilità informale, la propria rete di matrimoni, i propri conflitti irrisolti. Molti di questi centri, nella stessa città, non si parlano. Alcuni si odiano.

Non è unità etnica ferita da fuori. È frammentazione etnica coltivata da dentro. E il Qur’an lo dice con esattezza chirurgica. «Yā ayyuhā an-nāsu innā khalaqnākum min dhakarin wa unthā wa jaʿalnākum shuʿūban wa qabāʾila li-taʿārafū», “O umanità, vi abbiamo creato da un maschio e una femmina, e vi abbiamo fatto popoli e tribù affinché vi conosceste” (al-Ḥujurāt 49:13). Il testo non dice “li-tafākharū“, affinché vi vantaste; dice “li-taʿārafū“, affinché vi conosceste. La differenza etnica è mappa, non muro. Nella nostra realtà italiana è diventata muro portante, e sopra ci abbiamo costruito comunità impermeabili. Il versetto continua: «inna akramakum ʿinda Allāhi atqākum», “il più nobile di voi presso Allah è il più timorato”. La taqwā è il solo criterio classificatore ammesso. Ogni altro criterio, applicato all’organizzazione della comunità, è residuo di jāhiliyyah.

L’altro versetto è Āl ʿImrān 3:103: «Wa ʿtaṣimū bi-ḥabli Allāhi jamīʿan wa lā tafarraqū», “E aggrappatevi tutti insieme alla corda di Allah, e non dividetevi”. Il verbo iʿtaṣimū è un imperativo collettivo, non individuale. E l’ammonimento lā tafarraqū non è consiglio: è divieto. Nella lettura di al-Ṭabarī e di al-Qurṭubī رحمهما الله, questo versetto costituisce il fondamento coranico dell’obbligo di jamāʿah, l’obbligo di stringersi come un solo corpo. Il ḥadīth del corpo unico, riportato da al-Nuʿmān ibn Bashīr رضي الله عنه, lo traduce in immagine fisica: «Mathal al-muʾminīna fī tawāddihim wa tarāḥumihim wa taʿāṭufihim mathal al-jasad, idhā ashtakā minhu ʿuḍwun tadāʿā lahu sāʾir al-jasad bi-s-saharī wa-l-ḥummā», “L’esempio dei credenti nel loro affetto reciproco, nella loro misericordia, nella loro compassione, è quello di un corpo: quando un membro si ammala, tutto il corpo si mobilita con insonnia e febbre” (Ṣaḥīḥ Muslim n. 2586). In Italia, il corpo si è disarticolato. Un membro soffre, e l’altro non se ne accorge, perché sono in comunità separate.

C’è poi la questione della zakāt e della ṣadaqah. Nel fiqh ḥanafita classico, così come esposto nel Nūr al-Īḍāḥ dello Shurunbulālī رحمه الله e nel Marāqī al-Saʿādāt, la zakāt è un pilastro con struttura duplice: obbligo individuale nel prelievo, ma nella sua natura piena richiede struttura collettiva nella raccolta e nella distribuzione, con la figura dell’ʿāmil, l’incaricato della gestione, esplicitamente inclusa tra gli otto destinatari legittimi indicati in al-Tawbah 9:60. In dār al-Islām storica, questa struttura era il bayt al-māl, con la sua contabilità, i suoi ispettori, i suoi criteri verificabili. In Italia, oggi, non esiste nulla di simile. Ognuno calcola come può, spesso male; ognuno decide dove mandare, spesso al villaggio d’origine tramite Western Union; ognuno pensa di aver fatto il proprio dovere, ma nessuno si è chiesto se il proprio dovere fosse solo tecnico o anche comunitario. Il risultato è che milioni di euro di zakāt italiana si dissolvono in mille rivoli individuali, senza produrre alcun effetto strutturale sull’ummah che vive qui: né borse di studio, né centri di orfani, né rete di sostegno alle vedove, né fondi per l’acquisto di terreni per moschee vere, né sostegno organizzato ai nuovi convertiti che spesso si ritrovano soli e senza mezzi. La zakāt c’è, ma è privatizzata al punto da non fare ummah.

