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Madrassat an-Noor

Perché Allāh merita il nostro amore

La maḥabbah, l’amore per Allāh ﷻ, non è un sentimento accessorio: è il cuore vivo della fede.

La maḥabbah come fondamento della fede

Bismillāhi r-Raḥmāni r-Raḥīm (بسم الله الرحمن الرحيم)

C’è un momento preciso in cui la fede smette di essere un elenco di regole e diventa qualcosa di vivo. Non è la prima volta che preghi, non è il giorno in cui impari il significato di una sūrah. È il momento in cui ti accorgi che stai pensando ad Allāh ﷻ senza che nessuno te lo abbia chiesto; che qualcosa dentro di te si muove verso di Lui, e non sai dargli un nome. Quel qualcosa ha un nome, in realtà. Si chiama maḥabbah (محبة): amore. E non l’amore sdolcinato dei poster motivazionali, non l’amore vago e generico che si appiccica a qualsiasi discorso spirituale come un’etichetta. È l’amore che l’Imām al-Ghazālī رحمه الله definisce come il moto spontaneo dell’anima verso ciò che è perfetto, bello e benefico, nel Kitāb al-Maḥabbah wa’l-Shawq wa’l-Uns wa’l-Riḍā (Iḥyāʾ ʿUlūm al-Dīn, Libro 36).

Ma perché Allāh ﷻ meriterebbe il nostro amore? Non il nostro timore, la nostra obbedienza, la nostra sottomissione, cose che già diamo o dovremmo dare, ma proprio l’amore, cioè il sentimento più libero e meno controllabile che esista? Questo articolo non è una predica sul fatto che “bisogna amare Allāh”. Sarebbe inutile: l’amore non si ordina. È un’indagine seria su cosa significhi maḥabbah nella tradizione islamica ortodossa, su quali siano le sue cause secondo gli ʿulamāʾ, e su perché, seguendo queste cause con onestà intellettuale, si arriva inevitabilmente a una conclusione sola.

Partiamo da un dato che molti ignorano. Nella teologia islamica sunnita, la maḥabbah non è un sentimento accessorio che si aggiunge alla fede: è la fede stessa. Il Qurʾān lo dice con una chiarezza che non lascia spazio: «Wa’lladhīna āmanū ashaddu ḥubban lillāh», “Coloro che credono sono più intensi nell’amore per Allāh” (al-Baqarah, 2:165). L’intensità dell’amore per Allāh ﷻ è il segno che distingue il credente vero da chi ha preso altri come eguali a Lui. Non la quantità di preghiere, non la lunghezza della barba, non il numero di versetti memorizzati: l’intensità dell’amore. Questo versetto dovrebbe toglierci il fiato, se ci pensiamo un momento. Perché sta dicendo che la fede, l’īmān, è fondamentalmente una questione di amore. E se l’amore non c’è, rimane la struttura, rimane la forma, rimane la pratica esteriore; ma il cuore è assente.

Il Profeta Muḥammad ﷺ ha confermato questo principio con un ḥadīth che è tra i più importanti dell’intera raccolta di al-Bukhārī. Anas ibn Mālik رضي الله عنه riporta che il Messaggero di Allāh ﷺ disse: “Chi possiede tre qualità troverà la dolcezza della fede (ḥalāwat al-īmān): che Allāh e il Suo Messaggero gli siano più cari di qualsiasi altra cosa; che ami una persona esclusivamente per Allāh; e che detesti tornare alla miscredenza come detesta essere gettato nel fuoco” (Ṣaḥīḥ al-Bukhārī, Kitāb al-Īmān, ḥadīth 16; riportato anche in Ṣaḥīḥ Muslim, Kitāb al-Īmān, ḥadīth 43; muttafaq ʿalayh). La prima condizione, fratelli e sorelle, è l’amore per Allāh ﷻ e per il Suo Messaggero ﷺ al di sopra di ogni altra cosa. La fede ha una dolcezza, un sapore, una ḥalāwah: e questo sapore si sperimenta solo quando l’amore diventa il motore della relazione con Allāh ﷻ. Chi prega senza amore prega per dovere, e il dovere è necessario, ma non ha sapore. Chi prega con amore prega con un cuore che partecipa; e quel cuore, dice il Profeta ﷺ, trova qualcosa: una dolcezza reale, non metaforica.

