
Le terre musulmane rimosse dall’Europa orientale
Un viaggio nella storia dimenticata dell’Islam a est dell’Europa: dai Bulgari del Volga ai Tatari di Kazan e di Crimea, dai Circassi ai Ceceni, dai Bashkiri ai musulmani dei Balcani e dell’Asia centrale. L’articolo ricostruisce secoli di conquiste, deportazioni, conversioni forzate, repressione religiosa e ingegneria demografica operate prima dall’Impero russo e poi dall’Unione Sovietica, fino alle assimilazioni forzate nell’Europa balcanica del Novecento.
Attraverso fonti storiche, cronache, dati archivistici e testimonianze, emerge una realtà quasi cancellata dalla narrazione europea: per secoli vaste regioni comprese tra Volga, Caucaso, Crimea, Asia centrale e Balcani furono centri vivi della civiltà islamica, della giurisprudenza ḥanafita, della teologia māturīdita e delle scienze del ḥadīth. Una storia di distruzione, ma anche di sopravvivenza, memoria e fede trasmessa nella diaspora nonostante persecuzioni e sradicamento.
Un secolo di deportazioni, massacri e cancellazioni fra Volga, Caucaso, Crimea e Balcani, e la Ummah che sopravvive nella diaspora
Nell’estate del 1864, sulle coste orientali del Mar Nero, un contadino di nome Napsau Yabarkh Hansak, che nel 1929 aveva novantuno anni e raccontò la sua storia all’accademico georgiano Simon Janahia, ricordava così i mesi che avevano seguito la conquista russa della Circassia: “Per sette anni, ossa umane rimasero sparse sulla riva. I corvi facevano il nido con le barbe degli uomini e i capelli delle donne. Per sette anni, il mare rigettava crani umani sulla spiaggia come angurie”. La testimonianza è raccolta negli archivi georgiani ed è citata dalla ricerca storica contemporanea sul genocidio circasso. Non è retorica. È l’immagine letterale di ciò che accadde quando l’Impero russo decise, sotto il conte Dmitrij Miljutin, ministro della Guerra dello zar Alessandro II, che il Caucaso nord-occidentale dovesse essere liberato dei suoi abitanti musulmani.
La cosa che quasi nessun manuale scolastico italiano racconta è questa: fino a due secoli fa, e in alcuni casi fino a poco più di cento anni fa, un arco geografico immenso che va dal Volga alla Crimea, dal Caucaso alla Bulgaria, da Creta alla Tracia, era popolato in maggioranza da musulmani. Non minoranze. Maggioranze radicate, con propri stati, proprie giurisprudenze, propri centri di sapere. Quel mondo è stato smantellato attraverso guerre di conquista, deportazioni di massa, conversioni forzate, ingegneria demografica pianificata a tavolino. Il risultato è che oggi ricordiamo il Caucaso, i Balcani e la Russia meridionale come terre “russe”, “ucraine”, “greche” o “bulgare”, dimenticando che per secoli furono, prima di tutto, terre islamiche.
Cominciare da un dato preciso aiuta a capire la profondità della rimozione. Nell’anno 922 dell’era cristiana, sessantasei anni prima della cristianizzazione della Rus’ di Kiev, il regno dei Bulgari del Volga, sotto il sovrano Almış (che assunse il nome islamico di Jaʿfar ibn ʿAbd Allāh), adottò ufficialmente l’Islam come religione di stato. La missione fu inviata dal califfo abbaside al-Muqtadir, e il segretario dell’ambasceria, il giurista Aḥmad ibn Faḍlān رحمه الله, ne lasciò un resoconto, la Risālah, che è ancora oggi una delle fonti primarie più preziose per la storia della regione. Bolghar, la capitale, divenne una città che rivaleggiava in ricchezza con i grandi centri del mondo islamico. Prima che esistesse la Russia cristiana, esisteva un’Europa musulmana orientale, con moschee, madrase, giudici e giuristi.