La ṣadaqah, che sarebbe la volontarietà oltre l’obbligo, segue lo stesso destino, aggravato dal fatto che l’unica forma organizzata è, di solito, la raccolta emergenziale del venerdì per il conflitto del momento. Nessuna infrastruttura permanente. Nessun waqf funzionante nel senso classico del termine, che era invece il motore di ogni civiltà islamica storica: moschee, madrasah, ospedali, mense, biblioteche, tutte finanziate da beni immobilizzati per le generazioni future. In Italia, dove sarebbe più utile che in qualunque altro luogo, il waqf è concetto ignorato persino nel vocabolario di chi frequenta il muṣallā ogni giorno.

Poi c’è la questione dell’imām. E qui bisogna essere esatti, perché la confusione è profonda. Nel fiqh ḥanafita, come nelle altre tre scuole ortodosse, l’imām nel senso più diffuso del termine è funzione, non ordine. È colui che guida la preghiera. Le condizioni della sua validità sono specifiche e tecniche: essere musulmano, aver raggiunto la pubertà, essere di mente sana, essere maschio se l’assemblea include uomini, saper recitare correttamente ciò che è necessario, non avere impedimenti come una najāsah non purificata. Ibn ʿĀbidīn رحمه الله, nel suo Radd al-Muḥtār, dedica alla bāb al-imāmah pagine di distinzioni finissime: chi è più titolato quando ci sono più candidati, come si succede in caso di errore, come si segue se il rukūʿ dell’imām è imperfetto. In nessuno di questi passaggi, in nessuna delle scuole sunnite, l’imām è definito come rappresentante politico o portavoce dei musulmani di un territorio. Semplicemente non esiste, nella nostra ortodossia, la figura clericale che agisce a nome della comunità di fedeli come istituzione mediatrice.

In Italia, invece, si sono formati “imām di X” e “imām di Y” che rilasciano dichiarazioni ai giornali, firmano documenti a nome dei musulmani della loro città, comparivano in televisione presentati come referenti ufficiali di popolazioni che non li hanno mai eletti a nulla. Il modello è quello del parroco cattolico applicato per calco culturale, ma il ruolo del parroco nella teologia cattolica poggia su un sacerdozio ordinato che nell’Islam ortodosso non esiste. La struttura dell’Ahl al-Sunnah wa al-Jamāʿah non prevede alcun clero, alcun ordine sacro, alcuna intermediazione sacramentale. Ogni musulmano compie il proprio taḥrīm per la ṣalāh da sé, chiede il proprio perdono ad Allah ﷻ senza confessione a terzi, apre il proprio Qur’an senza filtro istituzionale. Quando accettiamo, per convenienza mediatica o per pigrizia associativa, che qualcuno parli “a nome dei musulmani italiani”, stiamo importando una categoria estranea. Peggio: la stiamo insegnando agli italiani non musulmani, e ce ne troveremo per generazioni.

Le donne. Qui il dato è così documentato da essere quasi banale nell’enunciazione, e così taciuto da essere scandaloso nel silenzio. La moschea del Profeta ﷺ a Madīnah aveva donne. Pregavano dietro gli uomini, uscivano prima perché non si creassero contatti nei passaggi, portavano le loro domande di fiqh al Messaggero ﷺ senza filtri. ʿĀʾishah رضي الله عنها è stata una delle prime fonti muftī dell’Islam. Umm Salamah رضي الله عنها ha guidato il Profeta ﷺ nella decisione strategica di al-Ḥudaybiyyah. Le donne dei Compagni chiedevano, insegnavano, correggevano ʿUmar رضي الله عنه in pubblico e ʿUmar accoglieva. Nulla di tutto questo si è perso nei manuali di fiqh classici, che continuano fino a Ibn ʿĀbidīn a discutere con dettaglio la presenza femminile in moschea, le condizioni della ṣalāh di jamāʿah per la donna, la sua partecipazione al sapere.