Ora, un lettore attento potrebbe chiedersi: ma è davvero possibile amare Allāh ﷻ, cioè un Essere che non vediamo, non tocchiamo, non sentiamo nel senso fisico? La domanda è legittima, e gli ʿulamāʾ l’hanno affrontata con profondità straordinaria. Al-Ghazālī رحمه الله, nel libro citato, dedica un’intera sezione a dimostrare che la maḥabbah per Allāh ﷻ non solo è possibile, ma è il tipo di amore più autentico che esista. E lo fa con un metodo che è un capolavoro di psicologia spirituale: analizza le cause per cui gli esseri umani amano, e poi dimostra che tutte queste cause convergono in Allāh ﷻ.

La prima causa dell’amore, secondo al-Ghazālī, è l’amore per sé stessi: ogni essere umano ama la propria esistenza, la propria continuità, il proprio benessere. Questa è una disposizione naturale, la fiṭrah dell’amore. Ma da dove viene la tua esistenza? Chi ti ha dato la vita, il respiro, la coscienza? Chi sostiene in questo istante ogni cellula del tuo corpo, ogni battito del tuo cuore, ogni sinapsi del tuo cervello? Se ami la tua esistenza, dice al-Ghazālī, devi necessariamente amare Chi te l’ha donata. Non per obbligo: per coerenza. Come si può amare il dono e ignorare il Donatore?

La seconda causa è l’amore per chi ci benefica. Noi amiamo, spontaneamente, chi ci fa del bene. Un genitore che ci nutre, un amico che ci aiuta, un maestro che ci guida: il cuore si inclina naturalmente verso il muḥsin, il benefattore. Ma ogni beneficio che riceviamo da un essere umano, ogni gesto di gentilezza, ogni aiuto in un momento difficile, non è in ultima analisi che un mezzo attraverso cui il beneficio reale di Allāh ﷻ ci raggiunge. Il medico che ci guarisce guarisce con la scienza che Allāh ﷻ gli ha concesso, con le erbe e le molecole che Allāh ﷻ ha creato, e con il tawfīq (التوفيق), l’assistenza divina che consente al rimedio di funzionare. Allāh ﷻ dice: «Wa mā bikum min niʿmatin fa-mina’llāh», “Qualsiasi grazia abbiate, essa proviene da Allāh” (al-Naḥl, 16:53). Se ami chi ti fa del bene, il Benefattore assoluto, il Muḥsin per eccellenza, è Allāh ﷻ. Tutti gli altri sono canali; Lui è la Sorgente.