Da quella radice discende il popolo dei Tatari del Volga, e da lì il Khanato di Kazan, uno stato musulmano turco-tataro che governò l’area del medio Volga dal 1438 al 1552. Il 2 ottobre 1552, l’esercito di Ivan IV, chiamato “il Terribile”, zar di Moscovia, con un’armata stimata attorno alle 150.000 unità, espugnò Kazan dopo un assedio durato più di un mese. La difesa della città fu guidata dal sayyid Qol Sharīf, capo religioso della comunità, morto insieme ai suoi studenti nella moschea che oggi porta il suo nome, distrutta durante l’assalto e ricostruita solo nel 2005. La cronachistica russa dell’epoca, e la successiva storiografia critica, concordano sul fatto che la presa di Kazan comportò lo sterminio di gran parte della popolazione civile tatara superstite, la trasformazione delle moschee in chiese ortodosse e l’imposizione dell’ordine cristiano su un territorio che era stato islamico per oltre sei secoli. Non fu, come si insegna a scuola, una “riunificazione delle terre russe”: fu la conquista di un khanato musulmano indipendente da parte di uno stato cristiano espansionista.
Nei decenni successivi, la stessa logica si estese ai Bashkiri, popolazione turca musulmana sunnita degli Urali meridionali. Fra il 1662 e il 1740 i Bashkiri insorsero almeno quattro volte contro Mosca. Le rivolte del 1681-1684 e del 1704-1711 hanno una causa esplicita, documentata dagli storici russi stessi: la cristianizzazione forzata e le tasse imposte sulle moschee, sugli imam e persino su ogni persona che entrava in una casa di preghiera. Un decreto del 1704 elencava settantadue nuove imposte specificamente indirizzate contro la vita religiosa musulmana, oltre a richiedere che le nuove moschee fossero costruite “sul modello delle chiese cristiane”. La resistenza fu così tenace che nel 1739, a Ekaterinburg, una donna bashkira di sessant’anni di nome Kisyabika Bayryasova fu condannata al rogo perché, dopo essere stata battezzata con la forza, era tornata all’Islam. È un dato d’archivio, non un’agiografia moderna. La ritrattazione fu punita con il fuoco.
Il capitolo più drammatico dell’espansione russa contro l’Islam si consumò però nel Caucaso. La guerra russo-circassa iniziò formalmente nel 1763 e si concluse il 21 maggio 1864 con la parata militare del generale Pavel Grabbe a Qbaada, nell’attuale Krasnaja Poljana. Le fonti storiche più accreditate, sintetizzate in modo particolarmente lucido dallo studio di Walter Richmond The Circassian Genocide pubblicato dalla Rutgers University Press nel 2013, indicano numeri che dovrebbero essere ben noti a chiunque parli di storia europea, e che quasi nessuno conosce. Fra 600.000 e 1.500.000 circassi, popolazione a schiacciante maggioranza musulmana sunnita, furono uccisi o deportati. Il tre quarti della popolazione circassa venne annientato o espulso. Meno del dieci per cento rimase nella patria ancestrale. L’ufficiale russo Ivan Drozdov, testimone diretto delle operazioni, scrisse: “Cadaveri sparpagliati di donne, bambini, anziani, semi-divorati dai cani. Rifugiati esausti dalla fame e dalla malattia crollavano a terra e diventavano preda dei cani mentre erano ancora vivi. Solo la metà di coloro che partirono per la Turchia raggiunse la destinazione”.