Nei centri islamici italiani, oggi, per una donna il quadro va dal parziale al proibitivo. Molti muṣallā non hanno spazio femminile, o lo hanno ricavato in un ripostiglio senza aria, o hanno regole non scritte che di fatto scoraggiano la presenza. Le lezioni per adulti sono, quasi ovunque, per soli uomini. I ruoli decisionali sono per soli uomini. Le convertite italiane, che spesso arrivano con una fame di conoscenza sistematica che i musulmani nati nel dīn non hanno, trovano porte chiuse in faccia e vengono rimandate a Instagram, dove le aspettano shuyūkh autoproclamati e correnti devianti. Il costo di questa esclusione è duplice. Perdiamo la metà della ummah nella formazione. E perdiamo la trasmissione, perché sono le madri musulmane che formeranno la prossima generazione di musulmani italiani, non i comitati di soli uomini che si autoconvocano.

C’è poi la questione strategica, ed è forse quella che nessuno vuole affrontare, perché mette in discussione le scelte di vita personali. Nell’ummah classica esiste un concetto tecnico chiamato farḍ al-kifāyah, l’obbligo comunitario che, se non è assolto da un numero sufficiente di persone, ricade come peccato collettivo su tutti. Al-Ghazālī رحمه الله, nel primo libro dell’Iḥyāʾ, dedica pagine memorabili a spiegare come le scienze utili all’ummah – la medicina, l’aritmetica avanzata, la conoscenza tecnica, la giurisprudenza, l’arte del governo giusto – siano fuṛūḍ ʿalā al-kifāyah, obblighi collettivi. Se una città non ha un medico musulmano competente, tutta la città porta il peso di quella mancanza. Non è opzione professionale: è obbligo giuridico-teologico distribuito.

Applichiamo la categoria all’Italia. Quanti sono i giudici musulmani in Italia? Gli avvocati specializzati in diritto di famiglia che sappiano di fiqh dei matrimoni misti? I medici primari? I ricercatori universitari nelle scienze dure? Gli imprenditori che scalino oltre il piccolo esercizio? I giornalisti che entrino nei desk delle testate maggiori? Gli insegnanti che insegnino nei licei? I funzionari pubblici che raggiungano posizioni di responsabilità? Gli architetti, gli ingegneri, i botanici, gli astronomi? Le donne musulmane in medicina, in magistratura, nell’accademia? La risposta, onestamente, è che siamo ovunque irrilevanti nella scala della responsabilità pubblica, e stiamo formando i nostri figli ad accontentarsi del negozio etnico, dell’agenzia di money transfer, del laboratorio di kebab. Non c’è nulla di indegno in questi mestieri, e chi li esercita con onestà compie ʿibādah; ma c’è qualcosa di gravissimo nell’aver ridotto un’ummah di quasi due milioni di persone all’orizzonte materiale del piccolo commercio senza aver mai posto ai propri figli la domanda: potresti diventare Ministro della Sanità, e a quale costo di studio, e con quale strategia? Potresti diventare rettore di un ateneo, e a partire da quale scuola superiore? Potresti diventare astronauta, e chi te lo ha mai detto? Nel silenzio di questa domanda, si consuma un farḍ al-kifāyah non assolto per due generazioni consecutive.

Il Profeta ﷺ ha detto, e il ḥadīth è in Ṣaḥīḥ Muslim (n. 2664): «Al-muʾmin al-qawiyyu khayrun wa aḥabbu ilā Allāhi min al-muʾmin al-ḍaʿīf, wa fī kullin khayr», “Il credente forte è migliore e più amato da Allah del credente debole, e in ciascuno vi è del bene”. La quwwah, nella lettura degli ʿulamāʾ classici, non è solo forza fisica: è capacità operativa, competenza, mezzi, influenza. Un’ummah che rinuncia sistematicamente alla quwwah, che vive in condizione di dipendenza economica, formativa, politica dalla società circostante, e che chiama questa condizione “modestia islamica”, ha semplicemente confuso la povertà del cuore con la povertà delle risorse. La prima è virtù. La seconda è, in molti casi, negligenza.

