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Nusaybah bint Kaʿb رضي الله عنها: lo scudo di Uḥud

Nusaybah bint Kaʿb رضي الله عنها, Umm ʿUmārah: la Compagna che a Uḥud si fece scudo vivente davanti al Messaggero di Allāh ﷺ.


Ad Uḥud, il terzo anno dell’Egira, quando la linea musulmana si spezzò e i combattenti si dispersero in ogni direzione, una donna si fece avanti con una spada in una mano e uno scudo nell’altra. Non era uscita di casa per combattere: era venuta sul campo con un otre d’acqua per soccorrere i feriti, come facevano altre donne della comunità. Ma quando la situazione precipitò, quando gli arcieri abbandonarono la posizione che il Profeta ﷺ aveva ordinato loro di tenere e il nemico aggirò lo schieramento musulmano, Nusaybah bint Kaʿb رضي الله عنها posò l’acqua, impugnò l’arma e si mise tra il Messaggero di Allah ﷺ e i Quraysh.

Non si trattava di un impulso emotivo e non fu un gesto simbolico. Le fonti classiche della sīrah, a partire da Ibn Isḥāq raḥimahullāh e al-Wāqidī raḥimahullāh, documentano con precisione ciò che accadde quel giorno: Nusaybah combatté fisicamente, parò colpi, ferì nemici a cavallo, subì ferite profonde, e il Profeta ﷺ la vide lì, ogni volta che si girava. “Ovunque mi voltassi, a destra o a sinistra,” disse ﷺ, “la vedevo combattere davanti a me.” Questa frase è riportata con la trasmissione di ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb رضي الله عنه, che la riferì anni dopo, quando fu Califfo, e aggiunse un dettaglio significativo: quando gli portarono dei tessuti pregiati e qualcuno gli suggerì di inviarli alla moglie di ʿAbdullāh ibn ʿUmar, ʿUmar rispose che c’era qualcuno che ne aveva più diritto: Umm ʿUmārah, Nusaybah bint Kaʿb. E citò le parole del Profeta ﷺ su quel giorno.

Chi era questa donna, e perché la sua storia è così poco conosciuta nella comunità islamica italiana?

Nusaybah bint Kaʿb al-Anṣāriyyah al-Māziniyyah apparteneva ai Banū Najjār, uno dei clan degli Anṣār di Madīnah. Si era convertita all’Islam nelle fasi iniziali della predicazione medinese, quando Muṣʿab ibn ʿUmayr رضي الله عنه fu inviato a Yathrib come primo ambasciatore dell’Islam. Nusaybah fu tra le due donne che parteciparono alla seconda bayʿah (giuramento di fedeltà) di al-ʿAqabah, quella in cui settantaquattro leader medinesi giurarono al Profeta ﷺ sostegno e protezione. Il fatto che una donna fosse presente a un giuramento politico-militare di quella portata dice già qualcosa sulla natura della prima comunità islamica, e su ciò che quella comunità considerava normale.

Nusaybah era sposata in prime nozze con Zayd ibn ʿĀṣim al-Māzinī, dal quale ebbe due figli: ʿAbdullāh e Ḥabīb. Si risposò poi con Ghaziyyah ibn ʿAmr, dal quale ebbe Tamīm e una figlia, Khawlah. Sia il primo marito, sia il secondo, sia entrambi i figli combatterono al fianco del Profeta ﷺ. La famiglia intera era parte attiva della costruzione della comunità islamica, e quando Nusaybah si presentò sul campo di Uḥud, non era sola: con lei c’erano il marito Ghaziyyah e i due figli.

La battaglia di Uḥud è una delle pagine più drammatiche della sīrah. I musulmani, dopo la vittoria di Badr l’anno precedente, dovevano fronteggiare un esercito meccano molto più grande e meglio organizzato, guidato da Abū Sufyān. Il Profeta ﷺ aveva disposto un gruppo di cinquanta arcieri su un’altura strategica, la collina degli arcieri, con un ordine categorico: non spostatevi da lì, qualunque cosa succeda, che noi vinciamo o perdiamo. Il comandante degli arcieri era ʿAbdullāh ibn Jubayr رضي الله عنه. Le prime fasi della battaglia andarono a favore dei musulmani: i Quraysh cominciarono a ritirarsi. A quel punto accadde ciò che il Qurʾān stesso registra come lezione per la Ummah: la maggior parte degli arcieri, vedendo i nemici in fuga, abbandonò la posizione per raccogliere il bottino, disobbedendo all’ordine del Profeta ﷺ. Khālid ibn al-Walīd, che allora combatteva ancora con i pagani, vide il fianco scoperto, guidò una carica di cavalleria attraverso la breccia, e in pochi minuti la vittoria musulmana si trasformò in una rotta.

È in quel momento che la storia di Nusaybah si accende.