I sopravvissuti fondarono quella che oggi è la diaspora circassa, stimata fra i cinque e i sette milioni di persone, distribuita fra Turchia (dove risiede la comunità più numerosa, con stime fra i due e i tre milioni), Giordania, Siria, Palestina, Iraq, Libia, Egitto, Balcani, Germania, Stati Uniti. La città giordana di Amman, nella sua conformazione moderna, fu rifondata proprio da rifugiati circassi nel 1878. Nei Balcani, il sultano ottomano ʿAbd al-Ḥamīd II collocò decine di migliaia di profughi circassi lungo le frontiere strategiche dell’impero. Un’intera geografia demografica del Vicino Oriente moderno si spiega solo tenendo presente il vuoto lasciato in Circassia. Nel 2011 il parlamento della Georgia è stato il primo organo statale al mondo a riconoscere ufficialmente questi eventi come genocidio. Nessun governo occidentale li ha ancora qualificati con lo stesso termine.
Contemporaneamente, dall’altra parte del continente, un processo simmetrico coinvolgeva l’Asia centrale. Bukhara, città natale dell’imām Muḥammad ibn Ismāʿīl al-Bukhārī رحمه الله, compilatore del Ṣaḥīḥ che porta il suo nome e che è, dopo il Corano, il testo più autorevole della tradizione sunnita, era stata per secoli uno dei fari mondiali del sapere islamico. Samarcanda, Termez (patria dell’imām al-Tirmidhī رحمه الله), Merv, Khiva, Kokand: la lista dei centri di scienza religiosa dell’Asia centrale è un elenco di luoghi dove il fiqh ḥanafita, la teologia māturīdita e le scienze del ḥadīth furono coltivate ai massimi livelli per un millennio. Fra il 1865 e il 1876 l’esercito russo del governatore generale Konstantin von Kaufmann conquistò Tashkent, Samarcanda, il Khanato di Kokand e ridusse l’Emirato di Bukhara e il Khanato di Khiva a protettorati. Nel giro di poco più di un decennio, l’intero cuore accademico dell’Islam turcofono passò sotto amministrazione zarista.
Con la rivoluzione bolscevica del 1917 e la creazione dell’Unione Sovietica, la pressione contro l’Islam cambiò forma ma non intensità. Fra il 1927 e il 1929 il governo sovietico lanciò la campagna denominata hujum, letteralmente “assalto”, finalizzata a rimuovere con la forza il velo alle donne musulmane centroasiatiche. Entro il 1929 tutte le madrase furono chiuse. Nel 1928 i waqf, le fondazioni pie che finanziavano moschee, scuole e ospedali, furono espropriati. Le corti della Sharīʿah, che avevano funzionato per secoli, furono abolite. Migliaia di moschee furono chiuse o rase al suolo o convertite in magazzini, cinematografi, granai. Gli ʿulamāʾ furono imprigionati, deportati, giustiziati. Un dato lo riassume: alla vigilia della rivoluzione, l’attuale Uzbekistan contava oltre ventimila moschee attive; alla fine degli anni Ottanta ne rimanevano poche centinaia, molte semi-clandestine. La sopravvivenza dell’Islam in Asia centrale è dovuta al coraggio di figure come lo shaykh Muḥammadjān Hindustānī رحمه الله (1892-1989), che mantenne vivi i circoli di studio privati e la catena di trasmissione delle scienze religiose in condizioni di rischio permanente.
Ma il colpo più chirurgico, e più deliberatamente calibrato per distruggere interi popoli musulmani come tali, avvenne fra il 1943 e il 1944. Nella logica dell’ingegneria etnica staliniana, esiste una sequenza inconfutabile di operazioni pianificate dall’NKVD di Lavrentij Berija con l’approvazione di Stalin. Il 2 novembre 1943 furono deportati i Karachaj, popolazione turcofona sunnita del Caucaso settentrionale: 69.267 persone, di cui ventiduemila bambini, caricate su vagoni bestiame e trasferite in Kazakistan e Kirghizistan. Il tasso di mortalità nei primi anni raggiunse cifre stimate fra i tredicimila e i diciannovemila morti solo per fame e malattie. Il 23 febbraio 1944, con l’operazione Chechevitsa, che i ceceni chiamano Aardakh, “l’Esodo”, fu la volta di ceceni e ingusci: 478.479 persone deportate in quaranta giorni. Le stime sui morti oscillano fra i 123.000 e i 200.000, secondo le fonti sovietiche stesse; le fonti cecene parlano di quasi mezzo milione, quasi il quarantasei per cento della popolazione totale, morti nei primi due anni di esilio.