La terza causa è l’amore per la bellezza, al-jamāl (الجمال). Gli esseri umani sono attratti dalla bellezza: un paesaggio, un volto, una melodia, una simmetria. Ma al-Ghazālī distingue tra la bellezza percepita con i sensi esterni e la bellezza percepita con l’occhio interiore, la baṣīrah (البصيرة). La bellezza più alta non è quella delle forme visibili, ma quella delle qualità: la generosità è bella, la giustizia è bella, la sapienza è bella, la misericordia è bella. E chi possiede tutte queste qualità al grado assoluto, senza limite, senza difetto, senza ombra? Allāh ﷻ, i cui Nomi (Asmāʾ al-Ḥusnā) sono i nomi stessi della perfezione. Al-Raḥmān, il Compassionevole; al-ʿAdl, il Giusto; al-Ḥakīm, il Sapiente; al-Laṭīf, il Sottile; al-Wadūd (الودود), il Pieno d’Amore. Quest’ultimo Nome, al-Wadūd, merita che ci fermiamo un momento. Deriva dalla radice w-d-d (و-د-د), che indica un amore che si manifesta in azione, in dono, in cura. Non un amore passivo, non un sentimento interiore che resta chiuso: un amore che si riversa, che si traduce in gesti concreti. Allāh ﷻ è al-Wadūd: Colui il cui amore non è solo un attributo, ma un atto continuo di cura verso le Sue creature. Lo troviamo nel Qurʾān in Sūrat Hūd (11:90): «Inna Rabbī Raḥīmun Wadūd», “In verità il mio Signore è Misericordioso, Pieno d’Amore”, e in Sūrat al-Burūj (85:14): «Wa Huwa’l-Ghafūru’l-Wadūd», “Ed Egli è il Perdonatore, il Pieno d’Amore”.

La quarta causa dell’amore, secondo al-Ghazālī, è l’affinità interiore, la munāsabah (المناسبة): noi amiamo ciò che risuona con la nostra natura più profonda. E qui il discorso si fa sottile. L’anima umana, il rūḥ (الروح), ha un’origine divina: «Wa nafakhtu fīhi min rūḥī», “E soffiai in lui del Mio spirito” (al-Ḥijr, 15:29). Non che l’anima sia parte di Allāh ﷻ, non nel senso panteistico che la teologia ashʿarita-māturīdita rifiuta categoricamente: ma nel senso che l’anima porta in sé una nisbah (نسبة), un’attribuzione al divino che la rende naturalmente attratta verso il suo Creatore. Questo è ciò che i sapienti chiamano il shawq (الشوق), la nostalgia spirituale: quel senso di incompletezza che proviamo anche quando tutto va bene, quel vuoto che nessuna relazione umana, nessun successo professionale, nessun piacere materiale riesce a colmare completamente. Al-Ghazālī lo dice con lucidità: quel vuoto è il segno che il cuore è fatto per qualcosa che il mondo non contiene.

Fin qui, la teologia. Ma il Qurʾān non si ferma alla teoria: offre una via pratica per trasformare questa conoscenza in esperienza vissuta. Ed è la via che Allāh ﷻ indica nel versetto di Āl ʿImrān: «Qul in kuntum tuḥibbūna’llāha fa’ttabiʿūnī yuḥbibkumu’llāh wa yaghfir lakum dhunūbakum», “Dì: se amate Allāh, seguitemi, e Allāh vi amerà e vi perdonerà i peccati” (Āl ʿImrān, 3:31). Questo versetto è una chiave. Dice due cose enormi. La prima: l’amore per Allāh ﷻ si manifesta nel seguire il Profeta ﷺ, non in un sentimentalismo vago, non in stati d’animo effimeri, ma nell’aderenza concreta alla Sunnah. La seconda, e qui viene la parte che dovrebbe farci tremare di gioia: se segui il Profeta ﷺ, Allāh ti amerà. Non sei tu a dover scalare una montagna per raggiungere l’amore divino: è Allāh ﷻ che ha già disposto un sentiero chiaro e percorribile, e ti dice: cammina su questo sentiero e Io ti amerò. Subḥānallāh, ci rendiamo conto? Il Creatore dei cieli e della terra ti sta dicendo le condizioni per ottenere il Suo amore. Non le nasconde, non le rende impossibili: te le offre.