E qui arriviamo al fondo del wahn: i ḥuqūq dimenticati. Il ḥadīth di Jibrīl عليه السلام è tra i più severi mai riportati: «Mā zāla Jibrīlu yūṣīnī bi-l-jāri ḥattā ẓanantu annahu sa-yuwarrithuhu», “Jibrīl non smetteva di raccomandarmi il vicino, al punto che pensai gli avrebbe assegnato quota d’eredità” (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī n. 6014, Ṣaḥīḥ Muslim n. 2624). Quanti dei musulmani italiani conoscono il nome dei propri vicini di pianerottolo, il loro stato di salute, la data della loro ultima difficoltà? Quanti hanno mai bussato per chiedere “avete bisogno di qualcosa” durante il freddo di gennaio, o durante l’estate dei più anziani? La modestia religiosa che si trattiene dal salutare per pudore, se poi non produce cura concreta, è controfigura della virtù. Il vicino non musulmano, secondo il ḥadīth, ha diritti su di noi. Il vicino musulmano ne ha di più. L’anziano solo del palazzo ha un peso preciso nel nostro registro dell’ākhirah. Ci comportiamo come se non lo sapessimo, ed è probabile che davvero non lo sappiamo, perché non lo abbiamo mai studiato.

Il povero, la vedova, l’orfano, il sāʾil che chiede: sono categorie coraniche pulsanti, non decorazioni retoriche. Ogni comunità che si sia definita islamica nella storia ha organizzato risposte a queste categorie. Non con un post sui social alla vigilia del Ramadan, ma con strutture stabili, con distribuzioni regolari, con reti di solidarietà censite. In Italia, oggi, la vedova musulmana che perde il marito rischia la miseria e nessuno la censisce; l’orfano musulmano non ha alcun percorso comunitario dedicato; il convertito espulso dalla famiglia d’origine si arrangia. Questo, letteralmente, non è dīn: è la sua carcassa lessicale.

E c’è il diritto più profondo, dal quale tutto discende: il diritto di Allah ﷻ. La ṣalāh del fajr saltata sistematicamente perché “ho lavorato tardi”. La ṣalāh del ʿaṣr fatta al volo perché “avevo la riunione”. La lettura del Qur’an che si è ridotta ai giorni pari del mese di Ramaḍān. Lo studio del ʿilm interamente delegato a video di due minuti su TikTok. La tazkiyat al-nafs considerata roba per sufi, quando è cuore del dīn per ogni musulmano ortodosso a partire da al-Ghazālī, e prima di lui a partire dal ḥadīth stesso del Profeta ﷺ sulla purificazione del cuore. Non stiamo assolvendo il diritto di Allah. E chi non assolve il diritto del Signore difficilmente potrà assolvere quelli dei servi.

Bisogna dire, a questo punto, una cosa scomoda che circola poco. Non è la mancanza di intesa con lo Stato italiano il vero problema. Alcune realtà l’intesa l’hanno addirittura firmata, e la comunità non ne ha tratto la trasformazione promessa. Non è la legge sui luoghi di culto, non è l’islamofobia mediatica, non è la difficoltà burocratica di seppellire i propri morti secondo sharīʿah. Tutte queste sono difficoltà reali, e vanno affrontate con serietà politica. Ma nessuna di esse è la causa del wahn nel quale siamo scivolati. La causa è che, individualmente e collettivamente, abbiamo smesso di prendere sul serio il dīn nella sua struttura completa. Abbiamo tenuto le forme più visibili, ci siamo dimenticati la logica che le teneva insieme. Facciamo la ṣalāh e mentiamo negli affari. Digiuniamo il Ramaḍān e non paghiamo la zakāt nella sua forma piena. Andiamo al ḥajj e non parliamo al vicino da dieci anni. Chiamiamo l’intero paese “dār al-kufr” con leggerezza e non abbiamo mai aperto un manuale di fiqh al-aqalliyyāt per capire come si vive da minoranza musulmana in territorio non musulmano secondo la giurisprudenza classica. Non è la dawlah italiana che ci ha ridotto a ghuthāʾ. È che siamo stati ghuthāʾ per primi, e ora ci accorgiamo del prezzo.