L’8 marzo 1944 fu la volta dei Balcari, altra popolazione turco-sunnita del Caucaso: 39.407 persone. Fra il 18 e il 20 maggio 1944 arrivò la deportazione dei Tatari di Crimea, popolo turcofono sunnita indigeno della penisola. In tre giorni, secondo i dati archivistici sovietici, furono deportate almeno 191.044 persone; alcune stime portano il numero oltre le 200.000. Il 14-15 novembre 1944 toccò ai Turchi meschetiani della Georgia meridionale: 94.000-115.000 persone, insieme a piccoli gruppi di Curdi ed Hemshin. Il tasso di mortalità nel primo anno di deportazione dei Tatari di Crimea fu stimato dalle stesse fonti sovietiche in “eccesso di morti” del 45.000 su circa 190.000 deportati, cioè quasi un quarto della popolazione. Le fonti tatare parlano di percentuali che sfiorano il quarantasei per cento nei primi due anni. In tutti i casi, l’accusa formale era di “collaborazionismo con la Germania nazista”. In tutti i casi, come ha documentato la storiografia contemporanea da Alexander Nekrich a Norman Naimark fino ai lavori più recenti sull’archivio dell’NKVD, l’accusa era pretestuosa: interi eserciti di ceceni, balcari, karachaj e crimei tatari combattevano nell’Armata Rossa mentre le loro famiglie venivano deportate. Migliaia di quei soldati, tornando a casa dopo la vittoria del 1945, trovarono i villaggi rasi al suolo e le famiglie sparite in Asia centrale.
L’Ucraina ha riconosciuto la deportazione dei Tatari di Crimea come genocidio nel 2015. Lettonia, Lituania, Canada hanno fatto lo stesso. Il ritorno in patria dei Tatari fu autorizzato ufficialmente solo nel 1989, quando Gorbačev dichiarò illegale il decreto del 1944. Fra il 1989 e il 2013 rientrarono circa 266.000 persone, ricostruendo lentamente le proprie comunità in una terra ormai ripopolata da coloni russi. Con l’annessione russa della Crimea nel 2014, la persecuzione è ricominciata: arresti arbitrari, chiusura del Majlis del popolo tataro dichiarato “organizzazione estremista” nel 2016, sparizioni, imprigionamenti. Secondo la Missione ucraina per la Repubblica autonoma di Crimea, oltre centotrenta Tatari di Crimea sono attualmente detenuti in condizioni contestate. La storia, come si dice, non si ripete mai identica; ma qui il calco è talmente sovrapposto che parlare di “coincidenza” sarebbe intellettualmente disonesto.
Spostandoci verso ovest, il collasso dell’Impero ottomano fra il 1878 e il 1923 produsse la seconda grande onda di espulsioni islamiche. Durante la guerra russo-turca del 1877-1878, la popolazione musulmana dell’attuale Bulgaria fu dimezzata, passando da circa 1,6 milioni a 800.000 fra fughe, espulsioni e massacri. Durante le guerre balcaniche del 1912-1913, circa 150.000 musulmani (Turchi, Pomacchi, Albanesi, Bosgnacchi, Rom musulmani, Circassi già rifugiati nei Balcani) furono uccisi o espulsi dai territori conquistati da Bulgaria, Serbia, Grecia e Montenegro. Il rapporto della Carnegie Endowment for International Peace del 1914, redatto da una commissione internazionale, resta una delle documentazioni più esaustive della sistematica pulizia etnica anti-musulmana avvenuta nel cuore dell’Europa a inizio Novecento. La stessa Commissione documentò che in molti villaggi bulgaro-musulmani (Pomacchi) fu imposta la conversione forzata al cristianesimo ortodosso, con incendi delle moschee, distruzione dei cimiteri islamici e cambi coatti dei nomi.