Il figlio ʿUmārah raccontò in prima persona ciò che accadde. Era stato ferito al braccio sinistro, e il sangue scorreva copioso. Sua madre gli si avvicinò, gli fasciò la ferita con un pezzo di stoffa che aveva portato proprio per medicare, e poi gli disse: “Alzati, figlio mio, e combatti.” Il Profeta ﷺ, che stava guardando, commentò: “Chi potrebbe sopportare ciò che sopporti tu, o Umm ʿUmārah?” In quel momento, il soldato nemico che aveva ferito ʿUmārah si ripresentò. Il Profeta ﷺ lo indicò: “Questo è quello che ha colpito tuo figlio.” Nusaybah si lanciò contro di lui e lo colpì alla coscia. L’uomo crollò. Il Profeta ﷺ sorrise; ʿUmārah racconta che sorrise così tanto che si vedevano i denti posteriori. E disse: “Ti sei presa la tua rivincita, o Umm ʿUmārah.”

Questa scena merita di essere letta con attenzione, perché contiene informazioni che nessun cliché sui “diritti delle donne nell’Islam” riesce a catturare. Una donna combatte con la spada. Il Profeta ﷺ non la ferma, non le dice di tornare indietro, non le dice che quello non è il suo posto. La guarda, commenta la sua resistenza con ammirazione, e sorride quando lei si vendica di chi ha ferito suo figlio. Questa è la Sunnah. Questo è ciò che accadde.

Nusaybah stessa descrisse un altro momento cruciale della giornata. I musulmani erano ormai in rotta, e lei con i suoi figli e il marito cercavano di circondare il Profeta ﷺ per proteggerlo dagli attacchi. Lei teneva la spada in una mano e lo scudo nell’altra. Un cavaliere nemico la caricò; lei parò il colpo con lo scudo, poi afferrò le redini del cavallo e lo tirò di lato. Approfittando dello squilibrio, piantò la spada nella schiena del cavallo. L’animale cadde, trascinando il cavaliere. Il Profeta ﷺ gridò a ʿAbdullāh di aiutare la madre; insieme, madre e figlio finirono il nemico.

Quel giorno Nusaybah subì almeno dodici ferite gravi, tra colpi di spada e punte di lancia. La più profonda fu alla spalla, infertale da Ibn Qamīʾah, uno dei nemici che quel giorno tentò di uccidere il Profeta ﷺ. La ferita era così profonda che Nusaybah perse i sensi. Quando si riprese, la sua prima domanda non fu per i figli né per il marito: chiese se il Profeta ﷺ stesse bene. Quando le dissero che era salvo, ringraziò Allah. Quella ferita alla spalla impiegò un anno intero per guarire.

Prima della fine della giornata, Nusaybah fece una richiesta al Profeta ﷺ. Non chiese ricchezze, non chiese onori, non chiese protezione speciale. Gli chiese di supplicare Allah che lei e la sua famiglia potessero essere suoi compagni nel Paradiso. Il Profeta ﷺ fece la duʿāʾ: “Allāhumma, rendili miei compagni nel Paradiso.” Nusaybah, anni dopo, commentava quell’istante con queste parole: “Da quel momento, non mi importa più cosa mi accada in questa vita terrena.”

La storia di Nusaybah non finisce a Uḥud. Partecipò alla battaglia di Ḥunayn, alla conquista di Makkah, e fu presente al trattato di al-Ḥudaybiyyah. Ma l’episodio più doloroso della sua vita venne dopo la morte del Profeta ﷺ, durante le guerre di riddah (apostasia). Il falso profeta Musaylimah al-Kadhdhāb aveva catturato e ucciso suo figlio Ḥabīb ibn Zayd رضي الله عنه, facendolo a pezzi membro dopo membro perché si rifiutava di riconoscerlo come profeta. Quando il Califfo Abū Bakr رضي الله عنه organizzò la spedizione contro Musaylimah, Nusaybah, ormai sessantenne, insistette per parteciparvi. Il Califfo non riuscì a dissuaderla. Nella battaglia di al-Yamāmah, combatté con una ferocia che i testimoni descrissero come sovrumana. Subì undici ferite e perse un braccio. Khālid ibn al-Walīd رضي الله عنه, comandante dell’esercito, fece bollire dell’olio e vi immerse il moncherino per cauterizzare la ferita. Per Nusaybah, la gioia per la morte di Musaylimah superò di gran lunga il dolore per la perdita del braccio.

Ora, tutto questo è documentato. Non è agiografia inventata, non è leggenda pia, non è retroproiezione femminista. Le fonti classiche della sīrah e della letteratura dei ṭabaqāt (biografie classificate) riportano questi episodi con catene di trasmissione. Al-Wāqidī li registra nel Kitāb al-Maghāzī; Ibn Saʿd raḥimahullāh li include nel Ṭabaqāt al-Kubrā; Ibn Ḥajar al-ʿAsqalānī raḥimahullāh li cita nel al-Iṣābah fī Tamyīz al-Ṣaḥābah. La domanda, allora, è un’altra: perché queste informazioni non arrivano ai musulmani italiani?