La strada di ritorno è meno spettacolare di quanto si vorrebbe. Non c’è il congresso salvifico, non c’è il manifesto storico, non c’è l’imam carismatico che verrà dal Golfo a mettere ordine. C’è il lavoro paziente, verificabile, locale. C’è il circolo di studio serio, con testi classici tradotti bene e insegnanti che abbiano ijāzah verificabile, e che si riunisce ogni settimana anche se sono cinque persone. C’è la costituzione di una piccola cassa di zakāt trasparente sul territorio, con un bilancio pubblicato, che finanzi orfani italiani musulmani, o borse di studio per figli di famiglie musulmane povere, o l’affitto della sala di studio per le donne, o l’iscrizione universitaria di un giovane brillante che senza aiuto non potrebbe farla. C’è la scelta consapevole dei genitori musulmani di dire ai figli: “Studierai medicina, ingegneria, giurisprudenza, o ciò per cui hai vero talento, ma lo farai fino al livello massimo che le tue capacità permettono, perché la ummah ha bisogno di te lì e Allah ﷻ ti chiederà conto di quel talento”. C’è la rete di sorelle che decidono, senza aspettare permesso da nessuno, di aprire un cerchio di ʿilm femminile settimanale, con testi classici e non con Instagram. C’è la scelta di andare a bussare, sabato mattina, alla porta del vicino di pianerottolo per portare un vassoio di dolci a Eid, senza aspettarsi ricambio, per compiere daʿwah silenziosa che è la sola che entra nei cuori. C’è la decisione di firmare oggi il proprio testamento waqf, anche piccolo, perché una parte dei propri beni serva alla ummah dopo di noi.

Nessuna di queste azioni è mediaticamente spettacolare. Tutte, sommate, sono l’inversione della schiuma. Perché la schiuma non ha peso, e ciò che restituisce peso alla ummah non è la retorica dell’unità: è la sostanza della responsabilità presa, uno alla volta, in casa propria e nel raggio della propria mano.

«Inna Allāha lā yughayyiru mā bi-qawmin ḥattā yughayyirū mā bi-anfusihim», “In verità Allah non cambia la condizione di un popolo finché essi non cambiano ciò che è in loro stessi” (ar-Raʿd 13:11). Il versetto non promette che, se cambieremo, arriverà la vittoria politica; promette che, se non cambieremo, non arriverà nulla. La condizione minima è nostra, non Sua. Il tawfīq è Suo, non nostro. Ma il primo passo, quello che Allah ﷻ aspetta prima di aprire ogni porta, ci compete per intero.

Siamo diventati ghuthāʾ. È diagnosi antica, resa da Chi non ha mai sbagliato una parola. Non è insulto. È misericordia, perché senza la diagnosi non c’è cura. La cura esiste. È nei manuali che non apriamo, nelle preghiere che non custodiamo, nei vicini che non salutiamo, nelle figlie che non incoraggiamo a diventare grandi, nei fratelli di altra etnia con cui non abbiamo mai preso il tè, nella zakāt che facciamo passare per bonifico senza sapere dove va. La cura sta lì. Cominciarla è, questa sì, la sola urgenza che meriti il nome.

E Allah ﷻ, subḥānahu wa Taʿālā, è il più Sapiente.

Susanna Gagliano

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Susanna Gagliano
Susanna Gagliano

Susanna Gagliano, fondatrice e docente di Madrassat an-Noor. Scrive e insegna su lingua araba, Qur’an, fiqh, ḥadīth, sīrah, ʿaqīdah e studi islamici con percorsi 1:1 in lingua italiana.

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