Il 30 gennaio 1923, con la Convenzione di Losanna, Grecia e Turchia firmarono il primo scambio compulsorio di popolazioni della storia moderna basato non sulla lingua o l’etnia ma sull’appartenenza religiosa. Fra i 355.000 e i 400.000 musulmani greci furono strappati dalla Grecia e trasferiti in Turchia; oltre 1,2 milioni di cristiani ortodossi seguirono il cammino inverso. Fra i musulmani espulsi c’erano i Musulmani cretesi, comunità di lingua greca radicata sull’isola fin dalla conquista ottomana del 1669, che a metà Ottocento costituiva circa metà della popolazione dell’isola. I loro discendenti oggi vivono a Izmir, ad al-Ḥamīdiyyah in Siria (villaggio fondato dal sultano ʿAbd al-Ḥamīd II nel 1897 proprio per accogliere i rifugiati cretesi), in Libia, nel Libano. Nella loro casa parlano ancora il dialetto greco cretese di fine Ottocento, congelato nel tempo come una fotografia linguistica. Un antropologo turco che ha visitato al-Ḥamīdiyyah negli anni Duemila raccontò di famiglie che tramandano ricette di cucina cretese, canzoni cretesi e persino toponimi cretesi dopo cinque generazioni fuori dall’isola.
Il ciclo si chiude, o meglio si prolunga, con il “Processo di rinascita” bulgaro del 1984-1989, la più grande operazione di assimilazione forzata di una minoranza musulmana avvenuta in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Il regime comunista di Todor Živkov, con la delibera del Politburo del 19 giugno 1984, obbligò circa 850.000 musulmani bulgari, in prevalenza Turchi ma anche Pomacchi e Rom musulmani, a cambiare i propri nomi arabo-turchi con nomi slavo-cristiani. Il parlare turco in pubblico fu proibito, gli abiti tradizionali islamici messi al bando, le moschee chiuse, le pratiche religiose criminalizzate. Chi resistette fu picchiato, arrestato, deportato al campo di Belene. Le stime sulle vittime dirette oscillano fra le 500 e le 2.500. Nel 1989, dopo cinque anni di apartheid culturale, il regime aprì i confini e nel giro di poche settimane oltre 320.000 musulmani bulgari fuggirono in Turchia, in quella che gli storici definiscono la più grande pulizia etnica europea del secondo dopoguerra. Il parlamento bulgaro ha ufficialmente condannato quella politica solo nel 2012.
C’è una domanda che, a questo punto, dovrebbe imporsi da sé a chiunque legga con onestà intellettuale. Perché di tutto questo, nella storiografia divulgativa italiana e nei manuali scolastici, non si parla quasi mai? Le ragioni sono molte, e nessuna innocente. Prima di tutto, la storiografia europea ha lungamente inquadrato l’espansione russa come “civilizzazione” delle steppe e la ritirata ottomana come “liberazione” dei Balcani, occultando che a essere “civilizzati” e “liberati” erano quasi sempre gli stessi soggetti: comunità musulmane sedimentate, con proprie istituzioni religiose, proprie tradizioni giuridiche e proprie ragioni di esistenza precedenti allo stato-nazione europeo. In secondo luogo, il Novecento sovietico ha sepolto per settant’anni la documentazione delle proprie deportazioni etniche sotto l’etichetta della “sicurezza dello stato”. Terzo, la costruzione delle identità nazionali balcaniche moderne ha richiesto la rimozione narrativa della propria componente musulmana; un ricordo pubblico di quelle stragi metterebbe in crisi le fondamenta stesse di alcuni miti fondativi. Quarto, il pubblico europeo occidentale tende a pensare l’Islam come una realtà esterna all’Europa, importata dai migranti del tardo Novecento; ammettere che l’Islam era una realtà interna dell’Europa orientale e meridionale da almeno mille anni obbligherebbe a rileggere l’intera cartografia identitaria del continente.