E c’è un ḥadīth qudsī, cioè un ḥadīth in cui il Profeta ﷺ riporta le parole di Allāh ﷻ Stesso, che descrive cosa succede quando questo amore reciproco si compie. In Ṣaḥīḥ al-Bukhārī (Kitāb al-Riqāq) si riporta che Allāh ﷻ dice: “Il Mio servo non si avvicina a Me con qualcosa di più amato a Me di ciò che gli ho reso obbligatorio. E il Mio servo continua ad avvicinarsi a Me con le opere volontarie (nawāfil) finché Io lo amo. E quando lo amo, divento il suo udito con cui ascolta, la sua vista con cui vede, la sua mano con cui afferra, il suo piede con cui cammina”. Questo ḥadīth non descrive un annullamento dell’identità umana, come qualcuno potrebbe fraintendere: la teologia ashʿarita è chiara nel mantenere la distinzione tra il Creatore e la creatura. Descrive uno stato in cui le facoltà del servo vengono guidate dalla tawfīq divina in modo così profondo che ogni sua azione diventa un riflesso della volontà di Allāh ﷻ. È il vertice della wilāyah (الولاية), la vicinanza ad Allāh ﷻ. E tutto inizia dall’amore.

C’è una figura nella storia della Sīrah e della profezia che incarna questa maḥabbah in modo esemplare: il profeta Ibrāhīm عليه السلام, che il Qurʾān e la Sunnah designano come Khalīl Allāh (خليل الله), l’amico intimo di Allāh. Il termine khalīl indica un’amicizia che ha permeato l’intero essere, che non è rimasta alla superficie ma è penetrata nella fibra più profonda della persona, come l’acqua che permea la terra secca. Ibrāhīm عليه السلام è stato gettato nel fuoco dal suo popolo per aver rifiutato gli idoli, e in quel fuoco, secondo i commentatori ortodossi come al-Qurṭubī nel suo al-Jāmiʿ li-Aḥkām al-Qurʾān, la sua unica parola fu: «Ḥasbiya’llāhu wa niʿma’l-wakīl», “Mi basta Allāh, ed Egli è il Miglior Garante” (Āl ʿImrān, 3:173). Ibrāhīm عليه السلام non amava Allāh ﷻ come si ama un’idea astratta: lo amava con una certezza tale che il fuoco perse il suo potere su di lui. Il suo amore non era sentimentale: era strutturale, costitutivo, fondante. Aveva riorganizzato la sua intera esistenza intorno a quella relazione.

E qui, cerco di spiegarmi meglio, sta il punto che molti perdono quando parlano di amore per Allāh ﷻ. La maḥabbah autentica non è un’emozione da aggiungere alla pratica religiosa, come lo zucchero nel tè. È la forza che riorganizza tutto il resto: le priorità, le scelte, il modo in cui guardi il mondo, il modo in cui reagisci alla sofferenza, il modo in cui tratti le persone. Quando l’amore per Allāh ﷻ diventa il centro, tutto il resto trova il suo posto. Le cose che prima ti sembravano insopportabili diventano sopportabili, perché le vivi in relazione con Qualcuno che ama te. I sacrifici che la fede richiede, la preghiera del fajr quando il corpo vuole dormire, il digiuno quando la gola brucia, la pazienza quando il mondo ti tratta ingiustamente, cessano di essere pesi e diventano atti d’amore. Non perché la fatica scompare, ma perché la fatica ha un senso.

Il Qurʾān descrive questa trasformazione con un versetto potente in Sūrat al-Tawbah: «Qul in kāna ābāʾukum wa abnāʾukum wa ikhwānukum wa azwājukum wa ʿashīratukum wa amwālun iqtaraftumūhā wa tijāratun takhshawna kasādahā wa masākinu tarḍawnahā aḥabba ilaykum mina’llāhi wa Rasūlihi wa jihādin fī sabīlihi fa-tarabbaṣū ḥattā yaʾtiya’llāhu bi-amrih», “Dì: se i vostri padri, i vostri figli, i vostri fratelli, le vostre spose, la vostra tribù, i beni che avete acquistato, il commercio di cui temete il declino e le dimore in cui vi compiacete vi sono più cari di Allāh, del Suo Messaggero e della lotta sulla Sua via, allora aspettate che Allāh porti il Suo decreto” (al-Tawbah, 9:24). Otto cose, otto attaccamenti umani legittimi in sé stessi, che però non possono superare l’amore per Allāh ﷻ, per il Suo Messaggero ﷺ, e per l’impegno sulla Sua via. Non è che si debba smettere di amare i genitori, i figli, la casa; si tratta di un ordine, di una gerarchia interiore. E quando questa gerarchia è dritta, l’amore per tutto il resto non diminuisce: si purifica.