La risposta è scomoda, ma va data. In molte comunità islamiche contemporanee, il ruolo delle donne nella prima generazione musulmana è stato ridotto, compresso, addomesticato. Le Compagne del Profeta ﷺ appaiono nelle narrazioni divulgative quasi esclusivamente come mogli e madri devote, figure silenziose e docili che rappresentano un ideale domestico. Questo non è falso in sé: molte Compagne furono effettivamente madri e mogli straordinarie, e l’Islam assegna alla maternità e alla cura della famiglia un valore altissimo. Ma è incompleto, e l’incompletezza, quando diventa sistematica, è una deformazione.

Nusaybah bint Kaʿb رضي الله عنها non rappresenta un’eccezione da nascondere o da minimizzare. Rappresenta un dato storico che la tradizione sunnita classica ha sempre riconosciuto e tramandato con rispetto. I grandi muḥaddithūn non hanno censurato la sua storia; i biografi classici non l’hanno relegata a una nota a piè di pagina. ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb رضي الله عنه, il Califfo noto per il suo rigore e la sua severità, le mandava tessuti pregiati e citava le parole del Profeta ﷺ su di lei con reverenza.

La cancellazione di queste storie non viene dalla tradizione islamica ortodossa. Viene da letture culturali restrittive, spesso influenzate da ambienti in cui la riduzione del ruolo femminile viene spacciata per Sunnah. È un’operazione pericolosa, perché chi conosce solo la versione ridotta finisce per credere che l’Islam abbia sempre relegato le donne al silenzio. E poi, quando incontra le fonti, scopre che la realtà era diversa: le donne della prima comunità islamica trasmettevano ḥadīth, consigliavano i Califfi, partecipavano ai giuramenti politici, e quando era necessario, combattevano.

Nusaybah fu anche narratrice di ḥadīth. Le si attribuiscono trasmissioni relative alla purificazione rituale e ad altre questioni pratiche di fiqh. Questo è un dettaglio che spesso viene trascurato: le donne della prima generazione islamica non furono solo testimoni passive degli eventi, furono agenti attive nella trasmissione del sapere religioso. La scienza del ḥadīth (muṣṭalaḥ al-ḥadīth) riconosce le donne come narratrici affidabili; anzi, come osservò al-Dhahabī raḥimahullāh nel Siyar Aʿlām al-Nubalāʾ, non si conosce nella storia della trasmissione del ḥadīth una sola donna accusata di fabbricazione (waḍʿ). Il che significa che le donne, come categoria di trasmettritrici, erano statisticamente più affidabili degli uomini.

C’è un ultimo dettaglio sulla storia di Nusaybah che merita di essere menzionato, perché tocca un punto sensibile nel dibattito contemporaneo sulla donna nell’Islam. Nusaybah non era un caso isolato. Altre donne combatterono nelle prime battaglie dell’Islam, o parteciparono attivamente sul campo. Umm Sulaym رضي الله عنها portava un pugnale a Ḥunayn. Umm ʿAṭiyyah al-Anṣāriyyah رضي الله عنها partecipò a diverse campagne militari come infermiera. Ṣafiyyah bint ʿAbd al-Muṭṭalib رضي الله عنها uccise un nemico che si era avvicinato alla fortezza dove erano rifugiate le donne durante la battaglia del Fossato (al-Khandaq). La partecipazione femminile alla vita pubblica della comunità, inclusa la dimensione militare in situazioni di necessità, è un fatto storico della prima generazione islamica, non una reinterpretazione moderna.

Il fiqh ḥanafī, la scuola giuridica che a Madrassat an-Noor seguiamo come riferimento primario, affronta la questione della partecipazione femminile al combattimento con una prospettiva pragmatica: la donna non è obbligata al jihād offensivo, ma la sua partecipazione in situazioni difensive o di necessità è documentata e non contestata. I grandi fuqahāʾ ḥanafiti non hanno mai negato la validità dell’azione di Nusaybah; l’hanno semplicemente considerata ciò che era: un atto di coraggio straordinario in una situazione di pericolo estremo per il Profeta ﷺ e per la comunità.

Nusaybah bint Kaʿb رضي الله عنها morì intorno al 13 H. (634 d.C.) e fu sepolta ad al-Baqīʿ, il cimitero di Madīnah dove riposano molti dei Compagni del Profeta ﷺ. La sua vita attraversò l’intero arco della fondazione dell’Islam: dalla conversione nelle prime fasi della predicazione medinese, attraverso le battaglie decisive di Uḥud, Ḥunayn, al-Ḥudaybiyyah e la conquista di Makkah, fino alle guerre di riddah dopo la morte del Profeta ﷺ.

Non chiese mai di essere ricordata come eroina. Chiese solo di essere compagna del Profeta ﷺ nel Paradiso. E il Profeta ﷺ pregò per lei.

Chi studia la sīrah con le fonti giuste non ha bisogno di inventare nulla sulla donna nell’Islam. Basta leggere ciò che è già scritto.

Susanna Gagliano


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Susanna Gagliano
Susanna Gagliano

Susanna Gagliano, fondatrice e docente di Madrassat an-Noor. Scrive e insegna su lingua araba, Qur’an, fiqh, ḥadīth, sīrah, ʿaqīdah e studi islamici con percorsi 1:1 in lingua italiana.

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