Eppure la Ummah è viva. È viva nei cinque-sette milioni di circassi della diaspora, viva nei duecentomila Tatari di Crimea tornati alla loro terra, viva nei sette milioni di ceceni e ingusci che nonostante due deportazioni novecentesche e due guerre postsovietiche conservano lingua, memoria e fede. È viva nei ventitre milioni di musulmani della Federazione Russa contemporanea, dove Tatari e Baschiri sono la seconda e la quarta popolazione etnica del paese e dove Kazan è tornata a essere una delle capitali del fiqh ḥanafita e della teologia māturīdita. È viva nei musulmani bulgari che negli anni Novanta hanno riottenuto i propri nomi arabo-turchi, nei circassi giordani che parlano ancora la loro lingua caucasica dopo cinque generazioni ad Amman, nei musulmani cretesi che nel villaggio di al-Ḥamīdiyyah sulla costa siriana pregano il fajr in dialetto greco cretese, nei quasi cento milioni di musulmani centroasiatici usciti da settant’anni di ateismo di stato con la loro ʿaqīdah māturīdita e la loro giurisprudenza ḥanafita sostanzialmente intatte.
Quello che il Profeta ﷺ disse ai Compagni رضي الله عنهم, come riportato da al-Bukhārī رحمه الله nel Ṣaḥīḥ (kitāb al-riqāq, ḥadīth n. 6416), fu: “Sii in questo mondo come uno straniero, o come un viandante che passa”. La condizione di ghurbah, di estraneità, che questi popoli hanno vissuto nel modo più letterale e più sanguinoso possibile, deportati a migliaia di chilometri dalle loro case, riscritti nei loro nomi, spogliati dei loro luoghi di culto, è forse una delle più profonde rappresentazioni collettive di quella parola. E tuttavia, in quella ghurbah, la fede è sopravvissuta. Non per caso, non per inerzia, ma per la fedeltà silenziosa e testarda di chi ha ricopiato Corani a mano nelle case sovietiche, di chi ha insegnato l’alfabeto arabo ai bambini nelle stanze retrostanti delle case caucasiche, di chi ha trasmesso il proprio madhhab a memoria perché tutti i libri erano stati bruciati.
Studiare seriamente questa storia, in una prospettiva islamica ortodossa fondata sulla dottrina di Ahl al-Sunnah wa al-Jamāʿah, significa fare due cose insieme. Prima, restituire dignità storica a milioni di nostri fratelli e sorelle nella fede la cui esistenza è stata rimossa dalla memoria pubblica europea. Poi, imparare che l’Islam non è mai stato un fenomeno “esotico” o “arabo” nella storia del continente eurasiatico: era la religione della città di Bolghar nel 922, della corte di Bakhčisaraj nel 1500, della madrasa di Bukhara nel 1600, dei villaggi pomacchi bulgari nel 1700, delle steppe kazake nel 1800. Questo passato non chiede vendetta. Chiede solo di essere raccontato con verità. E la verità, in Islam, è un obbligo prima ancora di essere una virtù.
Allāhumma raḥim mawtā al-muslimīn, wa aslih aḥwāla al-aḥyāʾ, wa arjiʿ ilaynā ʿilman nāfiʿan, wa ʿamalan mutaqabbalan, wa dhikrayāt lā tanqaṭiʿ. O Allah, abbi misericordia dei musulmani defunti, migliora la condizione dei vivi, restituiscici scienza utile, opere accettate e memoria che non si spezza. E la Sua benedizione e pace siano sul nostro Profeta Muḥammad ﷺ, sulla sua famiglia e sui suoi Compagni رضي الله عنهم أجمعين.
Susanna Gagliano
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