C’è un ultimo aspetto che merita attenzione, e riguarda la relazione tra conoscenza e amore. Nella tradizione islamica sunnita, maʿrifah (المعرفة, conoscenza profonda di Allāh) e maḥabbah sono inseparabili. Al-Ghazālī insegna nell’Iḥyāʾ che l’amore cresce nella misura in cui cresce la conoscenza: chi non conosce Allāh ﷻ non può amarlo realmente, e chi non lo ama non ha davvero interesse a conoscerlo. Questo circolo virtuoso è il cuore del percorso spirituale islamico. Ogni volta che studi un ism dai Nomi di Allāh ﷻ, ogni volta che mediti su un versetto, ogni volta che comprendi un aspetto della Sunnah che prima ti sfuggiva, il tuo amore cresce. E ogni volta che il tuo amore cresce, il tuo desiderio di conoscenza aumenta. È per questo che lo studio islamico non è mai un esercizio puramente intellettuale: è un atto d’amore. Ed è per questo che la ghaflah (الغفلة), la negligenza, l’indifferenza, la distrazione spirituale, è il vero nemico della maḥabbah. Non l’ateismo dichiarato, non il rifiuto consapevole: la semplice, quotidiana, silenziosa distrazione. Il cuore che smette di pensare ad Allāh ﷻ non perché Lo rifiuta, ma perché si è riempito di altro.

L’Imām al-Qushayrī رحمه الله, nella sua Risālah (الرسالة القشيرية), dedica un intero capitolo alla maḥabbah, e riporta un detto attribuito a Dhū’l-Nūn al-Miṣrī رحمه الله: “Chi ama Allāh veramente, ama tutto ciò che proviene da Allāh”. Anche la prova, anche il dolore, anche la perdita: non perché il credente sia masochista, non perché il dolore sia in sé desiderabile, ma perché chi ama Allāh ﷻ sa che nulla gli arriva se non dalla Sua volontà, e che quella volontà è sapiente anche quando il cuore fatica a comprenderla. È il riḍā (الرضا), la soddisfazione profonda con il decreto divino: uno stato che non cancella la sofferenza, ma le dà un orizzonte.

Perché Allāh ﷻ merita il nostro amore? Perché è l’unico Essere che possiede tutte le cause dell’amore in grado assoluto. Perché ci ha creati dal nulla e ci sostiene in ogni istante. Perché ogni bene che ci raggiunge viene da Lui. Perché è il più Bello, il più Generoso, il più Sapiente, il più Misericordioso. Perché la nostra anima è fatta per Lui e non trova pace altrove. Perché Lui, prima ancora che noi pensassimo di amarlo, ci ha amati: ci ha dato la vita, ci ha dato la guida, ci ha dato un Profeta ﷺ da seguire, e ci ha detto che se Lo seguiamo Lui ci amerà. Perché il Suo Nome è al-Wadūd, e quel Nome non è una decorazione: è la realtà più profonda dell’universo.

La domanda non è perché Allāh ﷻ meriti il nostro amore. La domanda, semmai, è perché ci mettiamo tanto ad accorgercene.

Susanna Gagliano


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Susanna Gagliano
Susanna Gagliano

Susanna Gagliano, fondatrice e docente di Madrassat an-Noor. Scrive e insegna su lingua araba, Qur’an, fiqh, ḥadīth, sīrah, ʿaqīdah e studi islamici con percorsi 1:1 in lingua italiana.

Articoli: 104

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